Enrico Berlinguer. Un’eredità problematica

1972-1984. Gli anni della segreteria Berlinguer sono cruciali per la storia del nostro paese e per quella del PCI, che rag – giunge proprio in questo periodo il massimo dei suoi consensi elettorali ed è una forza ben organizzata, articolata e ramificata in molteplici organismi di massa, dal sindacato, all’ARCI, alla Lega delle cooperative, aderente a tutte le pieghe della società, in grado di esercitare una forte egemonia politica e culturale. Ma proprio in quegli anni si pongono anche le premesse del declino, lo “strappo” con il “campo socialista”, l’accettazione della NATO, le fragili illusioni dell’eurocomunismo, l’incapacità di trovare una nuova strategia politica dopo il fallimento del “compromesso storico”…

Il 25° anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer ha rappresentato un’occasione per ricordare la sua figura e riaprire un dibattito sulla sua politica. Tale dibattito, per la verità, in questi anni è proseguito, in particolare sul terreno storiografico. Nel 2006, l’uscita di due volumi su Berlinguer aveva evidenziato la divaricazione di letture maturata tra gli studiosi[1]. Ma già nel 2004 c’era stato un fiorire di iniziative e convegni, in qualche caso con risultati di un certo interesse[2]. Il dato più significativo di questi studi è il tentativo di collocare l’opera di Berlinguer nel quadro internazionale, esaminando il legame tra la sua politica e il contraddittorio percorso della distensione, e leggendo la crisi italiana degli anni ’70 all’interno della crisi dell’Occidente capitalistico di quegli anni, e del confronto tra le varie opzioni strategiche volte a uscirne. Al di là delle differenti letture, questo approccio è forse quello più utile, anche nel dibattito dei comunisti, per ridiscutere di Berlinguer. L’altro punto decisivo per noi è il rapporto tra la sua riflessione e la tradizione comunista, in particolare quella italiana, e dunque il grado di continuità/rottura tra le ipotesi strategiche che egli propose – prima tra tutte il compromesso storico – e la politica di lunga durata del PCI, nel quadro di quella strategia gramsciana e togliattiana che faceva della battaglia egemonica e della politica delle alleanze due assi fondamentali di azione. Infine c’è il problema della collocazione del PCI berlingueriano nell’ambito del movimento operaio internazionale, e dunque della sua posizione rispetto all’URSS e ai paesi socialisti, ma anche riguardo ai PC dell’Europa occidentale e a settori della socialdemocrazia europea, ai “non allineati” e ai movimenti di liberazione. Il terzo punto, cioè, è quello del tipo di internazionalismo concepito da Berlinguer. Come si vede, si tratta di temi complessi e intrecciati tra loro, sui quali sarà possibile solo fornire un contributo documentario e accennare qualche riflessione.

DISTENSIONE, CRISI CAPITALISTICA, NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

I nodi citati hanno in comune un elemento centrale, tipico già di Togliatti: il porsi di Berlinguer – e il porre il PCI – come elemento dirigente della società italiana, con un’ambizione egemonica che lo porta sempre a ragionare nei termini di una proposta generale, di ampio respiro; una proposta che è sempre per il Partito, ma anche per il Paese, per il governo del Paese, e addirittura per un contesto internazionale su cui si ha l’ambizione di influire. È in questo quadro che si collocano le sue scelte, già all’indomani dell’elezione a segretario, nel 1972.

