“E se provassimo a guardare lontano?”

Ci si propone di affrontare una sola questione: quella della ricomposizione, in blocco, dei soggetti del lavoro che, globalizzazione e il nuovo macchinismo dell’automazione flessibile, hanno disperso. L’ipotesi di una ricomposizione può decollare se, primo, già si riconoscono i soggetti dispersi e si individuano i soggetti dei nuovi lavori; secondo, se si trova un comune denominatore negli interessi su cui, gli uni e gli altri, far leva per migliorare le loro attuali condizioni. Un partito, se comunista, fa propri quegli interessi, investe su quei soggetti, collega il loro futuro al “suo” (di futuro). L’impresa è improba. Infatti, la trasformazione del modo di produzione capitalistico in chiave post fordista, ha fatto venire meno sia la centralità della fabbrica che la solidarietà interna al lavoro dipendente. È, questo, il carattere primario della sconfitta nel cui campo, tuttora, viviamo. Dalla sconfitta, amplificata da quella parallela del “socialismo reale”, discendono le crisi delle socialdemocrazie e la minimizzazione delle conquiste (parziali) dello “stato sociale”. Come ripartire perciò dopo la sconfitta, rifuggendo dall’adattarvisi? E, dato che nelle sinistre non adattative non tutti producono la stessa analisi e approdano alla stessa conclusione della ricomposizione, se provassimo, sinistre, a guardare lontano? E a guardare, Rifondazione, anche aldilà delle schermaglie congressuali, che, se drammatizzate e schiacciate sul contingente, possono rattrappire l’orizzonte della politica. C’è insomma l’assoluta necessità di dare un volto e una precisa identità alla sinistra, perché una sinistra senza volto e un partito, in essa, che non filtri i fatti con la griglia della propria cultura, si precludono un futuro correlato a quello di quei soggetti. Ma, già nella sinistra, non adattativa e anti-neoliberista, sono due le opzioni in campo proprio, sulla questione della ricomposizione. Vediamole. In quanto bisogna scegliere. Anche il Partito deve farlo.

1. La prima opzione strategica: ricomporre in classe il nuovo proletariato “dentro e contro il capitale”

Ricomporre in classe il nuovo proletariato è l’obbiettivo strategico della prima opzione. E lo resta anche quando appare il movimento, che è per davvero interessante. E lo è, interessante, per composizione generazionale ed estensione geografica. Il Partito Comunista, a fronte del movimento e nel movimento, dovrebbe operare per saldarvi quei soggetti espulsi dalla grande fabbrica e consegnati alla precarizzazione, con la nuova generazione di operai che si affaccia oggi nella piccola e media impresa (i nuovi produttori). E, ancora, saldarli con i soggetti che, sempre oggi (ed è la novità tanto attesa), criticano l’attuale modello di consumi e si battono per difendere l’ambiente, e si battono per altri consumi e un diverso uso della terra, dell’acqua, delle materie prime.
È, appunto, un movimento interessantissimo, quello in campo da Seattle in poi, nel quale il Partito Comunista deve essere, a un tempo, protagonista e interlocutore.
Ma il Partito dovrebbe, nello stesso movimento, orientare e i nuovi produttori e i nuovi critici del modello dei consumi, verso lo stesso fine: la lotta antagonista al mercato e ai mercanti per trasformare una economia, una società, un paese. Orientarli al salto oltre l’anti-neoliberismo, da considerarsi piattaforma primaria ma insufficiente ai fini della trasformazione. È, questa, la profondità che deve assumere una strategia che, per affermarsi, richiede di essere sostenuta da una battaglia culturale per l’egemonia. Sarebbe il “guardare lontano” partendo dai problemi vicini. Ma, definito il fine, si impone un ragionamento sui mezzi e sulle tappe per avvicinarlo. Prima tappa è la crescita del movimento. E va bene, ma il movimento forse non cresce inseguendo solo i grandi appuntamenti segnati sull’agenda dei grandi mercanti – forza e limite della prima fase del la crescita del movimento (da Seattle in poi) – ma cresce, solo, se incrocia e si intreccia con la lotta del movimento operaio. E la ingloba. A Genova l’incontro si è registrato, per merito grande della FIOM-CGIL (ma, allora, gli operai industriali esistono ancora!). La verifica dello stato di avanzamento dell’intreccio lavoro-movimento oggi è assegnata a Porto Alegre e, in Italia, agli scioperi sindacali annunciati, che valorizzerei, anche quando sono limitati. Ma c’è una tappa, che finora si evita di dichiarare: è la tappa dello sbocco politico del movimento. Diventa invece indispensabile almeno parlarne e, almeno parlarne nel Partito, in quanto, pur se questo sbocco non è all’ordine del giorno, ebbene, quanti sostengono una opzione diversa rispetto a quella, qui dichiarata in premessa, della ricomposizione in classe di un nuovo proletariato orientata dal Partito Comunista, affermano di converso una loro ipotesi di sbocco politico, in cui però può non esserci il Partito. Lo si sappia. Non si banalizzi né si eviti la questione. Bisogna perciò aver consapevolezza piena del carattere dell’opzione alternativa a quella della ricomposizione e ragionarci. Ma analizziamola bene questa seconda opzione. E poi scegliamo. Anche il Partito, lo ripetiamo, deve scegliere.

