Due livelli del confronto a sinistra

È mia convinzione che il tema della possibilità di un rilancio del dialogo, del confronto, della ricerca unitaria tra le diverse componenti della sinistra italiana debba essere affrontato considerando due distinti livelli di iniziativa, che certamente sono fra loro collegati, ma non possono in alcun modo essere frammischiati e confusi. Voglio però – prima di individuare tali livelli – sottolineare anzitutto che non a caso ho parlato di “diverse componenti della sinistra” di cui tanto si parla, quella di Governo e quella di opposizione. Oltre alla sinistra antagonista (che anch’essa, del resto, ha molte anime al suo interno) e a quella che, al Governo, condivide la linea liberista e moderata che è tipica anche di altri partiti socialdemocratici europei, le posizioni sono infatti assai più differenziate. Vi sono per esempio coloro che, pur stando nell’area dei partiti di governo, cercano tuttavia di contrastare (principalmente la nuova sinistra Ds, ma anche, in modo più attenuato, i Comunisti italiani e gli ex-comunisti unitari) la prevalente linea moderata; vi sono posizioni più tradizionalmente riformiste come quella di Salvi o di Cofferati; vi è soprattutto una multiforme sinistra sociale che oggi non si identifica con alcuna posizione di partito e anche alle elezioni fluttua tra la scelta del voto che considera come “male minore” e il rifugio nell’astensionismo. Quali sono dunque, fra questi molteplici orientamenti, i possibili piani di confronto? Il primo livello – che a mio avviso è certamente il più importante – è quello che potremmo definire strategico: ossia quello della ricerca e dell’iniziativa per la costruzione critica di una rinnovata posizione culturale e politica di sinistra che sia all’altezza dei problemi che oggi si pongono, dopo l’esaurimento delle diverse esperienze della sinistra del Novecento e in rapporto alle grandi trasformazioni economiche e sociali degli ultimi decenni. È questa – mi pare giusto sottolinearlo – la questione che considero fondamentale: è infatti su questo terreno che negli ultimi decenni la sinistra è apparsa (non solo in Italia) incapace di rinnovare in modo adeguato la propria analisi e la propria prospettiva strategica, ha dato risposte sostanzialmente insufficienti, per questo si è divisa fra chi si è piegato in modo subalterno all’offensiva neo-conservatrice e chi ha cercato di salvare la propria autonomia o attraverso l’irrigidimento massimalistico o rifugiandosi in un’azione meramente culturale o sociale. Questa insufficiente capacità di analisi e di risposta della sinistra – praticamente in tutte le sue componenti – mi pare oggi evidente sia in relazione ai problemi posti dal fallimento del comunismo di marca sovietica e dall’esaurimento delle più avanzate esperienze socialiste di welfare, sia in rapporto ai processi di mondializzazione e di globalizzazione innescati nell’economia capitalistica dalla rivoluzione informatica. Nell’uno e nell’altro caso, infatti, due sono stati gli atteggiamenti prevalenti della sinistra: quello di coloro che, sostenendo che i processi in atto fossero ineluttabili e senza reali alternative, ne ha tratto la conclusione che anche per la sinistra non vi fosse altra strada che quella di “gestire l’innovazione” magari cercando di mitigare gli effetti sociali più iniqui e sconvolgenti; e quello di coloro che, invece, hanno ritenuto di poter negare la sconfitta arroccandosi su una linea di resistenza sostanzialmente sorda al maturare di nuove questioni e nuove domande. Si è sostanzialmente trattato, nell’uno e nell’altro caso, di atteggiamenti subalterni: che non hanno potuto impedire il successo delle politiche liberiste e conservatrici. È da questa consapevolezza che occorre ripartire. Le contraddizioni del capitalismo non sono scomparse, hanno però cambiato dimensione e mutato segno: non si può perciò operare efficacemente su di esse se non si fa seriamente i conti, da parte della sinistra, con le ragioni della sconfitta subita (e culminata nel tracollo di fine Novecento); e se non si ricostruisce, partendo dall’analisi critica del presente stato di cose e delle sue profonde iniquità e negatività, un sistema di principi e di valori che sia di fondamento di una rinnovata prospettiva ideale, culturale, politica di sinistra. Ma è questo, come è ovvio, un lavoro di lunga lena. Ciò che è importante è che ad esso si cominci seriamente a porre mano, con la coscienza dell’importanza della posta in gioco. È positivo che anche in Italia vanno crescendo i centri di iniziativa impegnati in questa direzione, col concorso di personalità che hanno, nell’immediato, diversa collocazione politica: come è il caso della rivista del manifesto, dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, di questa stessa rivista quando insiste – come in questo caso – sul confronto a più voci. È giusto auspicare che cresca la collaborazione fra questi diversi centri di iniziativa. Ma vi è un secondo livello, quello più legato all’immediatezza della situazione. Su questo terreno le diverse scelte di collocazione politica si fanno – come è inevitabile – maggiormente sentire. Certo è difficile immaginare che queste diversità si possano superare se non si compiono passi avanti sul terreno della costruzione di un’analisi e di una prospettiva strategica unitaria. Ma è vero anche il contrario: il confronto strategico non sarà certo facilitato da una disfatta della sinistra di fronte alla linea conservatrice e liberista del centro-destra. Per questo, pur sapendo che nel momento attuale una reale unità a sinistra non è realizzabile a breve termine, mi pare giusto ricercare quelle convergenze che possano costituire anche nell’immediato un programma minimo comune delle forze di sinistra, pur variamente collocate, che non intendono arrendersi al liberismo, al moderatismo, al neocentrismo.

Può sembrare (e in un certo senso è) soprattutto una linea di resistenza. Ma è dalla critica alle conseguenze nefaste della situazione pesante di divisione e frammentazione (basta pensare al minimo storico anche sul piano elettorale cui oggi è ridotta la sinistra italiana) che occorre trarre stimolo per quel confronto strategico più ambizioso e di più ampio respiro di cui sopra ho parlato.