In Italia siamo nella fase che segue le lotte del 1968-69 e l’inizio della strategia della tensione. Le classi dirigenti mirano a una stabilizzazione moderata, tra aperture a destra e campagne sugli “opposti estremismi”. Sul piano internazionale, il processo di distensione – per cui da anni l’URSS si batte – giunge a primi risultati importanti: l’accordo SALT 1 sui missili balistici, e l’inizio della Conferenza di Helsinki per la Sicurezza e la Cooperazione Europea. Gli USA sono sempre più in difficoltà in Vietnam, e all’inizio del ’73 interrompono i bombardamenti. In Europa la Ostpolitik di Brandt approda a un primo trattato fra le due Germanie che chiude una disputa aperta dal dopoguerra. In questo contesto, rilanciando la riflessione di Togliatti, Berlinguer ritiene possibile aprire una prospettiva nuova. L’imperialismo – afferma – “conserva la sua […] natura aggressiva”, ma nel mondo vi sono “forze tali, che possono contenere, limitare e alla fine rovesciare le […] tendenze catastrofiche insite nella logica del capitalismo”, “la tendenza a condannare immense masse umane alla degradazione, al sottosviluppo, alla fame”, ma anche “a sconvolgere […] gli equilibri naturali”. La coesistenza pacifica è sempre più “una necessità oggettiva”, a seguito dei mutati rapporti di forza mondiali, ma anche della gravità di problemi e della loro “interdipendenza”. In questo quadro, poiché il “superamento dei blocchi” (da tempo chiesto dal movimento comunista), non si realizzerà “da un momento all’altro”, Berlinguer avanza l’idea di un’Europa occidentale “né antisovietica né antiamericana”, che assuma un nuovo e autonomo ruolo, e contribuisca a una politica di disarmo e cooperazione, nella prospettiva del “superamento dei blocchi”[3]. Per Berlinguer, cioè, la distensione – effetto di rapporti di forza mondiali cambiati – può a sua volta produrre un’ulteriore evoluzione; e in questo quadro si colloca anche la proposta del compromesso storico. La storiografia più critica verso di lui ha giudicato questa impostazione velleitaria e poco realistica[4]. Di fatto c’è nella sua analisi una sopravvalutazione dei margini aperti dalla distensione e del ruolo del PCI. Tuttavia la tendenza di quegli anni rendeva la sua proposta quanto meno possibile.

Accanto al procedere della distensione, la fase è segnata anche dalla crisi economica internazionale e dalla crisi energetica conseguente all’aumento del prezzo del petrolio. La duplice crisi tocca dunque sia il livello strutturale, sia quello geopolitico e dei rapporti di forza mondiali. Berlinguer ne ricava un discorso sul modello di sviluppo di un certo interesse. La “spinta crescente” dei paesi produttori “a mutare […] le ragioni di scambio con i paesi sviluppati”- afferma – è un fatto positivo; d’altra parte, c’è un “tentativo dei gruppi imperialistici più potenti” di usare la crisi per consolidare il loro dominio. I “vecchi equilibri”, comunque, sono sconvolti, e l’Europa occidentale è ormai “un punto focale”. Essa deve puntare su coesistenza pacifica e “cooperazione economica a livello mondiale”, avviando “nuovi rapporti” coi paesi socialisti, e superando l’approccio “neocolonialista” verso il Terzo Mondo e la “subordinazione economica” agli USA; e tutto ciò potrà accadere solo con un mutamento dei rapporti di forza sociali e politici al suo interno. Anche per l’Italia, la crisi può essere “una grande occasione” per una “trasformazione profonda dei modi dello sviluppo […] e della stessa struttura della produzione e dei consumi […] secondo forme sempre più sociali”. Viene meno infatti “la premessa” del modello di sviluppo attuale, ossia i “bassi prezzi delle materie prime, a danno dei paesi più arretrati” e, all’interno del Paese, “a danno del Mezzogiorno e dell’agricoltura”. Ma viene meno anche “lo sbocco, e cioè la possibilità di dilatare indefinitamente” i consumi individuali. Dunque “il paese ha ormai la necessità […] di compiere un balzo in avanti […] introducendo nella sua struttura economica e sociale […] alcuni ‘elementi’ […] di socialismo”[5].

Col senno di poi, sappiamo che le cose andranno in modo opposto. Il capitale uscirà da quella crisi promovendo una massiccia ristrutturazione produttiva e la “rivoluzione informatica”, acuendo la competizione internazionale, avviando la stagione del “neo-liberismo” e portando all’estremo proprio il modello acquisitivo basato sui consumi individuali, a danno di ogni elemento sociale. E tuttavia tale esito non era scontato, e almeno per alcuni anni la partita fu aperta. E non a caso certi temi si ripropongono oggi, all’indomani dell’ubriacatura neo-liberista.

