E’ ancora possibile la ricostruzione di un sindacato di classe?

Purtroppo siamo arrivati a porci questa domanda così carica di significato negativo non per puro esercizio teorico, ma perché all’orizzonte è sempre più difficile scorgere la possibilità di riuscire in questa impresa. I presupposti che ci portano ad una certa dose di pessimismo e scetticismo, sono sia di natura strutturale (la trasformazione del capitale e del mercato del lavoro), che di tipo sovrastrutturale (il controllo degli stati e della società attraverso i mass – media e lo sviluppo di massa dell’uso individualistico della computerizzazione, vedi internet). La globalizzazione dell’economia mondiale impone un modello di società dove la possibilità di creare grandi aggregazioni intorno ad una idea o a degli interessi collettivi più immediati e vicini diventa quasi impossibile.

L’offensiva capitalistica degli ultimi trent’anni ha generato in sterminate masse la falsa coscienza che vede venir meno la contraddizione capitale – lavoro, il cosiddetto pensiero unico che pervade anche la coscienza dei lavoratori e degli oppressi. In questo quadro ci dobbiamo porre alcune domande: è utile la ricostruzione di un sindacato di classe? E se è utile in quali forme? Quali sono i soggetti che devono ricostruirlo?

Il punto più alto, il sindacato di classe lo ha raggiunto negli anni settanta, dove il conflitto capitale – lavoro fu portato fuori dalla fabbrica e l’intero movimento sindacale era l’elemento propulsore e uno dei soggetti principali che lottavano per la trasformazione della società.

Dai primi anni ’80 ad oggi le centrali sindacali confederali si sono trasformate da soggetto artefice delle lotte per il cambiamento in senso progressivo della società, a garanti e mediatori in senso regressivo della ristrutturazione capitalistica. La ricostruzione di un sindacato democratico di massa e di classe deve essere perseguita come obiettivo prioritario da parte di una forza politica come Rifondazione comunista, che nell’antagonismo al capitalismo ha imperniato tutta la propria politica. La ricostruzione può ripartire solo dai luoghi di lavoro, questa si scontra con il potere di controllo da parte dei confederali e con il quadro legislativo notevolmente peggiorato negli ultimi dieci anni, sia per quanto riguarda gli organi di rappresentanza reale dei lavoratori che per il quadro normativo dei rapporti di lavoro e le nuove leggi anti sciopero, questo rende i lavoratori ingabbiati, ricattabili e quindi più deboli nelle loro capacità di lotta.

La strada che dobbiamo percorrere è obbligata, quando diciamo che si deve ripartire dai luoghi di lavoro, affermiamo la necessità che lo scontro capitale – lavoro ritorni nella sua sede naturale, e cioè dalla lotta sul salario e sui bisogni primari che i lavoratori sentono più vicini, quindi dalle problematiche delle singola categoria, azienda o settore, anche a rischio di cadere nel corporativismo. È chiaro che non bisogna limitarsi a questo, il collegamento con l’intero movimento del lavoro deve essere sempre presente, ma oggi che la prospettiva del cambiamento della società non è sentita dalla massa dei lavoratori, le uniche possibilità che abbiamo per risvegliare l’antagonismo sociale è quello di puntare sui bisogni immediati. Questo è quello che cerchiamo di fare nel nostro settore, il trasporto Aereo, dopo le lotte su temi più generali degli ultimi anni.

Il Sulta, Sindacato Unitario Lavoratori del Trasporto Aereo, nato nel 1992 come alternativa agli altri sindacati proprio sulla base di una politica antagonista sia sul piano dei temi generali a livello nazionale che su quello delle politiche del settore, oggi si trova a dover combattere azienda per azienda contro le societarizzazioni, lo spacchettamento delle società e la volontà padronale di affossare i contratti nazionali. La trincea di difesa in questi anni è sempre più arretrata. All’inizio era possibile mobilitare tutto il comparto contro le politiche internazionali e nazionali sul trasporto Aereo, oggi riusciamo a lottare adeguatamente all’interno di singole categorie solo sul contratto o problematiche specifiche del settore, o al massimo all’interno delle varie aziende contro il loro smembramento e per la difesa di normative e salari faticosamente conquistati negli anni passati. Il movimento antagonista nei luoghi di lavoro, oggi è riconducibile solo ad alcuni sindacati alternativi nati negli ultimi anni, i sindacati di base ed alcuni autonomi. Questi hanno cercato di contrastare come hanno potuto, la deriva concertativa e cogestrice del sindacato confederale, ma di fronte all’attacco così profondo del capitale, non sono riusciti a creare una alternativa credibile a livello nazionale. Invece di trovare strade che unificassero i percorsi delle varie esperienze, ognuno si è chiuso nel proprio particolare e nella difesa della propria sigla, cadendo in una sterile autoreferenzialità.

Nella Cgil la battaglia della sinistra è asfittica e perdente, in quanto rimane a livello di stati generali e non riesce a tradursi in movimenti di lotta reali che mettano in crisi la linea politica della maggioranza della confederazione. In questo quadro, è veramente difficile trovare il bandolo della matassa per la ricostruzione di un sindacato di classe. Comunque, il nostro compito è quello di fare proposte e di lottare per la riuscita di questo progetto. A mio avviso si può partire da quel che rimane dello stato sociale e da quei comparti vitali per la società, quali i servizi, i trasporti e tutti quei settori, dove oggi l’attacco del capitale si concentra ed è più forte, dove si vuole imporre la liberalizzazione totale con l’annullamento di qualsiasi ruolo dello stato nell’economia attraverso le privatizzazioni. Si deve partire da qui perché, oltre al fatto che alla base del nostro progetto alternativo di società c’è proprio la salvaguardia del ruolo dello stato in alcuni gangli vitali dell’economia, anche perché, questi sono i settori dove oggi si esprimono con più forza, movimenti alternativi e antagonisti reali, su cui investire e da cui partire per una inversione di tendenza. In questo percorso il Partito ha commesso alcuni errori o sottovalutazioni. Negli anni in cui eravamo determinanti per il governo Prodi, dovevamo strappare una legge giusta e democratica sulla rappresentanza sindacale, strumento vitale e indispensabile per qualsiasi progetto di ricostruzione di un sindacato di classe.

Oggi nel Trasporto Aereo come in tante altre realtà, ci troviamo a dover sottostare al ricatto delle aziende sulla firma dei contratti per poter avere il minimo di agibilità sindacale, senza la quale è impossibile solo pensare di fare sindacato e di avere credibilità da parte dei lavoratori. Il mio scetticismo parte proprio da qui, e cioè dalla impossibilità di costruire liberamente rappresentanze sindacali che esprimano il volere e i bisogni reali dei lavoratori. Lo sforzo maggiore del nostro partito deve in questo momento concentrarsi sulla possibilità, che in questo ultimo scorcio di legislatura, passi in parlamento la legge sulla rappresentanza. È possibile riuscirci, anche perché se le previsioni sulle prossime elezioni sono vere, la dotazione di questo strumento democratico potrebbe venire utile anche a quelle forze del centrosinistra che domani si troveranno all’opposizione con noi, e avrebbero tutto da guadagnare da una ripresa del movimento di lotta dei lavoratori.