Esiste oggi un imperialismo europeo?

IMPERIALISMO USA, CONTRADDIZIONI INTERIMPERIALISTICHE E “IL NEMICO PRINCIPALE DEI POPOLI “.

1. LA RISCOPERTA DI LENIN

Si può ancora parlare di «imperialismo »? Qualche tempo fa un libro di grande successo, firmato da due autori che si richiamano al movimento comunista, ne ha decretato la fine. Avrebbero ormai perso senso i confini nazionali e statali e i conflitti tra le grandi potenze e il mondo risulterebbe unificato in un unico Impero. La situazione odierna sarebbe radicalmente diversa rispetto a quella analizzata e affrontata da Lenin. Se non che, nello scrivere il suo saggio sull’imperialismo, il grande rivoluzionario si richiama alla «fondamentale opera inglese sull’imperialismo» di Hobson (Lenin, 1955, vol. XXII, p. 189), apparsa in prima edizione nel 1902. Era ancora fresco il ricordo della spedizione congiunta che due anni prima aveva represso nel sangue la rivolta dei Boxer in Cina. Pur costellata di massacri a danno dei «barbari », l’impresa era stata celebrata dai suoi ideologi e da una larga opinione pubblica in Occidente come la realizzazione del «sogno di politici idealisti, gli Stati Uniti del mondo civilizzato». L’impresa non aveva visto unite tutte le grandi potenze del tempo?
Non è qui tanto importante rilevare che, a breve distanza di tempo, l’abbraccio internazionale del capitale avrebbe ceduto il posto alla carneficina della prima guerra mondiale. Conviene invece concentrarsi sul fatto che la categoria di imperialismo comincia ad affermarsi non in riferimento al conflitto tra le grandi potenze (latente o acuto a seconda delle circostanze e dei rapporti forza), ma per rispondere in primo luogo ad un’esigenza diversa. Se Theodore Roosevelt, nel 1904, celebra le imprese coloniali come operazioni di «polizia internazionale», portate avanti dalla «società civilizzata » nel suo complesso, in quello stesso periodo di tempo a parlare di imperialismo sono coloro che denunciano la realtà della guerra, dei massacri, dell’oppressione nazionale e dello sfruttamento economico cui sono sottoposti i popoli delle colonie e semi-colonie.
Ben si comprende allora quello che avviene ai giorni nostri. Alla cancellazione della categoria di imperialismo corrisponde la rinnovata trasfigurazione delle guerre coloniali come operazioni di polizia internazionale. A suo tempo, Michael Hardt (autore, assieme a Negri, del fortunato Impero), ha giustificato la guerra contro la Jugoslavia, al tempo stesso in modo tortuoso e magniloquente: «Dobbiamo riconoscere che questa non è un’azione dell’imperialismo americano. È in effetti un’operazione internazionale (o, per la verità, sovra-nazionale). Ed i suoi obiettivi non sono guidati dai limitati interessi nazionali degli Stati Uniti: essa è effettivamente finalizzata a tutelare i diritti umani (o, per la verità, la vita umana)» (Il manifesto del 15 maggio 1999). Nonostante la retorica del nuovismo, sembra di rileggere Theodore Roosevelt!
Questa deriva ha una sua logica. Partendo dal presupposto di un Impero, di uno Stato mondiale, che abbraccia l’intera umanità (e che ovviamente dispone di una sua polizia), le «operazioni di polizia internazionale » possono al più essere criticate in quanto eccessivamente energiche o insufficientemente imparziali; ma esse non possono essere contestate alla radice, in quanto espressione di rapporti politico-sociali fondati sulla legge del più forte, sulla violenza intrinseca all’imperialismo, che fa pesare una terribile minaccia su ogni Paese incline a difendere la propria indipendenza. Parlare di «superamento» dell’imperialismo significa infliggere un colpo grave al movimento di lotta per la pace.
Non a caso questa categoria viene oggi riscoperta da eminenti intellettuali, di orientamento borghese, ma comunque angosciati dagli sviluppi della situazione internazionale e dal crescente peso negli StatiUniti di circoli esplicitamente guerrafondai. E non si tratta affatto di intellettuali astratti. Persino politici di primo piano, quali il senatore americano Ted Kennedy e l’ex-cancelliere tedesco Helmut Schmidt non esitano a parlare, in relazione all’amministrazione Bush, di imperialismo ovvero di tendenze imperialistiche (Losurdo, 2002).
In questo senso, potremmo dire che, a partire dal tentativo di dare una risposta ad alcune domande pressanti per chiunque abbia a cuore le sorti della pace (perché la sconfitta del «campo socialista» ha aperto la strada non già ad un allentamento bensì ad un inasprimento della situazione internazionale? perché alla guerra fredda ha fatto seguito non già la pace perpetua promessa dai vincitori bensì una serie di guerre calde che sembra non dover conoscere fine?), si assiste ad una riscoperta di Lenin persino in campo borghese.