COMPROMESSO STORICO, TRADIZIONE COMUNISTA E QUADRO INTERNAZIONALE

All’interno di questo quadro si situa la proposta del compromesso storico, che al contempo è anche lo sviluppo dell’impostazione togliattiana, la risposta alla “crisi italiana” e la reazione dinanzi ai fatti del Cile. Già nelle settimane precedenti il golpe di Pinochet, il PCI moltiplica i contatti con le forze di Unidad Popular (dai comunisti di Corvalan allo stesso Allende). Di ritorno dal Cile, Pajetta segnala la gravità della situazione, segnata da crisi economica e “sabotaggio […] dei ceti borghesi e dell’imperialismo”. Sul piano politico, “la questione più grave” è quella dei rapporti con la DC cilena, alleata della destra alle elezioni e attaccata aspramente dai socialisti. “Non si intende” come sia “possibile operare sulle contraddizioni tra la destra fascista e la democrazia cristiana”, ed è sempre più forte il “pericolo della guerra civile”[6]. In Cile, cioè, i socialisti sembrano avere un atteggiamento simile a quello che ebbero durante la guerra civile spagnola, massimalista e meno attento alla politica delle alleanze rispetto ai comunisti. Sulla base dell’allarme lanciato da Pajetta, Berlinguer fa pressioni sia sul PC cileno, sia su Leighton, un esponente democristiano in visita in Italia. Della questione viene investito lo stesso Moro[7]. Vari contatti sono stabiliti con la sinistra democristiana cilena. A Pajetta, Fuentealba conferma che c’è una “zona fluttuante della DC e dell’opinione pubblica” su cui si potrebbe far leva, ma Allende dovrebbe proporre “un governo di unità nazionale”[8]. Pajetta quindi scrive a Corvalan, ma il PCCh replica dicendosi fiducioso nel sostegno delle masse popolari. Il “pericolo di guerra civile” è reale, ma i nemici di UP sono solo una “minoranza ultrareazionaria”. Tuttavia non si esclude di modificare la composizione del governo per “elevarne l’autorità”[9]. Anche qui, com’è noto, le cose andranno diversamente. All’indomani del golpe di Pinochet, Berlinguer sottolinea in Direzione la diversità rispetto alla situazione italiana: “In Cile si è seguita una linea di fronte operaio, non di alleanza con i ceti medi”, una linea di ‘fronte delle sinistre’ “che non è la nostra”, che è invece “quella dell’incontro e della collaborazione tra le ‘tre componenti’”[10]. Il comunicato conclusivo, dunque, denuncia la “gravissima responsabilità” della DC cilena e l’ambiguità della DC italiana, ma rilancia la via democratica al socialismo “e l’impegno a porre a suo fondamento la sempre più larga partecipazione di massa e il più largo schieramento sociale e politico” [11]. Poco dopo, Pajetta torna sulla politica delle alleanze di Unidad Popular. Quest’ultima alle elezioni aveva ottenuto solo il 36%, e Allende era stato eletto grazie ai voti dei dc, che poi avevano approvato la nazionalizzazione delle miniere di rame. Tuttavia, per responsabilità dei socialisti e della DC cilena, il dialogo è naufragato. L’esperienza cilena conferma “l’indispensabilità di una politica di alleanze, e dimostra che non c’è politica di alleanze senza un compromesso” [12]. A questo punto giungono gli articoli di Berlinguer del settembre 1973. Il primo inquadra il golpe cileno nella dialettica tra imperialismo e coesistenza pacifica. Solo “la modificazione progressiva dei rapporti di forza” può frenare l’imperialismo, e l’acquisizione dell’indipendenza da parte dei paesi ex-coloniali ma anche dell’Europa occidentale va in tale direzione. Perciò avanzare “sulla strada della distensione […] significa sollecitare i processi di sviluppo della democrazia e della libertà in tutti i paesi”; e perciò “la lotta conseguente per questa linea di politica internazionale è parte fondamentale della […] via italiana al socialismo”[13]. Il nesso nazionaleinternazionale, dunque, è affermato esplicitamente. Il legame tra gli sviluppi della distensione e la proposta del PCI per l’Italia è evidente. Dopo il viaggio in Bulgaria e l’incidente d’auto su cui sono stati avanzati vari sospetti, a mio