Diritti di carta: costituzione europea e attacco al lavoro

*economista

L’ANALISI DETTAGLIATA DEL TESTO DELLA COSTITUZIONE EUROPEA MOSTRA CONTRADDIZIONI INSANABILI FRA PRINCIPI E DIRITTI REALI, COSTANTEMENTE A DANNO DELLE POLITICHE SOCIALI E DEI LAVORATORI.

1. I QUATTRO VIZI CAPITALI DELLA COSTITUZIONE EUROPEA

La cosiddetta Costituzione euro p e a , firmata a Roma il 29 ottobre scorso, porta alle loro estreme conseguenze alcuni vizi e dogmi di fondo che da sempre caratterizzano il processo di costruzione europea. Passiamoli brevemente in rassegna.

– Il vizio oligarchico. Come è noto, l’intero processo di costruzione dell’Europa è stato diretto dall’élite economica e politica degli Stati europei. Ben di rado i cittadini europei sono stati chiamati ad esprimersi sulla situazione, o a contribuire in prima persona ad essa. Le elezioni europee sono tradizionalmente ritenute “elezioni di serie B”, e lo stesso strumento del referendum (del resto esso stesso assai manchevole dal punto di vista democratico) è stato adoperato solo in casi in cui le opinioni pubbliche di alcuni Paesi lo chiedevano a gran voce – e varrà la pena di notare che in questi casi i risultati sono stati tutt’altro che incoraggianti per i fautori dell’integrazione europea. Questo vizio oligarchico si è ora espresso in forme estreme nella tessitura della Costituzione europea, i cui contenuti sono stati decisi non da un’Assemblea Costituente, ma da parlamentari e personalità decise dai Parlamenti nazionali e riunite in una Convenzione che, per giunta, originariamente non doveva preparare alcuna Costituzione; successivamente i risultati dei dibattiti della Convenzione sono stati oggetto di trattative tra i governi europei e ratificati nel contesto di una Conferenza Intergovernativa. In nessuno di questi passaggi si è sviluppato un dibattito pubblico intorno ai contenuti del testo che si stava definendo. Tanto che esso è semplicemente ignoto alla massima parte dell’opinione pubblica europea.

– Il dogma liberista trova chiara espressione nel testo della Costituzione, in particolare nel rifiuto di qualsivoglia politica di regolazione del mercato. Chiunque ponga anche superficialmente a confronto il testo della proposta di Costituzione europea con la Costituzione italiana del 1948, si accorgerà del fatto che quest’ultima è molto più avanzata, sino al punto di subordinare la stessa attività economica privata agli interessi generali (più precisamente: a “fini sociali”). (1) Se leggiamo la Costituzione europea, ci accorgiamo invece che l’impostazione è per così dire rovesciata: le funzioni dei poteri pubblici sono infatti desunte dal principio di sussidiarietà. Lo Stato (e più in generale la pubblica amministrazione ai suoi vari livelli) deve cioè svolgere una funzione residuale, di semplice supplenza delle “forze del mercato”, svolgendo soltanto i compiti che gli attori economici privati non svolgono con efficienza, e non può in genere intervenire su di essi.

– Alla base dell’adozione del principio di sussidiarietà c’è un altro dogma: il dogma della superiorità della cosiddetta “società di mercato” e, come si dice nel testo, della “concorrenza libera e non falsata”. (2) È questo dogma a permeare di sé non soltanto l’intero Titolo III della Costituzione (gli articoli del Trattato dedicati al “mercato interno”), ma più in generale le parti della Costituzione relative all’economia. In questo senso ha perfettamente ragione Rossana Rossanda a definire il testo partorito dalla Convenzione come “la Costituzione sovietica alla rovescia”. (3) Non si tratta infatti di una Costituzione “formale”, bensì di una Costituzione che assume esplicitamente alcuni princìpi di fondo circa la “costituzione materiale” della società. In barba a tutti i teorici che per decenni ci hanno spiegato che la superiorità delle Costituzioni borghesi contemporanee su quelle dei Paesi dell’Est era rappresentata dal fatto di essere formali, ossia di fissare regole e procedure per l’esercizio della democrazia (vedi Bobbio ed epigoni).

