Elezioni parlamentari in Ucraina

Ci sono voluti più di tre giorni per conoscere l’esito delle elezioni parlamentari in Ucraina del 26 marzo. Solo nel pomeriggio del 30 marzo, infatti, dopo un macchinoso scrutinio segnato dalle denunce di massicci brogli a danno dell’opposizione al regime “arancione” che solo la complice presenza degli osservatori occidentali è riuscita a coprire con indulgenza sospetta, la Commissione elettorale centrale ha reso noto il dato finale provvisorio. Il risultato ufficiale è stato comunicato solo l’11 aprile.

Al primo posto si è piazzato il “Partito delle regioni” di Viktor Janukovic, il rivale diretto dell’attuale presidente Viktor Juschenko. Tutti gli analisti considerano una grande affermazione il risultato (peraltro anticipato dai sondaggi) ottenuto da Janukovic. Per valutarne in pieno il significato, non va dimenticato che fu proprio l’elezione a capo dello Stato di questo ex dirigente minerario della regione del Donetsk, nell’inverno 2004-2005, a determinare l’impetuoso sviluppo di quel movimento di massa che, combinato con l’ingerenza esterna (senza precedenti nella storia del diritto internazionale post-bellico) da parte delle potenze occidentali, portò all’annullamento e alla ripetizione della consultazione e alla conseguente ascesa al potere dell’attuale presidente della repubblica Viktor Juschenko. Il 32,4% ottenuto da Janukovic viene così inevitabilmente ad assumere il significato simbolico di importante verifica della profonda crisi che ha investito la cosiddetta “rivoluzione arancione” già nei primi mesi che hanno seguito la sua vittoria, determinandone l’esaurimento della spinta propulsiva. Janukovich, un tempo considerato il delfino del precedente discusso e contestatissimo presidente Kuchma e oggi leader di un partito che intrattiene rapporti d’intensa collaborazione con “Russia Unitaria”, il raggruppamento politico che a Mosca sostiene la leadership di Vladimir Putin, ha condotto una campagna all’insegna della denuncia delle gravi conseguenze sociali derivanti dal nuovo orientamento filo-occidentale, dalla profonda stagnazione dell’economia e dall’avvio di una politica di riprivatizzazioni, ispirata dagli organismi economici internazionali. Il suo “Partito delle regioni”, radicato in particolare nella parte orientale dell’Ucraina, è l’espressione più rappresentativa degli interessi di quei gruppi politici e affaristici dell’importante regione industriale e mineraria del Donetsk che hanno legato le loro fortune al clan dell’ex presidente Kuchma. Spicca in particolare il ruolo del magnate dell’acciaio Rinat Akhmetov, considerato l’artefice del rinnovamento politico e organizzativo del “Partito delle regioni”. Il “Partito delle regioni”, al contrario di “Russia Unitaria” che si proclama forza “centrista”, non ha esitato a presentarsi di fronte all’elettorato con il profilo di partito “di sinistra”. Se analizziamo il suo programma elettorale, osserv i a m o come esso sia improntato prevalentemente ai temi della “giustizia sociale”. Il “Partito delle regioni” propone un assetto economico “orientato socialmente”, in grado di assicurare la certezza del lavoro e di salvaguardare e migliorare le garanzie sociali essenziali. I punti programmatici di fondo non sembrano differire sostanzialmente da quelli presenti nelle piattaforme elettorali di partiti dichiaratamente “di sinistra” e persino “di classe”, a cominciare dai comunisti. Nel caso del “Partito delle regioni”, però, la realizzazione delle promesse programmatiche verrebbe garantita mediante un “compromesso” politico e sociale tra le lobby regionali che, negli anni scorsi, hanno assunto il controllo dell’apparato produttivo e le classi lavoratrici, la cui esistenza stessa è messa a rischio nelle regioni a maggior concentrazione industriale dai programmi di ristrutturazione messi in cantiere dall’attuale leadership com – pradora “arancione”, intenzionata a sottrarre le più importanti imprese ai potentati locali per offrirle sul mercato alle multinazionali straniere (esemplare, a tal proposito, è la vicenda del gigante dell’acciaio “Kryvorizhstal”, acquisito nell’ottobre 2005 dal gruppo anglo-indiano “Mittal Steel”). Durante la campagna elettorale, Janukovich – che si è presentato come il garante della continuità della politica di amicizia e di collaborazione e integrazione con la Russia, la sola che parrebbe in grado di assicurare la stabilità economica del paese – ha anche molto insistito sul rispetto dei diritti della rilevante minoranza russa (e dell’ancor più consistente quota di ucraini che considerano il russo come “lingua madre”), minacciata dall’accelerazione del processo di “ucrainizzazione” auspicato dall’élite salita al potere a Kiev. Tra i punti programmatici c’è anche quello dell’impegno ad assicurare al russo lo status di seconda lingua ufficiale del paese. Il leader del “Partito delle regioni” ha così avanzato la richiesta del ripristino di solide relazioni con il grande vicino russo, mettendo apertamente in discussione i processi di integrazione nelle alleanze occidentali, a cominciare dalla NATO, che hanno subito una brusca accelerazione con la vittoria della “rivoluzione arancione”. Manifestando apertamente le sue intenzioni di porre un freno all’invadenza occidentale anche nel corso dei suoi incontri con Putin e gli altri dirigenti russi, Janukovic sapeva di entrare in piena sintonia con gli umori prevalenti in una parte probabilmente maggioritaria della popolazione, testimoniati dalla presentazione di una proposta di referendum popolare promosso dagli oppositori dell’adesione alla NATO e all’Unione Europea, e appoggiata dal “Partito delle regioni”, che ha raccolto in poche settimane 4 milioni e mezzo di firme. In tal modo il “Partito delle regioni” è stato in grado non solo di fare man bassa dei voti delle regioni del sud-est del paese, maggiormente colpite dalle ristrutturazioni dell’apparato produttivo e dalle conseguenze della crisi nei rapporti con la Russia (sfociata drammaticamente nella cosiddetta “guerra del gas”), ma di raccogliere consensi significativi persino nelle zone centro- occidentali del paese più sensibili al richiamo del messaggio “nazionalista” e anti-russo degli “arancioni”.