parere poco convincenti[14], Berlinguer stende le altre due parti del saggio sui fatti cileni. Nell’ultimo articolo, rifacendosi a Lenin, sottolinea l’importanza di una “esatta valutazione dello stato dei rapporti di forza” e “del quadro complessivo”, “situazione internazionale” in primis. “Determinante” è la politica delle al – leanze, e in particolare la collocazione dei “ceti intermedi” e di altri settori della società. La necessità che un programma di rinnovamento raccolga “il consenso della grande maggioranza” per reggere gli inevitabili contraccolpi implica sul piano politico “una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari”. Il problema politico centrale in Italia è […] evitare che si giunga a una saldatura […] tra il centro e la destra, a un largo fronte […] clericofascista, e di riuscire invece a spostare le forze […] che si situano al centro su posizioni coerentemente democratiche. […] sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51% dei voti […] questo fatto garantirebbe […] un governo che fosse l’espressione di questo 51%. Ecco perché noi parliamo non di una ‘alternativa di sinistra’ ma di una ‘alternativa democratica’, e cioè […] di una collaborazione […] delle forze popolari di ispirazione socialista e comunista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico. Dinanzi alla crisi in atto e alle “minacce reazionarie”, insomma, occorre un “nuovo grande ‘compromesso storico’ tra le forze che raccolgono […] la maggioranza del popolo italiano”[15]. L’espressione suscita un dibattito vivace. Luigi Longo, presidente del Partito, davanti ai Gruppi parlamentari afferma: “La parola ‘storico’ le masse non la comprenderanno, la parola ‘compromesso’ non la perdoneranno”[16]. Per Longo è preferibile la formula gramsciana blocco storico, che rende meglio l’idea di uno schieramento sociale e politico protagonista di un processo di trasformazione. La proposta di Berlinguer, in parte, rimanda a tale impianto. Essa ha come ulteriore presupposto il quadro della distensione, che, con l’affievolirsi della compattezza e della rigidità dei blocchi, apre nuove possibilità, ma impone di individuare prospettive realistiche. Nel 1974-75 le cose sembrano evolversi nella direzione giusta. L’avanzata delle forze progressive raggiunge l’acme (rivoluzione dei garofani in Portogallo, fine del franchismo in Spagna, fine del regime dei colonnelli in Grecia, sconfitta USA in Vietnam), e in Italia la strategia della tensione non ferma lo spostamento a sinistra, con le vittorie nel referendum sul divorzio e alle elezioni amministrative. Per Berlinguer, è attuabile “una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista” avviata nel 1943-46 e bloccata dalla guerra fredda[17]. Il dialogo a distanza con Moro intanto procede, preoccupando gli Stati Uniti. In un colloquio, Kissinger minaccia apertamente il leader dc, inducendolo a rientrare prima dagli USA e a meditare un abbandono della politica[18]. L’astensione del PCI sul governo Andreotti, all’indomani delle elezioni del 1976 (in cui al successo comunista si affianca quello della DC), si colloca in questo quadro. Certo, rispetto al disegno strategico, l’esperienza della “solidarietà nazionale”, in un contesto intanto mutato, è cosa diversa, riducendosi a una continua trattativa con la DC che logora il PCI, facendogli perdere terreno rispetto al suo insediamento sociale e alla sua rappresentanza di classe. Viene meno, cioè, quel legame col movimento di massa, quella capacità di rappresentare il conflitto sociale, che erano stati la forza del PCI. La politica dei quadri, intanto, si scolora; la selezione dei gruppi dirigenti diventa meno accorta e meno legata a una reale rappresentanza di massa. La stessa linea del compromesso storico è sottoposta a torsioni e letture diverse, dalla destra interna e sul piano locale. Il delitto Moro – complici gli apparati internazionali e interni decisi a contrastarla – segna la fine di quell’esperimento, e per certi versi anche della “prima Repubblica”.

