Essere Comunisti Verso il VI Congresso del PRC

Il VI congresso di Rifondazione Comunista cade in un momento molto particolare. La scena internazionale è segnata dalla preoccupante rielezione di George W. Bush alla presidenza degli Stati Uniti. Sul piano nazionale ci troviamo a fronteggiare un governo di destra che, pur trovandosi in una situazione di grande difficoltà, cerca di rilanciarsi attraverso una estremizzazione delle proprie propensioni reazionarie e populiste. Questi due elementi ci confermano come non si sia ancora arrestata l’onda lunga conserv atrice apertasi all’inizio degli anni Ottanta, in America con Reagan e in Europa con la Thatcher, e rafforzatasi alla fine di quel decennio con il crollo dell’Urss e dei Paesi dell’Est. Certo, si sono verificati importanti fatti nuovi che hanno messo in difficoltà la politica liberista e di guerra: mi riferisco al movimento per la pace, al movimento contro la “globalizzazione” neoliberista, alla ripresa, in alcuni Paesi tra cui il nostro, della conflittualità operaia. Si sono aperte contraddizioni tra i grandi poli capitalistici (gli Stati Uniti e alcuni paesi dell’Unione Europea) e tra la politica americana e Stati o regioni emergenti come la Russia, la Cina e l’India. Si possono altresì registrare spostamenti in senso progressista di importanti Paesi dell’America Latina e dell’Africa e moti popolari di resistenza, a partire da quello iracheno. Ma tutto questo non è ancora sufficiente a determinare un’inversione di tendenza rispetto alla deriva reazionaria affermatasi nell’ultimo ventennio. Né ad infliggere una sconfitta alla strategia della guerra “preventiva e permanente” che ha caratterizzato il primo mandato della presidenza Bush e che – dopo una vittoria elettorale strappata drammatizzando i temi della sicurezza e della “guerra contro il terrorismo” – informerà verosimilmente la politica del governo americano nei prossimi tre anni.
Del resto, sono le stesse contraddizioni dell’economia americana a spingere l’amministrazione Usa verso una politica bellicista. Un Paese che consuma molto di più di quanto produce, che ha accumulato un debito estero colossale, che spende in armamenti tanto quanto spendono tutti gli Stati del mondo messi insieme, cerca di mantenere la supremazia globale attraverso la forza militare, di cui oggi detiene il predominio. Tutto questo genera guerre, devastazione ambientale: enormi violenze e un gigantesco spreco di risorse che provocano ogni anno la morte di milioni di innocenti. Grazie allo sviluppo della scienza e delle tecnologie, oggi, per la prima volta nella storia, sarebbe possibile garantire a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa. Se ciò non avviene, è proprio perché gran parte delle risorse vengono bruciate in armi e in guerre, per consentire a una piccola minoranza di privilegiati di possedere sterminate ricchezze. Quando affermiamo l’urgenza di sconfiggere la politica imperialista degli Usa e la necessità del superamento del capitalismo parliamo anche di questo.

Con la guerra in Iraq gli Usa hanno violato qualsiasi legge internazionale e hanno costruito spudorate menzogne per convincere l’opinione pubblica della legittimità dell’attacco. Si sono chiamate in causa “armi di distruzione di massa” che non c’erano. Si è sostenuto che il governo iracheno fosse collegato con Al Qaeda e ciò non è mai stato dimostrato (anzi di recente alti esponenti dei servizi americani hanno ammesso di essere sin dall’inizio consapevoli della infondatezza di questa accusa). Si è infine parlato di un intervento volto ad “esportare la democrazia” e abbiamo visto le immagini terribili di Abu Ghraib e di Falluja. D’altra parte, chi ha sempre sostenuto e in molti casi insediato le più feroci dittature latinoamericane non è molto credibile quale esportatore di democrazia!
