Dove si gioca la salvezza della Repubblica

“Salus rei publicae suprema lex”, dicevano i Latini, che vuol dire: la salvezza della Repubblica viene prima di ogni altra cosa; infatti nella salvezza della Repubblica sta pure la salvezza di ciascuno di noi.
È questo il criterio fondamentale che dovrà guidare da ora in poi i comportamenti politici dei cittadini nonché tutti gli atti e le scelte dei partiti democratici, dell’associazionismo, e degli organi dello Stato vincolati al rispetto e alla tutela della Costituzione, a cominciare dal Presidente della Repubblica.
Poco prima delle elezioni regionali il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha infatti reso noto il nuovo calendario che dovrebbe scandire la fase finale della transizione dalla Repubblica democratica al nuovo regime del Premier, e dalla conclamata regola dell’alternanza tra i due blocchi al permanente e blindato insediamento della destra al potere.
Il progetto è di uno scacco in tre mosse, che dovrebbe concludersi con l’instaurazione del nuovo regime del “premierato assoluto” in salsa federale, quale è previsto nella Costituzione berlusconiana e leghista già approvata in prima lettura dalle Camere. La novità sta nella decisione di Berlusconi di rinviare il referendum popolare per la conferma di tale Costituzione a dopo le elezioni politiche del 2006 (per non rischiare di perdere insieme elezioni e referendum), e di anticipare la mossa vincente per l’effettivo cambio di regime a prima delle elezioni politiche.
La mossa vincente sarebbe la riforma elettorale con l’introduzione della scheda unica, che Berlusconi è in grado di fare con la sua maggioranza nell’ultimo anno della legislatura. Fatta questa mossa, la consultazione elettorale politica si trasformerebbe in un plebiscito pro o contro di lui, senza “par condicio” e con i partiti alleati ridotti a supporti logistici della sua Casa, plebiscito da cui nella sua presunzione egli conta di uscire vittorioso. Conseguito tale risultato, la terza ed ultima mossa consisterebbe nel giocare il referendum promosso dalle opposizioni come ratifica popolare di un rovesciamento costituzionale ormai già di fatto avvenuto, che la nuova Costituzione non farebbe che consacrare. Così l’Italia perderebbe la sua bella democrazia. E di certo non mancherebbe la benedizione dell’amico Bush: forse che gli italiani non avrebbero votato? Quando si vota, quella è la democrazia, come pure si è visto in Iraq.
Se questo è lo scenario allestito da Berlusconi e sostenuto dal fascio di poteri che stanno con lui, occorre capire bene la prima mossa, che contiene le altre due e nella quale la riforma della Costituzione è in effetti anticipata.
L’idea è quella di consegnare all’elettore un’unica scheda e chiedergli un unico voto, da esprimere con un’unica croce. In tutti i collegi in quest’unica scelta sarebbe compreso il voto per il Primo Ministro, per il suo candidato nel collegio e per uno dei partiti della coalizione collegata al suo nome (anche per la quota proporzionale). La cosa è presentata come una semplificazione di carattere pratico; in realtà qui c’è già tutta l’ideologia e il meccanismo della riforma.
Essendo incluso nel voto per il Primo Ministro quello per i candidati e i partiti, tutta la rappresentanza politica verrebbe ad essere concentrata e assorbita in una sola persona. È essenziale all’idea della rappresentanza che essa si incarni in una pluralità di soggetti, i quali riproducano in scala ridotta la molteplicità degli interessi, dei bisogni, dei valori, e la varietà delle classi e dei ceti rappresentati, in modo tale che il conflitto sociale possa essere espresso e risolto nella mediazione politica e parlamentare. Ma se il rappresentante è uno solo, poiché non è pensabile che egli viva e risolva tutti i conflitti dentro di sé, si deve supporre che il conflitto sociale non esista, che non ci sia pluralismo di bisogni e di ideali, e che tutti i valori siano riassunti nei valori rappresentati da lui. È la vecchia concezione del sovrano come colui in cui si ricapitola il popolo intero: “l’Etat c’est moi”, lo Stato sono io. In tale sistema il corpo del re era identificato col corpo politico della nazione; e proprio per questa ragione il corpo del sovrano era “sacro e inviolabile”; e doveva anche essere bello, o almeno abbellito da abiti ed ornamenti sontuosi.