– Connesso con il dogma liberista vi è il dogma monetarista. Esso presuppone che, in presenza del “libero agire delle forze di mercato”, l’unica politica economica possibile sia quella rappresentata dalle “politiche macroeconomiche” (ossia monetarie): in altri termini, mercato + politica monetaria sarebbero in sé sufficienti per garantire lo sviluppo economico. Questo dogma è all’origine dell’assoluta autonomia della Banca Centrale Europea da qualsivoglia organismo politico, prevista dal Trattato di Maastricht e riconfermata dalla Costituzione. Tale autonomia pone il problema della legittimità democratica delle decisioni di portata generale che la Banca Centrale assume: di fatto, in assenza di un “diritto di ingerenza” della sfera politica su una materia così importante, alla decisione democratica è sottratto un ambito essenziale delle leve di governo dell’economia (tanto da far ritenere ad alcuni osservatori che questa autonomia renda “radicalmente impensabile” un governo dell’economia). (4)

– Infine, il vizio intergovernativo. Il Trattato rafforza i poteri del Consiglio Europeo (ossia del consesso dei premier e presidenti dei diversi Stati che compongono l’Unione), sottraendone per contro alla Commissione Europea e senza aumentare in misura significativa, come sarebbe stato assolutamente indispensabile, quelli attribuiti al Parlamento Europeo. In tal modo si rinazionalizzano di fatto le politiche, anche grazie all’ampiezza delle materie su cui la Costituzione prevede che si debba decidere soltanto all’unanimità (ciò che consente anche a singoli Stati di esercitare il diritto di veto). Come vedremo più avanti, questo aspetto è tra i lati più negativi del Trattato per i lavoratori.

2. DI MALE IN PEGGIO: L’ULTIMA VERSIONE DEL TRATTATO

I vizi e i dogmi sopra richiamati hanno condizionato pesantemente i lavori della Convenzione, diretta da Giscard d’Estaing, che ha elaborato il progetto di Costituzione.
Ma il “vizio intergovernativo” ha dato il meglio di sé dopo la chiusura dei lavori della Convenzione (nel giugno 2003), a cui è seguito un anno di estenuanti negoziati tra i governi.
In questi negoziati ha giocato un ruolo decisivo il governo inglese, tant’è vero che il ministro degli esteri britannico, Jack Straw, ha potuto dichiarare: “degli 80 blocchi di emendamenti al testo della Costituzione sui quali la conferenza intergovernativa ha trovato l’intesa, 39 erano stati proposti dalla Gran Bretagna. Abbiamo raggiunto ogni singolo obiettivo che ci eravamo proposti nel libro bianco dello scorso settembre”. (5)
Per capire quali fossero questi obiettivi, è sufficiente ripercorrere le prime parti della Costituzione, facendo attenzione ai cambiamenti apportati nella stesura finale rispetto a quella (già deprimente) del giugno 2003.
È importante sottolineare che di questi cambiamenti (spesso di grande importanza) non si è saputo praticamente nulla, tant’è vero che non pochi commentatori, quando è stato firmato il Trattato, hanno fatto riferimento nei loro articoli al testo della Convenzione – cioè a un testo che non esisteva più. Ma la cosa più importante è un’altra: questi cambiamenti sono tutti peggiorativi dal punto di vista delle condizioni dei lavoratori.
In sostanza l’impianto liberistico della Costituzione è stato rafforzato, le tutele per i lavoratori indebolite o vanificate, i loro diritti (formalmente previsti nella seconda parte del Trattato) resi in gran parte inoperanti.
Ma vediamo gli esempi più significativi di questo colpo di mano.