EUROCOMUNISMO, NATO, URSS

Con Berlinguer muta anche la collocazione internazionale del PCI. Ma prima ancora, muta il modo di porsi del Partito sulla scena internazionale. Anche qui non manca un rapporto di continuità con l’ultimo Togliatti, il quale dai segnali di crisi del movimento comunista successivi al XX Congresso (dissidio cinosovietico, tendenze centrifughe, perdita di prestigio dell’URSS) e dall’allargamento dello schieramento antimperialista, aveva tratto l’idea del policentrismo. In questo quadro, occorreva rilanciare l’iniziativa dei PC dell’Europa capitalistica, dove l’elevato sviluppo delle forze produttive avrebbe consentito di porre i problemi della transizione a partire da basi oggettive più avanzate rispetto alla Russia del 1917. C’era però da colmare un gap del fattore soggettivo, ossia della forza del movimento comunista europeo, affinché esso svolgesse il compito che gli spettava; naturalmente fermo restando il ruolo essenziale dell’URSS e dei paesi socialisti: il problema cioè per Togliatti non era quello di una presa di distanza e tanto meno di una rottura, quanto di un’assunzione di responsabilità e d’i – niziativa dei PC occidentali, anche in relazione agli scricchiolii del campo socialista[19]. Berlinguer porta avanti questa linea, ma gradualmente accentua gli elementi di distacco e di critica rispetto all’idea di un’azione complementare dei vari spezzoni dello schieramento in lotta contro l’imperialismo (paesi socialisti, movimenti di liberazione, paesi di nuova indipendenza, movimento operaio occidentale). Berlinguer accentua in particolare il ruolo del “movimento operaio e democratico dell’Europa occidentale”. La sua idea è che esso, ma anche “l’Europa come tale”, possano svolgere una “funzione decisiva”. Egli pone il “problema del socialismo in occidente”, e vede “la possibilità di sanare la frattura, che si è determinata nella rivoluzione socialista mondiale, dopo le sconfitte subite in occidente nel primo dopoguerra”. “Gravi” sono le “responsabilità della socialdemocrazia […] che ha rinunciato alla lotta per il socialismo”, e tuttavia l’“ampliamento dell’influenza comunista”, accanto a “ripensamenti e novità” nel movimento socialista e in altre forze, rendono possibile “sanare progressivamente le fratture verificatesi nel movimento operaio dell’occidente”. Per Berlinguer cioè, l’autonomia dei paesi ex coloniali, che ha fatto venire meno le basi materiali delle ‘aristocrazie operaie’, assieme alle grandi lotte degli anni passati hanno prodotto “una crisi” della “egemonia socialdemocratica” tra i lavoratori, e uno spostamento a sinistra delle stesse socialdemocrazie. I rapporti di forza, argomenta, sono più favorevoli, e la realtà stessa pone “l’obiettivo del socialismo”. Il capitalismo, infatti, prepara “sbocchi catastrofici”, per cui occorre una vasta alleanza diretta dalle “classi lavoratrici” per “la sopravvivenza stessa della civiltà”[20]. Berlinguer dunque è convinto del ‘fallimento storico dei gruppi dirigenti capitalistici’, e dell’attualità di una prospettiva socialista[21]. Al XIV Congresso, oltre al compromesso storico, avanza “l’obiettivo di un sistema mondiale di cooperazione”, che possa “superare progressivamente la logica dell’imperialismo e del capitalismo”, e magari rendere possibile “un ‘governo mondiale’”. In questo quadro, l’Europa “ha bisogno più che mai di affermare la sua iniziativa”, sapendo che “nessun […] rinnovamento è possibile in Occidente se non contiene in sé la soluzione dei problemi del Terzo e Quarto mondo”. Quanto al PCI, benché “non vogliamo certo rinchiuderci in questo ambito”, “al centro del nostro impegno […] dovrà essere sempre più l’iniziativa nell’Europa occidentale”[22]. Al congresso si decide anche di non porre più la questione dell’uscita dell’Italia dalla NATO. Già nel CC, Berlinguer ha affermato: “Considerare […] l’obiettivo della dissoluzione dei blocchi come un prius […] potrebbe complicare […] il movimento complessivo verso la distensione”. “Esiste un equilibrio” fra i blocchi “di cui si deve tener conto”. L’iniziativa di singoli paesi può attenuare le rigidità dei blocchi e favorirne il superamento; ma “non si pone pregiudizialmente da parte nostra il problema dell’uscita dell’Italia dal Patto atlantico”[23]. È una posizione evidentemente legata alla candidatura del PCI al governo del Paese, ed è volta a scongiurare i timori che ciò possa destabilizzare gli equilibri mondiali. Non a caso, le riserve dei sovietici non riguardano tanto questo punto, quanto l’“europeismo” del PCI e “l’ipotesi di un polo comunista occidentale”. Sul fronte opposto, anche Kissinger non dà molto peso alla nuova posizione sulla NATO, né alla ribadita autonomia del PCI: l’eventualità di un partito comunista al governo in un paese dell’Europa occidentale, avrebbe comunque “ridefinito totalmente la mappa del mondo postbellico”. Il problema – scriverà poi – “non era il grado d’indipendenza dei partiti comunisti europei da Mosca, ma la loro ideologia e organizzazione comunista”[24]. Al congresso Berlinguer conferma: “Non poniamo la questione dell’uscita dell’Italia dal Patto atlantico, in quanto questa eventualità, e ogni altra uscita unilaterale dall’uno o dall’altro blocco […] finirebbero per ostacolare […] quel processo di distensione […] che risponde agli interessi di tutti i popoli”[25]. Kissinger però ribadisce: un governo col PCI sarebbe “completamente incompatibile con la permanenza [dell’Italia] nella NATO”[26]. Se la decisione di non chiedere l’uscita dell’Italia dalla NATO, inquadrando tale obiettivo in un complessivo superamento dei blocchi, costituisce una comprensibile istanza di Realpolitik, diverso è il senso delle risposte che Berlinguer dà a Giampaolo Pansa alla vigilia delle elezioni del 1976. A Pansa che prefigura un percorso simile a quello della Primavera di Praga, il leader del PCI risponde: “Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista […] possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza nessun condizionamento […]. