È scomparso il compagno giusto nel momento sbagliato Addio a Claudio Sabattini

Il mio primo incontro con Claudio Sabattini risale alla fine degli anni ’70. Quelli che vengono ricordati come i 35 giorni della Fiat sono ancora da venire, non si è ancora consumata la sconfitta operaia degli anni ‘80, che dopo la marcia dei 40.000, sancì l’espulsione dalla fabbrica italiana per eccellenza di 24.000 lavoratori e segnò la fine della straordinaria esperienza dei consigli e della possibilità dei lavoratori di intervenire sui processi organizzativi della fabbrica.
Allora, giovane delegato sindacale della Olimpic di Paderno (fabbrica metalmeccanica dell’hinterland milanese) quasi per caso mi accade di partecipare a Torino ad una trattativa con la dirigenza Fiat.
Sabattini è il responsabile nazionale del coordinamento Fiat: ho sentito parlare di lui ma non ho mai avuto modo di vederlo in azione.
Ci riuniamo attorno ad in tavolo lunghissimo e ascoltiamo con attenzione i rappresentanti dell’azienda esporre le loro richieste. Quanto tocca a noi porre domande ed esprimere il nostro punto di vista il capo della delegazione aziendale esce dalla sala. Sabattini mette in fila una serie di domande. Al termine del suo intento il “signor Fiat” rientra in sala e risponde, come fosse stato presente, ai nostri quesiti. Claudio Sabattini lo interrompe: “Non sapevo che tra i tanti brutti vizi voi aveste anche quello di origliare dalle porte”. La trattativa si interrompe.
Avevo 26 anni all’epoca e ricordo di aver pensato: “bravo questo che risponde con dignità ai padroni”.
Poco dopo inizia la resistenza operaia ed io, responsabile di zona della Fiom di Milano, vado a Torino e partecipo convinto ai presidi davanti ai cancelli di Mirafiori.
Mi pareva una lotta giusta, quella. Eppure, nel 1981 al Palalido di Milano si tiene un congresso della Fiom che saluta Claudio Sabattini, caprio espiatorio della sconfitta che si era consumata.
Rivedo Sabattini alla fine degli anni ’80 in occasione di un corso di formazione della Fiom nazionale sulle innovazioni tecnologiche. Interviene, allora, per illustrare il “Progetto Saturno”, una sorta di ode alla codeterminazione, alla cogestione, e chi più ne ha più ne metta.
La persona che ho di fronte è lontana mille miglia da quella che aveva osato sfidare Fiat con una battuta non tanto tempo prima.
Il contrasto tra il Sabattini che ho di fronte e quello che ricordo è scioccante.
Durante la pausa pranzo mi si avvicina e mi interroga sui paesi dell’Est (evidentemente gli ero stato dipinto come “filosovietico”); rispondo alla provocazione con un’altra provocazione e, ritornando al progetto Saturno, cito Lenin: “Ti pare che il sindacato di cui sei il portavoce possa essere una scuola di comunismo? A me pare piuttosto un sindacato piegato e omologato al modello americano”. Se ne va, senza aggiungere una parola.
Nel 1994 viene eletto segretario della Fiom ed a Maratea del 1995, schiera l’intera organizzazione su una linea che condivido: ritornavano finalmente parole come autonomia, democrazia, valore del lavoro operaio. Eppure di lui non mi fido. Detto questo riconosco che quello che sta esponendo è un progetto sindacale di grande valore, poggiato su un’analisi che va ben oltre i confini nazionali.
Mi chiede cosa ne penso. Rispondo un’altra volta con una domanda: “Fino a dove vuoi portare questo progetto, in un contesto in cui la Cgil è schierata su una linea antitetica a quella che proponi?”. Risposta: “Io ci provo, sapendo che entrare in rotta di collisione definitiva con la confederazione è controproducente”. Non mi convince.
Nel 1996 si tiene il Congresso nazionale della Cgil. La maggioranza della Fiom si presenta con un documento che si richiama a ciò che stato discusso ed approfondito a Maratea. Di fatto, l’assise del ’96 si svolge sulla base di tre documenti: quello della maggioranza Cgil, quello della costituita minoranza (Alternativa Sindacale), quello della Fiom.
