E ora bisogna meritarsi la vittoria

*Presidente Nazionale ARCI

Ci eravamo detti più volte che le elezioni del nove aprile sarebbero state decisive per il futuro della democrazia italiana, ma la conferma l’abbiamo avuta dalle vicende politiche di queste prime settimane della nuova legislatura, insieme alla consapevolezza che la partita non si è chiusa con l’affermazione del centrosinistra, e che all’Unione toccherà gestire una situazione molto delicata. Occorre anzitutto prendere atto dell’emergenza democratica rappresentata dal comportamento eversivo di un presidente del consiglio che disconosce il risultato di libere elezioni. Neppure la conferma dei dati da parte della Corte Costituzionale è bastata a far cessare la gazzarra scatenata da Berlusconi nel tentativo di rendere permanente lo scontro degli ultimi mesi, evocando brogli e irregolarità, diffondendo notizie palesemente false per agitare le acque, disorientare, delegittimare fin da ora il futuro governo. Le dichiarazioni di guerra nei confronti della nuova maggioranza e le parole di scherno per la democrazia pronunciate dagli esponenti della Casa delle Libertà non hanno altro scopo che quello di avvelenare il terreno su cui dovranno lavorare Romano Prodi e l’Unione. È gravissimo il fatto che questo disegno abbia potuto contare sulla complicità decisiva di televisioni e giornali. Invenzioni prive di alcun fondamento e interpretazioni faziose sono state accreditate al pari di verità oggettive, col risultato di produrre un pastone indigeribile in cui è vero tutto e l’opposto di tutto: una messa in mora della corretta informazione funzionale solo al disperato tentativo di Berlusconi di ribaltare il risultato o di ritardare il più possibile la nascita del nuovo governo. Un atteggiamento irresponsabile sul piano istituzionale, offensivo della maturità civile degli elettori di entrambi gli schieramenti che hanno partecipato numerosi al voto. Basta ripercorrere le vicende degli ultimi mesi: si è cambiata unilateralmente la legge elettorale alla vigilia del voto, con una prassi inusuale in un paese democratico; si è votato in un clima drogato dallo strapotere televisivo di Berlusconi, interrotto solo tardivamente dalla par condicio; infine, il premier, sfiduciato dall’esito del voto, si rifiuta di farsi da parte per difendere il suo interesse privato. Come non vedere il rischio che tutto ciò rappresenta per la reputazione internazionale del paese e per la sua tenuta democratica? Va ripristinato il diritto dei cittadini a una corretta informazione su cosa sta succedendo: la verità è che la destra ha perso, l’Unione ha vinto le elezioni e può legittimamente governare il paese. C’è stato un eccesso di prudenza nelle reazioni del centrosinistra di fronte alla deriva antidemocratica in corso e alla preoccupante instabilità politica e istituzionale di queste settimane. Sarebbe servita una maggiore incisività nel rispondere alle menzogne e alle accuse più indecenti mosse dalla destra, oltre che nel rivendicare l’urgenza di dare un governo legittimo al paese. Al tempo stesso, occorre riflettere seriamente sul fatto che la sconfitta della Casa delle libertà e la larga vittoria dell’Unione preannunciate da tutti i sondaggi non ci sono state. Il recupero di consensi da parte di Berlusconi alla vigilia del voto è stato poderoso, fino a sfiorare un clamoroso sorpasso. Alla rimonta del centrodestra hanno evidentemente contribuito l’esasperazione dei toni di una campagna elettorale condotta tutta all’attacco, la capacità di imporre sempre gli argomenti di discussione, l’uso costante e spudorato della falsificazione della realtà e di argomentazioni forsennatamente populiste. A questa offensiva di inaudita intensità, tesa a far leva sulle paure e gli egoismi, Romano Prodi ha contrapposto i toni pacati del buon senso e i temi di un programma corposo, frutto di serie mediazioni fra le diverse componenti dell’alleanza, senza però riuscire a suscitare la suggestione di un radicale cambio di prospettiva. L’Unione ha spesso vacillato di fronte alla violenza degli attacchi berlusconiani e alle accuse più demagogiche, come nell’occasione della polemica sul fisco, in cui la risposta da sinistra è stata debole e incerta. Bisognava essere meno evasivi e più netti nel chiarire