Elezioni in Giappone: risultato positivo per il partito comunista

Le elezioni per il rinnovo di metà del Senato giapponese (121 componenti sui complessivi 242, 73 dei quali eletti in 47 collegi distrettuali uninominali e 48 su liste proporzionali), tenutesi il 29 luglio e vinte dalle forze di opposizione al governo del conservatore Abe, hanno provocato un terremoto politico, con le dimissioni del premier e il determinarsi di profonde divisioni per la successione all’interno della maggiore forza di governo – pur se in coalizione con i buddisti del Komei -, il Partito Liberaldemocratico (Pld). Il Partito Democratico (una sorta di centro-sinistra, modello Ulivo giapponese) ha ottenuto il 39,5% dei consensi, conquistando la maggioranza al Senato (112 seggi complessivi, contro gli 85 del Pld, fermo al 28,1%). Il Partito Comunista Giapponese (Pcg) ha ottenuto nella parte proporzionale un totale 4.407.937 voti (45.000 in più rispetto al 2004 e 79.000 in più rispetto al 2001), pari al 7,5% e 3 seggi, contro i 4 uscenti, per un totale di 7 eletti. La campagna elettorale dei comunisti giapponesi si è concentrata su “la fine della povertà e la difesa dell’articolo 9 della Costituzione” (la “clausola pacifista”, imposta allora dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, che impedirebbe il riarmo giapponese e la partecipazione a missioni di guerra all’estero), qualificando il proprio profilo come “la sola forza di opposizione affidabile”. Il riferimento, chiaro, è all’opposizione democratica che, sui grandi temi all’ordine del giorno – scelte strategiche di politica economica e sociale, collocazione internazionale, basi Usa e scudo stellare -, tende a ricercare continue mediazioni con i liberaldemocratici, rigidamente neoliberali e subalterni a Washington. Ad una precisa domanda della stampa estera (3 luglio 2007), il Presidente del Comitato Esecutivo del Pcg, Kazuo Shii, ha chiarito che “non vi sono le condizioni per collaborare con il Partito Democratico in un eventuale governo… Ad ogni modo, noi non intendiamo rimanere un partito di opposizione per sempre. Ci stiamo impegnando per creare una sorta di Coalizione Democratica nella prima parte del XXI° secolo. Dovrà essere un governo in grado di porre fine all’abnorme subordinazione del Giappone agli Usa e all’aberrante consuetudine di servire sempre in via prioritaria gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari. La base del nuovo governo dovrà essere il principio della sovranità popolare”. Dopo aver chiarito che i tempi non sono ancora maturi, Kazuo Shii ha sottolineato che “solo il nostro ruolo di unica forza di opposizione affidabile potrà aprirci la via per divenire un partito di governo altrettanto credibile e coerente”. Il Pcg conta oggi circa 400.000 iscritti, che militano nelle oltre 24.000 strutture di base, cifra quest’ultima equivalente al numero di uffici postali, scuole primarie o centri di cura per bambini disseminati sul territorio nazionale. Con i suoi 3.100 eletti in assemblee locali, il Pcg è, su questo terreno, il primo partito del paese, superando anche il Pld. Il quotidiano del partito, Akahata, vende circa 1.600.000 copie, senza essere di fatto presente nelle edicole.