2. L’opzione strategica alternativa: l’esodo dal capitale verso un reticolo auto-organizzato, “fuori e contro il capitale”

Il carattere dell’opzione strategica alternativa a quella della ricomposizione della classe è, anticipiamolo, la “valorizzazione della sua scomposizione”. Deve essere detto chiaramente. Questa opzione nasce dallo stesso presupposto della prima (la trasformazione del modo di produzione capitalistico ecc.) ma arriva a quelle conseguenze sulle quali anche Marco Revelli sviluppa le sue analisi: sono saltati, in ragione del presupposto, i fondamenti del compromesso capitale/lavoro e i sistemi sociali che ne derivavano; inoltre, lo Stato Nazionale, con la globalizzazione, viene assolutamente svuotato di prerogative. Presupposto e conseguenze trascinano in sé quegli effetti che poi preparano l’opzione strategica successiva, e che sono: il crollo dell’asse fabbrica-Stato (entrambi sarebbero esauriti), e il crollo dei Partiti e dei Sindacati funzionali all’asse fabbrica-Stato. Insomma, ”le vecchie identità politiche e le vecchie formule organizzative sarebbero andate in frantumi”: via lo Stato Nazione, via la fabbrica, via il Partito! Ma, domandiamoci, è proprio così? È proprio scomparso lo Stato Nazione che sta all’origine di tutti i crolli successivi? Vediamolo, argomentando pur sommariamente. Solo Kenichi Ohmae è così perentorio (ma lui è un profeta a libro paga dei grandi mercanti del primo Stato Nazione, gli USA) quando afferma che “il potere sull’attività economica migrerà inevitabilmente dai Governi centrali degli Stati Nazione alla rete senza confini formata dalle innumerevoli decisioni individuali…”1 Ancora, sarà proprio così? Lo fosse, avrebbe allora ragione, con Ohmae, anche l’Umberto Bossi che sostiene, ora in verità un po’ meno, la secessione (dagli Stati Nazione) degli Stati Regione? Affidiamo la risposta a questa tesi, che è la chiave di volta dell’opzione, nientemeno che a Marcos, (potremmo farlo con Hobsbawm o anche Arrighi) il quale, di converso, dopo aver rilevato come il capitalismo internazionale dopo la sconfitta (e non l’implosione, egli fa rilevare) dell’Unione Sovietica, stia muovendo all’attacco dei mercati nazionali, afferma che “il recupero e la difesa delle sovranità nazionali sia parte di una rivoluzione antineoliberista…. (da cui, n.d.r.) è necessaria la difesa dello Stato Nazione a fronte della globalizzazione”.2 In tutta modestia ci si può trovare d’accordo. Oltretutto, considerare già crollato lo Stato Nazione e, quindi, superfluo allestirne la difesa (certo per trasformarlo), è da vedersi quale cedimento a fronte della pervasività del capitale guidato, appunto, dal primo Stato Nazione, gli USA. Sarebbe la resa. La sconfitta permanente. Con le conseguenze che questa resa comporta, e che Stefano G. Azzarà, che non sposa certo la tesi di Ohmae, descrive efficacemente rilevando come (con la presunta liquidazione dello Stato Nazione) non avrebbe più senso per i ceti subalterni nemmeno “organizzarsi nella forma di un partito politico che punti a conquistare il potere e la direzione delle istituzioni, per instaurare il proprio dominio e tentare da qui di costruire rapporti sociali egualitari ed edificare una forma di produzione post capitalistica.”3
Ma procediamo nella critica – che non è fine a sé stessa in quanto, se invece quella tesi fosse fondata, sarebbe superflua anche la successiva ricerca della ricomposizione in blocco dei soggetti dispersi – ma se lo Stato è vuoto simulacro, se la fabbrica non c’è, se il Partito (che partendo da un qualcosa che non c’è più, voglia conquistare un altro qualcosa che più non c’è) è inutile, a fronte di questo cumulo immane di detriti, che c’è da fare? La lotta di classe forse e, quindi (come dice la prima opzione strategica), ricomporre una classe dispersa e, come Partito, farla crescere nel capitale per rovesciarlo? Giammai, perché semplicemente è impossibile, sostengono i fautori della seconda opzione, e aggiungono, e questo è il cuore della proposta alternativa: dobbiamo invece prendere atto della scomposizione della classe e, anzi, valorizzarla, operando per una secessione sociale dal capitale, costruendo una rete globale fuori mercato a partire da isole di autonomia e auto-organizzazione in cui il modello dei centri sociali sarebbe il parametro. Che dire? Siamo, con questa opzione, posti in pratica dinnanzi alla descrizione di un miraggio, come argomenteremo in seguito. Alle spalle le macerie, davanti un miraggio. Non saremmo proprio ben messi. Se non che i fatti ci dicono altro. Opportuno è perciò un supplemento di analisi, perché questa ipotesi è, insieme, un miraggio e un pericolo.

