Dopo le elezioni regionali

E’ come sempre alla lucidità politica e di classe degli intellettuali organici della borghesia che occorre in prima battuta affidarsi (filtrandola) per cogliere gli elementi meno congiunturali di situazioni nuove e complesse come quelle che ci consegna il risultato delle elezioni regionali del 28-29 marzo. Tanto più in assenza di un partito comunista solido, rigoroso e credibile nel contesto italiano, di cui si avverte sempre più la mancanza; e a fronte di una serie di situazioni di impasse e logoramenti a sinistra che, in mancanza di un chiarimento e di uno scatto di reni, rischiano di portarci ad un punto di non ritorno.

ASTENSIONISMO RECORD. Non siamo in Francia, perchè da noi si continua a votare di più, oltre dieci punti percentuali in più. Ma identica è la proporzione del crollo: meno sette punti. Ed anche per l’Italia è un record storico (63,6%, contro il 71,4% delle regionali del 2005 e l’80,5% delle politiche del 2008; meno persino delle poco sentite elezioni europee del 2009, col 66,5%). Ma mentre in Francia l’astensionismo punisce soprattutto la maggioranza di governo (anche se nei quartieri operai e popolari della periferia parigina supera in molti casi l’80%…), in Italia si distribuisce più “equamente” sui due versanti. E in molti casi si configura più come un voto di protesta attiva che di generica indifferenza: “un segnale alla cattiva politica”, anche a sinistra. Un segno di insofferenza per un dibattito politico sempre più slegato dai problemi economici ed esistenziali che le persone “normali”, e soprattutto i ceti popolari, vivono quotidianamente. “La stessa riluttanza del sindacato ad offrire uno sbocco conflittuale meno incerto ed episodico al profondo disagio del mondo del lavoro ha finito per rafforzare in tanta gente la convinzione che gli uni e gli altri pari sono e, soprattutto, che le soluzioni o si cercano individualmente o non sono” (Dino Greco).

VITTORIA DEL CENTRODESTRA. “Dopo due anni di legislatura e con una crisi economica molto seria tra le mani, nessuno si sarebbe meravigliato se Berlusconi avesse perso le elezioni. Altrove in Europa accade così. Ne sa qualcosa il francese Sarkozy che in un passaggio elettorale analogo, pochi giorni fa, è rimasto schiacciato sotto l’astensionismo e si è visto scivolare a sinistra l’intera nazione”, sia pure verso una sinistra in massima parte socialdemocratica. Viceversa, il premier italiano “si è destreggiato con la consueta spregiudicatezza in una campagna elettorale pessima nei toni e nei contenuti. Ed è riuscito persino ad evitare le trappole di un’astensione che ha raggiunto livelli senza precedenti per la tradizione italiana. Alla resa dei conti, il PdL esce dalle urne con un’affermazione evidente.
Sei regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Calabria), tutte di notevole rilievo politico ed economico, contro sette del centro-sinistra (Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata), configurano “una mappa geopolitica del paese in cui la forza del centrodestra si conferma e si ramifica, sia pure con varie contraddizioni. Alla luce di questi dati, se si votasse domani per il Parlamento, la maggioranza sarebbe nel complesso confermata. Nonostante la stagnazione, la disoccupazione, la sfiducia diffusa, le risse, la disaffezione verso la politica”, lo scontro duro con Fini, le diffuse ingiustizie sociali e il peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione “e altro ancora, Berlusconi – sedici anni dopo – sa ancora come raccogliere il consenso” (Stefano Folli).

SFONDAMENTO DELLA LEGA. “La concorrenza messa in atto dal Carroccio nel Nord verso il partito berlusconiano ha dato i suoi frutti. Bossi non è mai stato così forte in un arco alpino che va dal Veneto al Piemonte…e la Lega deborda oltre le sue aree di antico insediamento, ottiene risultati a due cifre in Emilia Romagna (13,7%), avanza in Liguria, Toscana e Umbria…incalza la sinistra nei suoi territori storici” (Folli). Ma c’è di più e di peggio: la Lega, dopo una campagna segnata da un messaggio xenofobo e razzista, sfonda soprattutto nelle regioni “a più alta industrializzazione e composizione sociale operaia” (Greco).
“Il suo messaggio a Berlusconi è molto chiaro. La Lega sostiene con lealtà il premier, ma diventa il motore della maggioranza di governo” e oggi può chiedere quello che vuole, o quasi. “In un certo senso Bossi assume la veste di presidente del Consiglio “ombra”…E proprio in virtù della sua grande forza potrebbe essere il mediatore di un nuovo patto politico-istituzionale offerto all’opposizione, a cominciare dal Partito Democratico”, con cui una interlocuzione più o meno carsica non è mai venuta meno. Il che porrebbe “il tema delle riforme al centro di una legislatura davvero costituente. Ma avrebbe riflessi su tutti gli assetti consolidati, prima di tutto all’interno del PdL. Si vedrà. Quel che è certo, la maggioranza ha un po’ cambiato la sua natura. Berlusconi ne è il leader e ha appena confermato la sua capacità rabdomantica di orientarsi tra le virtù e i vizi del paese. Ma Bossi, che all’indomani del voto ha detto significativamente che “federalismo e presidenzialismo non si escludono”, ora è più di un partner: è il detentore delle chiavi del Nord più di quanto non sia mai stato in passato. Tutti dovranno fare i conti con lui. Primo fra tutti, Berlusconi”.
E’ tragico dover riconoscere che la Lega si impone come l’unico partito italiano che sembra non avere smarrito la lezione del radicamento sociale e territoriale del miglior PCI (certo, con ben altre finalità…), che non a caso si consolida come il primo partito tra gli operai del Nord Italia. Sembra aver raccolto la tradizione del PCI emiliano fatto di radicamento, capacità di governo nei centri urbani e contemporaneamente capace di amalgamare quel consenso dentro un progetto culturale più generale. Che ovviamente in questo caso, e a differenza del PCI, è un blocco di consenso che si avvale di una sub-cultura reazionaria di massa (largamente promossa e incentivata), terreno fertile della propaganda e dell’attivismo popolare della Lega, che le permette di entrare rapidamente in sintonia con il “sentire” di una parte del popolo (un micidiale sentire). Tema questo che richiede da parte dei comunisti un ulteriore sforzo di analisi e di comprensione.

