Dopo il liberismo

NELLA RECENTE OPERA DI ANDREA RICCI, DOCENTE DI ECONOMIA ALL’ UNIVERSITÀ DI URBINO, UNA SINTESI RAGIONATA DEL PENSIERO ECONOMICO DELLA SINISTRA ANTICAPITALISTICA

Questo libro di Andrea Ricci (Dopo il liberismo. Proposte per una politica economica di sinistra??, Fazi Editore, pp. 379, euro 21,50) costituisce una sintesi ragionata del pensiero economico della sinistra anticapitalistica; e c’è innanzi tutto da esserne grati all’autore, che non solo si è sobbarcato l’onere di tentare una ricostruzione unitaria e coerente della vasta quantità di pubblicazioni che ormai affollano il panorama dell’ eterodossia, ma soprattutto ha reso possibile col suo sforzo una lettura ragionata dei pregi che può certamente annoverare, come delle contraddizioni che oggi affliggono la riflessione di quanti non si acquietano di fronte alle storture della società data.
Di pregi, in effetti, il libro ne ha davvero. Informato, attento, Ricci conosce bene la tool box dell’economista: maneggia i dati con sicurezza, li sottopone a personali rielaborazioni e costruisce grafici e tabelle che mostrano come, a saperle leggere, le stesse informazioni provenienti da istituzioni tutt’altro che dispensatrici di eterodossia (come l’Ocse, la Banca d’Italia, la Commissione Europea, l’Istat e l’Eurostat) possano rivelare verità antitetiche rispetto a quelle propagandate dal “pensiero unico”.
Esemplari, sotto questo profilo, le pagine dedicate al confronto fra Usa e Unione europea, al “manifesto ideologico di Maastricht” e all’analisi della situazione italiana: qui, con pazienza certosina, Ricci espone i capisaldi analitici e prescrittivi dell’ortodossia dominante e poi, rielaborando i risultati di una letteratura verso la quale riconosce sempre i propri debiti (come dimostrano le venti pagine di bibliografia che chiudono il volume), li smonta uno dopo l’altro: non è vero che il declino dell’Europa è dovuto alla propensione all’ozio dei suoi lavoratori; non è vero che una politica monetaria restrittiva nel lungo periodo giova alla crescita; non è vero che il pump-priming keynesiano non funziona più; non è vero che la riduzione del debito pubblico favorisce gli investimenti produttivi; non è vero che l’unificazione dei mercati europei ridurrà ex se gli squilibri regionali; in una parola, non è vero nulla di tutto ciò che siamo stati abituati a credere in questi ultimi vent’anni circa le virtù salvifiche del mercato e della flessibilità.
Cose note? Certamente sì, almeno a chi non si lascia incantare dalla demenziale pamphlettistica pedagogica di matrice ulivista (pardon, “unionista”) di cui traboccano gli scaffali delle librerie. Ma ciò che è noto non è per ciò stesso conosciuto, diceva Hegel; e proprio perché aiuta a conoscere quel che è (soltanto) noto, il libro di Ricci si erge di molte spanne al di sopra del profluvio di nenie, giaculatorie, invettive e sinistre profezie che troppo spesso connotano la pubblicistica “antagonista”, almeno quella sua parte che si affanna a discettare di “un altro mondo possibile” senza nemmeno aver capito quello in cui vive.
Non stupisce, quindi, che la parte propositiva del volume non contenga scenari futuribili à la Rifkin, né vagheggi utopie premoderne di riconciliazione integrale fra uomo e natura e nemmeno sciolga improbabili peana alla “decrescita”, ma parli di cose “banali” come salari, pensioni, imposte, politica industriale, creditizia, commerciale, ecc. solo chi non si dà pena di conoscere i vincoli imposti dalla realtà può credere che il set di scelte che abbiamo di fronte sia illimitato (una credenza, guarda caso, ch’è tipica dell’ortodossia dominante, et pour cause); chi “conosce”, invece, sa che non è così e che ogni gradino della scala scoscesa per il cambiamento deve poggiare su quello precedente, pena la sua rovina.