3. Nella rete, che catturerà poco, ci possono però cadere Marx, Lenin, Gramsci (e il Partito)

Prima di tutto facciamo sintesi. Nell’opzione alternativa, lo ripetiamo, non si tratterebbe più di ricomporre i soggetti di una classe operaia oggi scomposta e, dentro il capitale, proporci di far saltare, attraverso la sua crescita, i rapporti di produzione per conquistare lo Stato – che, non essendoci, non sarebbe conquistabile – ma, si tratterebbe, di costruire “il nostro mondo fuori e contro il capitale”. Il progetto sarebbe quindi, l’esodo dal capitale verso il reticolo auto-organizzato. Cosa non quadra in questa tesi che però, nel movimento, ha molti sostenitori, in verità poco contrastati?
Vediamolo. Gli Stati Nazione, pur scossi dalla globalizzazione, restano e gli USA cercano, precettandoli con la guerra, di assoggettarli. Ma riusciranno, gli USA, a piegare gli Stati Nazione Russia, India, Cina o anche Francia? Pare proprio di no. E le fabbriche dissolte?
Restano ancora le fabbriche che, anzi, si moltiplicano nel Sud del mondo con connotati tuttora fordisti, e resta, pur ridotto e mutato, il lavoro industriale nel Nord del mondo (insomma, c’era o non c’era questa FIOM a Genova? Esiste o non esiste la lotta dei metalmeccanici?). e restano gli operai delle fabbriche industriali piccole e medie. La classe operaia è tuttora socialmente centrale. E, infine, domandiamoci cosa sia, per davvero, una rete globale fuori mercato, aldilà degli interessanti ma circoscritti episodi, animati in particolare dalla rete di Lilliput in Italia, ma che è già azzardo definire anticapitalista, episodi che, in ogni caso non modificano i connotati dell’attuale economia? Episodi, purtuttavia, da non sottovalutare, particolarmente in altri paesi quando essi assumono il connotato di veri e propri processi, come quello in corso in Brasile con il movimento dei SEM TERRA, ma che in Italia non hanno questo spessore. C’è però, sempre nella stessa opzione, un passaggio concreto e insidioso: è il passaggio della rimozione dei caratteri del Partito Comunista. L’opzione se fa apparire qualcosa che non c’è (il crollo dello Stato, il crollo delle fabbriche, il fiorire impetuoso dell’altro mercato), ci chiede di abbattere in compenso un qualcosa che invece c’è: il Partito, inadeguato ma c’è, e il marxismo che lo origina. Bisogna dirlo chiaro. L’opzione non chiede, tanto, di cancellare Stalin, Lenin, Togliatti (e, in verità chiede di azzerare anche lo stesso Keynes, ritenuto obsoleto), ma anche il Gramsci che, non a caso, viene usato solo per le “casematte”, elevate a simbolo delle isole di autonomia. Essa (l’opzione alternativa, pur non dichiarandolo frontalmente) chiede soprattutto di abbattere il pilastro fondante del pensiero di Marx: quello del capitale che, nel suo sviluppo, alimenta al suo interno lo sviluppo stesso del soggetto che lo affosserà, la classe operaia. L’opzione, non ci stanchiamo di ripeterlo, adotta quello schema: non esiste lo Stato, non esiste la fabbrica, non esiste la classe operaia, non esiste il