Dopo Seattle: internazionalisti e nuovi mondialisti all’assalto del pianeta

Mentre i processi di mondializzazione in corso tendono ad oscurare i tratti e i riferimenti tradizionali dell’internazionalismo, opponendo più facilmente i lavoratori gli uni contro gli altri e mettendo in difficoltà gli Stati-nazione, la mobilitazione concernente quello che ormai si è deciso di chiamare “gli affari del mondo” incontra un consenso crescente e punta ritualmente l’indice contro i grandi vertici internazionali, mettendo in movimento forze nuove.
Queste forze si presentano come una nebulosa che condivide l’idea comune che il quadro nazionale sia ormai superato e inadeguato a far fronte ai grandi problemi con i quali si confronta l’umanità e il pianeta. Esisterebbe ormai uno spazio di intervento da privilegiare, quello mondiale, delle istituzioni specifiche sulle quali agire, nonché una larga partecipazione democratica di analogo livello, da quando la scena mondiale sarebbe diventata accessibile agli individui. Si tratta di una ideologia, il mondialismo, che accompagna i processi di mondializzazione. Le sue radici sono molteplici (1) e sono radicate in ambienti molto differenziati. Dal Club di Roma alla Trilaterale, passando per le correnti liberali e democristiane europee, si ritrova questo approccio che si adegua agli obblighi internazionali assecondando il passaggio a forme sovranazionali di gestione del pianeta. Nel corso degli anni ’80 si sono moltiplicate le relazioni di rapporti da parte di Commissioni indipendenti che, in forme diverse, tendono a minimizzare l’interesse nazionale e a privilegiare l’interesse planetario.
La nozione di interesse comune viene posta con forza nel Rapporto Rio (1976, Reshaping International Order), redatto su iniziativa del Club di Roma (2). Per gestire questi interessi esso si richiama ad una pianificazione internazionale nel quadro di un sistema di Nazioni Unite ristrutturate. Poi con il Rapporto Brandt (3) (1980, Mutui interessi; divario Nord-Sud), il Rapporto Palme (4) (1982, Sicurezza comune – Misure di fiducia reciproca), il Rapporto Brundtland (5) (1987, Ecosistema mondiale, Sviluppo durevole), il Raspporto Nyerere della Commissione del Sud (6) (1990.
Rafforzamento della cooperazione Sud-Sud), l’Iniziativa di Stoccolma (7) (1991, Governabilità mondiale, Nuovo concetto di sovranità) o del Gruppo di Lisbona (8) (1995, Critica degli eccessi e dei misfatti della competitività), si assiste ad una riflessione collettiva che inizia e si articola sulle questioni dello sviluppo e della sicurezza in un mondo interdipendente. Sulle linee tracciate da questi lavori nasce, nel 1992, la “Commissione sul Governo Globale” (9).
Questi lavori, sovente seri e documentari (10), hanno contribuito all’emergere di una coscienza dei “problemi planetari” (11), anche se l’espressione villaggio globale emanata da queste tendenze è del tutto contestabile, specie se si considera il rovinoso collasso della sicurezza individuale sull’intero pianeta o la perdita di governabilità nazionale ostentata in misura crescente dagli Stati e la loro incapacità di impegnarsi internazionalmente in modo credibile. Lo stesso dicasi per l’interdipendenza sovente invocata quale concetto di pari dignità tra gli Stati, trascurando il dettaglio che certi Stati sono ben più dipendenti di altri.