Per giustificare la guerra si è sfruttata senza scrupoli la questione del terrorismo. L’attentato alle due Torri – sulle cui dinamiche esistono ancora moltissimi punti oscuri – è stato utilizzato per sferrare una guerra che in realtà era stata decisa da tempo. Per questo non ha nessun senso rappresentare la situazione internazionale evocando una presunta “spirale guerra-terrorismo”. Ferma restando la nostra più netta condanna del terrorismo (una condanna che è da tempo patrimonio irreversibile della cultura dei comunisti), diciamo che questa della “spirale guerra-terrorismo” è una rappresentazione sbagliata e fuorviante, poiché non solo equipara responsabilità molto diverse (la guerra contro l’Iraq è un crimine contro l’umanità che pesa interamente sugli uomini e i governi che l’hanno decisa e che vi hanno, a vario titolo, partecipato); non solo avvalora la tesi infondata secondo cui la guerra non sarebbe solo la causa del terrorismo ma anche una sua conseguenza; ma cancella altresì l’esistenza della Resistenza del popolo iracheno, suggerendo l’equivalenza tra resistenza e terrorismo e dunque negando in radice la legittimità di resistere armi in pugno a una invasione straniera del proprio Paese. Da questo modo di rappresentare la realtà irachena dissentiamo radicalmente. In Iraq vi è un popolo che resiste a una guerra e a una occupazione illegittime. Una Resistenza legittima (come riconoscono tutti i trattati internazionali) che dobbiamo auspicare si rafforzi e di cui dobbiamo augurarci la vittoria contro gli eserciti che hanno invaso e occupato un Paese sovrano. Lo ripetiamo con forza: la Resistenza contro l’occupante non è terrorismo! È stato quindi un grave errore, anche da parte del nostro partito, avere per parecchio tempo negato l’esistenza di una Resistenza di popolo e poi averla spregiativamente definita una Resistenza con la r minuscola. Ognuno di noi nei terribili giorni dell’assalto a Falluja si è sentito al fianco dei resistenti iracheni, ha sofferto con loro e ha provato tutto il senso di impotenza e di sgomento nel vedere, di fronte a un massacro così terribile, la mancanza di qualsiasi forma di lotta e di mobilitazione anche da parte del movimento per la pace.
La lotta di Resistenza del popolo iracheno è importante poiché è un ostacolo alla politica di guerra degli Stati Uniti. Essa va sostenuta poiché è un diritto del popolo iracheno cacciare gli invasori. E va sostenuta altresì perché una sconfitta del popolo iracheno aprirebbe la strada ad altre guerre, già da tempo pianificate. Come sappiamo, l’elenco che gli Usa hanno fatto dei cosiddetti “Stati canaglia” è lungo, e dopo l’Iraq ci sono già segnali gravi verso l’Iran, la Corea del Nord, Cuba.
Anche ciò che sta avvenendo in Ucraina (con pesanti interferenze nelle vicende di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea) si inserisce in questo scenario globale, nel quale gli Usa cercano di indebolire le potenze concorrenti (in questo caso la Russia) e di costruirvi Stati fantoccio, come hanno già fatto nella ex- Jugoslavia e in Afghanistan, come cercano di fare in Iraq e come hanno cercato di fare, uscendone però sconfitti, in Venezuela. Di fronte a questa situazione ci chiediamo come si possano ancora nutrire dubbi intorno alla drammatica attualità dell’imperialismo e alla cruciale necessità dell’iniziativa antimperialista.

La politica internazionale sarà certamente una parte importante del nostro Congresso. Ma il tema centrale sarà costituito con ogni probabilità dal problema politico interno, e in particolare dalla questione del nostro rapporto con il futuro governo, nel caso le attuali forze di op-posizione riescano – come ci auguriamo – a cacciare Berlusconi.
Ci troviamo in una situazione davvero un po’ paradossale. I compagni che quattro anni fa, allo scorso Congresso, ci hanno contrastato definendoci “di destra”, “alleantisti” e “frontisti”, teorizzando l’”esaurimento dei margini di riformismo” e individuando nei disobbedienti il proprio riferimento principale nel movimento no global, oggi sostengono la possibilità di un ingresso nel governo ancor prima di aver iniziato la discussione programmatica. Il risultato è che noi, che abbiamo mantenuto la posizione di allora (e cioè che le intese vanno sempre cercate, ma si chiudono solo in presenza di programmi avanzati), ci troviamo ora scavalcati a destra!
Dobbiamo tenere ferma questa posizione e lavorare perché diventi la posizione di tutto il partito. Prima i contenuti e poi gli schieramenti, prima i programmi e poi le persone: questa è la nostra bussola. Per entrare nel governo non è sufficiente un programma generico, un “impianto generale”. Serve, al contrario, un accordo programmatico che contenga alcuni punti chiari e precisi, caratterizzanti per Rifondazione Comunista, per i movimenti e per le fasce sociali che vogliamo rappresentare. Non siamo disposti a firmare cambiali in bianco. Ne va dell’autonomia e della stessa ragion d’essere di Rifondazione Comunista, che non può vedersi ingabbiata in un’alleanza tutta interna a un sistema di alternanza.