3. LE (NON) POLITICHE SOCIALI E DELL’IMPIEGO

Per capire con quale serietà l’Unione Europea intende battersi per l’occupazione, basta prendere l’art. I-11, § 3. Nella prima versione esso recitava come segue: “L’Unione ha competenza per promuovere le politiche economiche e dell’occupazione degli Stati membri e assicurarne il coordinamento”. In seguito agli emendamenti presentati dal governo britannico, e approvati dalla Conferenza Intergovernativa, è diventato: “Gli Stati membri coordinano le loro politiche economiche e dell’occupazione secondo le modalità esposte nella parte III [del Trattato], la definizione delle quali è di competenza dell’Unione”; per chi non avesse capito l’antifona, provvede il § 5 dello stesso articolo: “Gli atti giuridici obbligatori dell’ Unione adottati sulla base delle disposizioni della parte III… non possono comportare un’armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri”.
In questo modo all’interno del Trattato si determina una fondamentale asimmetria tra diversi aspetti della politica economica. Dove gli aspetti che sono lasciati alla discrezione dei diversi Stati membri sono, guarda caso, proprio quelli che riguardano la politica sociale e dell’impiego. Si tratta in assoluto della peggiore soluzione possibile. Infatti, da un lato l’Unione ha una “competenza esclusiva” (ossia sottratta agli Stati membri) per quanto riguarda “l’unione doganale, le regole della concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno, la politica monetaria dei Paesi che hanno adottato l’euro, la politica commerciale comune” (art. I-12). Non ha invece competenza esclusiva sulla politica sociale. Questo in concreto significa che nessuno Stato membro può mettere dei dazi all’importazione per colpire la concorrenza dei prodotti di altri Paesi dell’Unione; ogni Stato membro può invece permettere che le proprie imprese abbassino gli standard di protezione dei lavoratori per abbassare i costi e colpire per questa via la concorrenza dei prodotti di altri Paesi dell’Unione. In questo modo si rende inevitabile che la competitività la paghino i lavoratori. Bello, no?

4. DIRITTI DI CARTA

L’argomento principe dei sostenitori della progressività del Trattato costituzionale europeo è rappresentato dalla “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione”. Stipulata per la prima volta a Nizza nel 2000, essa è ora per la prima volta inserita a pieno titolo in un Trattato. A parte alcune curiose particolarità (come l’inquietante affiancamento del concetto di libertà a quello di sicurezza) (6), è sicuramente un testo garbato e ben scritto. Contiene articoli che saremmo lieti di vedere applicati nel nostro Paese ( “la libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”: art. II-11, § 2), articoli di contenuto prevedibile ( “è riconosciuta la libertà d’impresa”, art. II- 16), altri di contenuto piuttosto enigmatico (come il “diritto di sposarsi” di cui all’art. II-9), ed altri – infine – decisamente più interessanti: la libertà di associazione in campo politico e sindacale (art. II- 12), il diritto all’istruzione e alla formazione professionale e continua (art. II-14), il divieto della discriminazione fondata sulla cittadinanza (art. II-21), il diritto dei lavoratori all’informazione e alla consultazione nell’ambito dell’impresa (art. II-27), il diritto di sciopero (art. II- 28), il diritto a condizioni di lavoro giuste ed eque (art. II-31), il divieto del lavoro minorile (art. II-32), il diritto alla sicurezza sociale ed all’assistenza sociale (art. II-34), nonché alla protezione della salute (art. II- 35). Il bello, ci dicono gli estimatori della Costituzione, è che questi enunciati così attraenti sono ora costituzionalizzati e resi vincolanti!
Purtroppo, però, le cose non stanno così. Infatti il governo britannico, preoccupato che i diritti contenuti nella Carta potessero “creare nuovi diritti” o addirittura (orrore!) essere utilizzati “per rovesciare le riforme del mercato del lavoro dell’era Thatcher”. (7) si è adoperato per privare di ogni efficacia l’inserimento nel trattato della “Carta dei diritti”. Lo ha fatto in due tappe: in primo luogo, imponendo una dichiarazione “a carattere esplicativo” secondo cui la carta dei diritti si applica “agli Stati membri solo nella misura in cui essi stanno applicando leggi dell’Unione” (ossia non sulle normative su cui permane una competenza nazionale: come ad esempio le politiche sociali). In secondo luogo, facendo inserire nell’art. II-52 un paragrafo aggiuntivo (il § 7): “i giudici dell’Unione e degli Stati membri tengono nel debito conto le spiegazioni elaborate al fine di fornire orientamenti per l’interpretazione della Carta dei diritti fondamentali”,(8) Risultato: dal momento che “la Carta sarà interpretata dai giudici dell’Unione e degli Stati membri alla luce delle spiegazioni elaborate sotto l’autorità del Presidium della Convenzione che ha redatto la Carta e aggiornate sotto la responsabilità del Presidium della Convenzione europea” (Preambolo alla parte II del Trattato), sarà facile rendere praticamente inefficaci molti dei diritti solennemente enunciati.
La Costituzione europea in questo modo rappresenta un passo indietro rispetto all’applicazione della Carta dei diritti: infatti, mentre in precedenza la Corte di giustizia europea aveva cominciato ad emanare sentenze ispirate alla Carta stessa, ora sarà vincolata a giudicare soltanto nei casi in cui gli Stati non ottemperino alla carta mentre applicano normative europee. Quindi non nei casi, sottratti alla competenza europea, che riguardano le politiche sociali e la protezione dei lavoratori! In questo modo i nipotini della signora Thatcher (a cominciare dai laburisti Tonry Blair e Jack Straw) possono dormire sonni tranquilli. Ma in fondo c’è poco da scandalizzarsi. Infatti, a ben vedere, questo colpo di mano sulla Carta dei diritti non fa che condurre alle estreme conseguenze un aspetto di fondo del Trattato (e dell’intera costruzione giuridica europea come si è andata costruendo nel corso dei decenni): quello per cui da un lato ci sono i diritti, astrattamente e pomposamente dichiarati nella loro universalità, dall’altro ci sono le politiche concrete dell’Unione. Queste ultime (esposte in dettaglio nella parte III del Trattato) sono imperniate attorno ai dogmi della “libera concorrenza” e della priorità assoluta del “Dio mercato”, e quindi necessariamente rendono in concreto inapplicabili molti dei presunti “diritti inalienabili”.