2. UNO STRANO ELENCO

Se ineludibile è la categoria di imperialismo, per quali Paesi dobbiamo farla valere? Stando a Contropiano (febbraio 2003), l’odierna situazione internazionale sarebbe caratterizzata dalla «competizione» sempre più intensa «tra il nascente polo imperialista europeo con gli altri poli (USA, Giappone, Cina)». Dinanzi a questo quadro, anzi a questo elenco, alcune domande subito s’impongono. Ma perché non inserirvi la Russia, che tuttora dispone di un arsenale nucleare inferiore soltanto a quello della superpotenza americana? O perché non inserirvi l’India? Certo, il suo prodotto interno lordo è inferiore a quello della Cina, ma la percentuale destinata al bilancio militare è sensibilmente superiore, a giudicare almeno dai dati riportati dal volume di aggiornamento del 2002 dell’Enciclopedia Britannica. In ogni caso, l’India è una potenza nucleare, nutre «smisurate ambizioni» e conduce «una politica di potenza cinica», ha «moltiplicato gli interventi nello Sri Lanka dal 1987 al 1990» e ha sviluppato una non trascurabile marina da guerra che esibisce la sua forza sin «nello stretto di Malacca» (Jacobsen e Khan, 2002). A tutto ciò si accompagna l’ascesa di un’ideologia che celebra la «supremazia indù» e «ariana» (Lakshmi, 2002); è quest’ideologia che spinge il governo a chiudere un occhio o entrambi sui pogrom anti-islamici; ed è sulla base dell’islamofobia e dell’antisemitismo antiarabo che l’India stringe legami sempre più stretti con gli Stati Uniti e Israele. Riuscirà il ritorno del Partito del Congresso alla direzione del Paese a modificare queste tendenze e questi orientamenti?
Oppure, perché non inserire nell’elenco dei «poli imperialisti» un Paese come il Brasile? Il suo reddito pro capite è pressappoco cinque volte quello della Cina, e non mancano le voci che attribuiscono ambizioni nucleari al grande Paese latino- americano. È vero, se facciamo riferimento al prodotto interno lordo, una certa distanza separa il Brasile dalla Cina; ma tale distanza non è certo superiore a quella che separa la Cina, non diciamo dagli USA o dal Giappone o dall’Unione Europea nel suo complesso, ma già dalla Germania presa isolatamente. Alle domande qui formulate l’articolo di Contropiano da me criticato risponde indirettamente, allorché evidenzia la competizione «tra le economie più forti e/o i poli imperialisti ». E, dunque: «polo imperialista » è sinonimo di potenza economica (misurata in termini di prodotto interno lordo). A questo punto, per fare l’elenco dei poli imperialisti basta riprodurre la classifica dei Paesi con più alto prodotto interno lordo. Se non che, ben lungi dall’essere oggettivo, l’elenco si rivela del tutto arbitrario: non si comprende perché esso debba includere la Cina e concludersi con essa, piuttosto che fermarsi prima o procedere ancora oltre.

L’approccio statistico mette fuori gioco la storia, la politica, l’ideologia. L’unica cosa che realmente conta è l’empiria immediata dell’ammontare del pil. Con conseguenze paradossali. Se dovesse bloccarsi la crescita economica della Cina, questa cesserebbe di essere un Paese o un «polo» imperialista; diventerebbe invece imperialista il Brasile di Lula, se dovesse avere successo nel suo tentativo di sottrarsi all’abbraccio neocolonialista dell’Alca e di dare impulso allo sviluppo di un’autonoma economia nazionale. I Paesi più importanti del Terzo Mondo vengono così posti dinanzi ad una imbarazzante alternativa: o continuare ovvero tornare ad essere una semicolonia oppure diventare una potenza imperialista! Se vogliono evitare l’accusa di imperialismo, devono rassegnarsi alla sconfitta politica o al fallimento sul piano economico!