Sembrerebbe, a questo punto, di poter concludere che ci si trova al cospetto di un libro desideroso di rinnovare la migliore tradizione del riformismo italiano, se solo “il termine ‘riforme’ non fosse stato svuotato di senso dalle recenti leggi in tema di lavoro e previdenza, come dall’uso che di esso talora fanno esponenti del centrosinistra”, come scrive Luciano Gallino nella sua sobria prefazione. Ma proprio qui, invece, affiora la prima delle contraddizioni di cui si diceva in apertura. A Ricci, infatti, la “politica riformista” non piace: gli pare sinonimo di immobilismo, mentre “ciò che occorre nell’Italia di oggi – scrive – è invece una rottura, un salto, una discontinuità rispetto all’evoluzione storica dell’organizzazione economica e sociale”. Una discontinuità, si badi, che Ricci nega sia mai intervenuta, persino quando dominavano orientamenti di politica economica antitetici rispetto a quelli imperanti oggidì: “Sia nelle esperienze del socialismo reale, sia in quelle delle economie miste, la logica dell’intervento pubblico nell’economia è stata interna a un modello di sviluppo quantitativo, in cui la massimizzazione della crescita economica, misurata in termini di valore monetario, costituiva lo scopo finale”, si legge a p. 285; e nessuna rilevanza “epocale”, per dirla con Gramsci, assume agli occhi dell’autore quella “proprietà statale” che pure si è “contrapposta” alla proprietà privata dei mezzi di produzione per un lungo tratto del Novecento: “Ciò che cambiava era il soggetto proprietario”, dice Ricci, ma quanto a metodi non c’era differenza: “il proprietario, sia esso privato, sia esso statale, poteva disporre della sua proprietà secondo i propri desideri. Poteva venderla e commerciarla senza vincoli e poteva gestirla, organizzarla e sceglierne l’uso che voleva”.
Si potrebbe a questo punto domandare: ma se le cose stessero realmente in questi termini, perché mai stigmatizzare il “manifesto ideologico di Maastricht” per aver definito un assetto di regole tali che – sono parole di Ricci – la politica macroeconomica risulta ormai “inerte e passiva rispetto all’andamento dei mercati” e viene così “svuotata di ogni capacità di orientare e indirizzare lo sviluppo economico verso obiettivi collettivi”? Quando mai – verrebbe fatto di obiettare – la politica economica avrebbe posseduto una tale capacità, se davvero l’unica cosa che cambiava nella “proprietà statale” era “il soggetto proprietario”? E che senso ha contrapporre la strada dell’integrazione monetaria in termini nominali voluta a Maastricht alla convergenza in termini reali auspicata negli anni Settanta dal Piano Werner, quando poi si dice che la logica monetaria governa la politica economica non meno che le scelte allocative del capitale? Come avrebbe potuto il Patto di stabilità e crescita non ignorare “totalmente la variabile disoccupazione” se si dà per certo che qualunque politica economica può avere per scopo soltanto “la massimizzazione della crescita economica, misurata in termini di valore monetario”?
Ancor più contraddittorio è il fatto che Ricci scriva che ci sono “enti pubblici” che producono “servizi non di mercato”. Marx non ci ha forse spiegato che la forma sociale del prodotto del lavoro partecipa della forma della proprietà dei mezzi di produzione? E se quest’ultima non è cambiata in conseguenza della sua attribuzione allo Stato, non dovremmo desumerne che anche quelli statali sono servizi di mercato, cioè merci né più e né meno dei prodotti del capitale? E non sarebbe dunque illusorio sperare – come pure fa Ricci – che una “banca pubblica” possa “decidere di concedere crediti” senza occuparsi “della massimizzazione dell’utile e della minimizzazione del rischio”, che poi è quanto dire che essa possa essere gestita “secondo criteri pubblicistici e sociali”? O immaginare che criteri del genere possano informare la gestione di un’impresa pubblica, ad esempio una Fiat nazionalizzata?
Non sono, si badi bene, questioni astratte: la definizione dello “statuto” della politica economica (detto altrimenti: se lo “statalismo” costituisca la fase suprema del capitalismo o la malattia infantile del comunismo) è lo scoglio teorico più concreto sulla rotta dei movimenti nati dalla resistenza a quella che, in mancanza di meglio, si suole chiamare “globalizzazione neoliberista”. Diciamolo con chiarezza: è illusorio oggi pretendere di poter avanzare un programma di politica economica organicamente alternativo al monetarismo senza prima spiegare se ed eventualmente a quali condizioni la proprietà statale dei mezzi di produzione possa comportare un’innovazione nelle forme dell’attività produttiva (e dunque dei prodotti del lavoro), e se simili innovazioni possano coesistere in modo politicamente compatibile con i rapporti capitalistici di produzione o debbano piuttosto generare squilibri, ad esempio inflazionistici. Ogni tentativo di aggirare questi nodi non produce soltanto aporie teoretiche ma anche proposte contraddittorie, perciò politicamente deboli. Anche sotto questo profilo, il libro di Ricci è esemplare: valga per tutte la riproposizione fuori tempo massimo della tesi del “salario variabile indipendente”, che chiarisce più di ogni altro esempio che, nell’attesa che qualcuno chiarisca cos’è la “proprietà comune” (una “nuova forma di proprietà” che in questi anni si sarebbe venuta formando “nei movimenti e nei circuiti alternativi” e della quale attualmente si può solo dire che i beni che ne formano oggetto “appartengono direttamente alla comunità, alla collettività e non alla sua astrazione istituzionale, allo Stato”: capisca chi può), la lotta antagonista si svolgerà primariamente sul piano distributivo. Con buona pace di Carlo Marx, naturalmente.