DOCUMENTO Comitato Politico Nazionale PRC – 5/6 ottobre 2007

Documento conclusivo

Avremmo voluto che in questo cpn si affrontassero finalmente i veri problemi del partito e cioè i rischi di un suo distacco dalle masse ,dai lavoratori e dai movimenti di lotta del nostro paese, insoddisfatti delle politiche del governo. Avremmo anche voluto che si entrasse nel merito della deriva moderata dello stesso governo, il suo allontanarsi dalle aspirazioni del nostro elettorato e, in generale, del popolo della sinistra. E avremmo, infine, voluto che sulla proposta del nuovo soggetto unico e plurale della sinistra si facesse finalmente un discorso di verità, entrando nel merito di posizioni presenti fra i sostenitori di questa proposta che collidono esplicitamente con il nostro progetto politico. Ma non è stato così. La relazione che ci ha proposto il segretario è sotto questo profilo del tutto elusiva e ciò è francamente sorprendente.

In quella relazione, partendo da un’analisi giustamente preoccupata per le tendenze all’omologazione delle politiche ad un’impostazione liberista, e per il dispiegarsi di un processo qualunquistico di massa, si è avanzata una tesi singolare e cioè che per dare risposta a questi problemi bisogna impegnarsi nella costituzione di un nuovo soggetto politico, nel presupposto che le nostre difficoltà possano essere superate attraverso un’operazione d’ingegneria politica, per riequilibrare a nostro favore i rapporti di forza nel governo.

Questo approccio è del tutto riduttivo e costituisce l’ennesima fuga politicistica dai problemi reali.

Cominciamo col dire che il problema principale è la deriva del quadro politico verso posizioni moderate, che di questa deriva è protagonista lo stesso governo e che noi viviamo una condizione di crescente difficoltà, nel momento in cui non siamo in grado di frenare questa tendenza e veniamo percepiti a livello di massa come corresponsabili. Stiamo sottovalutando la reazione a livello di massa agli accordi del 23 di luglio, in particolare per l’attacco compiuto al sistema previdenziale, per la non soluzione del problema della precarietà, per la centralità attribuita all’impresa, a scapito dei diritti del mondo del lavoro. Senza contare il mantenimento della missione in Afghanistan, o la recente assurda deriva sicuritaria.

Né si può, nel tentativo di giustificare la nostra presenza al governo, tentare ora di dare un’immagine trionfalistica della finanziaria, dimenticando che il protocollo sul welfare ne costituisce un allegato, e stendendo un velo su altre scelte: dalla riduzione delle tasse per le imprese, alle elemosine per gli incapienti, alle misure surreali per contenere i costi della politica, come il taglio dei consiglieri comunali e provinciali. La verità è che ci troviamo di fronte ad una sostanziale continuità della politica del governo che occorre rimettere in discussione. Il primo passaggio decisivo è la posizione che assumeremo nel voto sul protocollo di luglio. Se non vi saranno significative modificazioni Rifondazione comunista deve opporsi esplicitamente.

Fare come gli struzzi e sperare in un ripensamento della maggioranza è assai poco lungimirante. La questione fondamentale è che Rifondazione comunista non può orami più esimersi da un confronto concreto sulla questione dirimente e, cioè, se la sua presenza in questo governo sia o no utile socialmente e trarne conseguentemente le conclusioni.

Tutto ciò è largamente trascurato nella relazione e questa è una scelta. Quello che ci pare venga proposto è, di fatto, il mantenimento di quest’opzione di governo, destreggiandosi in quella politica “stop and go” che in questi mesi ha condotto il partito ad aprire offensive, seguite puntualmente da ritirate. Così non si va da nessuna parte.

Così come non si affronta di petto la questione del governo, così si prosegue con cocciutaggine, e senza fare i conti con la realtà, con la proposta del nuovo soggetto politico. Anche qui è sorprendente come si possa proporre una ulteriore stretta nel percorso di unificazione, avanzando la proposta degli “stati generali della sinistra”, nel momento in cui la manifestazione del 20 ottobre sancisce l’ennesima rottura con Sinistra Democratica, e mentre nella consultazione i dirigenti sindacali che vi fanno riferimento sostengono le ragioni del si.