3. IL RUOLO DELLA CINA

Ma proviamo a far re-intervenire la storia, la politica, l’ideologia. Alla vigilia delle guerre dell’oppio, la Cina è certo ai primi posti nella classifica dei Paesi con più alto prodotto interno lordo; ma non per questo è un Paese imperialista, come conferma l’orribile oppressione e umiliazione che essa appena dopo comincia a subire. E ai giorni nostri? Facciamo pure astrazione dal fatto che, nel grande Paese asiatico, a detenere il monopolio del potere politico è un partito comunista che nei suoi documenti ufficiali tuttora si richiama a Marx, a Lenin e a Mao, oltre che al socialismo, un partito al quale fino a ieri non erano ammessi gli imprenditori e che ancora oggi, stando ai dati riportati dal Il Sole-24 ore dell’8 novembre, vede al suo interno una larga maggioranza di operai, contadini e pensionati. Sì, sorvoliamo su tutto ciò, anche se prima o dopo bisognerà pure aprire un dibattito su un tema ineludibile per coloro che si richiamano a Marx: un partito comunista che conquista il potere in un Paese in condizioni semicoloniali e di terri-bile arretratezza economica deve impegnarsi in primo luogo a ridistribuire le scarse risorse disponibili (senza neppure propriamente risolvere il problema della fame e dell’inedia), oppure deve far leva sullo sviluppo delle forze produttive (che è anche il prerequisito per la difesa dell’indipendenza nazionale)?
Ma qui partiamo dall’ipotesi che in Cina sia stato intrapreso e portato a termine un processo di restaurazione capitalistica. Dobbiamo considerare imperialista un Paese che è fondamentalmente ripiegato al suo interno e che vede tutte le sue forze assorbite dall’obiettivo di quadruplicare in vent’anni il pil, così com’è riuscito a fare nei vent’anni precedenti? L’imperialismo ha anche una dimensione ideologica, come dimostra da ultimo l’esempio degli USA, che si autodefiniscono una «nazione eletta» ed «unica» e che rivendicano il loro diritto a intervenire e a portare avanti la loro «grande missione» in ogni angolo del mondo. Diametralmente opposta è l’ideologia ribadita dal recente Congresso del PCC che, sul piano internazionale, riafferma i principi della coesistenza pacifica e dell’uguaglianza tra i diversi Paesi e, sul piano interno, chiama a raddoppiare gli sforzi per mantenere la «stabilità» e assicurare il benessere generale ad una popolazione che ammonta ad un quinto dell’umanità! L’attenzione ai problemi della pace e dello sviluppo rappresenta un chiaro elemento di continuità ideologica rispetto al passato: si pensi, ad esempio, agli anni della Conferenza di Bandung. Ipotizzare una trasformazione indolore in un «polo imperialista» da parte di un Paese a lungo alla testa dei movimenti di emancipazione nazionale significa dar prova – avrebbe detto Trotskij – di un «riformismo rivoltato »!
