“Distruzione creativa” Usa in Iraq e resistenza popolare

La “distruzione creativa” dell’Iraq auspicata dai “neoconservatori” Usa – i cosiddetti “likudnik” per i loro legami con l’ultradestra israeliana – e dai fondamentalisti del “Nuovo secolo americano”, in gran parte gruppi cristiani integralisti evangelici, le due componenti principali dell’amministrazione Bush che hanno progettato sia la guerra all’Iraq che il dopoguerra, continua senza sosta facendo del paese, tra lutti e distruzioni senza fine, una vera e propria “tabula rasa” . Una “tabula rasa” sulla quale Washington sta ridisegnando uno stato debole, diviso in tante “patrie etno-confessionali” sempre in conflitto tra di loro, del tutto indifeso, economicamente preda delle multinazionali estere, senza più alcun controllo sulle proprie risorse petrolifere, plasmato ad immagine degli Usa come il regno del liberismo più sfrenato.
Il caos che ha avvolto l’Iraq del dopo guerra non è stato affatto frutto di “incapacità”, “scarsa preparazione”, “scarsa programmazione” da parte degli strateghi di Washington (i pozzi petroliferi e il ministero del petrolio sono stati subito ed efficacemente presidiati dall’esercito Usa) ma di precise scelte politico-strategiche. L’obiettivo in realtà era ed è proprio la distruzione dell’Iraq quale stato unitario, orgoglioso del suo ruolo storico nel mondo arabo e in grado, potenzialmente, di fare da contrappeso ad un dominio americano-israeliano sull’intera regione. Ciò perché tra tutti i paesi arabi l’Iraq era l’unico ad avere ben cinque carte strategiche di grande importanza: riserve di petrolio, forse anche superiori a quelle dell’Arabia saudita, le acque del Tigri e dell’Eufrate, una popolazione relativamente numerosa (oltre 23 milioni di abitanti), un altissimo livello di istruzione, soprattutto a livello tecnico scientifico, un esercito composto da ottimi soldati e ufficiali reduci da ben vent’anni di guerra e con un forte sentimento “nazionale” e “arabo”.
Il progetto Usa prevede inoltre la distruzione dell’Iraq come stato laico con un forte settore economico pubblico, un welfare “dalla culla alla tomba”, una serie di leggi che impedivano lo sfruttamento selvaggio e non contrattato del paese da parte delle multinazionali e delle società straniere. Per realizzare tali progetti era quindi necessario distruggere tutte le istituzioni “nazionali”, tutto quel che di “unitario” e di laico ci fosse in Iraq, a cominciare dai musei che conservavano i reperti delle antiche civiltà mesopotamiche – espressione di una storia, pre-araba e pre-islamica in grado di unire tutti gli iracheni, e dalle forze armate capaci con il loro laicismo di amalgamare la popolazione al di là delle divisioni etniche e religiose e, un domani, istituzione in grado di difendere di nuovo la sovranità e gli interessi dell’Iraq. Di qui la decisione del viceré Usa in Iraq, Paul Bremer di sciogliere l’esercito, abolire i ministeri della difesa, degli interni e dell’informazione, licenziando oltre 400.000 dipendenti pubblici tra soldati, ufficiali e impiegati. Parallelamente la nuova amministrazione americana in Iraq sta soffiando sul fuoco delle divisioni etniche (tra arabi e curdi) e religiose (tra sunniti, sciiti e cristiani) al fine di dividere la popolazione e indebolire il nazionalismo iracheno in modo da impedire la nascita di un fronte comune di resistenza all’occupazione.

Una colonia confessionale

Pietre miliari di questo processo di disgregazione del paese portato avanti dall’amministrazione Bush sono state: l’introduzione in Iraq del principio del confessionalismo come base della struttura istituzionale del nuovo stato – sia il Consiglio provvisorio che il governo locale sono stati designati entrambi dal viceré Usa con questo criterio – e il tentativo di arrivare ad una nuova costituzione che sancisca la scomparsa dello stato unitario con una forma così estrema di devolution da rendere possibile la divisione del paese in tre parti (un nord ricco di petrolio curdo-Usa, un centro sunnita e un sud sciita).
Il governo locale iracheno, nuovo passo avanti verso la libanizzazione-privatizzazione del paese, ha così 13 ministri sciiti, 5 sunniti, 5 kurdi, un turcomanno e un cristiano — la stessa composizione del Consiglio provvisorio — ma in realtà non si tratta che di un organismo consultivo, privo persino della figura del primo ministro, del ministro della difesa, e di quello per gli affari religiosi, funzioni in realtà nelle mani del viceré americano in Mesopotamia. Inoltre i ministri iracheni sono affiancati da un “consigliere” americano o britannico — il vero ministro — con pieni poteri di veto, com’era ai tempi del mandato britannico.