che è giusto usare la leva fiscale per colpire gli interessi di pochi speculatori e migliorare le condizioni di vita di tanti onesti lavoratori. Mentre la campagna dell’Unione puntava sull’unità del paese, il bene comune e l’etica della vita civile, senza riuscire però a dare concretezza a questi concetti tanto giusti quanto astratti, la propaganda berlusconiana aveva facile presa sull’elettorato agitando il tema della difesa delle proprie tasche ed evocando la divisione del paese in nome degli egoismi corporativi. Nonostante tutto questo, e nonostante il vantaggio mediatico a disposizione di Berlusconi e le insidie di una legge elettorale fatta a sua misura, il centrosinistra è riuscito a prevalere, seppure di misura. Non dobbiamo sottovalutare la portata liberatoria di un esito che finalmente mette fine all’esperienza disastrosa del governo delle destre e apre la prospettiva del cambiamento. Ma non è neppure il caso di cantare troppo trionfalmente vittoria di fronte a un risultato indubbiamente inferiore alle aspettative. Così come sarebbe sbagliato cercare i motivi di una mancata affermazione più netta da parte dell’Unione affidandosi a semplificazioni rassicuranti in grado di soddisfare ugualmente tanto le letture più radicali quanto quelle più moderate. Sarebbe superficiale e autoconsolatorio chiamare in causa – a seconda dei casi – la scarsa attrattiva di un programma non sufficientemente coraggioso sul piano dell’alternativa antiliberista e dei diritti civili, oppure all’opposto l’eccessiva radicalità di posizioni e candidati che avrebbero impedito all’Unione di intercettare il voto dell’elettorato moderato. Dobbiamo evitare anche il rischio di cadere nella retorica del paese diviso a metà. La spaccatura dell’elettorato che emerge dal voto è un dato reale e importante, che non va sottovalutato ma neppure enfatizzato oltremisura. In realtà la polarizzazione attorno ai due schieramenti, che caratterizza il paese da ben più di un decennio, viene oggi esasperata soprattutto dagli effetti di una legge concepita in modo irresponsabile proprio per consegnare ai vincitori un parlamento ingestibile. Con regole diverse, in grado di garantire maggioranze più solide, il problema passerebbe in secondo piano, senza per questo mutare il dato di fatto della profonda divisione del paese. L’analisi da fare deve essere allora un po’ più attenta e coraggiosa, e partire dalla presa d’atto del crescente distacco della politica dal paese reale, della sua difficoltà a leggerne gli umori. Sarà bene riflettere seriamente sul travaglio della società italiana di fronte alle trasformazioni di questi anni, in cui la resistenza alle ingiustizie e agli squilibri provocati dalle politiche liberiste convive col senso di insicurezza, la paura del nuovo, la chiusura corporativa in difesa dei propri interessi. Queste contraddizioni pervadono la politica, senza emergere con chiarezza da un confronto imbrigliato nella palude delle menzogne e delle forzature ideologiche. La paura frena la spinta al cambiamento, impedisce al progetto di una reale alternativa di conquistare consensi anche in quelle aree sociali che maggiormente subiscono i danni di questo modello di società. Il berlusconismo non crolla sotto le macerie sociali che pure ha provocato perché l’ideologia del profitto, dell’interesse privato che prevarica il bene comune, è penetrata nel paese, contamina una parte della sinistra, produce l’egemonia culturale della destra su vasti strati popolari. La situazione è seria, sul piano economico, sociale, istituzionale. C’è bisogno che il governo Prodi si metta al più presto al lavoro per realizzare il suo programma con rigore e determinazione, senza compromessi. Servono scelte coraggiose per invertire una politica economica fallimentare, porre un freno al liberismo selvaggio, recuperare la capacità di governare le strategie di sviluppo economico subordinando la crescita all’interesse generale della società. Occorre una seria politica di redistribuzione delle ricchezze, con misure che agiscano sui redditi più bassi per porre rimedio a un’ingiustizia economica insostenibile per tanta parte della popolazione, recuperando risorse dalle oligarchie che in questi anni si sono arricchite all’ombra di leggi e misure fiscali compiacenti. Bisogna