IL PD AL PALO. Il centro-sinistra nel suo insieme perde anche questa volta la prova elettorale, sia sul terreno del governo di buona parte delle principali regioni, sia sul piano politico generale. E si può convenire con Folli quando scrive che “Bersani, nel momento in cui il PD evita il tracollo e conferma la sua solidità, deve prendere atto del successo dell’Italia dei Valori, ma anche delle liste grilline”, in cui si manifestano nuove forme di radicalismo e di qualunquismo “di sinistra” (ovvero capace di ingannare ed attrarre un elettorato di sinistra deluso e confuso). Nel caso delle liste grilline, esso giunge a favorire la vittoria della Lega in Piemonte e si afferma con un inquietante 6% in una regione come l’Emilia Romagna.

UNO SPAZIO PER CASINI. “Il bipolarismo in Italia non è mai stato così in crisi – scrive Il Manifesto – ma l’Udc di Casini per ora non ne coglie i frutti” e si limita a mantenere il suo spazio elettorale attorno al 5/6%. Per ora. Ma, dice Casini, “per noi questa è una tappa”. E lo conforta il sostegno strategico di cui gode in importanti ambienti moderati vaticani (sempre più insofferenti verso Berlusconi e diffidenti verso la Lega e verso Fini); e l’incoraggiamento dell’editorialista del Sole 24 Ore, quando scrive che “ora per Casini comincia un lungo itinerario da compiere senza errori verso le scelte del 2013, sapendo che i suoi voti restano importanti, talvolta decisivi”, ed importante ago della bilancia anche in relazione al futuro del centrosinistra e del PD. Lo spazio politico al centro è enorme nell’Italia di oggi (anche in quella di ieri…). Lì sta una delle basi del successo di Berlusconi. E Casini si prepara ad occuparne credibilmente una bella porzione nella fase del post-berlusconismo, che forse non è dietro l’angolo, ma nemmeno così lontana.

VERSO NUOVI ASSETTI? Forse è ancora presto per parlare di una crisi imminente della leadership di Berlusconi sul centrodestra (l’appuntamento decisivo delle prossime elezioni politiche costringe – con questa legge elettorale – Berlusconi, Bossi e Fini a convivere…). Ma essa è ormai insidiata e/o condizionata, oltre che dall’anagrafe e dalla magistratura, da un numero crescente di fattori (il dissenso di Fini, la forza crescente di Bossi, l’ostilità o la diffidenza di poteri forti che da tempo operano per costruire una alternativa al premier che dia maggiore stabilità e credibilità al sistema: dall’amministrazione USA, ad ambienti vaticani, confindustriali o interni all’establishment dell’Unione europea…). Ma non c’è alcun dubbio che il problema è posto e che i comunisti e le forze di sinistra non possono estraniarsi da una riflessione di questa natura, e dalle diverse scelte tattiche che possono conseguirne, anche in materia di leggi elettorali ed assetti istituzionali: pena una loro marginalità politica anche propositiva. E’ del tutto evidente ad esempio che una riforma della legge elettorale in senso proporzionalista (senza sbarramenti assassini né sovvertimenti istituzionali di natura presidenzialistico-autoritaria) potrebbe rendersi necessaria e auspicabile anche per forze moderate interne al sistema, a fronte di un bipolarismo sempre meno bipartitico e in crisi, in cui i due maggiori partiti dei due poli dell’alternanza (PdL e PD) sono oggi più deboli nelle rispettive coalizioni, rispetto alle loro componenti interne più destabilizzanti (Lega da una parte, Italia dei Valori e “grillismo” dall’altra); e che ciò potrebbe convenire ed offrire spazi politici e istituzionali anche ai comunisti e alle sinistre anticapitalistiche, senza rifarsi in modo acritico ad un modello tedesco, il cui sbarramento al 5 (o anche al 4%) potrebbe essere, nel contesto italiano, oltre che ingiusto e costituzionalmente discutibile, anche assai pericoloso.