D’altro canto, possiamo considerare definitivamente conclusa la lotta di liberazione nazionale che ha presieduto alla nascita della Repubblica Popolare Cinese? Non si tratta solo di Taiwan. A partire, per lo meno, dal trionfo degli USA nella guerra fredda, insistenti risuonano le voci che prevedono o auspicano per il grande Paese asiatico una fine analoga a quella subita dall’Unione Sovietica o dalla Jugoslavia: «una nuova frammentazione della Cina è l’esito più probabile» – annunciava un libro di successo pubblicato a New York nel 1991– (Friedman e Lebard, 1991). Quattro anni dopo, è la rivista Limes a richiamare l’attenzione, già nel suo editoriale, sull’aspirazione di importanti circoli statunitensi ed occidentali a smembrare la Cina in «molte Taiwan». In quello stesso numero della rivista, un ex-generale degli alpini e ora docente di geopolitica scrive a proposito dei cinesi: «Sanno benissimo che la loro espansione economica sta suscitando gelosie e timori e che il mondo esterno, dagli Stati Uniti al Giappone e agli Stati confinanti, spera nell’instabilità interna e forse nella frammentazione del colosso cinese» (Jean, 1995, p. 121). Ancora quattro anni dopo, nel 1999, sempre su Limes, un altro generale, si richiama, simpateticamente, agli studi di un «esperto» statunitense che invita l’amministrazione del suo Paese ad «affrontare in maniera più coerente la futura frammentazione della Cina» (Mini, 1999, p. 92). E questi inviti non sono semplici esercitazioni accademiche. Sempre nel 1999, l’anno del bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado, un esponente di rilievo dell’amministrazione americana dichiara che la Cina già solo per la sua «dimensione » costituiva un problema ovvero una potenziale minaccia per i suoi vicini (Richardson, 1999). D’altro canto, lo scudo spaziale particolarmente caro a Bush jr. mira anche o in primo luogo a mettere il grande Paese asiatico, impegnato nello sviluppo e nella corsa per superare l’arretratezza, dinanzi ad un dilemma: rinunciare ad un deterrente nucleare credibile (e quindi esporsi disarmato al ricatto di Washington), oppure farsi coinvolgere in una corsa al riarmo economicamente e politicamente devastante. È una riedizione del «grande gioco» che ha comportato la disfatta e lo smembramento dell’ Unione Sovietica.
E, dunque, anche a voler partire dal presupposto (arbitrario) della restaurazione del capitalismo in Cina, le sue contraddizioni con gli USA non potrebbero essere definite come competizione tra «poli imperialisti ». Sarebbe preoccupante se i comunisti fossero in grado di riconoscere e appoggiare una lotta per la liberazione o l’indipendenza nazionale solo quando questa si svolge in condizioni disperate o assai difficili!

