Dopo il contratto dei metalmeccanici, un nuovo contratto europeo

– I metalmeccanici sono riusciti ad ottenere il proprio contratto, una vittoria frutto di una lunga e intensa battaglia…

Il contratto è stato un momento importante per il nostro sindacato, concluso senza dubbio positivamente: i metalmeccanici hanno, finalmente, riconquistato un contratto dopo 7 anni e due accordi separati. Non si può, però, dimenticare il contesto all’interno del quale si è sviluppata quella aspra vertenza: una fase di estrema difficoltà per il settore. La diminuzione della produzione del 3,4 % nel 2005 non ha certo favorito un facile sviluppo del rinnovo contrattuale. Appunto per questa ragione Confindustria ha tentato un affondo su questioni decisive come la gestione unilaterale dell’orario. Un tentativo che siamo riusciti a fermare. Lo dimostrano i commenti di Confindustria su quel contratto. Come si evince chiaramente dalle dichiarazioni del vicepresidente Bombassei, quello dei metalmeccanici non viene presentato come nuovo modello contrattuale. Piuttosto si dice che le questioni non risolte dovranno essere riproposte nel confronto confederale.

– Negli ultimi 10 anni è crollato il potere di acquisto dei lavoratori, mentre si diffonde un pericoloso indebitamento. Com’è potuto succedere? Forse è mancata un risposta adeguata del sindacato?

La distribuzione del reddito negli ultimi 15 anni ha certamente colpito principalmente i lavoratori. Si tratta di un modello perseguito con coerenza da Confindustria: l’idea che, venuto meno lo strumento della svalutazione della moneta, fosse possibile una competizione giocata sulla riduzione salari e sulla precarizzazione del lavoro. Un’ipotesi che ha avuto risultati fallimentari, non solo rispetto alle condizioni dei lavoratori, ma anche nel sistema delle imprese che, nel loro complesso, presentano chiari segni di profonda debolezza. All’interno della nuova divisione internazionale del lavoro, il nostro paese è fuori dai settori strategici, e spesso si ritaglia solo un ruolo di subfornitura rispetto all’industria tedesca e francese. A questa analisi, però, è necessario aggiungere un’altra considerazione. I processi sociali in atto in tutto il mondo impongono al movimento sindacale una politica che sia perlomeno europea. Voglio dire, cioè, che le politiche economiche e del lavoro hanno un senso preciso non solo in Italia, ma in tutta Europa: basti pensare alla Germania, dove vengono colpite conquiste importanti come le 35 ore, ormai messe in discussione da centinaia di accordi che ripropongono l’aumento dell’orario di lavoro. Dunque, dinanzi ad un modello competitivo giocato solo sul peggioramento delle condizioni di lavoro, il sindacato deve mettere in campo una risposta che perlomeno abbia un orizzonte europeo. In prospettiva è questo l’elemento decisivo. Le delocalizzazioni, ad esempio, spesso contrappongono diversi stabilimenti: il pericolo, al di là di facili dichiarazioni di solidarietà, è un conflitto tra lavoratori. Una dimostrazione che la dimensione nazionale non è più sufficiente. La prospettiva non può che essere la costruzione di un contratto e di un sindacato europeo. Senza questa ipotesi il sindacato rischia di essere travolto.

– La concertazione, dunque, è stata un fallimento non solo per i lavoratori, ma anche per tutto il sistema economico. Dinanzi a ciò tu proponi una contrattazione a livello europeo. Come coniughi questa proposta rispetto al tentativo di colpire a morte la funzione della contrattazione nazionale?

Allo stato attuale la definizione delle regole contrattuali viene utilizzata per perseguire ipotesi precise: indebolire ruolo e funzioni del contratto nazionale. Dinanzi a questo progetto, non sono possibili riedizioni di esperienze del passato. Accordi come quelli del 23 luglio del ’93 oggi non sono perseguibili, non ci sono più quelle condizioni. Sulle regole contrattuali, al contrario, va rafforzato ruolo contratto nazionale. E’ necessario fissare criteri di riferimento che non si riducano semplicemente all’adeguamento dei salari con l’inflazione. Perché ci ritroveremmo dinanzi alla riduzione dell’autonomia del sindacato.

– Da una parte, dunque, la difesa del contratto nazionale. Dall’altro un necessario sguardo ai processi dell’economia internazionale. In questo senso, come giudichi il ruolo delle economie cinese e indiana, che hanno fatto gridare buona parte della destra fino a ieri al governo all’invasione dei mercati, alla necessità di innalzare barriere doganali?

Ci sono due maniere di parlare del ruolo di Cina e India. Il primo, ridicolo, è quello che dice: “sfidiamo l’economia cinese”. L’altro invece, parte dell’analisi dello sviluppo capitalistico su base planetaria, dalla facile constatazione che paesi come Cina e India, messi insieme, rappresentano la metà degli esseri umani del pianeta. Dinanzi a ciò il movimento operaio si trova dinanzi ad una situazione difficile: proprio nel momento in cui il capitale è alla massima espansione, l’altro soggetto della produzione, il lavoro, non ha una dimensione internazionale. Una constatazione paradossale se pensiamo che il movimento operaio è nato e cresciuto con una visione internazionale dello sviluppo capitalistico. Si tratta di un fattore di crisi della sinistra, ma anche di una questione da cui la sinistra deve ripartire, poiché essa non esiste senza una dimensione internazionale.