Il grande sconfitto di questa tornata elettorale pare essere proprio il presidente in carica Juschenko, “l’eroe” della “rivoluzione arancione”, il cui partito “Nostra Ucraina” non va oltre un modesto 13,9%. Juschenko sembra scontare tutti gli errori commessi nell’aver intrapreso, con leggerezza e su suggerimento dei suoi consiglieri americani, una politica che, promuovendo l’allentamento degli storici legami con la Russia, a un certo punto (in particolare quando i russi hanno minacciato di chiudere i rubinetti delle forniture energetiche) ha costretto l’intero paese a fare duramente i conti con la realtà delle catastrofiche conseguenze di natura economica che ne derivavano. La necessità di dover poi venire in qualche modo a patti con la Russia, attraverso una mediazione che ha certamente allontanato gli obiettivi strategici “arancioni”, gli ha anche alienato l’appoggio della parte più oltranzista del suo schieramento, rappresentato dall’altra protagonista della “rivoluzione”, la spregiudicata faccendiera Julija Timoshenko, che all’epoca ricopriva la carica di premier.

La Timoshenko non ha esitato un attimo ad abbandonare la “nave alla deriva”, dimettendosi dal suo incarico. Passata all’opposizione, ha cercato di creare le condizioni migliori che le consentissero di cavalcare le spinte più estremiste dello schieramento nazionalista frustrato dai “tentennamenti” del presidente. Il suo impegno è stato da quel momento indirizzato a radicarsi nelle roccaforti dell’Ucraina occidentale, dove più forte è il risentimento nei confronti del passato sovietico e la diffidenza (con punte estreme di vero e proprio odio etnico e religioso) verso la Russia. Il rifiuto di qualsiasi mediazione con la Russia in merito alla questione del gas si è caricato così di connotazioni ideologiche legate alla difesa dell’orgoglio nazionale ucraino. In tal modo, sottrattasi alle responsabilità di governo, con accenti demagogici e in modo spregiudicato la Timoshenko è riuscita ad arginare la frana dello schieramento “arancione”, facendo il pieno del voto nazionalista. Con il 22,3% ha così superato con largo margine Juschenko e ha anche determinato la cancellazione dalla scena elettorale di tutti quei movimenti che avevano animato la piazza di Kiev nell’inverno 2004- 2005. Esemplare è il caso di “Pora”, vero e proprio “braccio armato arancione”, sodale di movimenti di analoga ispirazione operanti in Jugoslavia, Georgia e Bielorussia, che non va oltre un misero 1,5%. Anche i più fanatici tra i nazionalisti hanno preferito la logica del “voto utile”.

Al quarto posto, con il 5,7%, si piazza il Partito Socialista di Ucraina (SPU) guidato da Aleksandr Moroz. Apparso nella scena politica come erede del locale partito comunista messo fuori legge subito dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1991, nel corso degli anni e dopo la ricostituzione del PC si è progressivamente spostato su posizioni “socialdemocratiche”, simili a quelle adottate da altri partiti ex comunisti dell’Europa centro-orientale. Questa collocazione ha spinto i socialisti a dare il loro appoggio a Juschenko e Timoshenko in tutte le fasi del dibattito parlamentare che hanno accompagnato la “rivoluzione arancione”, accettandone le dinamiche filo-occidentali in materia di relazioni internazionali e dif- ferenziandosi unicamente per una maggiore attenzione alla conservazione di un “orientamento sociale” in politica economica, in particolare nelle campagne (dove, peraltro, anche i socialisti sembrano sensibili alle suggestioni “nazionaliste”), che rappresentano il bacino elettorale di riferimento del SPU.