4. L’UNIONE EUROPEA NON È UNO STATO

Per quanto riguarda i rapporti tra superpotenza americana e Unione Europea, si fa spesso riferimento al tendenziale mutamento dei rapporti di forza sul piano economico tra questi due «poli imperialisti». Ma è privo di senso un confronto tra due grandezze così eterogenee: l’Unione Europea non è uno Stato! Da che parte si schiererebbe l’Inghilterra nella fantomatica ipotesi di un conflitto tra le due rive dell’Atlantico? E da che parte si schiererebbe l’Italia di Berlusconi? E riuscirebbe a sopravvivere l’odierno, malfermo, asse franco-tedesco all’eventuale ritorno al potere in Germania dei democristiani e in Francia di un partito socialista dai forti legami con Israele? Ancora unavolta l’economicismo si rivela fuorviante. Diamo uno sguardo alle modalità con cui oggi si svolge la corsa al riarmo: nel 2003 gli Stati Uniti spenderanno da soli più dei 15-20 Paesi inseguitori messi assieme. Incolmabile sembrerebbe essere il vantaggio su cui può contare la superpotenza americana, la quale, tuttavia, continua ad accelerare: solo per il settore della Ricerca e dello Sviluppo militare, Washington destina risorse finanziarie superiori ai bilanci militari complessivi della Germania e della Gran Bretagna messi assieme (Brooks e Wohlforth, 2002, pp. 21-2). Infine: «gli USA spendono per la Difesa quasi il doppio dell’insieme degli altri membri dell’Alleanza (prima dell’allargamento) » (Venturini, 2002).
E ora rileggiamo Lenin: la guerra tra le potenze imperialistiche interviene allorché i rapporti di forza si modificano a favore della potenza emergente e a danno della potenza sino a quel momento egemone. Lo illustra in modo particolarmente brillante la dialettica che presiede allo scoppio della prima guerra mondiale, col declino dell’Inghilterra e la contemporanea ascesa della Germania. Se non che, la situazione odierna è del tutto diversa: i rapporti di forza certo si modificano ma accrescendo ulteriormente il vantaggio di cui gode la superpotenza americana. Alla vigilia della prima guerra mondiale, l’Europa è divisa e lacerata da due contrapposti schieramenti diplomatico- militari che raggruppano i Paesi che successivamente si affrontano sui campi di battaglia; ai giorni nostri vediamo all’opera un’unica Alleanza, che si allarga sempre di più e che continua ad essere egemonizzata dagli Stati Uniti. Negli anni che precedono il 1914, l’Inghilterra suona ripetutamente l’allarme per il progressivo rafforzarsi del potenziale militare della Germania; ai giorni nostri, al contrario, gli USA sferzano gli alleati europei perché destinano insufficienti risorse al bilancio militare e così rischiano di non essere più in grado di partecipare, in funzione subalterna, alle spedizioni punitive in ogni angolo del mondo sovranamente decise da Washington.
Far riferimento all’antagonismo anglo- tedesco, e quindi alla dialettica che presiede allo scoppio della prima guerra mondiale, non ci aiuta in alcun modo a comprendere gli odierni rapporti internazionali. Semmai, ferma restando l’assoluta peculiarità di ogni situazione concreta, è un diverso capitolo di storia che conviene tener presente. Nel 1814 termina il duello che aveva contrapposto Londra e Parigi per quasi un quarto di secolo e che aveva persino travalicato i confini dell’Europa, configurandosi agli occhi dei contemporanei come una sorta di guerra mondiale. Al crollo dell’«imperialismo napoleonico» (Lenin, 1955, vol. XXII, p. 308) – così si esprime Lenin nel luglio 1916 – fa seguito l’egemonia incontrastata della Gran Bretagna, che può così sviluppare la sua espansione coloniale ed estendere la sua influenza in ogni angolo del mondo. È la cosiddetta «pace dei cento anni». Naturalmente, anche in tale arco di tempo non mancano le tensioni e i conflitti tra le grandi potenze, per non parlare dei massacri di cui queste si rendono responsabili nelle colonie. Resta il fatto che una sfida mortale alla potenza egemone verrà lanciata soltanto ad un secolo di distanza dal trionfo inglese del 1814. Per dirla col Lenin dell’ Imperialismo: «Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora» (Lenin, 1955, vol. XXII, pp. 294-5). Oggi, in realtà, è decisamente più grande il distacco che separa la potenza egemone rispetto ai possibili sfidanti. Diamo la parola allo storico statunitense Paul Kennedy: «L’esercito britannico era molto più piccolo degli eserciti europei, e perfino la Marina reale non superava per dimensioni le due Marine combinate delle potenze che occupavano il secondo e il terzo posto – in questo momento, tutte le altre Marine del mondo messe insieme non potrebbero minimamente intaccare la supremazia militare americana» (in Hirsh, 2002, p. 71). E non si dimentichi che lo strapotere navale, sommato al controllo delle aree più ricche di petrolio e di gas naturale, dà agli USA la possibilità di tagliare le vie di rifornimento energetico ai potenziali nemici. Da questo punto di vista, il Giappone è in una condizione di debolezza ancora maggiore dell’Unione Europea.
Se così stanno le cose, non ha senso stare a scrutare l’orizzonte alla ricerca di nubi che preludano ad una futura tempesta militare e ad un futuro scontro tra gli USA e l’Unione Europea ovvero tra gli USA e il Giappone. Chi pensa che, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, e cioè del Paese scaturito dalla rivoluzione d’Ottobre e dalla lotta contro la carneficina della prima guerra mondiale, il mondo sia tornato alla situazione precedente il 1914, farebbe bene a ricredersi.