Partito; dobbiamo batterci contro la malvagità del Moloch del capitale transnazionale fattosi impero, costruendo una rete di alternativa, economica e sociale, autogestita. Suggestivo ma impraticabile, prima ancora che sbagliato. Questo è ancora il pericolo che si cela nel miraggio, detto in metafora, il pericolo: che esca di scena Antonio Gramsci e vi subentri Antonio Negri. E questa opzione se non contrastata, può diventare progetto politico che liquida il Partito. Se non c’è questa consapevolezza di rischio, dovremo fare i conti con due effetti: il maggiore è il ripiegamento dei comunisti su sé stessi (“compagni che si fa: si organizza un concerto al tale centro sociale, si apre una bottega di verdura detransgenica, si va a casa?”), il minore è che, in Italia, Berlusconi starà al Governo dello Stato per decenni e decenni. Ma, consoliamoci compagni, lo Stato non c’è. Non sono belle prospettive. Bisogna dare battaglia cari compagni. Anche, e soprattutto nel movimento, perché in quella formulazione che tutti stiamo utilizzando “un altro mondo è possibile”, oggi convivono proprio quelle due opzioni e, la seconda, quella sbagliata, ha un suo fascino. E lo ha, il suo fascino e va riconosciuto, in quanto essa è portatrice di un’idea che penetra come lama nel burro nel corpo di una spaventosa desertificazione ideologica che ha reso le generazioni, che oggi si affacciano generosamente al conflitto, orfane di valori e di idee guida. Esposte agli abbagli, senza più una scuola in cui, esse, ritrovando identità solidale, studiavano e sperimentavano la lotta di classe: la scuola, anzi l’Università proletaria, della grande fabbrica. Si tratta di provare a ripartire, per ricomporre laddove il capitale ha lacerato. Aderire di converso alla scomposizione sarebbe un ritorno al premarxismo, primitivo e mutualista. Sarebbe la riscoperta del cooperativismo di Proudhon già tentata da Craxi. Ci si ritaglierebbe, in questo caso, spazio dentro l’antro del Ciclope che ha vinto, senza proporci di uscire dall’antro. E il Ciclope che ha vinto, gli spazi li potrebbe anche concedere. Insomma, il reticolo di un “altro mercato” può essere tranquillamente metabolizzato da “questo mercato” (anche attraverso l’imbroglio del presunto contropotere del no profit).
Del resto, questa questione del non mettere in discussione il mercato dal “di dentro”, è anticipata, ma da tempo, anche in settori di quella sinistra moderata in cui molti pensano “che occorra partire da una critica della critica marxiana e che anche la filosofia sociale di Keynes sia troppo radicale e dunque politicamente impraticabile e che il Dio che ci salverà è il mercato”.4 Cancellare Marx, ecco allora il punto di convergenza di certa sinistra movimentista e di certa pseudo sinistra moderata. La nostra è, sia, un’altra scelta, precisa: si tratta di uscire dai “balbettii delle grandi forze politiche antagonistiche e riformiste che appaiono sempre più incapaci di dare un senso all’oscura fase storica che stiamo attraversando”.5 Dare un senso, appunto. Una prospettiva.