potenziare il sistema di welfare, articolando un sistema di servizi in grado di rispondere alla nuova complessità dei soggetti sociali e dei bisogni, rilanciare ed innovare la spesa pubblica sostenendone il costo con un’equa riforma fiscale che preveda misure adeguate di tassazione per le rendite e i grandi patrimoni. Il Paese ha bisogno di una decisa inversione di tendenza per ripristinare la laicità delle istituzioni, l’indipendenza della magistratura, la democrazia nell’informazione, le pari opportunità di accesso nel rapporto fra i cittadini e le istituzioni. Non sono rimandabili conquiste ormai mature nella coscienza civile e non ancora recepite dalla legge, come l’istituzione dei Pacs, la riforma della cittadinanza, il diritto di voto amministrativo per gli immigrati. Il nuovo governo deve rispettare gli impegni assunti in tema di politica estera, col ritiro immediato della missione in Iraq, ma anche con una profonda svolta della sua politica internazionale in direzione della pace e del dialogo fra i popoli. Quelle che il governo Prodi ha di fronte non sono scelte scontate, e richiederanno un confronto difficile anche fra le forze che lo sostengono. A partire dal merito delle questioni, e fuori da ogni logica di appartenenza, sarà determinante il contributo autonomo dei movimenti sociali. C’è il rischio che la ricchezza dei movimenti di questi anni si disperda, cedendo da un lato alla tentazione di acquiescenza passiva di fronte al governo amico, dall’altro a quella dell’opposizione “a prescindere” in nome di un radicalismo velleitario. In ambedue i casi, sarebbe un grave errore. È sbagliata l’idea che la mobilitazione sociale serva solo quando si deve dar forza all’opposizione e divenga un inutile intralcio quando si governa. È sbagliato anche rifugiarsi nel minoritarismo e non assumersi la responsabilità di incidere sul cambiamento possibile. La mobilitazione sociale è indispensabile proprio per garantire ad un progetto riformatore la spinta dal basso e orientarlo in direzione di obbiettivi condivisi e del rispetto degli impegni assunti. Per questo, mentre il governo Prodi avvierà il suo lavoro, è necessario che la mobilitazione sociale trovi un nuovo slancio, costruisca partecipazione e coinvolgimento, garantisca al governo il presidio democratico, lo stimolo critico indispensabili per realizzare il suo progetto riformatore. La divisione che attraversa la società italiana non si supera col politicismo di improbabili grandi intese, ma con ricette chiare per affrontare i problemi e con un lavoro lungo e paziente di promozione sociale e culturale, per ricostruire dal basso la comune cultura civile che può unire il paese. Serve uno sforzo poderoso, che chiama in causa le responsabilità dei partiti e di chi siede nelle istituzioni, dei movimenti e delle comunità locali, ciascuno col proprio ruolo. A cominciare dalla mobilitazione in difesa della Costituzione nata dalla Resistenza. C’è da difendere la democrazia, e il referendum costituzionale di giugno è il primo banco di prova della capacità di far convergere – nella nuova legislatura – l’iniziativa parlamentare e di governo con la mobilitazione popolare. Senza questa capacità non sarà possibile vincere la sfida difficile che ci aspetta. Sarebbe un errore gravissimo sottovalutare il referendum considerandolo già vinto, oppure cedere alla tentazione di evitarlo in nome di un’improbabile mediazione che facesse proprio della riforma costituzionale il terreno di incontro fra le “due Italie”. Quel che è certo è che la destra chiamerà il suo elettorato a raccolta per la rivincita sul 9 aprile, e che una sua eventuale vittoria renderebbe lo scioglimento delle camere inevitabile, perché l’Unione si troverebbe ad esprimere la maggioranza parlamentare ma ad aver perso il confronto decisivo sul futuro del paese. La riforma costituzionale è il vero coronamento del disegno eversivo di Berlusconi: la rottura dell’unità nazionale, lo sradicamento delle sue radici antifasciste, il presidenzialismo che vanifica il ruolo del parlamento, l’abiura dei principi ugualitari in nome dei valori liberisti. Quella riforma porta con sé scelte incompatibili con il progetto del centrosinistra, per questo non è emendabile e va semplicemente cancellata col voto popolare.