COMUNISTI E SINISTRA. I risultati delle due liste a sinistra del PD sono senza dubbio modesti, considerati nazionalmente. Mentre esistono risultati regionali di tutto rispetto, pur di significato politico diverso tra loro, ma comunque degni di nota (e di approfondimento), quanto meno sul piano delle dinamiche elettorali: come la tenuta al 5,3% della FdS in Toscana o al 6,5% in Umbria, l’exploit di Vendola in Puglia, il risultato significativo della lista FdS + Vendola nelle Marche (6,5%), presentatasi fuori dalla coalizione di centro-sinistra imperniata sull’asse PD-Casini.
Le liste Vendola, che ancor più di quelle del PdL sono segnate da un personalismo esasperato (senza la figura del popolare governatore pugliese non esisterebbero), ottengono complessivamente il 2,9%, in calo rispetto al 3,2% delle europee del giugno 2009. Ma bisogna considerare, con oggettività, che tale risultato numericamente modesto viene conseguito nonostante un impressionante sostegno mediatico, giunto fino al punto in cui il quotidiano della FIAT, La Stampa, gli ha dedicato – a pochi giorni dalle elezioni – una intera pagina in cui veniva enfatizzata persino nel titolo la dichiarazione di voto di Ingrao (sic) a favore di Vendola… E nonostante il fatto che sulla percentuale nazionale incida un successo – per quanto importante – di politica “locale”, diversamente da quanto accade con le liste della Federazione della Sinistra (FdS).
Quando si ragiona sui risultati dei comunisti e della sinistra in altri paesi europei, è bene non dimenticare che, anche lì come in Italia, pur di penalizzare il voto e le liste comuniste, i grandi media della borghesia dedicano una parte importante delle loro energie a dirottare il voto di sinistra critica che si distacca dalle politiche moderate dei partiti socialdemocratici verso le cosiddette “terze forze” di sinistra radicale, non comuniste, per lo più ostili ai partiti comunisti dei loro paesi, collocate a metà strada tra i PC e le socialdemocrazie: e ciò pur di impedire che questo voto vada a rafforzare le forze comuniste dei rispettivi paesi.
Anche il 2,7% ottenuto dalla FdS è modesto (3,4 alle europee del 2009), e ancor più lo è l’1,6% ottenuto in Campania dalla lista capeggiata dal segretario nazionale del PRC, nonché portavoce della FdS. Esso viene certamente ottenuto in condizioni di totale oscuramento mediatico (vogliono farci chiudere bottega…) e in un contesto generale di enormi difficoltà oggettive ed eredità negative che avrebbero potuto determinare un crollo definitivo; per cui è giusto dire che quel 2,7% striminzito rivela comunque una residua capacità di resistenza che non va disprezzata, ma reinvestita su basi più solide.
Ma il risultato rivela anche una difficoltà espansiva e di attrazione elettorale della FdS, ed anche una crisi ed una impasse più strategica di tale progetto, che è rivelata anche dalla accentuata competitività interna per la conquista di preferenze a questo o quel candidato, di questo o quel partito o tendenza. Una dinamica tragicamente dispersiva di energie positive, ma anche fatale in assenza di un progetto davvero unificante, che tenga insieme – senza farli confliggere – l’esigenza di ricostruzione unitaria di un partito comunista che motivi quelli che ancora ci credono, e l’assoluta necessità tattica di presentarsi alle competizioni elettorali con liste e coalizioni di sinistra, su programmi avanzati e il più possibile attrattive ed espansive. Liste cioè capaci di fronteggiare le peculiari difficoltà che gli appuntamenti elettorali oggi comportano: con le attuali leggi e dinamiche elettorali, con l’attuale contesto mediatico e in presenza di una crisi così profonda, che viene da lontano, del movimento comunista del nostro paese e della sinistra. Non bisogna mai confondere le questioni strategiche (su cui ci vuole il massimo di fermezza e di chiarezza) con quelle di tattica elettorale, su cui ci vuole viceversa il massimo di flessibilità e realismo.
Questa crisi ha tante facce, sulle quali da tempo e più volte ci siamo soffermati (e per l’analisi delle quali rimandiamo all’articolo di Fosco Giannini, pubblicato su questo stesso sito, che conserva intatta la sua pertinenza all’indomani delle elezioni). Siamo ad un punto vitale di questa crisi e se non riusciamo insieme a venirne fuori, saranno guai seri per l’avvenire dei comunisti e della sinistra del nostro paese. Valutiamo insieme se servono subito (o meno) scadenze formali di tipo congressuale. Ma sicuramente serve una discussione che abbia fin da oggi quella portata.