Dopo l’accordo di Shangai

L’amministrazione Bush continua a rivendicare, con toni ancor più perentori, la leadership mondiale per la superpotenza americana.
Europa e Giappone l’accettano ancora in larga misura, nonostante si siano moltiplicati i conflitti interni e non manchi, in entrambi i soggetti, la volontà di recuperare spazi di egemonia perduta.
Dopo il crollo del socialismo nell’Europa dell’Est il mondo è sembrato subire, senza alternative, il dominio unipolare della potenza vincitrice della storica contesa: un solo sistema economico ed una solo ideologia, quella del capitalismo globalizzato imposto dagli Stati Uniti, dall’Europa e dal Giappone. Il rullo compressore della globalizzazione imperialista è apparso a molti inarrestabile. La guerra è tornata ad essere lo strumento normale per ammansire i paesi e i regimi più insofferenti al nuovo ordine.
Lo scudo spaziale rilancia il primato militare degli Stati Uniti, diventa un rimedio contro la recessione, il perno attorno al quale far ruotare l’intera economia, ed è la chiave interpretativa del nuovo assetto imperialistico internazionale.

Gli avvenimenti di questa breve rassegna sono invece rivelatori di una controtendenza che si manifesta in maniera sempre più esplicita. In Asia, soprattutto, alcuni paesi “osano” opporsi, in modi e con motivazioni diverse, al nuovo ordine mondiale imperialista. E stringono patti, si impegnano in forme di cooperazione reale per sottrarre i rispettivi paesi alla subalternità economica, politica e militare all’Occidente.
Queste iniziative rimettono in discussione l’unipolarismo e sono oggetto di attrazione per altri paesi, ansiosi di liberarsi della pesante tutela dei dominatori del pianeta.

Cina e Russia: l’intesa strategica tra i due giganti muove i primi passi

Gli avvenimenti di questi ultimi tre mesi e la continua ascesa della cooperazione tra Cina, Russia, Corea e altri paesi asiatici, sono di una portata ben più grande dell’attenzione loro dedicata dai media occidentali. Il 15 giugno scorso la Cina, la Russia e altre quattro repubbliche dell’Asia centrale hanno costituito l’Organizzazione di Cooperazione di Shangai. Il 16 luglio il presidente cinese Jiang Zemin ha firmato a Mosca un trattato di amicizia cino-russo. All’inizio di agosto è stata la volta di Kim Jung II, presidente della Repubblica popolare di Corea, di recarsi in visita a Mosca. Risulta evidente la determinazione di questi stati di opporsi – in forme e modi diversi – all’egemonia imperialista e di imboccare la via di uno sviluppo indipendente mirante a costruire un nuovo ordine multipolare.

Contro l’eversione, la disgregazione, il separatismo

Nell’aprile 1996 Cina, Russia, Kasakistan, Kirkisia e Tagikistan si incontrano una prima volta a Shangai. Si impegnano a rafforzare la loro collaborazione in tutti i campi, rispettando scrupolosamente l’indipendenza e l’integrità territoriale dei paesi firmatari.
Comincia così a prendere forma una nuova organizzazione internazionale di consistente tonnellaggio: L’Organizzazione di Cooperazione di Shangai. La diminuzione sensibile degli effettivi militari lungo le frontiere comuni ha consolidato la fiducia reciproca.

Essi si oppongono a qualsiasi ingerenza interna e, in modo molto esplicito, ai movimenti terroristi, separatisti e integralisti sui loro rispettivi territori. Questi movimenti sono finanziati, addestrati e armati in Afganistan dal regime dei talebani sostenuti,o ostacolati, secondo convenienze congiunturali, dalla CIA e dal Pentagono. Con i talebani al potere, Kabul è diventata il crocevia della sovversione internazionale ed alimenta, con i proventi della droga e le royaltes sugli oleodotti, i movimenti secessionisti in Russia, in Cina (Cecenia, Sikiang, Tibet, ecc.) e nelle altre repubbliche dell’Asia centrale.

Dura condanna allo scudo spaziale americano

Quest’anno anche l’Usbekistan si è aggiunto al gruppo di Shangai, e i presidenti delle sei repubbliche hanno firmato il 16 giugno u.s. la Dichiarazione dell’organizzazione di Cooperazione di Shangai, nome con cui è ormai ufficialmente chiamata. Nella dichiarazione si sottolinea che “di fronte al restringersi del multipolarismo politico e alla globalizzazione dell’economia e dell’informazione di questo 21° secolo, i presidenti sono fermamente convinti che la trasformazione del meccanismo iniziale del gruppo dei cinque di Shangai ad un livello più elevato, aiuterà i paesi membri a profittare delle nuove opportunità per far fronte più efficacemente alle nuove sfide e minacce”. (People’s Daily, I4/06/0I).