5. UN IMPERO PLANETARIO

Al di là del mutamento rappresentato dal crollo del tradizionale colonialismo e dall’esistenza di Paesi e partiti di governo che continuano a richiamarsi al socialismo, trasformazioni profonde sono intervenute anche nei rapporti tra le grandi potenze capitalistiche. La guerra inter-imperialista di cui parla Lenin è lo strumento per ridefinire le sfere d’influenza in base ai nuovi rapporti di forza, che sono il risultato della disuguaglianza dello sviluppo. Ai giorni nostri, invece, sempre più netta emerge l’ambizione degli Stati Uniti di costruire un impero planetario, da gestire in modo solitario ed esclusivo. Siamo in presenza di un fenomeno nuovo. Certo, nel momento in cui ritiene di poter rapidamente liquidare l’Unione Sovietica e, sull’onda di questa ulteriore vittoria, di costringere la Gran Bretagna alla capitolazione, Hitler accarezza l’idea di utilizzare l’Europa continentale così assoggettata e unificata per lanciare una sfida anche agli Stati Uniti e conquistare l’egemonia mondiale. Ma si tratta di un’illusione di breve durata e, soprattutto, di un progetto che, sin dall’inizio, è privo delle gambe per poter realmente camminare. Ai giorni nostri, invece, gli USA sono già presenti dappertutto con le loro navi da guerra e con le loro basi e, grazie all’enorme vantaggio militare accumulato, con arroganza sempre maggiore teorizzano il loro diritto a intervenire e a dettar legge in ogni angolo del mondo. Nella cultura statunitense è ormai diventato un luogo comune il richiamo all’impero romano: esso ora sarebbe risorto a nuova vita al di là dell’Atlantico, senza più le limitazioni geografiche e temporali del passato, in modo da consacrare il dominio perenne della nazione «unica» ed «eletta da Dio». Per poter fronteggiare questa folle ambizione, è intanto necessario prenderla sul serio: è fuorviante mettere sullo stesso piano gli Stati Uniti e le altre grandi potenze capitalistiche. Hanno dunque ragione Kautsky e Negri a parlare rispettivamente di «ultra-imperialismo» e di «Impero »? Il realtà, il discorso dell’Impero ormai unificato e il discorso, apparentemente contrapposto, dello scontro all’orizzonte tra i poli imperialisti partono da un presupposto comune: sarebbe lecito parlare di imperialismo solo allorché la rivalità tra le grandi potenze capitalistiche fosse così acuta da sfociare o tendere a sfociare nello scontro armato. Ma le cose non stanno in questi termini: durante la guerra fredda, agli Stati Uniti è senza dubbio riuscito di egemonizzare l’intero mondo capitalistico. Non per questo l’imperialismo era dileguato: nel 1956, Washington approfitta della crisi di Suez per estromettere dal Medio Oriente Inghilterra e Francia, le quali, tuttavia, sono e si sentono così deboli nei confronti del loro «alleato» di oltre Atlantico, che finiscono col rinunciare senza opporre grande resistenza ad una loro tradizionale e importante zona d’influenza. Dopo la fine della guerra fredda, lo squilibrio di forze a favore della superpotenza americana si è ulteriormente accentuato. Ma ciò non comporta in alcun modo il dileguare dell’imperialismo.
Al contrario, oggi risulta quanto mai istruttiva la polemica di Lenin con Kautsky: l’imperialismo non mira all’assoggettamento soltanto delle zone agrarie e delle aree periferiche; la ricerca dell’egemonia può acutizzare la questione nazionale persino nel cuore stesso dell’Europa, come osserva Lenin nel luglio 1916, nel momento in cui, con le armate guglielmine alle porte di Parigi, la guerra sembra doversi concludere con una vittoria della Germania «di tipo napoleonico» (Lenin, 1955, vol. XXII, p. 308). Ai giorni nostri, gli aspiranti padroni del mondo non si accontentano di ridisegnare radicalmente la geografia politica dei Balcani e del Medio Oriente. Al di là della Cina, presa particolarmente di mira per la sua storia e la sua ideologia, ad essere minacciata di smembramento è anche la Russia. Persino per quanto riguarda i Paesi di più consolidata tradizione capitalistica, il loro rapporto con la superpotenza americana può essere descritto solo in parte mediante la categoria di competizione inter-imperialistica. Si pensi in particolare all’Italia: gli USA la possono controllare con le basi militari e con le truppe sottratte alla giurisdizione ordinaria, con una rete capillare di spionaggio che si avvale dei metodi tradizionali e della tecnologia sofisticata di Echelon, con gli attentati terroristici e la strategia della tensione che scatta al momento opportuno, con la loro forte presenza economica, con un ceto politico che rigurgita di Quisling o aspiranti Quisling. Nel 1948, nell’ipotesi di una vittoria elettorale della sinistra, la Cia aveva approntato piani per proclamare l’indipendenza della Sicilia e della Sardegna: la dialettica oggettiva dell’imperialismo tende ad acuire la questione nazionale nel cuore stesso della metropoli capitalistica. D’altro canto, per deboli che siano, le titubanze e le riserve di alcuni Paesi europei, non ci consentono di metterli sullo stesso piano dei più decisi istigatori della guerra: è l’asse statunitense-israeliano dell’aggressione imperialista che è comunque deciso a distruggere non solo l’Iraq, ma anche l’Iran, la Siria, la Libia, per non parlare della Palestina.