Diciamo da tempi non sospetti che la priorità per le forze di opposizione, compresa Rifondazione Comunista, è cacciare Berlusconi. Ma, detto questo, per entrare in un governo non è sufficiente la convergenza contro Berlusconi. Ci deve essere anche una convergenza per fare qualcosa di realmente alternativo alla destra e al liberismo. E qui sta il difficile. Poiché per Rifondazione Comunista vanno tenuti assieme due concetti: battere la destra, ma battere anche le politiche di destra. Negli anni Novanta il centrosinistra ha già sconfitto Berlusconi, ma subito dopo, quando è andato al governo, non ha attuato alcuna politica alternativa alla destra e per questo ha creato le condizioni per la rivincita di Berlusconi nel 2001.
Per intenderci, battere la destra e le politiche di destra significa, secondo noi, essere contro la guerra in Iraq, ma anche contro quella in Kosovo; essere contro la legge 30, ma anche contro il Pacchetto Treu; essere contro la legge Bossi-Fini, ma anche contro la Turco-Napolitano; essere contro le leggi Moratti, ma anche contro quelle di Berlinguer; essere contro la devolution, ma anche contro la modifica “federalista” del Titolo V della Costituzione. Se non si tengono presenti questi due versanti del problema, si contrastano soltanto gli eccessi della destra, non i connotati di fondo della sua politica. Questo comporta una conseguenza immediata: qualora dovessimo entrare in un governo senza tuttavia riuscire a tenere uniti questi due aspetti, rischieremmo di essere travolti dal risentimento popolare. Il malessere dei ceti più deboli non si scaricherebbe infatti sulla Margherita o sui Ds, ma su Rifondazione Comunista, che verrebbe individuata come il soggetto più incoerente in quella situazione. La stessa tenuta del nostro partito sarebbe minacciata, e potrebbe allora realizzarsi davvero quel sistema di alternanza che finora, grazie alla nostra iniziativa, siamo riusciti ad evitare.

I compagni della mozione “Per una alternativa di società” sostengono che oggi, a differenza di alcuni anni fa, il centrosinistra si sarebbe spostato a sinistra e che la presenza di forti movimenti nella società ci consentirebbe di entrare in un governo riuscendo, con una pressione dal basso, a costringerlo a scelte a noi favorevoli. Ritengo tale valutazione non corrispondente alla realtà. Non è vero che sui nodi di fondo la componente maggioritaria del centrosinistra (Sdi-Margherita- maggioranza Ds) abbia operato una modifica rispetto alle scelte degli anni Novanta.
Più di tutto parlano i documenti. E i documenti più importanti di cui disponiamo, allo stato attuale, sono: il documento scritto alcuni mesi fa da Romano Prodi, dove si rivendica la guerra “umanitaria” contro la ex- Jugoslavia; il progetto costitutivo della lista “Uniti nell’Ulivo” scritto da Giuliano Amato, dove si sostiene la necessità di proseguire nella politica di liberalizzazioni; i documenti congressuali della Margherita e della maggioranza Ds, dove è rivendicata una piena continuità con le politiche economiche, sociali e istituzionali praticate dal centrosinistra negli anni Novanta. D’altra parte non è un caso che si sia costituita la lista “Uniti nell’ Ulivo” e che adesso si cerchi di fare un ulteriore passo nella stessa direzione con la costruzione del Partito Riformista. Da questo punto di vista, il fatto che nel congresso dei Ds, si profili una maggioranza molto ampia attorno alle posizioni di Fassino e D’Alema conferma che purtroppo non vi è nessuno spostamento a sinistra di questo partito, semmai il contrario. Certo, è vero che alla sinistra del Listone vi sono importanti forze politiche, sociali e di movimento che in questi anni sono cresciute e hanno costruito spesso battaglie comuni nel Paese e in Parlamento. Non saremo certamente noi a sottovalutare spostamenti importanti rispetto agli anni Novanta operati da organizzazioni quali la Fiom, la Cgil o l’Arci, oppure la presenza di un movimento per la pace che ha portato in piazza milioni di persone. Ma se da un lato dobbiamo valorizzare questa situazione (senza però renderla più grande di quanto non sia: la legge 30 e la controriforma delle pensioni sono passate senza scioperi e la strage di Fallujia non ha provocato alcuna mobilitazione), dall’altro non dobbiamo cadere nell’errore di scaricare sulle spalle dei movimenti tutto il peso della costruzione dell’opposizione nel Paese.