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia” e impedire il socialismo “anche nella libertà”[27]. È un passaggio infelice. C’è peraltro una contraddizione evidente tra queste dichiarazioni e la scelta del compromesso storico, fatta anche per i timori di un intervento di marca atlantica contro un governo delle sinistre. La frase sul “sentirsi più sicuro di qua” introduce quindi un elemento di confusione e ambiguità. Pochi giorni prima, Berlinguer ha lanciato con il segretario del PC francese Marchais l’Eurocomunismo, inteso come nuova affermazione di autonomia e ambizione a creare un polo comunista euro-occidentale. Tuttavia, almeno in questa fase, le reazioni sovietiche non sono ostili. La sezione Esteri del PCUS raccomanda anzi di evitare attacchi ai partiti “eurocomunisti”, anche in vista della Conferenza dei PC che sta per svolgersi a Berlino, organizzata da italiani e polacchi[28]. Quell’assise è forse l’ultima in cui il movimento comunista riesce a trovare una sintesi unitaria, da Breznev a Carrillo passando per Berlinguer[29]. Il leader del PCI, peraltro, respinge ogni identificazione con una prospettiva socialdemocratica. “L’autonomia di azione politica e di ricerca teorica […] la fine di ogni partito-guida […] i rapporti costruttivi con i socialisti non significano né che noi vogliamo diventare socialdemocratici, né che cessiamo di essere internazionalisti”. Le socialdemocrazie “non marciano verso il superamento del capitalismo”, che invece rimane obiettivo del PCI[30]. Proprio questo mancato “approdo” è la principale critica di parte della storiografia attuale. Per Pons, “l’europeizzazione del PCI non si tradusse in una chiara ‘scelta di civiltà’ [s i c !] a differenza di quanto avevano fatto le socialdemocrazie” [31]. Al contrario, questo appare a noi un elemento positivo, una riaffermazione di identità non come “fede” ma come progetto razionale di trasformazione. L’elettorato peraltro premia questa impostazione. E il capitale transnazionale esplicita la sua ostilità all’eventuale ingresso dei comunisti nel governo, annunciando al vertice di Portorico del G7 che in quel caso i prestiti all’Italia saranno sospesi. In gioco c’è la possibilità di un “effetto domino”, che sposti a sinistra l’asse dell’Europa occidentale, e con esso gli equilibri mondiali. La polemica col PCUS, intanto, si apre, innanzitutto sull’analisi del quadro internazionale e sulle prospettive della distensione. Carter è il nuovo presidente USA, e il suo consigliere Brzezinski è l’uomo di punta di quella Commissione Trilaterale che è la “cupola” del capitalismo mondiale. L’idea di distensione di Brzezinski è lontana da quella di Kissinger: essa cioè non è volta tanto a consolidare lo status quo (e dunque l’equilibrio bipolare), quanto a destabilizzare il campo socialista. In questo quadro, la ‘liberalizzazione’ dei PC occidentali è vista come uno stimolo al consolidarsi delle posizioni di dissenso all’Est. Ma questo processo è ritenuto più probabile tenendo i PC europei all’opposizione. Contatti col PCI sono comunque avviati, e Sergio Segre, responsabile Esteri del Partito, è addirittura invitato a una cena del gruppo europeo della Trilateral, da cui ricava un’impressione di Brzezinski come “aperto al confronto”[32]. Dal canto loro, i sovietici denunciano la ‘controffensiva’ in atto contro la distensione, ed esortano il PCI a ‘smascherare la NATO’[33]. Allorché si produrrà lo “strappo”, a seguito della proclamazione dello stato d’assedio in Polonia nel 1981, la presa di posizione di Cossutta muoverà proprio da una lettura diversa del quadro internazionale e da un giudizio molto critico sulla politica di Brzezinski e Carter[34]. Il problema, però, non è solo questo. Il documento della Direzione del PCI sui fatti polacchi segna infatti un distacco dalla tradizione avviata dall’Ottobre. “Questa fase dello sviluppo del socialismo” – si afferma – “ha esaurito la sua spinta propulsiva […]. Il mondo […] si è trasformato, grazie anche a questa vicenda storica. Si tratta di superarla guardando avanti”. Occorre “una nuova via al socialismo”, una ‘terza via’ che superi l’esperienza sovietica e quella socialdemocratica. Il compito è affidato al “movimento operaio europeo” e alle forze progressive del Terzo Mondo, e si lega alla lotta per il superamento dei blocchi. Quanto ai fatti polacchi, la giusta critica a un sistema politico incapace di garantire una partecipazione di massa si affianca a un’analisi della crisi economica ricondotta all’assenza di riforme; l’influenza della spirale prestiti occidentali-debitocrisi non è nemmeno citata. Positivo il giudizio su quella Solidarnosc già allora finanziata da apparati atlantici e Vaticano[35]. Lo “strappo” con la precedente linea del PCI riguardo al campo socialista è evi – dente, e avrà effetti che andranno anche al di là di tali questioni.