4. E se provassimo a guardare lontano? Quale economia e quale lavoro per quali soggetti.

Nel campo dell’altra scelta, la ricomposizione in blocco dei soggetti dispersi, possiamo guardare, in Italia oggi, a una interessante ripresa del conflitto sociale che incrina la prassi concertativa in atto da anni e anni. Intendiamoci, non siamo, per ora, a lotte tali da scuotere il profitto di “lor signori”. Ma siamo a segnali interessanti che offrono la precondizione di quella ricomposizione: già tra i soggetti che, a valle, si battono per un “altro consumo”, e i soggetti che, a monte, ricominciano a battersi per la loro dignità, il salario, un “altro lavoro” e potrebbero, domani, battersi per “altri prodotti”. Altri prodotti per altri consumi. Si riscopre, e si rinnova, il Gramsci di “Americanismo e fordismo”. La prova della ricomposizione, lo ripetiamo, sarà a Porto Alegre e con lo sciopero generale contro il Governo delle destre. Sarà in quei momenti che andrà fatta anche la prova della prevalenza dell’una opzione strategica sull’altra (ricomposizione “dentro e contro” il capitale o valorizzazione della scomposizione ai fini del reticolo “fuori e contro” il capitale). E i comunisti non possono sottrarsi alla prova o, semplicemente, aspettare. Devono arrivarci con un progetto. Questo ci si aspetta, almeno dal 5° Congresso di Rifondazione. “…Pensiamo a un programma basilare della sinistra. Facciamo un lavoro per raccogliere le sensibilità antiliberiste…se fossi in Rifondazione farei questo.”6 Così Rossana Rossanda e a ragione. Va data ossia una profondità alla ripresa della lotta – il programma basilare – proprio per farla crescere, come è necessario cresca, anche per contrastare i tratti del modello di società americanizzata che questo Governo persegue, coltivando anch’esso le diseguaglianze “considerate una spinta all’impegno e uno stimolo al miglioramento individuale”.7 Attenzione però: se si compone la valorizzazione della scomposizione, come si agita in settori del movimento, con la valorizzazione delle diseguaglianze, come si sostiene a destra, si prefigura la sconfitta di lungo periodo. Saremmo all’adattamento senza sbocchi alla sconfitta, alla negazione anche dell’orizzonte. Necessario invece riprendere idee forti a sostegno della ricomposizione e contro le diseguaglianze. E riprendere a ritessere la tela. Con idee, tenacia, passione. E con la lotta concreta ed ideale. E, nelle idee, quale economia e quale lavoro?
Andiamo di seguito ad allineare solo spunti, che affrontiamo con tre quesiti retorici:
a) È da vent’anni che l’Italia industriale si è arresa. Restano solo isole industriali. Non è possibile recuperare tratti di grande industria tali da salvaguardare un livello minimo di autonomia di un Paese già penalizzato dalla mancanza di materie prime energetiche?
