Elsa Morante e una domanda: chi sono i ragazzini?

Elsa Morante aveva una sembianza in agrodolce dentro la vallata scavata dagli zigomi. Al suo uomo, l’impegnativo Alberto Moravia, chiedeva sempre di ripeterle che era bella nella sua indefinita particolarità. Ma l’apparente fragilità sapeva proteggere con tenacia quella certezza implacabile che la scrittrice avrebbe traghettato attraverso tutti gli epicentri tellurici del secolo scorso: era certa, infatti, che il mondo sarebbe stato salvato dai bambini. Novecento: secolo di derive storiche e di tutte le coniugazioni degli “ismi” politici e culturali che la Morante dalla lunga vita ( 1912-1985) percorse nella quasi totalità: il fascismo, il neorealismo, il populismo di certa letteratura, il comunismo, lo stragismo, le tante diramazioni dei diversi ideologismi. In ogni sottofondo lei si colloca sul piano letterario come una specie di meteora allo stato brado, con la traiettoria di un corpo a se stante, indifferente alle schematizzazioni ipercritiche e ai postulati aprioristici delle correnti che i tempi di volta in volta esigevano dall’intellettuale. Se una definizione si vuole dare all’impegno culturale morantiano è quella di un’individualità funzionale alla coscienza collettiva; un’individualità che l’autrice, la donna innanzi tutto, ha saputo difendere e contrapporre al diktat conformista esaltando le origini e i percorsi del proprio modo di sentire personale. Proprio perché con poche opportunità, l’intellettualità femminile della prima metà del secolo scorso è riuscita a nutrire un’indipendenza ideale che non molti autori maschili, pur di ottima professionalità, hanno saputo proteggere altrettanto bene: probabilmente perché per un uomo l’acquisizione di visibilità culturale era più scontata, quindi più soggetta alle intransigenze del mercato del pensiero. Anni di femminismo; ma l’intransigenza dell’istanza femminile, quella vera, che ha tracciato il solco per le generazioni di donne a venire, raramente è stata dettata dalla semplice appartenenza apostolica al movimento; ciò che invece ha scavato a fondo l’idea della libertà è stata l’azione di una genia di donne, quali appunto la Morante, che hanno esemplificato nell’agire quotidiano l’unica strada realmente costruttiva: la fedeltà esclusiva, direi quasi fondamentalista, alla ragione della propria mente. Nel 1930, a 18 anni, Elsa lascia la famiglia per vivere da sola, si mantiene con lezioni di italiano e latino, lascia l’università per difficoltà economiche e svolge lavori i più disparati, mentre inizia a pubblicare poesie e racconti su diverse riviste. Vive insomma con sé e di sé, in un’ autosufficienza economica e psicologica conquistata e mantenuta con i denti cresciuti nella bocca sempre più capiente dell’autostima. Io credo che la Morante avrebbe considerato un’umiliazione le motivazioni concettuali delle quote rosa. Ma cosa significa per lei credere davvero che il mondo, infine, sarà salvato dai bambini? Significa semplicemente rimanere fedeli all’utopia, voler continuare a volere, tradurre la realtà nelle variabili del sogno o, meglio, trasportare con consapevolezza il sogno nella realtà. Collocherei la genialità della sua opera omonima, “Il mondo salvato dai ragazzini”, proprio nella fusione di surreale e reale; forse, per Elsa, la dimensione onirica era lo strumento per proteggere se stessa,i suoi affetti e il suo vivere raccontando, al- ternativamente dalla violenza e dal grigiore. Lei affabulava, e questa era la sua essenziale qualità; non si astraeva nella dimensione fantastica in quella che potrebbe sembrare una fuga dal reale: al contrario era un concentrare l’energia interiore nella sua cellula più pulita rigenerante e a portata dell’innocenza interiore, quella che avrebbe salvato il mondo partendo dalla salvazione morale ed intellettuale dell’individuo. Consequenzialmente amava le cellule minime dell’esistenza non solo umana; per ciò che non poteva contare sapeva esporsi con sensibilità delicatamente furiosa, e il fatto di voler raccontare la minimalità del mondo era già un modo per riconoscere ai vinti e ai perseguitati il loro spessore storico, il loro esatto punto di forza. Nonostante si concentrasse sulle mille forme della realtà più piccola degli anni ’40, la Morante non appartenne mai al neorealismo che rappresentava sì piccoli animali di terra (uomini bestie o, in