Dopo elezioni in Medio Oriente

*giornalista palestinese

I NODI SONO ANCORA IRRISOLTI. SENZA LIBERTÀ, FINE DELLE OCCUPAZIONI E GIUSTIZIA, NON CI SARÀ ALCUNA PACE DURATURA IN MEDIO ORIENTE

Tre eventi hanno dominato lo scenario mediorientale in questi primi tre mesi dell’anno: le elezioni palestinesi del 9 gennaio, le prime dopo la scomparsa di Arafat; le elezioni in Iraq del 30 gennaio; la “primavera libanese”, dopo l’assassinio di Hariri. E le minacce Usa alla Siria e all’Iran.
Ma dobbiamo pure ammettere che il contesto in cui questi eventi si sono susseguiti è un contesto di guerra preventiva, di occupazione e di resistenza: l’occupazione americana dell’Iraq, che dura da quasi due anni, l’occupazione israeliana della Palestina che continua dal 1967, mentre le minacce americane contro l’Iran e la Siria crescono giorno dopo giorno.
La tornata elettorale palestinese ha dato un grande esempio della maturità politica e democratica del popolo palestinese. Ora la palla passa nel campo israeliano e americano. Tutti coloro che avevano teorizzato la mancanza di una leadership palestinese capace di dialogare e negoziare una pace giusta e durevole con Israele, dovrebbero rivedere la loro posizione, e cominciare a fare pressioni sui governanti israeliani per condurli al tavolo delle trattative con l’ANP con pari dignità fra le parti: a partire da Gaza, mettendo al centro della trattativa la decisione israeliana di un ritiro unilaterale e concordandolo con l’unica autorità che rappresenta il popolo palestinese. E che sia l’inizio di un ritiro completo dalla Cisgiordania, sulla via della creazione dello stato indipendente palestinese. Tale trattativa dovrebbe avvenire con la partecipazione del quartetto composto da USA, ONU, UE, e Russia, che dovrebbero garantire il ritiro dell’esercito di occupazione israeliano e garantire la sicurezza dei palestinesi. Sull’elezione di Abu Mazen si è detto tanto, ma la cosa più importante rimane la determinazione del popolo palestinese a conquistare e raggiungere la sua indipendenza con la creazione di uno stato sovrano sui territori occupati da Israele nel 1967, con Gerusalemme est capitale e l’attuazione della risoluzione numero 194 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riguardante il diritto inalienabile dei rifugiati palestinesi al ritorno alle loro case.
L’altro fatto importante avvenuto sulla scena israelo-palestinese, avvenuto dopo l’elezione di Abu Mazen, è stato il vertice tenutesi l’8 febbraio scorso a Sharm El Sheikh, e qui dobbiamo ammettere che Sharon è stato il vero vincitore. Se ne è infatti tornato a casa portando con sé tre importantissime conquiste: la promessa di Abu Mazen della fine dell’Intifada e di ogni violenza contro gli israeliani, ovunque essi si trovino; il ritorno in Israele di due ambasciatori – l’egiziano e il giordano – richiamati in patria quattro anni fa all’inizio della seconda Intifada per protesta contro le violenze israeliane; e infine la riverniciatura della figura di Sharon come un uomo che cerca la pace. In cambio, egli ha promesso – solo verbalmente – di fermare la violenza contro i palestinesi e di liberare qualche centinaio di prigionieri palestinesi, anche se si tratta dei tanti che hanno finito il periodo di detenzione e che sono ormai diventati un peso per l’amministrazione carceraria israeliana. Il regime egiziano, sottoposto alle pressioni economiche e politiche degli USA per l’attuazione delle riforme democratiche, si è affrettato a liberare la spia israeliana Azam Azam, condizione posta da Sharon per presenziare al vertice. Inoltre, per ottenere le agevolazioni economiche americane, l’Egitto ha accettato che tutti i prodotti egiziani esportati negli Usa abbiano almeno l’11% di materie prime di provenienza israeliana. In cambio, gli Usa chiuderanno tutti e due gli occhi sulla riforma istituzionale (come è noto Mubarak sta preparando suo figlio alla successione) e sulla questione dei diritti umani in Egitto. Quindi il presidente egiziano, padrino dei negoziati fra le forze di si-curezza israeliane e palestinesi, aveva fretta di ottenere un successo agli occhi degli occidentali che lo confermasse come uomo chiave nella regione. E a questo proposito Mubarak ha esercitato le sue pressioni sui palestinesi (considerando le varie dichiarazioni di Abu Mazen sulla ripresa dei negoziati con Israele), sulla Giordania (in riferimento alla presenza di due milioni di palestinesi che vivono in questo paese e alla complessa situazione al confine iracheno) e pure sulla Siria, accusata dagli Usa di aiutare la resistenza irachena, di non favorire la stabilità in Iraq e nella regione per i suoi rapporti con l’Iran (altro accusato e forse prossimo obbiettivo della guerra preventiva e permanente dei neocons americani) e con gli Hezbollah in Libano.