Tra le forze che hanno superato lo sbarramento elettorale del 3% c’è anche il Partito Comunista di Ucraina (KPU). Occorre francamente ammettere, di fronte alla cruda realtà dei numeri, che il risultato ottenuto dai comunisti rappresenta una cocente sconfitta: il partito scende dal 20% delle precedenti elezioni al 3,7%, e solo per un soffio riesce ad ottenere una rappresentanza parlamentare. Sulla deludente performance ha indubbiamente giocato l’emarginazione a cui ormai da tempo il partito è condannato dall’intero sistema dei media. Ma è evidente che ciò non basta a spiegare una disfatta di tali dimensioni. Il KPU sconta probabilmente il fatto di non essere riuscito a tradurre la fedeltà di principio alla propria natura di classe e alle sue caratteristiche identitarie in un reale radicamento organizzativo, e nella creazione di solidi legami con le più diverse istanze sociali del paese. Al KPU viene da più parti rimproverato un eccesso di “parlamentarismo” e la mancanza di una politica di massa capace di fare efficacemente leva sul diffuso e crescente disagio sociale, in particolare tra la classe operaia e le giovani generazioni investite dal dramma della precarietà e della disoccupazione. I limiti della presa organizzativa del partito sono testimoniati anche dal progressivo e inesorabile invecchiamento della sua base militante, emotivamente legata al ricordo delle conquiste del passato sovietico ma fortemente in ritardo nel saper interpretare adeguatamente i processi sociali in corso nel paese. A determinare la disaffezione di una parte consistente del suo elettorato ha contribuito anche il comportamento assunto dal partito nei mesi cruciali dell’inverno 2004-2005, quando, di fronte alla piazza “arancione”, esso è sembrato quasi paralizzato, incapace di una risposta non puramente propagandistica. Inoltre, nell’est e nel sud del paese – che hanno sempre rappresentato il bacino di voti tradizionale del KPU – , agli occhi di un elettorato fortemente orientato in senso filorusso, la scelta da parte dei comunisti di assecondare, nello scorso inverno, alcune mosse che hanno permesso il consolidamento delle posizioni di potere degli “arancioni” in cambio di un potenziamento delle prerogative del parlamento rispetto a quelle del presidente della repubblica e in nome dell’equidistanza da tutte le lobby sia filo-russe che filo-occidentali, è apparsa a molti come una vera e propria resa alle forze nazionaliste. I ceti popolari dei bacini minerari e delle più importanti zone industriali – che, non dimentichiamo, hanno come primaria preoccupazione quella di difendere il loro diritto a un lavoro messo in discussione dalle ristrutturazioni avviate dai leader nazionalisti – hanno così preferito dare la loro fiducia ai politici espressi dai potentati economici orientali interessati al mantenimento di stretti rapporti con la Russia, fornitrice di energia e principale partner commerciale, rispondendo positivamente alla loro richiesta di “compromesso sociale”.

Tra i blocchi elettorali che non sono riusciti a superare lo sbarramento del 3% c’è quello di “Opposizione popolare”. Si tratta di una coalizione di piccoli partiti e movimenti che si raccoglie attorno al Partito Progressista Socialista di Ucraina (PSPU) di Natalja Vitrenko, nato negli anni scorsi da una scissione di sinistra del Partito socialista. Il PSPU, impegnato più di tutti gli altri partiti nella mobilitazione contro le ingerenze della NATO, si pronuncia per una rapida integrazione dell’Ucraina in uno spazio economico e politico comune con Russia e Bielorussia e per l’adozione di iniziative di collaborazione con quei paesi (Cina, Brasile, India, Sud Africa) che maggiormente premono per la formazione di un mondo “multipolare”, basato su un ordine più equo. Sul piano sociale, questo partito appare inoltre sicuramente più presente dei comunisti nelle mobilitazioni operaie di questi anni contro le ristrutturazioni. Al contrario del KPU, i “progressisti- socialisti” si mobilitarono fin dall’inizio a fianco dello schieramento filo-russo al tempo della “rivoluzione arancione”. Vitrenko ha anche dichiarato la propria disponibilità ad entrare in una coalizione guidata da Janukovic. Il superamento della soglia elettorale da parte del PSPU era particolarmente temuto dagli “arancioni”, in quanto avrebbe certamente scompaginato il quadro delle possibili alleanze. Per questa ragione non sono certo senza fondamento le accuse che i “progressisti-socialisti” hanno avanzato in merito al fatto che, nei loro confronti, sarebbero stati attuati brogli su vasta scala per impedirne l’accesso al parlamento. I dati pervenuti da alcune regioni orientali e dalla Crimea, che collocano il blocco di “Opposizione popolare” addirittura al secondo posto dopo il “Partito delle regioni”, gettano un’ombra inquietante sulle percentuali fornite dalla Commissione elettorale centrale (2,9%). E contrastano con i più che rassicuranti (e interessati) giudizi espressi dalle istituzioni occidentali in merito alla correttezza delle modalità di svolgimento della consultazione, rendendo più credibili le innumerevoli accuse di brogli e violazioni del diritto di voto che si sono levate anche dal partito di Janukovic e da molti osservatori russi e della CSI, che hanno rilevato un “rigonfiamento” dei consensi agli “arancioni” nelle zone ad egemonia nazionalista (350.000 voti in più rispetto a quelli effettivamente espressi nelle regioni occidentali) e pesanti discriminazioni e intimida- zioni nei confronti dei cittadini della minoranza russa (ad esempio, il rifiuto del diritto di voto a chi avesse presentato il vecchio passaporto sovietico).

