Docenza universitaria: professione o trampolino di lancio?

*Docente di Storia del Teatro – Università di Torino

Edoardo Sanguineti, definito da tutti i mass media come “poeta” (ci torniamo subito), ha fatto un discorso ai primi di gennaio come candidato sindaco di Genova in cui ha detto che “bisogna restaurare l’odio di classe. Bisogna promuovere la coscienza del proletariato: i padroni ci odiano e non lo nascondono, noi dobbiamo aiutare i proletari ad avere coscienza della propria classe”. Apriti cielo! La destra si scatena: “incitamento all’odio di classe”; la sinistra prende le distanze, anche il direttore di Liberazione: “Se loro ci odiano noi non dobbiamo metterci sul loro piano proprio perché siamo diversi”, eccetera. Michele Serra, su La Repubblica, corsiveggia così: “Lo scandalo scatenato dalle parole di Edoardo Sanguineti sull’odio di classe è lo scandalo dell’intellettuale nella società di massa. (…). Lo scarto tra politica e cultura è ormai così netto, e irrimediabile, che in un contesto elettorale Sanguineti figura come un gaffeur, quasi un Calderoli alla rovescia”. Serra ci aiuta a capire. Sanguineti non ha fatto nient’altro che in un mondo totalmente arreso a un pensiero debole (e cioè al mercato) ricordarci che può ancora esistere un pensiero forte. Ben lungi da essere una gaffe, l’affermazione di Sanguineti ci dice che è ora – in un momento in cui la cultura craxi-berlusconiana dopo vent’anni di trionfi incontrastati (quasi) mostra i primi sintomi della crisi – di riappropriarci della funzione del vero intellettuale contro tutti quelli che nel ventennio passato hanno tradito (e cioè quasi tutti), vale a dire quella di svelare e di stimolare il pensiero critico. Svelare la realtà: loro ci odiano e nessun buonismo più o meno massmediatico può coprire questa realtà; noi dobbiamo odiarli per riinnestare il processo grazie a quella dialettica storica che ha portato ai progressi compiuti nel novecento, facendo tesoro degli eventuali errori. Nulla di più realistico, come si vede; altro che “poeta” usato nell’apparente senso di gratificare l’intellettuale Sanguioneti e, contemporaneamente, per dire che i “poeti” non hanno nessun rapporto con la realtà: per avere un corretto rapporto con la realtà altro che i “poeti”, ci vogliono i manager, quelli che sanno come far fruttare i soldi, come farli girare, a profitto di tutti, dicono “lor signori”, ma noi sappiamo benissimo che il profitto sarà sempre dei soliti a scapito di tutti gli altri, di quelli che, attratti dalle sirene della propaganda, non sanno più odiare. Sarebbe troppo facile trasporre la lotta di classe nell’Università. E, infatti, non è possibile se non per metafora. Gli studenti possono essere figli di proletari, di piccolo borghesi, di medio borghesi o di alto borghesi (ma questi ultimi di solito vanno al Politecnico fiatino o direttamente alla Bocconi), ma essi costituiscono comunque un gruppo sociale e, in quanto tali, esercitano dei diritti e subiscono soprusi. E quindi, per metafora, possiamo dire che sono i proletari dell’Università e i docenti i loro “padroni”. Infatti una delle conseguenze dell’Università di massa e, contemporaneamente, del pensiero che ha nuovamente posto, dopo i fermenti degli anni ‘40 e ‘50, l’individuo al centro di tutto – negando così la socialità e cioè l’apertura agli altri con la chiara coscienza che tutti noi viviamo in comunità e non come individui singoli tesi solo a coltivare il nostro meschino interesse – è il variare del rapporto studente-docente. Nella vecchia Università elitaria questo rapporto era basato sull’appartenenza alla stessa classe sociale: tranne le solite eccezioni che servono a confermare la solita regola, sia gli uni che gli altri provenivano dalla borghesia. L’intesa era quindi un’intesa prima di tutto culturale e politica. Col ’68 questa in- tesa, come sappiamo, tende a incrinarsi: senza dare giudizi affrettati su quel movimento, possiamo però rifarci a ciò che scrisse, al tempo, con grande lucidità Pasolini: i figli di borghesi si ribellano ai padri nascondendosi dietro un’ideologia rivoluzionaria che rimane loro però sostanzialmente estranea. L’articolo di Alonge sulla Rossanda e Ingrao, uscito nel primo numero di questa rivista, è piuttosto chiaro in questa direzione. Con la scusa di beccare la prima su un errore storico (Getto non si è ucciso ma ha solo tentato di farlo), passa il solito anticomunismo di allora come di oggi. Il passo tra Potere Operaio e la Lega è non solo breve ma perfettamente coerente (termine che piace molto a tutti i filistei). Quello che conta è essere anticomunisti (in quanto indvidualisti), sia che si militi nella cosiddetta sinistra extraparlamentare che nella destra più razzista (oltre che classista, ovviamente). Ma il tentato suicidio del grande italianista, maestro sia mio che di Alonge, ci aiuta a capire. Infatti, con la