6. I RAPPORTI DI FORZA SUL PIANO IDEOLOGICO

A livello internazionale, i rapporti di forza sul piano militare sono chiari. Ma sarebbe miope ignorare la dimensione ideologica del problema. Per allargare la base sociale di consenso sul piano interno, per proiettarsi più agevolmente all’esterno e riuscire a raggruppare una quinta colonna nei Paesi controllati o da controllare, una grande potenza imperialistica ha bisogno di un mito genealogico, deve riuscire a presentarsi come l’incarnazione di una superiore missione alla quale è sciocco e criminale voler opporre resistenza.
Alla fine dell’Ottocento, dopo aver celebrato i prodigiosi successi conseguiti dalla Germania sul piano economico, politico e culturale, un fervente e influente sciovinista, e cioè Heinrich von Treitschke, prevedeva e auspicava che il Novecento diventasse un «secolo tedesco». Ai giorni nostri, privo ormai di qualsiasi credito in patria, questo mito ha preferito trasmigrare negli Stati Uniti, dove ha trovato accoglienza calorosa e entusiastica: è noto che il «nuovo secolo americano» è la parola d’ordine agitata dai circoli neoconservatori, che un ruolo così importante svolgono nell’ambito dell’amministrazione Bush e, più in generale, della cultura politica statunitense.
Differenziandosi nettamente dalla Germania guglielmina, Paesi come la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e gli Stati Uniti sono andati incontro al massacro della prima guerra mondiale agitando la bandiera dell’«interventismo democratico»: la guerra era necessaria per far avanzare sul piano mondiale la causa della democrazia, per liquidare negli Imperi centrali l’autocrazia e l’autoritarismo e sradicare così una volta per sempre il flagello della guerra. Comune in passato a tutti i nemici occidentali della Germania, questo motivo ideologico è ora diventato un monopolio degli Stati Uniti: il Paese che già con Jefferson aspirava a realizzare «un impero per la libertà, quale mai è stato visto dalla Creazione ad oggi», che si gloria di aver liberato il mondo prima dal totalitarismo nazi-fascista e poi dal totalitarismo comunista, oggi si presenta, per usare le parole di Bush, come la «nazione eletta da Dio» quale «modello per il mondo» e col compito di imporre dappertutto «democrazia» e «libero mercato».
Nella storia dell’Europa il fascismo e il nazismo hanno comportato l’avvento di nuovi miti genealogici e di nuove ideologie della guerra. «L’Impero è tornato sui colli fatali di Roma»: con tale slogan Mussolini si gonfiava il petto e giustificava la marcia espansionistica e i crimini orrendi dell’Italia fascista. Ma oggi questa ideologia non gode più di alcun prestigio nel nostro paese. Al contrario, le forze più reazionarie, quelle impegnate a smantellare lo Stato nazionale assieme a quello sociale, amano gridare: Roma ladrona! Misconosciuto o disprezzato nella sua terra d’origine, il mito caro a Mussolini ha attraversato l’Atlantico, e ora politologi e ideologi di grido non esitano a presentare gli Stati Uniti come una sorta di rinato impero romano di dimensioni planetarie.
Infine. Il Terzo Reich ha costruito la sua ideologia attingendo largamente alle tradizioni razziste degli Stati Uniti: contro la minaccia che sull’Occidente e la civiltà in quanto tale facevano pesare i bolscevichi orientali e i popoli coloniali e di colore da essi aizzati, la Germania hitleriana amava presentarsi come il campione della riscossa bianca e occidentale, come il Paese chiamato a riaffermare la white supremacy su scala planetaria e sotto egemonia tedesca. Questa ideologia è ritornata al suo luogo d’origine, anche se ora gli Stati Uniti preferiscono presentarla in forma più levigata: Hitler si atteggiava a campione della supremazia ovvero della missione occidentale, bianca o ariana; oggi è più opportuno limitarsi a parlare di missione dell’Occidente!