Ciò che si sta facendo è eludere un problema politico di prima grandezza e, cioè, il fatto che fra le forze che intendono dar vita al soggetto unitario e plurale della sinistra vi è una posizione che teorizza il primato della governabilità e che sostiene il carattere strategico di un rapporto col Partito Democratico. Ma ci chiediamo: si può dare vita ad una formazione politica senza affrontare la questione, si può far finta di non vedere che questo fatto costituisce un enorme ipoteca politica?

La verità è che il processo di costituzione della “cosa rossa”, condizionato, da un lato, dalla presenza al governo e, dall’altro, dal governismo di alcune fra le forze che vi dovrebbero confluire, conduce inevitabilmente, non già alla costituzione di un soggetto pienamente alternativo al PD, ma ad una forza che sempre di più rischia di essere sussunta nella logica bipolare e quindi in una condizione di oggettiva subalternità allo stesso PD.

Questi rischi per altro sono molto concreti. Basti pensare alle scelte che il nostro gruppo dirigente ha incredibilmente assunto a proposito della consultazione dei lavoratori. Ci si è rifiutati di fare campagna attiva per il no e con ciò si è, di fatto, rinunciato ad assolvere ad una funzione che sarebbe stata essenziale per i lavoratori impegnati in questa battaglia e cioè quella di offrire loro una sponda politica ed aiutare attivamente a rompere quel muro di silenzio che si tenta di costruire intorno a questo decisivo appuntamento. Se l’impegno del nostro partito non vi è stato è perché la necessità di mantenere i rapporti con alcune forze è stata considerata prioritaria e ciò costituisce un grave errore.

Sono queste le questioni che avrebbero dovute essere affrontate in questo cpn e che invece sono state rimosse. Avremmo voluto che l’avvio della fase congressuale avvenisse all’insegna dell’apertura di un dibattito vero, nella consapevolezza che la gravità della situazione imporrebbe che vi fosse uno sforzo collettivo del partito per uscire da una condizione oggettivamente grave, ma si sono scelte per l’ennesimo volta l’omissione e l’elusione dei problemi.

E questo, fra l’altro, ci fa immaginare quello che rischia di essere il congresso, un appuntamento in cui non vi è l’intenzione seria di affrontare i nodi, ma di blindare una maggioranza che appare attraversata da evidenti disagi, ma che si punta a congelare per evitare una discussione vera.

Per quanto ci riguarda, intendiamo sottrarci a queste logiche. Noi vogliamo un congresso partecipato. Siamo convinti che sulla base della linea che viene qui proposta non ci sia futuro per Rifondazione. Che il rischio sia quello di un suo definitivo superamento e con esso il venire meno di un’opzione comunista e anticapitalista nel nostro paese. Ma anche l’accelerazione del processo bipolare. Chi giustamente segnala il rischio dell’americanizzazione dovrebbe anche sapere che il bipolarismo è un connotato essenziale dell’americanizzazione.

Le divisioni che si sono prodotte all’epoca del congresso di Venezia erano il risultato di differenti proposte relativamente alla strategia che Rifondazione comunista avrebbe dovuto assumere. Ma in quella circostanza non era in discussione la sopravvivenza del nostro partito, né tantomeno il mantenimento della sua autonomia politica, organizzativa ed elettorale. Oggi invece questo è in discussione. Per questo non c’interessa qui riproporre una logica stretta di componente per marcare la nostra identità. Ci interessa, invece, segnalare un’urgenza, e cioè che chi ritiene che l’unica alternativa sia quella di partire dall’ispirazione di fondo di Rifondazione comunista, per salvaguardarla, ma anche per allargarne i confini, aprendosi ad un rapporto fattivo con i movimenti, e uscendo dalle secche di un governismo asfittico, converga in un impegno comune. Non ci interessa riproporre angusti confini di componente, quello che c’interessa è impedire il dissolvimento di un’esperienza fertile in indistinti soggetti e l’abbandono di un’opzione critica, in nome di un approdo governista.

Fosco Giannini

Gianluigi Pegolo

Leonardo Masella