La Siria ha dichiarato la propria disponibilità a negoziati con Israele senza condizioni per una soluzione globale della crisi mediorientale. La crescita di ruolo dell’Egitto nella qualità di imbianchino della maldestra politica israelo-americana in Medio Oriente è un chiaro indizio della difficoltà che le forze di occupazione stanno affrontando sia in Iraq che in Palestina. In particolare, è evidente che le elezioni irachene non hanno portato né la democrazia né la stabilità nel paese; anzi, adesso siamo forse più vicini ad una guerra civile fra sunniti e sciiti e tra arabi e kurdi, un processo che potrebbe sfociare in una balcanizzazione dell’Iraq.
In Palestina l’elezione di Abu Mazen alla presidenza dell’ANP è stata ridimensionata e contraddetta dalle elezioni amministrative, che hanno visto una schiacciante vittoria di Hamas e la sconfitta di Al Fatah, il partito di Abu Mazen. Ora occorre attendere le elezioni del Consiglio Legislativo palestinese del prossimo luglio per vedere se confermeranno o meno i risultati delle amministrative. In caso affermativo, potrebbero essere guai molto seri per il governo di Abu Mazen e per tutto il processo negoziale, che richiede dalla leadership palestinese una capacità di analisi e di proposta all’altezza della situazione e senza esclusioni (capace di coinvolgere, cioè, tutte le organizzazione palestinesi, laiche, di sinistra e di matrice islamica).
Ritornando al vertice di Sharm El Sheikh, dobbiamo constatare come né Abu Mazen, né Mubarak, nè re Abdallah hanno avuto il coraggio di parlare dell’occupazione israeliana e della necessità di attuare le numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU e del diritto internazionale come basi per una giusta soluzione politica del conflitto. Parlare solo di sicurezza e di come fermare la violenza non è certo sufficiente. In gioco c’è una questione di diritti essenziale per i palestinesi, per la loro libertà, indipendenza e autodeterminazione. Ignorarlo, significa non voler trovare una soluzione politica, e lasciare la strada aperta alla sola violenza dell’occupazione.
La stampa palestinese, in generale, ha trattato con molta cautela e senza enfasi i risultati di questo vertice, mettendo in primo piano la non credibilità del governo Sharon rispetto al raggiungimento di una pace vera e giusta con i palestinesi, ed ha avvertito non solo il presidente palestinese, ma anche l’amministrazione americana, l’Unione Europea e la Russia dei pericoli che derivano della continuazione dell’occupazione israeliana.