– Veniamo, adesso, a questioni a noi più vicine. In questi giorni la Cgil si è espressa con chiarezza a favore dell’ abolizione della legge 30. Credi che il prossimo governo sarà capace di ascoltare la voce proveniente dal più grande sindacato italiano?

Per iniziare non si può non constatare con soddisfazione che abbiamo evitato il rischio di altri 5 anni di Berlusconi. Ma non c’è dubbio che la vittoria dell’Unione è così ristretta da rendere il prossimo governo soggetto a fortissime pressioni provenienti da ogni parte, a partire da Confindustria, che proverà a sfruttare la debolezza parlamentare per far pesare la propria voce. Nostro obiettivo, invece, è quello di spingere l’Unione verso una radicale discontinuità con la legislazione passata, a partire dalla legge 30. Una legge che non può essere semplicemente modificata in qualche punto, ma va sostituita da una nuova legislazione che rimetta a centro il lavoro a tempo indeterminato, rapporti di lavoro non precariuna riforma della formazione, una migliore regolazione dell’apprendistato. Alcune tipologie dovranno certamente essere cancellate, altre, ad esempio il lavoro interinale riservata a casi eccezionali. Si tratta, cioè, di fare l’opposto di quanto è stato realizzato in questi anni, con il 50% di assunzioni a tempo determinato. Penso che proprio la discontinuità, anche alla luce di quanto è accaduto in Francia, possa permettere a questa maggioranza di ampliare il proprio rapporto di fiducia con l’area del lavoro dipendente, anche quella che non ha votato per il centro- sinistra.

– Tra i temi della campagna elettorale un ruolo centrale è stato occupato dalle tasse. Molti, oggi, credono che a favorire la rimonta della destra abbia giocato un ruolo centrale la paura diffusa in un aumento delle tasse e la promessa di abolire l’Ici. Credi che questo scenario possa re n d e re più difficile una riforma del sistema fiscale?

L’Italia ha urgente bisogno di una revisione profonda della propria struttura fiscale, che non può rimanere scissa dalla questione redistribuzione del reddito. E’, quindi, necessario costruire su questi temi un clima opposto a quello cavalcato da Berlusconi, a partire dalla lotta all’evasione fiscale e da una riforma delle aliquote, ma senza dimenticare i temi delle privatizzazioni, che in questi anni hanno favorito rendite di monopolio. Un fenomeno che si lega indissolubilmente con lo sviluppo della rendita accelerato dai processi di finanziarizzazione cha hanno segnato questi ultimi anni. La riforma fiscale, per finire, non può essere scissa dalla questione previdenziale. Se vogliamo evitare la deriva del nostro sistema pensionistico verso un sistema totalmente contributivo, con la conseguenza di livelli di disuguaglianza sempre più intollerabili, non si può non chiedere che una parte delle pensioni vada garantita dalla fiscalità generale.

– A giungo si tornerà a votare per il referendum costituzionale. Quale ruolo svolgerà la cgil nella campagna referendaria?

Nelle questioni referendarie la scelta della Cgil è stata spesso quella di non schierarsi. Ma questa volta il referendum riguarda l’assetto costituzionale di questo paese, non è possibile non schierarsi esplicitamente. Quindi posso affermare senza alcun dubbio che la Fiom e la Cgil saranno impegnate direttamente per votare contro la modifica della costituzione.

– Si parla spesso di crisi della politica, della sua difficoltà a stringere i nodi della rappresentanza. E’ una realtà che vale anche nel sindacato?

Certamente, la crisi della politica riguarda anche il sindacato. Basti pensare al ruolo dei giovani, il cui approccio alla politica è molto diverso rispetto a quello delle passate generazioni. I giovani sono spesso in prima fila nei momenti alti dello scontro, ma con un approccio diverso, ed una difficoltà ad esprimere una militanza continua.

– Per concludere, vorremo avere una tua opinione sul tema del reddito di cittadinanza.

Non condivido la proposta di un reddito di cittadinanza, mentre mi convince molto di più l’ipotesi di un reddito legato all’inserimento professionale e alla formazione. Si tratta, comunque, di temi che necessitano di un approfondimento sul loro significato. Mi limito, quindi, ad una battuta. Pensate alla rivolta francese: i giovani che hanno invaso le strade e le piazze in Francia chiedevano non il salario di cittadinanza, ma un lavoro a tempo indeterminato. Le mobilitazioni francesi, dunque, ci dicono che la questione del lavoro rimane centrale, e che essa non può essere sostituita da politiche redistributive. Credo sia un’illusione pensare che la sinistra possa recuperare le proprie forze al di fuori del mondo del lavoro. Poiché è lì che si determinano i rapporti di forza: è la dinamica sociale, è il conflitto a determinare un avanzamento dei diritti. E i diritti, senza conflitto, non possono essere semplicemente fissati per decreto.