QUALCHE CONSIDERAZIONE CONCLUSIVA

Il consenso di massa del PCI di Berlinguer, la sua centralità nella società e nel sistema politico italiano degli anni ’70, e il fatto che in quegli anni il PCI si sia avvicinato al potere come non accadeva dal 1944- 46, sono elementi rilevanti. Così come significativa è l’opposizione accanita degli apparati atlantici, del grande capitale e delle forze più retrive della società italiana, per scongiurare questa eventualità, che avrebbe avuto ricadute internazionali, usando tutti i mezzi possibili. In questo quadro, la politica di Berlinguer appare come una tappa importante nella lunga strategia dell’egemonia, e la sua ostinata riaffermazione dell’identità e della diversità comunista non è casuale[36]; come non possono esseri sottovalutati il suo carisma e la sua grande popolarità. Tuttavia, a parte i limiti nella gestione della solidarietà nazionale, la sua lettura del quadro internazionale rivela una sottovalutazione dello scontro in atto e della nuova offensiva avviata dall’imperialismo, oltre che dello stesso ruolo dell’URSS. La guerra Accanto a ciò, la sopravvalutazione del movimento operaio europeo appare evidente. La politica di Berlinguer si muove comunque su un crinale molto difficile, e difficile è anche un bilancio della sua azione. Una riflessione rigorosa sulla sua figura, e sulla politica del PCI in quegli anni, appare ancora più che mai necessaria.

Note

1 S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, 2006; F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci 2006.