Si potrebbe pensare che il rivendicare un’altra mondializzazione non sia altro che la ripresa attualizzata della Dichiarazione per un Nuovo Ordine Economico Internazionale (NOEI) adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1974, sotto la spinta dei paesi non-allineati, ma mai applicata. Ma si tratta di un’ipotesi che occulta in realtà una sostanziale differenza di intenti. La NOEI riconosceva che lo sviluppo dei paesi più poveri richiedeva una situazione internazionale favorevole, ossia, più che dipendere dalle loro scelte interne erano indispensabili condizioni esterne. Si trattava cioè di sostenere le condizioni nazionali dello sviluppo di paesi che si consideravano a giusto titolo svantaggiati da un rapporto di ineguaglianza economica rispetto ai paesi industrializzati. I legami tra i fattori interni e quelli esterni erano più che evidenti e la riflessione proponeva un modello più equo dell’articolazione del rapporto nazionale con quello mondiale. Questa dimensione era invece totalmente assente nei lavori della tendenza mondialista, secondo la quale era in definitiva l’interno che doveva adattarsi all’esterno (12).
Non si può non notare la nascita di uno spazio pubblico internazionale dove queste diverse questioni sono oggetto di dibattito dei vertici mondiali. Nel giro di pochi anni si sono moltiplicate le conferenze mondiali promosse dalle Nazioni Unite attorno a questioni di interesse universale: il vertice di Rio (1992) sull’ecosistema e lo sviluppo, quello del Cairo (1994) sulla popolazione mondiale, quello di Copenaghen (1995) sulle questioni sociali, quello di Pechino (1995) sulle donne, e quello di Istanbul (1996) sulle grandi città. A queste vanno aggiunte le numerose riunioni dedicate ai cambiamenti climatici e all’effetto serra. Si è portati a credere che tutto ciò che si è deciso in quelle sedi sia stato poi applicato, o che la partecipazione di settori importanti della società civile sia stata garanzia di posizioni corrette. Tuttavia, considerati gli esiti, sorge legittimo qualche dubbio: come giudicare la riunione del Cairo stretta nella morsa degli ecologisti estremisti, pronti a sopprimere una parte della popolazione mondiale in nome della difesa del pianeta, e gli emuli del papa o degli iman barricati su posizioni di natalità a oltranza e antifemministe? Come giudicare quella di Instabul che ha visto calare in masse le lobbies mondiali delle costruzioni edili alla caccia dei sindaci delle grandi città, ansiosi di vendere la privatizzazione delle funzioni urbane, e che ha trasformato i corridoi della conferenza in un mercato di plateale corruzione?
Rifiutando il principio noi decideremo per voi, sopra di voi, ma senza di voi, i nuovi mondialisti hanno posto il pianeta sotto la sorveglianza della pubblica opinione. Molto bene. Ad essere poste sotto stretta vigilanza sono appunto le riunioni più discrete del dispositivo finanziario che gestisce il mondo. Essi ritengono che sia meglio riflettere e discutere pubblicamente degli affari del mondo oggi, piuttosto che ritrovarsi domani dominati da un governo invisibile.
L’approccio internazionalista

L’internazionalismo procede invece con ben altre finalità, quella della solidarietà militante a fianco di chi combatte, distinguendosi nettamente dagli atteggiamenti caritatevoli o dall’impegno cosiddetto umanitario di assistenza alle vittime. Esso si è valso lungo tutto il XX secolo di tre principali forme di intervento (13): la Rivoluzione d’Ottobre ha aperto la via ad una lunga catena di solidarietà emanata dalla nascita della giovane Unione Sovietica, poi dalla costruzione dei blocchi. Coloro che vi contribuirono annodarono dei legami, si sostennero reciprocamente, si scambiarono le esperienze. Animati da una forte motivazione ideale, quella di un obiettivo comune collocato in un futuro da costruire, furono responsabili davanti al loro popolo e alimentarono le speranze di tutta l’umanità. Il secondo fronte di quelle lotte fu quello della solidarietà con i popoli coloniali e, in senso più ampio, con le lotte del Terzo mondo. Grandi cause emancipatrici infiammarono la gioventù dei paesi occidentali negli anni ’60 e ’70: Algeria, Vietnam, Sudafrica. Questa azione fu seguita da un aiuto concreto e dal sostegno a progetti originali di edificazione nazionale (Cuba, Nicaragua, ecc.). La molla di quelle lotte era la messa in discussione dell’ordine dominante, quello dell’imperialismo.