sensibilità che era propriamente sua, Getto aveva capito che stava finendo un’era per l’Università: quella di cui abbiamo appena parlato. Ecco che pensa di “togliersi di mezzo”, reazionario come era (cattolico di destra), visto che il suo tempo era passato e che la sua autorità, su cui si basava un insegnamento raffinatissimo ma un rapporto con gli studenti di tipo paternalistico e populistico, non sarebbe mai più potuta essere quella di prima. Nella nuova situazione, che si delinea più chiaramente a partire dall’inizio degli anni ‘80, e cioè dell’epoca craxiana, il docente è sempre meno interessato al rapporto con gli studenti: tutti i colleghi con cui ho parlato nell’ormai lunga mia carriera di professore di Università non hanno mai capito perché io dicessi che Getto aveva ragione e che avremmo dovuto suicidarci tutti tranne quelli che pensavano che la storia fosse modificabile, se pure con grandissima difficoltà, e, per ciò che ci riguardava e riguarda, che questa possibilità di cambiamento fosse proprio legata a un diverso rapporto da istituire con gli studenti, ora appartenenti a classi sociali diverse. Rapporto che si basasse non più sul paternalismo, e quindi non sull’autorità istituzionale e di classe, ma su uno scambio autentico di chi si suppone ne sappia di più con chi si pensa ne sappia di meno; “scambio” nel senso che chi ne sa di meno, ha sempre qualcosa da dare a chi ne sa di più dal momento che è impossibile sapere tutto. L’umiltà porta alla socialità, così come la supponenza individualistica giunge al suo contrario. Ma molti docenti, a partire dall’inizio degli anni ‘80, la pensano proprio così: basta leggere ancora Alonge, nel suo secondo articolo, quando dice che suo padre, essendo proletario, poteva perdere il tempo che voleva mentre lui, ora borghese, non ha tempo da perdere. Siamo al limite dell’incredibile tranne che si prende questa affermazione come un concentrato di quell’odio di classe di cui parla appunto Sanguineti. E’ così che gli studenti non sono più considerati come individui – come, se pure a modo loro, facevano ancora i docenti come Getto -, ma semplicemente come un male necessario per potersi fregiare del titolo di professori di Università. E, con questo titolo, fare altre cose. Quando noi eravamo studenti, i professori erano sempre lì: ancora Getto, per esempio, era sempre il pomeriggio nel suo studio, dove potevamo andarlo a trovare per parlargli dei nostri problemi legati allo studio, ma anche di altro. Ora si sente sempre più la lamentela degli studenti a proposito di professori che “non ci sono mai”; e anche se gli studenti esagerano per vittimismo, non del tutto ingiustificato, c’è un grave fondo di verità in questa affermazione. Infatti molti docenti (molti, non tutti, fortunatamente) fanno “altro” e, appunto, corrono trafelati a fare lezione, quando non la saltano, dicono le loro cose e scappano. Se le cose stanno così – e che stiano in questo modo è confermato dalla scarsissima frequenza ai vari consigli, talmente scarsa da costringere il senato accademico a mutare i regolamenti per computare il numero legale perché, al contrario, quest’ultimo non ci sarebbe mai o quasi – è chiaro che invitare gli studenti a svegliarsi e a esercitare un po’ di sano odio di classe, metaforica la classe e metaforico l’odio ben inteso, non è poi così male. Ma l’odio di classe non basta certo di per sé: questo odio – e cioè, fuor di metafora, questa coscienza di essere usati come merce di scambio e non considerati come individui che hanno bisogno di “crescere” sia culturalmente che umanamente – deve dar vita a un risveglio studentesco che porti questi ultimi alla coscienza della propria importanza nello scambio, proprio, lo sottolineo ancora una volta, “scambio” didattico. E, all’orizzonte, abbiamo il problema della valutazione dell’operato dei docenti. Giustamente i partiti della sinistra d’alternativa intendono opporsi al progetto governativo – ben allineato sulla linea berlingueriana (Luigi) e morattiana – della formazione di nuclei di valutazione esterni che altro non sarebbero che emanazioni delle aziende che pretendono dall’Università una formazione professionale culturalmente allineata alla cultura dominante. Ma, a nostro modo di vedere, non basta opporsi, bisogna anche trovare un’alternativa. E l’unica alternativa che mi pare di poter proporre è quella di commissioni permanenti, regolarmente elette, di studenti e professori che si consultano a scadenza ravvicinata (una volta al mese potrebbe andare bene) sui problemi dell’Università e dei vari corsi; una commissione che serva agli studenti per porre le proprie richieste a ai docenti per discutere con questi quali loro sembrano giuste e quali no, e come è possibile soddisfarle. Che anche i docenti che non sanno, o non vogliono, più fare il loro mestiere, piangano. Forse è venuta l’ora perché questo avvenga.