In conclusione. Sul piano ideologico i rapporti di forza sono sbilanciati a favore degli Stati Uniti in modo ancora più netto che su quello militare. E come, sul piano militare, anche su quello ideologico la supremazia dell’unica superpotenza mondiale tende a diventare ancora più schiacciante. Sostenuta da un formidabile schieramento multimediale, è in corso a livello mondiale una massiccia campagna, il cui obiettivo è chiaro e allarmante: come oggi viene liquidata quale espressione di antisemitismo ogni critica coerente della politica di Israele, in modo analogo in futuro ogni critica non meramente episodica della politica statunitense dovrà essere bollata quale espressione di un antiamericanismo torbido e antidemocratico! E così, oltre che a livello politico-militare, l’alleanza tra Stati Uniti e Israele si salda ulteriormente anche a livello ideologico e, si potrebbe aggiungere, persino teologico: è sacrilego e blasfemo schierarsi contro quella che Bush, con linguaggio vetero-testamentario, definisce la «nazione eletta da Dio».
Siamo di fronte ad una campagna che non prende di mira soltanto i movimenti rivoluzionari: per essersi rifiutata di appoggiare la guerra preventiva di Bush, la Francia non solo è esclusa dalla lucrosa «ricostruzione » dell’Iraq ed è colpita da altre rappresaglie economiche, ma è anche additata al pubblico ludibrio sul piano internazionale in quanto focolaio di antiamericanismo e di antisemitismo! Al potere di annientamento nucleare gli Stati Uniti hanno ora aggiunto, grazie anche al rinsaldarsi dell’alleanza con Israele, il potere di scomunica e cioè di annientamento ideologico e morale. E non si perda di vista il fatto che la campagna anti-francese (e anti-europea) lanciata da oltre Atlantico può contare sull’appog-stessa Europa) di uno schieramento tutt’altro che trascurabile.
C’è un altro elemento da non perdere di vista. Oggi nei principali Paesi europei (Inghilterra, Francia, Italia, Spagna) si manifesta un’agitazione separatista, che può talvolta assumere la forma di lotta armata; e ancora una volta sono gli Stati Uniti a decidere se tali movimenti sono da inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche o in quella dei movimenti di liberazione nazionale! E cioè, al di là dell’Unione Europea, Washington ha la possibilità di disgregare gli stessi Stati nazionali che la costituiscono.
Ma, allora, che senso ha evocare lo spettro di un imperialismo europeo in ascesa, che si appresta a sfidare e a scalzare la superpotenza americana? A spingere in direzione di questa fantapolitica è una lettura dottrinaria e scolastica di Lenin, è la convinzione per cui ogni grande Paese capitalistico può svolgere sempre e soltanto una funzione imperialistica. Ma questa non è l’opinione di Lenin. L’abbiamo visto ipotizzare nel 1916, nel caso di una «vittoria di tipo napoleonico» dell’esercito di Guglielmo II, una guerra di indipendenza e di liberazione nazionale condotta dalla Francia, che pure in quel momento dispone di un grande impero coloniale. Quattro anni dopo, nel presentare l’edizione francese e tedesca dell’Imperialismo, Lenin è costretto a prendere atto di una situazione radicalmente nuova: la gara per l’egemonia mondiale, «la spartizione del “bottino” ha luogo tra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero ». Non si parla qui della Francia. Ma ad essere significativo è soprattutto un altro silenzio: sottoposta com’è alla pace di Versailles, «di gran lunga più brutale e infame» della pace di Brest-Litovsk, nel 1920 la Germania non è inserita nel novero delle potenze imperialistiche (Lenin, 1955, vol. XXII, p. 193). Certo, con l’ascesa prima e l’avvento al potere poi del nazismo, la situazione cambia di nuovo e in modo ancora più radicale. Il Terzo Reich consegue la «vittoria di tipo napoleonico » che era sfuggita a Guglielmo II: di conseguenza, anche un Paese capitalistico avanzato e con ampi possedimenti coloniali qual è Francia si trasforma a sua volta in una colonia o in una semicolonia della Grande Germania ed è costretta quindi ad impegnarsi in una guerra di liberazione nazionale, per l’appunto secondo la previsione o l’analisi di Lenin.
Senza farsi ingabbiare dalla scolastica, i comunisti devono sempre procedere ad un’analisi concreta della situazione concreta. Ai giorni nostri, la lotta contro l’imperialismo è essenzialmente la lotta contro l’imperialismo americano e contro l’asse Stati Uniti-Israele.

Riferimenti bibliografici

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