5. I LIMITI ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI LAVORATORI

Con la parte III del Trattato ( “Le politiche e il funzionamento dell’ Unione”) si scende dall’empireo dei sacri principi al ben più prosaico e volgare terreno della vita concreta. Ed è sufficiente prendere anche solo superficialmente in esame il Trattato per accorgersi di come il testo, che in generale procede spedito, cominci ad incespicare in tutti i casi in cui si affrontano tematiche socialmente significative. Così, gli articoli sulla “libera circolazione delle merci” filano via spediti che è un piacere. Per quanto riguarda i lavoratori, invece, le cose vanno in maniera ben diversa: se formal-mente essi “hanno il diritto di circolare liberamente all’interno dell’Unione” (III-18, § 1) e di non essere discriminati sulla base della nazionalità “per quanto riguarda l’impiego, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro” (§ 2), già il § 4 dello stesso articolo ci dice che questo “non si applica agli impieghi nella pubblica amministrazione”. Ma, più in generale, come sappiamo, questo articolo non si applica ai cittadini europei dei 10 nuovi Paesi membri dell’Unione. Si è tentato di giustificare questa limitazione (che di fatto fa sì che nell’ Unione ci siano cittadini di serie A e di serie B) con il rischio di un’ondata migratoria verso i Paesi della Vecchia Europa; ma questo rischio è stato smentito tra l’altro da una ricerca della stessa Commissione europea. (9) E infatti il motivo è un altro: siccome la circolazione dei capitali, a differenza di quella dei lavoratori, è completamente libera, in questo modo sarà possibile per le imprese europee delocalizzare i propri impianti di produzione nei Paesi di recente ingresso nell’Unione, nei quali è disponibile un esercito industriale di riserva di forzalavoro qualificata a basso costo e priva di garanzie sindacali. In tal modo si creerà una sorta di “periferia fordista” dell’Unione Europea, deputata alla produzione industriale (ed in generale a produzioni mature e ad alta intensità di forza-lavoro): in questa periferia, nella quale saranno ancora possibili svalutazioni competitive, si potranno realizzare delocalizzazioni di produzioni (o anche solo minacciarle, al fine di abbassare gli standard sociali a casa propria, come sta puntualmente accadendo in Germania). (10)