La verità è che su tutta la partita legata alla definizione di una intesa per cacciare Berlusconi stiamo scontando gravi errori di percorso. Si è dato per scontato, nelle numerose interviste di questa estate, che Rifondazione Comunista avesse sostanzialmente deciso di entrare nel governo ancor prima della discussione programmatica. Si è abbracciato il meccanismo delle primarie, che rappresentano un ulteriore passo verso la personalizzazione della politica e una ulteriore accentuazione del sistema maggioritario e di un bipolarismo dell’alternanza (non per caso le primarie sono utilizzate negli Stati Uniti). Si è perso un anno senza impegnarsi per la elaborazione di un programma comune della sinistra di alternativa e dei movimenti, che avrebbe fornito un impulso decisivo al confronto con le componenti moderate del centrosinistra e alla elaborazione di un avanzato programma di governo. Soprattutto, si è detto che avremmo accettato il vincolo di maggioranza sulla guerra, qualora il voto delle primarie fosse l’espressione della base elettorale del centro-sinistra. Su nessuna di queste scelte e tanto meno su quest’ultima siamo d’accordo: come la Fiom dice “sui licenziamenti non si vota”, così Rifondazione deve dire “sulla guerra non si vota”. Siamo contro la guerra, da chiunque e a qualunque titolo dichiarata! Proponiamo un altro percorso. Chiediamo che si apra subito la discussione programmatica, e che la si finisca di discutere di Gad, Alleanza, Ulivo, primarie. Tutto ciò non interessa a nessuno! Il partito deve stabilire alcuni punti programmatici, discussi con i movimenti e con la sinistra di alternativa, al di sotto dei quali non può esserci alcun impegno diretto di governo. Per parte nostra, consideriamo irrinunciabili cinque obiettivi: 1. l’abrogazione delle leggi più reazionarie varate dalla destra (legge 30, Bossi-Fini, pensioni, Moratti, controriforma Castelli dell’ordinamento giudiziario); 2. l’introduzione di una nuova scala mobile per il recupero automatico del potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni; 3. una legge sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro, come chiede la Fiom; 4. l’istituzione di una “Agenzia per il lavoro” che si proponga di ridurre il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno; infine, come si diceva, 5. l’impegno formale al rifiuto della guerra da chiunque dichiarata, Onu compresa. Anzi, a ben vedere, più che un punto tra gli altri, questo costituisce una precondizione non eludibile: senza questo elemento di chiarezza – tanto più necessario in un contesto internazionale che con la rielezione di Bush tenderà ad aggravarsi – Rifondazione comunista non può accettare di entrare in nessun governo che non assuma un impegno preciso contro la guerra “senza se e senza ma”.

Un altro punto importante del Congresso riguarda il tema della nostra identità di comunisti e il rapporto con la nostra storia.
Su tale questione ci siamo trovati in questi ultimi anni a dover replicare non solo ad un’offensiva che ci veniva portata dai nostri avversari – dal Libro nero del comunismo ai continui insulti di Berlusconi ai comunisti – ma anche dall’interno della sinistra. Basti ricordare a questo proposito la ricorrente criminalizzazione del Novecento, ridotto a un “cumulo di macerie”; i continui attacchi alla Resistenza partigiana (dal “chi sa parli” di Otello Montanari ai “ragazzi di Salò” dell’on. Violante, dai libri di Pansa alle critiche alla presunta “angelizzazione” della Resistenza) e la considerazione fatta da Bertinotti in una intervista al manifesto, secondo la quale tutti i dirigenti del movimento operaio e comunista del Novecento sarebbero morti non solo fisicamente, ma anche politicamente. Non ci riconosciamo in questi bilanci, che riteniamo storicamente e politicamente errati. Il movimento comunista ha dato forza alla rivendicazione dei diritti fondamentali delle masse lavoratrici e si è sempre schierato contro la guerra. L’insegnamento dei suoi più grandi dirigenti del Novecento – da Lenin a Gramsci – è ancora, a nostro giudizio, un contributo prezioso per l’analisi critica della società capitalistica. Le grandi rivoluzioni che si sono susseguite dopo il 1917 hanno liberato sterminate masse di popolo e inaugurato una nuova epoca storica, nella quale si colloca la nostra esperienza di comunisti. La Resistenza antifascista – nella quale furono in prima fila i partigiani comunisti – ha permesso al nostro Paese di riacquistare dignità, libertà e democrazia dopo l’infame vicenda del fascismo, delle sue leggi razziste e della guerra al fianco di Hitler. Insomma, crediamo di non fare alcuna forzatura nel sostenere che la storia dell’umanità si troverebbe ad uno stadio ben più arretrato se non ci fossero state le grandi rivoluzioni socialiste del Novecento.