Infine la solidarietà antifascista e antidittatoriale fu a sua volta il tratto caratteristico della storia di questo secolo. L’impegno delle Brigate internazionali durante la guerra di Spagna o dei movimenti di resistenza durante la seconda guerra mondiale furono quelli di maggiore valenza simbolica. Più recentemente, il Portogallo di Salazar, la Grecia dei colonnelli, o il Cile di Pinochet mobilitarono generazioni di militanti. In tutti i casi è la percezione di un pericolo comune e la volontà di contrastarlo che galvanizza le mobilitazioni.
Ugualmente collocabili entro queste forme di solidarietà attiva sono quelle attuali a favore dei democratici austriaci o quelle a sostegno di coloro che si oppongono alle forme più abbiette e fascistizzanti dell’integralismo religioso in Afganistan e Algeria.
Una lunga catena di solidarietà che ha attraversato parecchie generazioni, si è così formata. Quelle lotte solidali furono certo esasperate dagli eccessi politici ed ideologici della guerra fredda e dallo scontro tra i blocchi coinvolgendo anche quelle di natura sindacale. Diciamo chiaramente che furono molto poche le forze che si sottrassero a questo titanico impegno. La solidarietà si imponeva come scelta prioritaria tra le “componenti naturali” del movimento rivoluzionario mondiale: i paesi socialisti, i movimenti di liberazione nazionale, il movimento operaio dei paesi occidentali, il movimento per il disarmo e la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale. Il bilancio è controverso. Nell’ambito di questa solidarietà interdipendente alcuni furono più dipendenti di altri. L’assistenza, il clientelismo o l’ingerenza furono in qualche caso presenti. La linea di separazione tra i consigli e le direttive da quella delle scomuniche era molto tenue e sottile. Se da un lato le forze progressiste occidentali pagarono un pesante contributo sull’altare dell’obbedienza alla politica estera sovietica, non si può negare che l’aiuto e il sostegno del campo socialista fu in molti casi decisivo per numerosi popoli, né dimenticare il grande impulso dato al movimento di decolonizzazione.
Se l’internazionalismo ha potuto apparire per lungo tempo come forma di sostegno di lotte altrui, pertanto ispirato da un forte sentimento di generosità, ora siamo entrati in un periodo in cui l’interesse reciproco accomuna di primo acchito i vari soggetti delle lotte in atto nel pianeta. Al Nord le vittime delle politiche di austerità, resistendo al tentativo di liquidare le loro conquiste sociali comprendono spontaneamente il senso delle lotte di coloro che al Sud combattono le politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fmi. Si tratta di lotte la cui convergenza viene subito percepita senza che la disparità delle situazioni dei soggetti impegnati rappresenti un ostacolo alle loro indispensabili relazioni.
Se i grandi scioperi del dicembre 1995 in Francia hanno suscitato un grande movimento di solidarietà in tutto il pianeta è dovuto al fatto che ciascuno ha percepito, nel rifiuto dei lavoratori francesi di cedere alle pressioni esterne dei mercati e del padronato europeo, una innegabile e potente resistenza alla mondializzazione. I siderurgici tedeschi, manifestando qualche mese più tardi sventolando le bandiere francesi, esprimevano chiaramente la comunità di intenti. Le stesse “elite mondiali” dovettero riconoscerlo qualche mese più tardi negli incontri di Davos. Certo, mettendo in concorrenza lavoratori e nazioni, la mondializzazione appare come un fattore che nuove alla solidarietà internazionale, ma nel contempo, “restringendo” le dimensioni del pianeta e avvicinando i popoli essa aiuta il formarsi di una coscienza di approccio come alle lotte.

È possibile una convergenza?

