È POCO ROSSA LA COSA PER NOI

Difesa della propria identità e critica al governo. Su questi due temi, strettamente intrecciati, si articolano i dubbi e le argomentazioni di chi critica la nascita della “sinistra”, che oggi ha il volto di una federazione, domani, forse, assumerà quello di un nuovo partito. Con una nuova carta di valori e, specialmente, fido alleato del Pd al governo. D’altronde anche un convinto sostenitore dell’unità come Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato, non nascondeva le difficoltà quando nella riunione della direzione nazionale di lunedì affermava che «se noi insistiamo sulla legge elettorale alla tedesca e poi Pdci e Verdi chiedono un altro modello, al centro c’è sempre il tema del governo: loro danno per scontato un accordo con Veltroni, noi rivendichiamo libertà di scelta». È quello che agita anche Ramon Mantovani, dissidente della maggioranza di Rifondazione, e fiero difensore dell’autonomia del partito: quello dei movimenti e delle lotte sociali, molto più che quello in doppiopetto. «Sono perplesso sull’unità perché rimane irrisolto il tema del governo. Penso che l’agire sociale sia l’unico modo per dare un futuro alla sinistra. Altri, invece, rimangono aggrappati a tutti i costi al potere. Ma non c’è unità senza principi e progetti», spiega Mantovani, uno degli 11 parlamentari che si è detto contrario a votare la fiducia dopo il voltafaccia del governo sul Welfare. Uno dei 500 militanti e dirigenti di Rifondazione che il 25 novembre, in un’affollata assemblea a Firenze, ha duramente criticato le scelte di Giordano. E che, rinviato il congresso, darà battaglia nella consultazione della base lanciata dal segretario del Prc.

«Sono» per l’uscita immediata dal governo, ci siamo stati fin troppo: abbiamo rotto il rapporto coi movimenti e logorato quello col nostro elettorato», afferma Leonardo Masella, capogruppo del Prc in Regione Emilia Romagna, dell’area dell’Ernesto. «Non parteciperò agli Stati generali – continua – perché credo a un’altra unità: quella del 20 ottobre. Quella di un milione di bandiere rosse con la falce e martello». Prc e Pdci, senza Verdi e Sinistra democratica, dunque. Masella non nasconde di vedere di buon occhio una «cosa rossissima», da contrapporre alla «cosa rosa». «Sd è come il vecchio Pds. Con loro possiamo dialogare, ma non unirci», aggiunge. L’esempio bolognese fa scuola. Nella città delle due torri, infatti, «la cosa rossa non c’è». Il Prc si è spaccato, e il segretario delle federazione Tiziano Loreti, in contrasto con la posizione della segreteria nazionale, ha tolto la fiducia a Cofferati. Mentre i rapporti con Sd, che continua a sostenere il sindaco, sono molto freddi. Dello stesso avviso l’altro duro e puro della sinistra, Marco Rizzo del Pdci: «Dove non ci sono i comunisti – dice -non esiste più la sinistra. L’elettorato di questa Cosa rossa è al 70 per cento comunista. Sarei favorevole all’unità della sinistra se fosse anticapitalista, e alternativa al Pd. Altrimenti servirà solo per qualche ricandidatura di ceto politico». Più articolata, invece, la posizione di un’altra area di Rifondazione, Essere comunisti, dura oppositrice di Bertinotti all’ultimo congresso, oggi prossima a rientrare in maggioranza. Dopo l’assicurazione di Giordano e Ferrero che Rifondazione non si scioglierà: «L’unità a sinistra è fondamentale, ma va intesa complessivamente. Unità e pluralità vanno insieme. E dunque l’autonomia e il rafforzamento di Rifondazione sono una condizione irrinunciabile alla crescita di tutta la sinistra», spiega il deputato Alberto Burgio. E sull’ipotesi delle liste comuni: «Se ne discuta caso per caso, a partire dalle decisioni dei gruppi dirigenti locali. Tenendo conto, però, che quando si sono fatti esperimenti del genere quasi sempre il risultato è stato inferiore alla somma delle singole componenti. Senza contare che un partito che non si presenta alle elezioni perde la sua autonomia. E rischia di sparire».