E adesso che cosa facciamo?

Dopo lo straordinario sciopero generale del 16 aprile, nelle fabbriche emerge la domanda: adesso cosa facciamo?
La risposta immediata è di dare continuità alla lotta, vista la portata dell’attacco dell’asse padronale-governativo tesa a scardinare lo stato sociale, a demolire i diritti nei luoghi di lavoro e a cancellare ogni esperienza di aggregazione sindacale a partire dalle fabbriche.
Ma non è sufficiente; è indispensabile aprire un ampia riflessione nel movimento sindacale e nella sinistra. Una riflessione culturale che parta dall’analisi della cultura monetaristica che dilaga anche tra i lavoratori. In questa tendenza si spiega la monetizzazione della salute, degli straordinari e del lavoro nero; e quando il lavoro è visto solo come una merce da contrattare sul mercato, si perde di vista che esso è anche un valore sociale e politico.
Pur non sottovalutando l’importanza del salario, decisivo nella distribuzione dei redditi, l’assimilare il lavoro ad un costo di produzione, come le macchine o le materie prime o le spese pubblicitarie, fa dimenticare che dietro il profitto ci sono persone in carne e ossa e che senza il loro contributo di fatica, capacità ed intelligenza non si avrebbe nessuna ricchezza.
Per questa via si finisce per riconoscere che, il profitto e gli indici di borsa sono i soli fattori importanti da valorizzare ed incrementare per attribuire, poi, dignità e potere politico unitamente al capitale. Gli operai, i lavoratori, indipendentemente l’incidenza numerica nella società, quando perdono la loro soggettività sociale scompaiono come classe per apparire come merce. In fabbrica sono una merce e fuori consumatori, in ogni caso degli oggetti perfettamente funzionali al sistema, ma mai delle persone dei soggetti con una loro funzione e peso sociale.
Pur con tutte le innovazioni tecnologiche ed iniziative della produzione, non c’è profitto senza lavoro e le fabbriche rimangono il luogo di produzione e della ricchezza materiale senza la quale ogni altra scompare.
Noi operai comunisti riaffermiamo la necessità e l’urgenza di riconquistare la visibilità politica delle classi lavoratrici.
L’affermazione dei diritti del lavoro è necessaria alla democrazia e al Paese; quando questi diritti sono calpestati e nelle fabbriche domina incontrastato il capitale, è tutta la società ad essere investita da logiche autoritarie, come sta avvenendo oggi in Italia.
La disoccupazione come la flessibilizzazione e la precarizzazione non si combattono squalificando il lavoro ed i lavoratori.
Un lavoro socialmente dequalificato ha per conseguenza un’imprenditoria avventuriera, avida, parassita che non produce né occupazione né ricchezza, ma è portatrice di una politica nazionale totalitaria ed autoritaria.
Le elezioni politiche hanno segnato la vittoria del blocco tra grande capitale, aree cattoliche conservatrici e larghi strati di piccola imprenditoria nonché di frange di ceti subalterni.
Questo blocco, anche se non è inossidabile, è radicato in Italia ed è stato il supporto di quarant’anni di Governo democristiano. Le prime azioni del Governo Berlusconi vanno nella direzione di generare un regime totalitario.
Mentre il capitalismo evoluto ha come base del suo sviluppo la ricerca tecnico-scientifica, sia a livello di prodotto che di organizzazione della produzione, il nostro capitalismo, rozzo e bottegaio, regge alla concorrenza internazionale con il protezionismo da parte dello Stato e con lo sfruttamento intensivo della manodopera dipendente, dando origine oltre ad un’accesa conflittualità sociale anche ai fenomeni dell’economia sommersa e mafiosa che possono definire come capitalismo illegale tutto ciò che fa del nostro, un capitalismo indecente.
Ci vuole intelligenza e volontà per fare lo sviluppo tecnologico ed industriale; cose queste che, evidentemente, mancano al nostro padronato; in Italia è meglio pagare, e tanto nei brevetti esteri piuttosto che intervenire nella ricerca; basta avere il Governo dalla sua, spremere il lavoro, economizzare sulla sicurezza, saccheggiare le risorse naturali, ed i conti tornano.
Questo è il capitalismo italiano, un capitalismo di trasformazione e non di innovazione, quindi inevitabilmente subalterno a quello mondiale, irrimediabilmente “indecente”.
A questa intraprendenza alla rovescia della nostra imprenditoria consegue l’evasione e l’elusione della legge, in primis quella fiscale, ove si pretende il diritto feudale per i detentori del potere d’essere al di sopra delle leggi, scaricando così sui lavoratori i costi sociali e su tutta la società Italiana le sue arretratezze politiche e culturali.
È strategico per la politica d’emancipazione delle classi subalterne trasformare in realtà quotidiana il principio che la legge è uguale per tutti ed obbligare le classi dirigenti italiane a rispettare la legge.
Vi è sottovalutazione, a sinistra, del problema della legalità, poiché si considera la rivendicazione economica preminente, portando le classi deboli della società, i lavoratori a rimetterci in diritti e in rispetto dei diritti acquisiti.
La difesa della legalità è un principio ancora ignorato a sinistra, ma è vano lottare per un salario maggiore quando poi non lo si difende con la legge.
C’è voluta l’iniziativa di Berlusconi, con la richiesta della revoca dell’art. 18, per farci capire che la legalità è un bene che va difeso e non solo quando i lavoratori sono attaccati nei loro diritti; si deve lottare per cambiare le leggi sbagliate, per averne di nuove. Ma le leggi non si violano, perché alla lunga si finisce per colpire, prima fra tutte, le classi subalterne che hanno nella loro osservanza un baluardo.
Difendere la legalità ed i giudizi che la fanno rispettare e che interpretano il dettato che “la legge è uguale per tutti” deve diventare un atto elementare di strategia politica per i lavoratori, per le classi subalterne, sia per difendere i loro diritti sia per acquisirne di nuovi.
La conquista di nuovi diritti è la linfa dello straordinario movimento in atto; finita la stagione della difensiva bisogna alzare il tiro.
Le armi a nostra disposizione non possono che essere l’estensione dei diritti (come l’articolo 18), la lotta alla precarizzazione e alla monetizzazione selvaggia del lavoro.In questa fase il movimento di reazione al teorema berlusconiano è in crescita continua: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze si alza un unanime coro di lotta; ciò che manca ancora è una traduzione politica ed istituzionale.
In tutta Europa sventolano le bandiere della destra:la ragione non va forse ricercata nello smantellamento della cultura anticapitalistica? Insomma, in una parola, la colpa di molta sinistra è quella di aver abbandonato la storia e la cultura e la capacità critica propria del comunismo.