“Elettrodotto coattivo”

Il 15 giugno si voterà anche per il Referendum “sull’elettrodotto coattivo”. È l’unico rimasto di tre quesiti proposti dai comitati ambientalisti, che riguardavano anche gli incentivi agli inceneritori e i residui tossici nei cibi e che erano stati raccolti ed appoggiati dal PRC e dei verdi oltre che da una serie di associazioni come il Forum ambientalista, il Codacons e tanti altri.
Basta viaggiare nella rete per riscontrare come il quesito sull’elettrosmog ha rimobilitato i tantissimi comitati sorti in questi anni dal basso e sui vari aspetti dei rischi da esposizione ad elettrosmog, dalle antenne agli elettrodotti.
Su questi Comitati è utile porre attenzione, perché sono un fenomeno significativo. Ce ne sono moltissimi, Nascono spontaneamente. Espri-mono una radicalità nel mettere al centro il diritto alla salute e alla tutela. Alcuni li criticano considerandoli “egoistici”, ma in realtà esprimono una “rottura” intervenuta tra le scelte di sviluppo che si operano e la percezione che esse non siano affidabili e guardino ai profitti e non al benessere sociale.
Le riflessioni sui contrasti che attraversano il territorio in questa fase di disgregazione postfordista è naturalmente da farsi in modo più accurato, esaminando anche i rischi delle pulsioni sicuritarie e del trasversalismo. C’è da dire però che intorno alle questioni ambientali si può costruire un punto di vista critico progressivo contrario alla logica liberista e mercificante.
La vicenda elettrosmog ne è una componente. Si pensi come la rivoluzione tecnologica che determina il rischio elettrosmog stia avvenendo senza regole sostanziali come accadeva per le vecchie risoluzioni industriali in barba ai principi di prevenzione e precauzione sbandierati come principi europei. Si pensi a come la moltiplicazioni dei rischi discenda dalle scelte liberiste che hanno fatto profilare i gestori e gli impatti sacrificando la salute sull’altare della “concorrenza”. Si pensi a come queste scelte liberiste amplificano gli stessi impatti tradizionali come quelli da eletrodotto: ci sono infatti richieste per installare 600 centrali elettriche private, che non servono a dare energia ma a fare profitti.
E così è anche per gli inceneritori, che producono energia a danno della raccolta differenziata, del riciclaggio dei materiali e delle merci, e della salute.
È la percezione dei rischi insiti in queste scelte, che non portano benessere ma guardano solo ai profitti, che alimenta il radicalismo dei comitati, che spesso scavalca anche le forze tradizionali del movimento ambientalista a volte incapaci di riconnettersi al conflitto avendo “istituzionalizzato” le loro progettualità.
Non che questi comitati non cerchino uno sbocco.
E infatti hanno lavorato per avere una legge quadro sull’elettosmog, che prima il governo di centrosinistra ha approvato tardi e senza decreti attuativi e che ora il governo di centro destra fa a pezzi varando limiti di esposizioni che sono una pura sanatoria e imponendo d’imperio altri impatti con il decreto Gasparri sugli UMTS (le nuove telefonie).
Anche da ciò nacque l’idea di un ricorso al referendum.
È anche significativo che lo si sia pensato in connessione con l’art. 18, stabilendo un relazione di fatto tra diritti dell’ambiente e diritti del lavoro.
Naturalmente, come sempre, i referendum colgono un punto specifico in un contesto più generale.
Il contesto più generale è quello che dicevo della lotta sui molti fronti all’elettrosmog: antenne, elettrodotti, inceneritori.
Quello specifico è lo stravolgimento che è intervenuto su norme che erano state pensate per la pubblica utilità (le servitù da elettrodotto) e si trasformano in norme per l’imposizione di profitti privati (le seicento centrali private e gli inceneritori da allacciare con elettrodotti). Non a caso la “pubblica utilità” viene ulteriormente stravolta dal governo delle destre (ma anche ereditando norme dal centrosinistra) con la normativa Lunardi, che impone centralisticamente e d’imperio le cosiddette opere pubbliche (come il Ponte sullo Stretto), facendo da norma quadro per norme specifiche di settore come il succitato decreto Gasparri e quello Marzano sulle centrali elettriche.
Tutto ciò con buona pace delle competenze degli Enti Locali e della partecipazione democratica.
Per questo il referendum serve a porre anche il tema di una riconnessione tra pubblica utilità, salute, ambiente utilità sociale e democratica, che è invece sconnessa da scelte che guardando solo ai profitti, e non si fanno scrupolo di devastare tutto il resto.