6. LA CONCORRENZA AL RIBASSO NELLE POLITICHE SOCIALI
Un ulteriore esempio di come vengano concretamente attuati i diritti solennemente enunciati nella parte II del Trattato, ci è fornito dalla lettura degli articoli dedicati alla “Politica sociale”. Al riguardo si dice subito che “l’Unione e gli Stati membri agiscono tenendo conto della diversità delle prassi nazionali, in particolare nelle relazioni contrattuali [il che consente ad esempio di mantenere le legislazioni antisindacali oggi in essere in molti Paesi dell’Europa dell’Est, N.d.A.], e della necessità di mantenere la competitività dell’economia dell’ Unione” (art. III-103, § 2).
L’articolo successivo enuncia i settori della politica sociale in cui l’Unione “sostiene e completa l’azione degli Stati membri” (art. III- 104, §1). A tale riguardo si dice che la “legge quadro europea può [!] stabilire le prescrizioni minime applicabili progressivamente”. Ma attenzione: seguono le limitazioni. Che sono tali da rendere praticamente inefficace il principio. Eccole:
Primo: la legge deve “tener conto… delle condizioni [?] e delle normative tecniche [?] esistenti in ciascuno Stato membro”.
Secondo: deve evitare “di imporre vincoli amministrativi, finanziari e giuridici di natura tale da ostacolare la creazione e lo sviluppo di piccole e medie imprese” (§ 2, b).
Terzo: nelle materie che riguardano “sicurezza sociale e protezione sociale dei lavoratori, protezione dei lavoratori in caso di risoluzione del contratto di lavoro, rappresentanza e difesa collettiva degli interessi dei lavoratori e dei datori di lavoro, condizioni di impiego dei cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente nel territorio dell’Unione”, la legge quadro europea può essere approvata soltanto all’unanimità dei componenti il Consiglio europeo (§ 3). Il che equivale a dire che tale legge non sarà mai approvata: infatti la regola dell’unanimità per le politiche sociali comporta necessariamente la paralisi delle decisioni e il concreto posizionarsi dello standard di protezione sociale al livello più basso – verso gli standard di quegli Stati che promuoveranno azioni di dumping sociale, ossia utilizzeranno bassi livelli di protezione sociale come fattore competitivo.
Ma neppure questo bastava al governo britannico, che durante la Conferenza intergovernativa ha quindi fatto mettere a verbale la seguente dichiarazione sulle politiche sociali: tali politiche “sono essenzialmente di competenza degli Stati membri. Le misure di incoraggiamento e di coordinamento da adottare a livello d’Unione… hanno carattere complementare. Esse mirano a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri e non ad armonizzare sistemi nazionali. Non incidono sulle garanzie e gli usi esistenti in ciascuno Stato membro…”. (11) Più chiaro di così…
È interessante notare che la regola dell’unanimità ha effetti negativi per i lavoratori anche in un altro campo: quello della fiscalità. Infatti l’assenza di coordinamento delle leggi tributarie comporta necessariamente una generalizzata fiscalità al ribasso per le imprese: e questo in quanto, in assenza di regole comuni (ossia di soglie minime di tassazione delle imprese), i Paesi membri si faranno concorrenza utilizzando la riduzione delle tasse alle imprese per attrarre investimenti. Però i vincoli di Maastricht (il cosiddetto “patto di stabilità”) impongono il mantenimento di soglie molto basse di deficit pubblico; pertanto, venendo meno il gettito proveniente dalle imprese, sarà inevitabile aggravare il carico fiscale sulle persone fisiche (ed in particolare sui lavoratori a reddito fisso) e/o ta-gliare le spese sociali. Questo secondo fronte, indiretto, di attacco al Welfare (e di riduzione del salario reale) si aggiunge perciò al primo fronte, che colpisce direttamente la protezione sociale dei lavoratori.