È un annuncio che prelude un futuro allargamento ad altri paesi. In contemporanea si sono riuniti i ministri della difesa dei sei paesi aderenti. Nel loro comunicato congiunto essi affermano che “il trattato sui missili balistici del 1972 (ABM) resta il fondamento di una strategia di stabilità globale ed una precondizione per il disarmo”.
Lo scudo antimissile (spaziale) degli Stati Uniti viene pertanto considerato in opposizione totale con il trattato ABM, in quanto, sebbene rivolto contro la Corea del Nord, è di fatto puntato contro la Cina e la Russia. I sei ministri “si oppongono anche al programma di talune nazioni di allestire un sistema di difesa sui missili (Theater missile defense system) nella regione Asia-Pacifico”: un’allusione più che esplicita al sistema che gli Stati Uniti intendono installare a Taiwan e che è, senza ombra di dubbio, diretto contro la Cina.

L’intesa di Shangai è destinata a crescere

Altri paesi asiatici hanno reagito favorevolmente alla creazione della nuova organizzazione di Shangai. Il giornale dell’Armata vietnamita, Quan Doi Nhan Dan, ha scritto che “i documenti approvati al primo vertice dell’organizzazione costituiscono un nuovo passo avanti della tendenza alla cooperazione regionale, mirante a creare la sicurezza e la pace” (People’s Daily, 19/06/01)
L’Occidente ha preferito ignorare l’avvenimento. I rari commenti sono tuttavia molto eloquenti: ”L’Organizzazione di Cooperazione di Shangai recentemente formata, potrebbe presto emergere come una forza possente contro l’influenza degli Stati Uniti (…) nella regione (…). Essa viene anche percepita come rivale di altre organizzazioni regionali di orientamento filoamericano”. Si teme sopratutto una sua possibile estensione ad altri paesi asiatici.

“Secondo l’ agenzia di stampa russa Interfax, certe fonti indicano che l’India ed il Pakistan sarebbero interessati ad aderire all’organizzazione” (Jobn SchaubLe, Sidney Morning Herald; 16/06/01).

Sebbene la Cina socialista, la Russia di Putin e le repubbliche dell’Asia centrale abbiano sistemi politici ed economici profondamente diversi, essi rappresentano comunque una forza politica, economica e militare tutt’altro che trascurabile. Uniti, essi possono infilare parecchi bastoni nelle ruote dell’imperialismo unipolare.

Il trattato di amicizia russo-cinese alza il livello della sfida

Il passaggio più pregnante di questa sfida asiatica alla supremazia mondiale degli Stati Uniti è stata la visita del presidente cinese Jiang Zemin a Mosca, il 16 luglio scorso, per firmare, con il presidente russo Putin, un trattato di amicizia e di buon vicinato.
“Forte è la volontà di entrambi i paesi di veder emergere un mondo multipolare in grado di controbilanciare l’influenza americana”. (Le Monde, 17/07/01).
Il New York Times commenta il trattato in questi termini: “Russia e Cina si impegnano ad opporsi insieme al sistema di sicurezza internazionale che gli Stati Uniti vogliono realizzare. Uniti nella loro opposizione al piano antimissile (scudo spaziale n.d.r.) americano, il trattato lega ancora più solidamente la Russia alla rivendicazione cinese della sua sovranità su Taiwan, rafforza la cooperazione militare tra Pechino e Mosca e condanna l’intervento della Nato nei Balcani nel 1999) (NYT, 17/07/01).
“Spetta alle Nazioni Unite e non a Washington di dirigere il mondo”, recita il trattato che, sanzionando lo sviluppo della cooperazione tra i due paesi in campo economico e militare, lo allarga alla sfera delle tecnologie avanzate, all’esplorazione dello spazio, all’elettronica, alle telecomunicazioni e all’energia nucleare.
La sua firma corona un periodo di politica estera di Putin (condivisa anche dai comunisti russi) mirante a ristabilire e rinnovare i legami con i vecchi e tradizionali alleati della disciolta URSS (India, Iraq, Cuba, Vietnam) dopo il disastroso periodo umiliante subito dalla Russa ad opera di Eltsin. Ora è la volta della Repubblica Popolare Cinese e della Corea del Nord, cioè dei paesi che, insieme al Vietnam e a Cuba, costituiscono le roccaforti che contrastano il dominio imperialista del pianeta.