b) È da almeno un decennio che, ancora il nostro Paese, compete con altre economie, ma solo sul prezzo e non sulla qualità. “Ci siamo adattati a fare sedie, carte e stracci eleganti, rinunciando alla chimica, all’elettronica, all’aeronautica e oggi persino all’auto. Ora siamo arrivati al punto di non ritorno”.8 La competizione resta sul prezzo, ma è competizione ad alto rischio. “…l’Italia si è andata a collocare ai margini del sistema economico europeo per quanto riguarda la qualità e la capacità di creare sviluppo e occupazione”.9 Per questa ragione, domandiamoci, non è il momento di rivendicare i tratti dell’altra economia?
c) È ancora da vent’anni che si enfatizza il terziario ed è, da qualche anno, che si fa vera e propria apologia della new economy. Ma non si è mai pensato che un terziario, o una new economy di qualità, esigano, alle spalle, un secondario industriale (e, quindi, una old economy) di alto livello? “È l’industria che produce lo sviluppo di servizi, è la grande industria che decide la politica di mercato”.10
Ci vuole insomma un progetto di economia futura al quale collegare il futuro dei soggetti da ricomporre nel presente. Non è possibile lasciar fare al mercato, sia a destra che a sinistra. Non si tratta, chiariamo, di pianificare un’economia (così si tranquillizzano gli antisovietici di destra e di sinistra) ma, almeno, di introdurre dei parametri come, con il “Piano del Lavoro”, fece la CGIL di Giuseppe di Vittorio. E, un piano, come insegnava Riccardo Lombardi, si fa sempre contro qualcuno. Un piano non è un documento ma è una piattaforma di lotta.
È, ora come allora, solo il piano che parla di sistemi sociali, di depauperamento dei ceti medi, di casa, di salario, di disoccupazione. È il piano che parla ai figli. “La sinistra non riesce neanche a pensare al futuro delle nuove generazioni. I figli degli operai e dei lavoratori dipendenti, ma anche quelli di parte non trascurabile del ceto medio, tirano oggi a campare compensando il loro reddito con quello delle loro famiglie, cioè con i soldi derivanti dai salari e dalla conquiste sociali delle generazioni precedenti. Ma questa situazione non durerà a lungo”.11 È, ora come allora, il piano che può fare da sfondo anche al servizio di riproduzione e, quindi, a scuola e Università, ricerca e formazione.
Senza un piano non c’è che il mercato, che non è disturbato dall’”altro mercato”, che, anzi, gli può tornare utile. La piazza è allora importante ma, in essa, deve apparire il pensiero forte della trasformazione. Per una pratica in grande della stessa. C’è coscienza di tutto ciò? E c’è coscienza del fatto che, senza idee e senza risultati, le nuove generazioni possono essere fagocitate da “arruffapopoli” di dubbia provenienza? E siamo al cuore della prima opzione: il blocco sociale motore della trasformazione. E i soggetti che lo compongono.