La resistenza

Tali progetti hanno però trovato un ostacolo imprevisto nella resistenza, meglio sarebbe parlare di “resistenze” che, con oltre 200 soldati Usa uccisi e una trentina di attacchi al giorno, dalla dichiarazione della fine delle operazioni militari fatta dal presidente Bush lo scorso primo maggio, hanno mostrato una incisività dai più inaspettata. Le organizzazioni della resistenza sono molto variegate e vanno dai gruppi che fanno riferimento all’ideologia, più che alle strutture, del regime di Saddam Hussein, ai nazionalisti arabi di varia inclinazione, dai semplici patrioti, ai militanti del Baath rimasti disoccupati, alle varie tendenze islamiste sino ad alcuni settori dello stesso Partito comunista. I centri della resistenza all’occupazione si trovano nel rettangolo tra le città di Falluja-Balad- Dloiya- Yusufia nella provincia di Anbar (ovest e nord-ovest di Baghdad), l’area attorno alla città di Baquba nella provincia di Diyala (ad est della capitale) alcune zone arabe di Mossul e la capitale Baghdad. Questa distribuzione sul territorio riflette varie ragioni politiche economiche e sociali. Nella provincia di Anbar troviamo ad esempio un’esplosiva mistura di ideali pan-arabi, di nazionalismo laico iracheno, una struttura tribale molto radicata, gruppi islamici radicali che fanno riferimento al Wahabismo salafita di ispirazione saudita , gruppi islamici di ispirazione sufi. In ogni caso è chiaro che le aree a maggioranza sciita di Najaf, Kerbala e la capitale del sud, Basra, si stanno avvicinando alla resistenza più lentamente di quanto non sia avvenuto nella zona centro-settentrionale sunnita. Ciò per varie ragioni. Innanzitutto il fatto che il regime laico del Baath aveva represso senza esitazione qualsiasi forma di Islam politico sin dalla fine degli anni settanta, all’epoca della rivoluzione Khomeinista in Iran, e aveva stroncato, con la complicità Usa, la rivolta di queste aree, in particolare Basra, Najaf e Kerbala nel 1991, subito dopo la fine della prima guerra del Golfo. Il secondo motivo è costituito dalla presenza nel Consiglio provvisorio di una componente sciita allevata a Londra e Washington (spesso legata alle grandi famiglie di commercianti del centro sud) rappresentata da Ahmad Chalabi e da una sostanziale intesa tra la principale forza dell’islam politico sciita in Iraq il “Consiglio supremo della rivoluzione islamica”, legato a Tehran, e l’amministrazione americana.
Se infatti è vero che la cultura sciita è segnata da secoli di esclusione dal governo e quindi da una certa ostilità verso il potere e da forti aspirazioni alla giustizia sociale, questi dati di fondo sono sempre bilanciati dagli interessi di una ricchissima borghesia e da un altrettanto potente clero (sono sciiti i settori più poveri m anche quegli più ricchi della società).
Non meno profonde le divisioni nello stesso clero sciita che però in quasi tutte le sue componenti è comunque contrario ai principi del Wilayat al Faqih, il governo dei religiosi, di ispirazione iraniana. Le posizioni quietiste e di estraneità alla politica della leadership religiosa sciita di Najaf facenti capo al grande saggio ayatollah al Sistani sono in realtà contestate da alcuni settori islamisti come quello di Muqtada al Sadr, figlio dello scomparso ayatollah Mohammed Sadeq al Sadr, che recentemente ha rotto gli indugi e invitato la popolazione e le sue milizie a prepararsi alla resistenza entrando così in rotta di collisione con gli Stati uniti.
Il malessere della comunità sciita si è manifestato anche nello stesso Partito comunista che ha visto consolidarsi una sua divisione in tre correnti praticamente indipendenti l’una dall’altra. Alla base del profondo dissenso il fatto che il leader del Pc iracheno, Hamid Majid, ha accettato di partecipare all’organismo nominato da Paul Bremer in quanto “sciita” e non come esponente politico. Tale decisione avrebbe portato molti quadri del partito, autodefinitisi “Quadri del Partito comunista iracheno” a rompere gli indugi e a passare apertamente alla lotta armata contro gli occupanti. Una scelta questa che è già stata fatta da altri quadri dell’area comunista facenti riferimento al Partito comunista iracheno-Fronte Patriottico, già attivo nella resistenza armata nell’ambito di una coalizione con settori del movimento nasseriano, del partito Baath pro-siriano e dei Fratelli musulmani. Diversa invece la strategia di un altro spezzone della tradizione comunista, il Partito comunista operaio dell’Iraq che si oppone all’occupazione ma è profondamente contrario alla resistenza armata e ancor più a qualsiasi alleanza con le altre forze nazionali e/o islamiste.
Tutti questi sommovimenti nella stessa comunità sciita hanno portato ad un radicalizzarsi delle posizioni dei settori più moderati. I Rappresentanti sciiti del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq, in seguito ad una presa di posizione di alto valore politico-religioso del grande ayatollah Ali Sistani, secondo la quale la nuova costituzione non può che essere redatta da una assemblea eletta a suffragio universale, hanno assunto una posizione più intransigente di quanto non avessero fatto in precedenza bloccando così quel processo che gli Usa vorrebbero concludere entro pochi mesi. Gli Usa da parte loro sono contrari a qualsiasi assemblea costituente. Il motivo è semplice. La rapina dei beni e del petrolio dell’Iraq mal si concilia con qualsiasi forma di democrazia.