alcuni casi purtroppo, un’unica cosa), ma senza dar loro inizio e prosecuzione, senza lasciare il respiro di una progettualità. Lei, invece, sentiva il bisogno di far garrire il racconto e la vita alle variabili delle alternative sempre possibili, e questo era in fondo un modo di bypassare lo scontato, di spingere la metafisica nell’imbuto strozzato della realtà. Calandosi nelle piccole vicende dei suoi romanzi, fatte di leggi razziali e tesseramento, di prostituzione e alienazione, delinquenza minorile e amore, si sente come per lei questo non esaurisca le possibilità di intervenire sulla realtà e di come intravveda nel punto di fuga surreale l’inizio di un percorso ancora progettabile. In questa visione si colloca “La sto – ria”, suo romanzo più controverso, fortemente acclamato e contestato allo stesso tempo. Esce negli anni ’70 ed esplode come un caso fuori dalla contemporaneità: parlare di guerra e di persecuzioni razziali proprio in quel momento sembrò a molti la corsa di un treno in ritardo, un’involuzione verso la restaurazione culturale, un riapprodo al neorealismo con l’anacronismo dei 30 anni dopo. Apparentemente ci sono infatti tutti gli ingredienti: la guerra vista con gli occhi di una donna ebrea instabile e con il “vizio” dell’ebraismo nel sangue, sola ad allevare i figli nella Roma che come una carta assorbente si intride a gran velocità delle leggi razziali ormai dilaganti in Europa. Hanno spazio il tesseramento e la borsa nera, i tristi mercati per la sopravvivenza, i rastrellamenti nel ghetto, nello stile più squisito della visione minimalista del racconto morantiano. Un romanzo di vita e di protesta, un’azione politica già calata dentro i margini dell’ideologia; una descrizione del reale innervata però di sogno e di amore, di dolcezze minime come l’affetto tra due fratelli e un cane, un equilibrato compendio di ragione e grazia. Se l’opera dispiacque all’intelligenthia illuminata dall’uso più o meno approssimato della parola rivoluzione, di certo piacque alle masse per la sua leggibilità avvincente, per il suo pathos controcorrente e d’ispirazione anarchica. Per molti lettori del popolo (ed è bello poter riutilizzare retrospettivamente questa parola, che sa di pulito e di passione), il romanzo era culturalmente libero da conformismo e preconcettualità, aveva felicemente scavalcato le mediazioni intellettuali stabilendo un filo diretto con la fruizione dei lettori. Forse la gente, in quegli anni di cieca corsa, amò proprio l’interpretazione morantiana dello scrivere, amò l’imprevedibilità che si calava nella rappresentazione delle condizioni più animali e terrene. Il rapporto ragione-grazia morantiano trova l’equivalente speculare politico nel rapporto ideologiaetica- immaginario. Sentirà sempre l’urgenza di legittimare l’ideologia raziocinante con l’utopia dell’ideale e questo troverà espressione nella teorizzazione di quella che per l’autrice è la sola bellezza etica della rivoluzione: l’ancoramento all’utopia. E’ sempre dei primi anni ’70 il suo minuscolo saggio “Piccolo manifesto dei comunisti senza classe e senza partito”, un 3 pagine denso e florido di dichiarazioni ideali. Al punto 1 già una dichiarazione d’intenti, modulata sulla falsariga del manifesto marxista: “Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione”. La sua ipotesi è che la rivoluzione sia sempre un’azione necessaria per ottenere quella che lei chiama la libertà dello spirito. Posto che la parola spirito in questo contesto non richiama un ente metafisico ma la realtà integra propria dell’uomo, l’autrice sostiene che ognuno ha il diritto di esigere tale libertà, ostacolata dalla scissione tra padroni e servi sempre voluta dal Potere. Il punto centrale è che ogni rivoluzione, una volta esaurita la parabola ascendente che ha liberato l’uomo dal Potere, tende a ricadere nel potere contrario se dimentica che la libertà dello spirito non è prerogativa di una classe ma dell’uomo in quanto tale. “ Qualunque rivoluzionario che si riadatti al potere, fosse anche Marx o Cristo”, affonda la Morante, “assumendolo, amministrandolo o subendolo, diventa schiavo o traditore. Chi afferma la libertà dello spirito contro il Potere e dunque anche contro le false rivoluzioni, compie un percorso più vero e grande, ance se rimane chiuso tutta la vita dentro un carcere, Questo ha fatto Gramsci”. Se cerco di sciogliere