La novità consiste nel fatto che il mondialismo si è scomposto e non rappresenta più unicamente coloro che aspirano ad un governo mondiale ma coinvolge anche quelli che hanno un’altra visione del pianeta rispetto a quella espressa dai “global leaders” di Davos o dai G 8. I nuovi mondialisti, anche se condividono, sovente in sintonia con le élite mondializzate, l’idea del superamento del quadro nazionale, manifestano tuttavia un disaccordo sul modo di concepire l’organizzazione del mondo e lo esprimono con vigore attraverso le loro parole d’ordine (“il mondo non è in vendita”, “la sfera mercantile non può essere dominante”). Si osserva una propensione a prendere le distanze dai fatti che non li riguardano. Ciò non impedisce loro di privilegiare sistematicamente i meccanismi decisionali di livello sovranazionale a detrimento delle misure nazionali che potrebbero invece impedire il passaggio delle costrizioni esterne più inique.
In poche parole la riflessione è trasferita a livello mondiale partendo dal presupposto che il livello nazionale non sia più pertinente. Da parte loro gli internazionalisti sono ben coscienti che all’alba del XXI secolo la loro lotta deve integrarsi di dimensioni nuove. Ormai liberato dai blocchi antagonisti della guerra fredda, le nuove frontiere dell’internazionalismo vanno oggi ben al di là della concezione “proletari di tutti i paesi unitevi” e si allargano ai problemi nuovi indotti dalla mondializzazione (sicurezza, ecosistema, speculazione finanziaria, crescita dell’economia mafiosa, movimenti migratori, ecc.), le cui risposte superano sovente il quadro degli Stati-nazione e presuppongono coordinamenti internazionali, preferibilmente sovrani. I due approcci riflettono una cultura diversa. Gli uni considerano il mondo come la posta in gioco delle lotte e vogliono plasmarlo in modo diverso. Gli altri si servono del mondo come cassa di risonanza delle lotte e postulano la complementarietà tra internazionalismo e primato del quadro nazionale, tenendo ben presente che quello internazionale fornisce la prospettiva e quello nazionale il terreno di impegno concreto. Gli uni coltivano una sorta di “laggiù , più tardi e tutti insieme”, gli altri “qui ed ora con l’aiuto degli altri”. Gli uni operano nel campo dell’etica, della moralità e dell’umanismo, gli altri ragionano su categorie fondate sullo sfruttamento e l’interesse comune quale motore della solidarietà. Mentre le radici degli uni conducono a preconizzare un “Primato planetario” (14), gli altri riflettono sull’esperienza del secolo trascorso e tentano di riformulare le nuove dimensioni dell’internazionalismo considerando però lo spazio nazionale come il quadro privilegiato dell’esercizio del diritto di cittadinanza e partecipazione.
Nell’ambito della resistenza alla mondializzazione e della ricerca di un nuovo modello di relazioni internazionali un pacchetto di misure può essere prospettato. Misure che devono partire agendo nel e sul proprio paese essenzialmente per modificare le logiche in atto, proteggendosi e riarticolando il suo rapporto con l’internazionale, poi, quelle che consistono nell’agire da e a partire dal proprio paese per esercitare un’influenza nell’ambito delle istituzioni internazionali più o meno regolatrici dell’ordine mondiale. Infine quelle che consistono nell’agire insieme con altri paesi in modo coordinato per ampliare la capacità di influenza. L’insieme di questi percorsi costituiscono un continuo poiché l’insieme della scala mondiale è costituita dagli Stati nazionali che a loro volta ne ricevano impulsi importanti. La mondializzazione che è stata elaborata con molta discrezione agendo sulle contraddizioni interne delle nazioni potrebbe così ricevere risposte di ritorno choccanti. Modificarne il corso cacciandosi nel vicolo cieco della contrapposizione tra ambito nazionale e articolazione mondiale altererebbe la credibilità della possibile costruzione alternativa del pianeta.
C’è materia per parecchie misure governative che incoraggino una forte mobilitazione tramite la quale internazionalisti e nuovi mondialisti possano e debbano ritrovarsi per lavorare insieme, nel rispetto della storia e dei percorsi di ciascuno. Ci auguriamo che questo lavoro in comune possa essere costitutivo di un “nuovo internazionalismo” all’altezza delle sfide del XXI secolo.