2 Enrico Berlinguer, la politica italiana e la crisi mondiale, a cura di F. Barbagallo e A. Vittoria, Carocci 2007.

3 E. Berlinguer (d’ora in poi E.B.), Rinnovamento nei rapporti internazionali, sviluppo economico, difesa della legalità democratica, relazione a CC e CCC del 7-9 febbraio 1973, in Id., La “questione comunista” 1969-1975, a cura di A. Tatò, Editori Riuniti, 1975, (d’ora in poi QC) pp. 528-567.

4 Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, cit., pp. 33-36.

5 E. B., Una sola via per uscire dalla crisi: cambiare il meccanismo di sviluppo, intervento al CC del 17-18 dicembre 1973, parz. in QC, pp. 659-674.

6 G.C. Pajetta, Note sul viaggio in America Latina, 7 giugno 1973, in Fondazione Istituto Gramsci (IG), Archivio del PCI (APC), 1973, Estero: America Latina, mf. 46, pp. 182-199.

7 L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del PCI, vol. II, Con Berlinguer, Rubbettino 2005, pp. 549-550; A. Santoni, Il PCI e i giorni del Cile. Alle origini di un mito politico, Carocci 2008, pp. 153, 159.

8 IG, APC, 1973, Estero, mf. 46, pp. 281-284.

9 Ivi, pp. 286, 291-295.

10 IG, APC, 1973, Direzione, 12 settembre, mf. 47, pp. 331-351.

11 “l’Unità”, 13 settembre 1973.

12 IG, APC, 1973, Estero, mf. 48, pp. 314-332.

13 E. B., Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, “Rinascita”, 28 settembre 1973, in QC, pp. 609-618.

14 G. Fasanella, C. Incerti, Sofia 1973: Berlinguer deve morire, Fazi 2005.

15 E. B., Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita”, 12 ottobre 1973, in QC, pp. 626-639.

16 TAA di Carla Nespolo, allora giovane deputata del PCI.

17 E. B., Per uscire dalla crisi, per costruire un’Italia nuova, rapporto e conclusioni a CC e CCC del 10-12 dicembre 1974, in QC, pp. 823-966 (citaz. a p. 869).

18 A. C. Moro, Storia di un delitto annunciato. Le ombre del caso Moro, Editori Riuniti 1998, pp. 147-149.

19 Mi permetto di rinviare al mio Il PCI nella crisi del movimento comunista internazionale tra PCUS e PCC, 1960-1964, “Studi storici”, 2005, n. 2.

20 E. B., Per uscire dalla crisi, per costruire un’Italia nuova, cit., pp. 842-850, 835.

21 Pons, op. cit., p. 46.

22 E. B., Unità del popolo per salvare l’Italia, rapporto al XIV Congresso del PCI, Editori Riuniti 1975, pp. 24, 32-33, 43.

23 E. B., Per uscire dalla crisi…, cit., pp. 876-879.

24 Pons, op. cit., pp. 50-51, 57-58.

25 E. B., Unità del popolo…, cit., p. 38.

26 U. Gentiloni Silveri, Gli anni Settanta nel giudizio degli Stati Uniti: “un ponte verso l’ignoto”, “Studi Storici”, 2001, n. 4, p. 1008.

27 Conversazioni con Berlinguer, a cura di A. Tatò, Editori Riuniti 1984, pp. 69-70.

28 Pons, op. cit., pp. 85-86.

29 La via europea al socialismo, a cura di I. Delogu, Newton Compton 1976, pp. 235-257.

30 Conversazioni…, cit., pp. 57, 68.

31 Pons, op. cit., p. XXI.

32 Ivi, pp. 91-96

33 Ivi, pp. 108, 114.

34 A. Cossutta, Lo strappo. USA, URSS, movimento operaio di fronte alla crisi internazionale, Mondadori 1982.

35 Socialismo reale e terza via, Editori Riuniti 1982, pp. 235-245.

36 “Egli avvertì che la tradizione comunista si confrontava ormai con la necessità di una riforma e ritenne che quella tradizione fosse dotata delle risorse politiche e culturali per farvi fronte. Fu questa la scommessa principale di tutta la sua azione” (Pons, op. cit., p. XV).