5. I soggetti di un nuovo proletariato da comporre in un blocco sociale

Su quali soggetti, su quali figure, investire con un pensiero e una pratica forte, per provare a trasformare questa società? Utilizziamo un campione d’inchiesta, pur circoscritto ma generalizzabile: un’area metropolitana.
Ricercando nella stessa i soggetti di un proletariato oggi scomposto e da ricomporre, e già verificando nell’analisi, se corretta, la fattibilità dell’una o dell’altra delle opzioni strategiche annunciate. Una prima registrazione sul campione dato: nell’area è modificato fortemente sia il lavoro dipendente che quello autonomo e, inoltre, questi due “insiemi” non sono nemmeno omogenei al loro interno. Analizziamoli sommariamente. Non si può che partire dall’analisi.
a) Nell’insieme del lavoro autonomo – tralasciando in esso il nocciolo dei soggetti fortissimi e ad alto reddito (i superconsulenti e i grandi professionisti ad esempio) – consideriamo tre blocchi noti, meno nota è, appunto, la loro evoluzione interna, e, trascurata, la novità assoluta di un quarto blocco:
– Il blocco del lavoro sommerso, che è blocco popolatissimo e, oggi, stabile.
– Il blocco, invece in crescita esplosiva, dei lavoratori a partita IVA, nel quale blocco appaiono, e sono registrate alle Camere di Commercio, le microimprese degli immigrati (7000 microimprese, di questo tipo, registrate solo a Milano, ad esempio).
– Il blocco, questo in caduta verticale, degli artigiani e dei piccoli commercianti. Soggetti che si sentono spinti fuori dai caratteri americani della città che avanza (gli ipermercati e lo spopolamento dei quartieri), e vi reagiscono con forme di rancore che poi si depositano nel voto a destra. È dai tempi di Togliatti (“Ceti medi ed Emilia rossa”, qualcuno lo ricorderà?) che non se ne parla a sinistra. Ragioniamoci, almeno.
– E, infine, la novità di un quarto blocco, la novità assoluta, popolato soprattutto da soggetti giovani e acculturati. È il blocco che anima la new economy, i venditori a cottimo di prodotti fabbricati altrove (in altre regioni, paesi, continenti) e che hanno un rapporto di lavoro analogo a quanti operano a partita IVA, pur operando, questi soggetti, gomito a gomito nello stesso luogo: il call-center. Diffusissimo, nelle grandi città. L’un con l’altro in competizione, in un’organizzazione del lavoro a segmentazione tayloristica spinta, in cui riappare il vecchio “marcatempo” in versione moderna.
Tiriamo due righe di conto su questo primo campione, che il sociologo Aldo Bonomi definisce di “nomadi multiattivi”. C’è un segnale del limite che ci viene inviato da costoro. Segnale forte, perché, per antica consuetudine, noi possediamo il solo linguaggio della collettività ma, a questo insieme di soggetti, che sono, si badi, la metà della forza lavoro, nel campione e in Italia, quel messaggio non può arrivare. Proviamo a dire che se, un tempo, la dimensione collettiva era contenuta dentro le mura dell’impresa ora, con il crollo di quelle mura e la dispersione di quel popolo, si presenta – andiamo a sostenerlo sempre al fine di un processo di ricomposizione – l’assoluta necessità di rendere disponibile “fuori” (certo in parte) quel che era disponibile “dentro”. Rendere perciò disponibile, offrire: conoscenze, saperi, formazione; uno Statuto dei diritti; servizi; accesso al credito. Rendere insomma disponibile (il termine si presta a malintesi) un “capitale sociale”. È il denominatore degli interessi collettivi, pur in un insieme così polverizzato di individualità. Questa è la metà che ci parla del nostro limite e può essere indifferente al movimento come lo è nei confronti del Partito, se Partito e movimento non si interessano (come non si stanno interessando).
b) Poi c’è l’altra metà, quella del lavoro dipendente. Anch’esso composito. In esso resta, il lavoro industriale frantumato in medie e piccole imprese, ma è ricattato sul costo del lavoro che, altrove nel pianeta, è 10/20 volte inferiore. Ma questo lavoro va difeso, recuperato, soprattutto il lavoro che consente la competizione di qualità. Restano i servizi – trasporti, sanità, scuola, energia – con i tanti soggetti che li animano: dal tramviere all’infermiere, dall’insegnante al gasista. E i luoghi dei servizi sono oggi (la terminologia è forzata) le nuove grandi fabbriche. E resta la distribuzione commerciale. Nell’insieme, restano così lavoratori che, è vero, possono essere anch’essi ricattati – e lo sono, in effetti, con le privatizzazioni e le esternalizzazioni – ma possono esserlo sino ad una soglia assolutamente non valicabile: il servizio non può essere spostato in Brasile o in Romania. E il servizio è una realtà assolutamente strategica per una politica di classe. Il servizio è la realtà in cui il lavoratore, con i suoi diritti, incrocia il cittadino con i suoi bisogni. Ecco allora un secondo livello di sintesi che si situa, versante esterno, nel dare rinnovata priorità alla lotta contro le privatizzazioni, le esternalizzazioni, gli aumenti delle tariffe, per la qualità del servizio e contro l’affarismo dilagante del cosiddetto “privato sociale”. E, versante interno, si situa nel rivendicare: l’indicizzazione del salario, il lavoro a tempo indeterminato, un piano di piena occupazione, un piano di innovazione di prodotto (sia nell’industria che nei servizi) e, forse oggi più importante, un piano di formazione. “Nell’impresa come nella scuola, il lavoratore deve essere messo in grado di ragionare oltre che dei tempi brevi del mercato, anche dei tempi lunghi, per poter progettare il futuro”.12