Siamo orgogliosi della storia del movimento operaio. Non ne dimentichiamo certo i limiti e le pagine buie, ma non condividiamo atteggiamenti liquidatori. La critica netta degli errori e dei processi degenerativi che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del “socialismo reale” fa irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale, politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi conseguenze che ne sono derivate per chi non ha disertato la lotta nel nome del comunismo. E avvertiamo ogni giorno l’esigenza di capire meglio ciò che ha determinato la sconfitta di grandi esperienze storiche. Siamo interessati a riflettere sulla nostra storia, non a tirarci una riga sopra. Insomma, siamo per la rifondazione comunista, non per la rimozione comunista.

Per quanto riguarda la nostra identità, non condividiamo l’assunzione – proposta recentemente in alcuni convegni ed interviste – della teoria della nonviolenza quale nuovo tratto identitario di Rifondazione Comunista. Il motivo è semplice: posto che la violenza è insita nel dominio capitalistico (in un sistema che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo), le forme di lotta dipendono in larga misura dal contesto in cui si praticano. Oggi in Italia è possibile praticare la lotta pacifica anche perché ieri i partigiani, con le armi in pugno, hanno sconfitto il fascismo; per contro in Iraq – dopo una guerra e una occupazione illegittime – il popolo iracheno è costretto a dare vita ad una Resistenza anche armata per sconfiggere gli invasori.
Lo stesso deve dirsi a proposito dell’idea secondo cui i comunisti non lotterebbero per conquistare il potere: questa tesi ci pare non solo estranea alla nostra storia, ma anche incomprensibile. Chiediamo: cercare di entrare in un governo e chiedere ministri non significa forse lottare per avere un potere? La verità – sin troppo evidente – è che non c’è mai, nella realtà, un vuoto di potere. Perdere di vista questo terreno significherebbe quindi rinunciare alla lotta politica e renderebbe nei fatti impraticabile l’obiettivo della trasformazione in senso socialista della società.
Tra l’altro, come è facile dimostrare, queste due proposte – la nonviolenza e il rifiuto del potere – che ci vengono presentate come innovative sono in realtà teorie assai datate, sostenute da movimenti anarchici o cristiani. Contro queste posizioni già Marx e Gramsci hanno scritto pagine straordinariamente efficaci e, a nostro giudizio, definitive. Dunque non di innovazioni si tratta, bensì della riesumazione di vecchie e consunte ideologie.
Abbiamo e proponiamo una concezione diversa dell’innovazione. Essa non prescrive soluzioni calandole dall’alto, ma vive di uno stile di lavoro partecipato e collettivo. Non comporta il rigetto dell’esperienza storica del movimento comunista, ma quel continuo rinnovamento che ha consentito ai comunisti di fornire un contributo decisivo alle lotte del proletariato di tutto il mondo. La vera innovazione consiste, a nostro modo di vedere, nella difficile impresa di confrontarsi con i nuovi orientamenti teorici e culturali senza smarrire il filo della lotta di classe contro il capitalismo e della solidarietà con le lotte di resistenza e di liberazione dei pop o l i; nel vivere col massimo impegno le esperienze di movimento perseguendo al tempo stesso l’obiettivo della ricomposizione di classe; nel saper valorizzare, senza settarismi, ogni contributo di idee e di esperienza che possa aiutare la costruzione di un “nuovo mondo possibile”.
Siamo consapevoli che è qui in gioco una battaglia aspra e di lunga lena, le cui forme non sempre ci è concesso di scegliere. Ma intendiamo comunque combatterla, intendiamo fermamente perseguire questa prospettiva storica di liberazione dell’umanità che rappresenta il fondamento irrinunciabile della nostra idea del comunismo. Per questo abbiamo chiamato la nostra mozione Essere comunisti: non per un fatto nostalgico – perché siamo legati ad un passato pur glorioso – ma perché riteniamo che oggi, nel nuovo millennio, di fronte alle ingiustizie del mondo, alle guerre, alla distruzione dell’ambiente, a milioni di persone che muoiono di fame, di sete, di malattie curabili mentre si bruciano risorse incalcolabili in armamenti, nulla sia più moderno del comunismo: del bisogno e del progetto di una società liberata dallo sfruttamento, dalla povertà e dalla guerra.