il nodo “pasionario” di questa dichiarazione di amore, mi viene da pensare che la Morante fosse più anarchica che marxista nell’idea di superamento delle classi, tralasciando il particolare storico che una gestione di governo, quindi di potere, è comunque indispensabile. Ma ci sono molti spunti per cercare di adattare al comunismo in senso stretto l’idealità dell’utopia anarchica, attualizzando l’idea di giustizia sociale in rapporto al nodo maggiore rappresentato, ancora oggi, dai modi della produzione. Gli ultimi decenni dell’800 hanno dato inizio ad un irreversibile processo di snaturamento delle due fasi che giustificano la produzione: quella che deve organizzarne gli strumenti (pre – produzione) e quella che deve indirizzarne il risultato (post – produzione). Da quel momento in poi il capitalismo diventa imperialismo, l’economia si trasforma in speculazione finanziaria e l’obiettivo non è più quello di produrre ciò che serve al mercato, ma diventa quello di indirizzare fasce sempre più ampie del consumo ad assorbire il molto prodotto che in grande misura non serve ad altro che a decuplicare il profitto. Se accordiamo con questa premessa diventa urgente spostare il centro della riflessione dal chi al come e al per – ché della produzione. S e rve un ridimensionamento in senso etico dell’azione del produrre, non solo in termini di regole del lavoro salariato e di gestione delle risorse a livello mondiale: su questo almeno, sempre più nicchie della società si stanno muovendo in sensibilizzazione crescente. Ciò che ancora assolutamente manca è la stratificazione di una cultura più attenta agli scopi finali della produzione. Ed è esattamente su questo, a mio parere, che dovrebbe muoversi l’attualizzazione di un comunismo sul genere interpretativo della Morante quando afferma che la bellezza e l’etica di un valore come la rivoluzione sono tutt’uno; e quando semina sulla carta parole di imbarazzo e provocazione (un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione) con l’obiettivo di resuscitare, declinandola ai giorni nostri, la grandezza della filosofia marxiana. In ultima analisi la Morante voleva dire qualcosa di assolutamente semplice, qualcosa che si potrebbe enfaticamente coniugare così: compagni, testiamo su noi stessi prima di tutto la nostra adesione all’etica dell’ideale, verifichiamo che lo spirito che ha animato questo secolo di conquiste sociali non rimanga ingessato nel crescente conformismo delle nostre scelte quotidiane; perché quel conformismo è proprio ciò che il Potere ci chiede in cambio del crescente benessere. Siamo comunisti con il cellulare, la parabola e il palmare: in un processo di progressione questo è giusto e inevitabile, per quanto molti “spiriti liberi” al modo morantiano scelgano a tutt’oggi di non possedere molti di questi aggeggi. Ma non è altrettanto inevitabile il fatto di acquistarlo ai nostri figli in età sempre più precoce; o abbandonarci facilmente alle forme sempre più invasive di consumismo che ci coccolano e sollevano dalle fatiche più improbabili: ad esempio, banalmente, pulire le verdure o scoprire chi ci telefona prima ancora di sentire la sua voce. Non è moralismo da bacchettoni, e non è neppure demonizzazione della modernità; è invece la consapevolezza che ogni pur minima forma di benessere costa qualcosa, forse molto, a qualcuno nel mondo, consuma energia e produce rifiuti che hanno per tutti costi enormi. E, soprattutto, aumenta a dismisura i profitti di quelle multinazionali che localizziamo tra le cause prime delle disuguaglianze mondiali. Riportare il circuito produttivo a servizio dei bisogni è, allo stato attuale, un’utopia: l’utopia che muove le rivoluzioni, appunto. Il manifesto di Elsa Morante è la coscienza della nuova insidia del Potere, è una domanda a tutti quelli che dall’ideazione in senso anarchico della società sono approdati al comunismo. Lei chiede qual è il significato marxiano, sempre in movimento, del concetto rivoluzionario, come si debba attualizzarlo nei vari passaggi storici, e come sia dovere dei comunisti scovare sempre l’utopia che genera propulsione positiva. La Morante ha chiuso il cerchio della sua intelligenza e della sua azione intellettuale con i due termini dell’equazione da cui è partita e a cui è alla fine riapprodata: solo con l’utopia etica, è certo, il mondo sarà finalmente salvato dai ragazzini.