6. I nostri compiti

Si situa in questo contesto (pur così grossolanamente disegnato) il nostro compito. Dovessimo appunto correlare le figure dei lavoratori dei servizi, che parlano tuttora il linguaggio della collettività, prima di tutto con il cittadino – utente, ammalato, studente o insegnante – e, poi, con i lavoratori dell’arcipelago del lavoro autonomo, e, infine, con i lavoratori industriali che possono diventare i protagonisti di una stagione di innovazione di prodotto, guardate che per davvero può prendere forma l’idea di un “nuovo proletariato” che, dentro e fuori i luoghi di produzione e del sapere, si batta per sé e per trasformare una città, un paese, il mondo. Il blocco sociale che lotta per la trasformazione è allora, perlomeno, annunciato e può assumere un connotato, questo sì originale, se, nel blocco, si accostano in uno sforzo comune, quanti criticano l’attuale modello di consumi e di società e si battono, lo andiamo a ripetere, per la difesa dell’ambiente e per altri consumi e per un diverso uso della terra, dell’acqua e delle materie prime. Dopo almeno quindici, vent’anni, appare una luce in fondo al tunnel. Inseguiamola. È lo sbocco concreto, non è un miraggio. Che fare subito?
È vero, esistono allora due strategie a sinistra, nella sinistra contraria al neoliberismo (e abbiamo sempre trascurato la strategia di quanti cercano, nel mercato, di solo smussare gli spigoli più vivi, dalla Bolognina all’ultimo Congresso di Pesaro dei DS) ma, nell’immediato, le due strategie possono anche convivere. Nell’immediato però. Possono stare insieme: stare insieme quanti nel movimento (e anche nel Partito) sostengono la rete delle isole di auto-organizzazione, ma ci dovranno pur spiegare, nei fatti, come la frammentazione dei soggetti possa essere funzionale al cambiamento e ci dovranno spiegare come respingere le lusinghe del no-profit e delle sue strutture (a partire dalla Compagnia delle Opere); stare insieme con quanti nel Partito (e forse, nel movimento) conducono la battaglia della ricomposizione, dentro il capitale, ma per rovesciarlo. Seguiamo con attenzione le mosse dei primi, ma sentiamoci con i secondi e, ancora, con Marx, Lenin, Gramsci. Conclusione: il Partito senza movimento non va da nessuna parte, ma anche un movimento senza Partito non gira l’angolo.

Note

1 Kenichi Ohmae: La fine dello Stato Nazione. L’emergere delle economie regionali.
2 Marcos: La Quarta guerra mondiale è cominciata.
3 Stefano G. Azzarà: Globalizzazione e imperialismo.
4 Giorgio Lughini: L’età dello spreco
5 Giovanni Mazzetti: Rassegna Sindacale – E se il Congresso non dovesse essere all’altezza.
6 Rossana Rossanda: Intervista su Liberazione del 30/7/2000
7 Augusto Graziani: Intervista a Liberazione del 27/12/2001
8 Marcello De Cecco: L’economia di Lucignolo
9 Riccardo Bellofiore: Intervista all’Unità
10 Gianmario Cazzaniga: Attualità del Marxismo
11 Fulvio Perini: Ritorno al salario – Manifesto del 4/3/1999
12 Maurizio Zipponi: Intervista a Liberazione del 5/5/2000