Note
1) Una quantità di termini sono utilizzati per definire questo approccio: cosmopolitismo, federalismo, universalismo, … rinviamo per una definizione favorevole a Peter Coulmas, Les citoyens du monde – Histoire du Cosmopolitisme, Albin Michel, 1995, 334 pag., a Jean-Marie Guéhenno, L’avenir de la liberté – La democratie dans la mondialisation, Flammarion, 1999, 222 pag. e a Philippe Zarifian, L’emergence d’un Beuple Monde, Puf, 1999, 190 pag. e per un punto di vista critico a Armand Matelart, Histoire de l’utopie planetarie, La Decouverte, 1999, 423 pag.
2) Jan Timbergen (Coord.), Rio, Reshaping the International Order, E.P. Dutton & Cie, New York, 1976, 325 pag.
3) Willy Brandt (Coord.) Nord-Sud, un programma de survie, Fallimard/Idées, 1980, 535 pag.
4) Olaf Palme (Under the Chairmanchip), Common Security – A Programme for Disarmament, The Report of the Indipendent Commission on Disarmament and Securiy, Pan Books, London 1982, 202 pag.
5) CNUED, Our Common Future (The Brundtland Report), Oxford University Press, 1987
6) Rapporto della Commissione Sud, Defis au Sud, Economica 1990, 324 pag.
7) The Stockholm Initiative on Global Securty and Governance, Common Responsability in the 1990’s, Prima Minister’s Office, Stockholm, pril 22, 1991, 48 pag.
8) Gruppo di Lisbona, Limites a la competitivité – Pour un Nouveau contrat social, 1995, La Decouverte, 230 pag.
9) Commission on Global Governance, pesieduta da Ingvar Carlsson e Shridath Ramphal. Il suo rapporto è stato pubblicato nel 1995, a cura di Oxford University Press, 410 pag.
10) Noi abbiamo usufruito di lavori collettivi estratti da commissioni internazionali, alla quale occorreva aggiungere l’abbondante produzione individuale di numerosi intellettuali della quale abbiamo scelto la più emblematica: Edgar Morin e Anne-Brigitte Kern, Terre-Patrie, Le Seuil, 1993, 217 pag. Ai politici segnaliamo, in questo periodo di presidenziali americane, l’opera del candidato democratico Al Gore, Sauver la planet terre – L’ecologie et l’esprit humain; preface de Brice Lalonde, Albin Michel, 1993, 349 pag.
11) Si potrebbe completare questa lista ecovando i problemi della droga, dell’economia mafiosa internazionale, dell’architettura finanziaria internazionale, delle migrazioni mondiali o della proliferazione nucleare.
12) Citeremo lungamente Lionel Stoleru (1987), L’ambition International, Ed. du Soleil, 1987, poiché riassume perfettamente il senso della deriva mondialista: “Questi pretesi obblighi inernazionali, siamo noi stessi che li abbiamo voluti ed edificati, siamo noi stessi che giorno dopo giorno, ci impegniamo a svilupparli” (pag. 12) “Dichiamo che in rapporto a queste ambizioni internazionali, non esiste più una politica nazionale, non esistono più che degli obblighi nazionali che ci frenano nella ricerca di nostre autentiche ambizioni internazionali (pag. 13). “Tale è in breve, questa specie di rivoluzione copernicana che vorrei proporvi in quest’opera: far ruotare le economie nazionali attorno all’economia internazionale, come la terra ruota intorno al sole, e non l’inverso, abbandonando l’illusione di politiche nazionali sottomesse a obblighi internazionali guardando in faccia la nuova realtà di oggi: una politica internazionale sottoposta alle esigenze nazionali” (pag. 14).
13) Rimandiamo all’opera che noi abbiamo coordinato con Jean Tabet: Des Brigades internationales aux sans-papiers – Crise e avenir de la solidarité internationale (Le Temps des Cerises,1999, 300 pag.)
14) Proposta formulata da Ricardo Petrella.

Traduzione a cura di Sergio Ricaldone