In quell’occasione Sabattini riconduce la Fiom all’interno del documento della maggioranza Cgil: la capacità di analisi proiettata nel futuro rimane linea e prassi dei metalmeccanici ma non riesce a diventare patrimonio dell’intera Cgil.
Sabattini non molla, e nella Fiom diventa stringente, sulla base della sua analisi che ha anticipato di almeno cinque anni ciò che sarebbe accaduto in Italia e nel mondo, la riproposizione nell’ambito delle discussioni del Comitato Centrale una pratica sindacale quotidiana ben differente da quella cui eravamo abituati.
Siamo ai giorni nostri. All’arroganza del padronato, del Governo di centro destra, ed all’accondiscendenza delle organizzazioni sindacali metalmeccaniche che fanno capo a Cisl e Uil, la Fiom oppone un proprio, autonomo, progetto.
Nel luglio del 2001 viene siglato il primo di una lunga serie di accordi separati: la Fiom non sigla quell’intesa e chiama i lavoratori alla lotta.
Alla base di quella che viene definita la “rottura sindacale” c’è il veto al voto democratico dei lavoratori sugli accordi che li riguardano imposto da Fim e Uilm.
Il 16 novembre, Claudio Sabattini interviene davanti ad una Piazza San Giovanni gremita di lavoratori ponendo al centro della pratica sindacale la questione della democrazia: è il primo tassello di una battaglia vera.
Sabattini, non contraddicendo l’analisi contenuta nell’elaborazione di Maratea, costruisce un rapporto immediato e sincero con le ragazze ed i ragazzi portatori della parola d’ordine “un altro mondo è possibile”.
Così, mentre la Cgil e la sinistra politica moderata nicchiano ci ritroviamo con la nostra storia a Genova, il 21 luglio del 2001. Così, per primi, ci schieriamo contro la guerra in Afganistan, senza se e senza ma.
Così, nei luoghi di lavoro continua con coerenza la lotta contro la precarietà, per un salario equo e per i diritti.
Questo è il risultato di una battaglia condotta in prima linea dalla Fiom che ha spostato gli stessi orientamenti della Cgil.
Nel febbraio del 2002 la Cgil tiene il suo congresso nazionale: dalla relazione di Sergio Cofferati alle sue conclusioni c’è un abisso. Cosa è successo in quelle 24 ore? Un intervento spezzante del segretario nazionale della Cisl che rivendica punto per punto l’accordo separato siglato con il Governo ed uno straordinario discorso di Claudio Sabattini a nome di tutta la Fiom che sposta l’asse della discussione e riscrive le conclusione dell’assise.
Quando Sergio Cofferati, dopo tanta reticenza, alla fine nomina lo sciopero generale per la tutela dei diritti dando ragione alla Fiom ed alle scelte che l’organizzazione dei metalmeccanici ha assunto in solitudine si pongono le basi per la grande manifestazione del 23 marzo al Circo Massimo.
A questo punto mi fido di Claudio Sabattini, ha superato “l’esame dei fatti”, ha avuto il coraggio di far seguire all’elaborazione la prassi, alle parole i fatti.
Così, nel giorno della sua scomparsa, io che spesso sono entrato in conflitto con lui, che non ho condiviso molte delle sue scelte pur apprezzando sempre l’originalità e la profondità delle sue riflessioni, mi sono ritrovato a pensare: ci ha lasciato l’uomo giusto nel momento sbagliato.
Un uomo che, pur nelle sue contraddizioni, nelle asprezze del suo carattere, ha ridato dignità alla Fiom, orgoglio di appartenenza ai suoi iscritti ed al suo quadro dirigente, ed ha restituito la fiducia nell’azione collettiva all’insieme dei lavoratori metalmeccanici prospettando loro una strada irta di ostacoli ma alternativa al silenzio ed all’apatia cui molti li vorrebbero relegare.
Così io, che non ho mai mancato di criticarlo quando non mi sono trovato d’accordo con lui vorrei salutare Claudio Sabbatini con queste parole: mi hai insegnato che è importante provare, soprattutto quando le condizioni sono avverse.