E sovrano è appunto ciò che Berlusconi vuole essere. Quando egli parla dei “suoi ministri”, del “suo governo”, della “sua maggioranza”, e tuttavia pretende la riforma lamentandosi di essere solo un “primus inter pares” – il primo tra pari – è evidente che vuole essere il primo senza pari, superiore perciò a ciascun altro; e questa è appunto la definizione del sovrano, che vuol dire “superiore”, uno che non ha altri pari a sé e che non riconosce alcun altro al di sopra di sé (“ superiorem non recognoscens” è la formula della sovranità). La riforma costituzionale, prefigurata nella scheda unica che tutto decide nel nome di uno solo, istituisce appunto questo sovrano; e gli altri eletti, in quanto eletti per lui, con lui ed in lui, non sono più rappresentanti del popolo in Parlamento, ma rappresentanti di lui presso il Parlamento e presso il popolo.
In questa inversione già presente nelle urne, è contenuta la riforma costituzionale progettata, in quanto la dipendenza del Parlamento dal Premier e la rottura a suo favore dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, dipendono da questa premessa, che accampa come suo principio assoluto di legittimazione l’investitura popolare. In questo quadro si pone anche lo stravolgimento dell’istituto parlamentare della fiducia, che nel testo già votato dalle Camerenon è più la fiducia al governo, ma è la fiducia riposta dal Primo Ministro nei suoi rappresentanti in Parlamento; quando essa viene meno, il Primo Ministro toglie loro il mandato parlamentare, sciogliendo la Camera; egli dispone infatti di loro proprio perché in tale sistema la loro elezione non sarebbe dovuta a un “suffragio diretto”, come vuole l’art. 56 della Costituzione vigente, ma sarebbe derivata in modo mediato e indiretto dall’elezione del Premier.
Quanto agli eletti dell’opposizione, essi non avrebbero più alcun potere di rappresentanza né “prerogative” come quelle che la nuova Costituzione riserva alla maggioranza e al governo, ma solo “diritti”, che si riducono peraltro al diritto di parola (in tempi contingentati); e nelle votazioni di fiducia, divenute un fatto interno tra il Primo Ministro e la sua maggioranza, i loro voti addirittura non sarebbero contati, in quanto irrilevanti.
e così stanno le cose, è importante che mentre noi discutiamo della nuova Costituzione in itinere e riponiamo tutte le nostre speranze nel referendum popolare che dovrebbe bloccarla, ci rendiamo conto che il vero strappo costituzionale – oltre a tutti quelli già consumati fin qui con le leggi elettorali vigenti – si opererebbe nei prossimi mesi con questa riforma elettorale a scheda unica preannunciata da Berlusconi (naturalmente a “Porta a porta”), la prima e decisiva mossa del suo scacco in tre tempi alla Repubblica parlamentare e rappresentativa. Dopo di essa, tutto sarebbe più difficile, non solo la salvaguardia dell’ordinamento della Repubblica, di cui alla seconda parte della Costituzione, ma anche la difesa dei suoi principi fondamentali, a cominciare da quelli della libertà, dell’eguaglianza e della pace, nonché dei diritti e doveri dei cittadini nei rapporti civili, etico-sociali, economici e politici proclamati nella prima parte della Costituzione del 48.
L’emergenza costituzionale pertanto è già cominciata, e anzi siamo già all’allarme rosso. La battaglia per la Costituzione non può essere rimandata al referendum, ma deve essere anticipata già nello scongiurare la riforma elettorale ed eventuali iniziative analoghe che nella disperata difesa del potere conquistato i suoi attuali detentori potranno intraprendere nell’anno finale della legislatura.
E per prima cosa occorre fare strenua opposizione in Parlamento contro la minacciata legge elettorale, che in ogni caso il Presidente della Repubblica dovrebbe rinviare alle Camere e rifiutarsi, per obbedienza alla Costituzione, di firmare e promulgare.