Con questi esiti elettorali quali sono i possibili scenari di governabilità? Nel momento in cui scriviamo, sono in corso trattative tra i partiti che avevano appoggiato il processo “rivoluzionario” lo scorso anno. Juschenko, Timoshenko e Moroz avrebbero concordato un protocollo d’intesa che, per ora, definisce solo i termini procedurali della formazione della coalizione. Nei prossimi giorni dovrebbe venire precisato il programma di politica interna ed estera. Molti osservatori ritengono comunque che l’intesa abbia scarse possibilità di resistere nel tempo. Innanzitutto i margini di manovra di cui disporrebbe questa maggioranza nel nuovo parlamento sono abbastanza risicati. Di fronte ad una politica che, in particolare, accentuasse gli elementi di contrapposizione con la Russia, l’opposizione in parlamento di Janukovic e la mobilitazione popolare nelle regioni orientali non concederebbero sicuramente sconti. Inoltre, troppe tra i tre leader della coalizione sono le differenze di carattere programmatico. C’è chi (la Timoshenko e la schiera di personalità emarginate dal governo ai tempi della crisi con la Russia), senza ombra di dubbio, premerà nel senso dell’accentuazione dei programmi di stampo liberista auspicati dalle istituzioni finanziarie internazionali, e chi (i socialisti, ad esempio) cercheranno di difendere proposte programmatiche più ispirate a politiche sociali. Del resto, già nelle prime dichiarazioni che hanno commentato l’accordo si colgono diversità di accenti tra i protagonisti dell’alleanza. L’accelerazione poi della caratterizzazione filo- NATO di questa coalizione e l’accettazione delle richieste della Timoshenko (sulla cui elezione a premier si continua a restare nel vago) di mettere in discussione l’accordo sul gas raggiunto con la Russia e di liquidare definitivamente la presenza della flotta russa in Crimea, per quanto fortemente auspicate dai falchi dell’amministrazione USA – che in questi giorni porranno anche la questione della creazione di un “comando unificato” della NATO in Ucraina – rischierebbero di aumentare i livelli di tensione con il potente vicino. E questo proprio nel momento in cui la traballante economia ucraina pare avere meno bisogno di ulteriori fibrillazioni.

In un futuro nemmeno tanto lontano potrebbe però profilarsi anche un altro scenario, che, con molto pragmatismo e realismo, sembrano augurarsi sia influenti ambienti moscoviti che numerosi circoli legati agli interessi economici europei occidentali, ugualmente preoccupati dell’invadenza statunitense: quello del compromesso tra Juschenko e Janukovic, che, come è stato scritto all’indomani delle elezioni (Leonardo Misiano. Il Sole 24 ore. 28 marzo 2006), “costringerebbe l’esecutivo ad una mediazione tra la sua anima più europeista, quella arancione, e la sua anima più filo-moscovita… Sotto l’aspetto economico libererebbe le energie, scomposte, dell’imprenditoria privata. Senza dimenticare, fanno notare gli analisti ucraini, che riunirebbe i due fianchi del paese…”. È un’ipotesi che, anche a nostro avviso, non appare certo peregrina, soprattutto se teniamo conto della drammatica assenza, nel nuovo parlamento, di un’opposizione di sinistra influente sul piano dei rapporti di forza e determinata ad operare con la necessaria duttilità nel gioco delle contraddizioni tra le forze borghesi più interessate ad un rapporto costruttivo con la Russia e alla ricostruzione di uno spazio comune economico e politico tra i paesi dell’ex URSS e quelle intenzionate invece a trascinare rapidamente e definitivamente il paese nell’orbita dell’imperialismo.