I fatti hanno poi dato ragione alla cautela e al pessimismo. Il giorno successivo alla conclusione del vertice, i coloni israeliani hanno ucciso Ibrahim Abu Yazar, di 20 anni, nei pressi di Gaza. È la prima vittima palestinese dopo il cessate il fuoco. Immediata e scontata la risposta palestinese, rivendicata dal movimento islamico di resistenza Hamas, con lanci di razzi (si dice 47) contro l’insediamento di colonie di Neve Dekalim, che non hanno provocato vittime. Immediate sono state anche le risposte di Sharon e di Abu Mazen: il primo ha annullato gli incontri con i palestinesi e cancellato la riapertura dei valichi fra Gaza e Israele, mentre il secondo ha riunito a Ramallah il primo ministro Abu Ala, i responsabili della sicurezza e il comitato centrale di Al Fatah, ordinando la destituzione dei massimi dirigenti della sicurezza di Gaza. Motivo, la loro incapacità di impedire i lanci di mortaio e il non avere preso le misure necessarie a far rispettare la tregua da parte palestinese. Ma quale tregua? Esiste solo quella unilaterale palestinese? Sembra in proposito che Abu Mazen abbia scambiato l’adesione di principio alla sua richiesta di una tregua da parte delle organizzazioni palestinesi come un’accettazione incondizionata, ignorando che se tregua deve essere, deve esserci anche dall’altra parte.
In questo modo i palestinesi sono stati puniti due volte, da Abu Mazen e da Sharon, mentre i soldati e i coloni israeliani sono rimasti impuniti. Uno dei responsabili delle Brigate di Al Aqsa, una costola di Al Fatah, aveva dichiarato prima del vertice l’appoggio ed il sostegno dalla sua organizzazione ad Abu Mazen, ma ha pure ricordato che le Brigate non sono nate da una decisione arrivata “dall’alto” e che pertanto non saranno sciolte da una decisione “dall’alto”. Come dire: possiamo certamente trattare e negoziare, ma dobbiamo anche continuare la nostra lotta e la nostra resistenza. È vero che il bilancio delle forze in campo non è a favore dei palestinesi, ma le esperienze vietnamita, algerina, cubana e libanese insegnano che la lotta per la libertà e l’indipendenza alla fine può vincere. Che non ci possa essere pace duratura senza giustizia, continua a rimanere il dato principale.
In Iraq le elezioni non hanno portato né la sicurezza né la democrazia tanto decantata dai mezzi di informazione. Anzi l’Assemblea Nazionale (il parlamento) si è dovuta riunire la prima volta quasi clandestinamente, e non è possibile sapere né quando né dove si riunirà la prossima volta, al punto che qualche commentatore arabo ha descritto tutto questo come “un parla-mento clandestino, per non dire una banda di fuorilegge che s’incontrano nell’oscurità”, e non un parlamento eletto con suffragio universale. Questa Assemblea Nazionale è stata sino ad ora incapace di eleggere un presidente e un primo ministro in grado di formare un governo provvisorio che guidi il paese fino alle prossime elezioni previste per dicembre.
Oggi l’Iraq non solo è sotto occupazione, ma è un paese sequestrato, derubato e distrutto. Bisogna fermare questo massacro quotidiano, e lo si può fare solo iniziando con il ritiro di tutte le truppe straniere di occupazione, perché queste, dopo due anni di una guerra invisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini di questo mondo e fondata sulle menzogne e sull’inganno, hanno dimostrato di saper solo fare centinaia di miglia di vittime irachene, di aver creato un paese lacerato e a un passo dalla guerra civile e dalla divisione. L’Iraq deve tornare agli iracheni, magari con l’aiuto di altri paesi che non hanno partecipato a questo guerra, paesi arabi, musulmani, paesi non alleniati. E per arrivare a questo si dovrebbe garantire, da subito, un riconoscimento alla legittima resistenza irachena, in modo di assicurare alle forze che la compongono una partecipazione effettiva alla rinascita dell’Iraq, insieme alle altre forze democratiche. La quasi totalità degli iracheni è contraria all’occupazione straniera del loro paese. Il popolo iracheno ha il diritto e le capacita di autogovernarsi, pacificamente, scegliendo il modello democratico più adatto alla società irachena, nel totale rispetto dei diritti umani.
Nel mondo arabo islamico, come nel resto dei paesi in via di sviluppo, cresce la determinazione al cambiamento, a togliersi di dosso questi regimi imposti e sostenuti dall’imperialismo, e tale determinazione nasce da un desiderio di libertà e democrazia che sicuramente non è un effetto della guerra preventiva di Bush e dei suoi alleati.