7. CHE FARE?

O meglio, che farsene di questa Costituzione? Secondo un’opinione piuttosto diffusa (purtroppo anche a sinistra), bisognerebbe intanto accettarla così com’è, e poi cercare di cambiarla. Il punto è che questo è praticamente impossibile. Come ha detto un signore certamente non sospetto di estremismo: “la Costituzione è stata ingessata. Non sarà facile farla evolvere e adeguarla ai mutamenti politici, perché potrà essere modificata solo all’unanimità”. (12)
E allora: perché accettare un testo così insoddisfacente sotto il profilo della giustizia sociale e così arretrato rispetto alla Costituzione italiana del 1948? Perché accettare una Costituzione che nessun popolo ha voluto, che nessuna Costituente ha scritto, e che è stata concepita e discussa in assenza di qualsivoglia dibattito pubblico?
Queste domande rappresentano altrettanti motivi per opporsi – anche con lo strumento del referendum – alla definitiva approvazione della Costituzione europea. Si tratta, infatti, di un testo che, lungi dal creare un terreno più avanzato per le lotte dei lavoratori, al contrario costituzionalizza le idee liberistiche oggi dominanti, e prevede – come abbiamo visto – meccanismi in grado di sbilanciare ulteriormente i rapporti tra le classi in direzione sfavorevole ai lavoratori. Lo stesso argomento, spesso invocato, della costruzione di un’identità politica europea contrapposta agli Stati Uniti, può facilmente ritorcersi contro chi lo adopera: infatti nessun passo concreto verso l’unione politica viene fatto dal Trattato, ed anzi è riconfermata la possibilità per ciascuno Stato dell’Unione di agire in ordine sparso; cosicché nulla impedirà un domani ai Blair e ai Berlusconi di turno di prendere parte alle avventure militari Usa – poniamo – in Iran o in Siria.
Intendiamoci: oggi l’orizzonte europeo non è una dimensione che si possa scegliere o meno; è un contesto necessario per la prassi politica e sociale. In altri termini, non esiste oggi alcuno spazio per un ritorno alla “sovranità perduta”, ossia non c’è alcuna possibilità di successo per chi si rinchiuda in un orizzonte politico e rivendicativo esclusivamente nazionale. È quindi corretto affermare che oggi “la mobilitazione sociale richiede un lavoro politico nell’ambito locale, ma l’agenda economica deve essere pensata nella dimensione globale dell’Unione”. Non si tratta di un compito semplice: la sfida è quella di attuare una ricomposizione su scala continentale – in termini di coscienza di classe e di organizzazione delle lotte – della classe operaia, ossia dei “soggetti del lavoro, del non lavoro, del lavoro negato”. (13)
Per questo, però, non servono aggregazioni elettoralistiche e di facciata: l’utilizzo dell’aggettivo europeo non è di per sé sufficiente a riempire il vuoto di politiche ed obiettivi comuni. Serve invece aggregare le forze di sinistra e comuniste intorno a ipotesi concrete di lavoro comune. Ed oggi l’impegno dei comunisti su scala continentale deve essere prioritariamente rivolto a contrastare l’approvazione della Costituzione europea: perché questo Trattato non soltanto non ci fa fare alcun passo avanti verso l’Europa che vogliamo, ma rappresenta un grave arretramento. Chi vuole costruire l’Europa del lavoro e dei popoli deve innanzitutto opporsi a questa Costituzione.

Note:

1 Gli articoli della Carta Costituzionale italiana che rilevano a tale proposito sono l’art. 3 (comma 2), l’art. 41 e l’art. 46.

2 Sull’ideologia della “società di mercato” rinvio a V. Giacché, “I mille volti di Mr. Mercato”, la Contraddizione, n. 105, novembre 2004.

3 R. Rossanda, “L’Europa sulla Carta”, il manifesto, 4 giugno 2003.

4 P. Alliès, “Constitution post-libérale”, Le Monde, 3 luglio 2003.

5 Nel settembre 2003 il governo inglese aveva predisposto un Libro Bianco che conteneva modifiche, spesso di grande importanza, alla bozza di Costituzione predisposta dalla cosiddetta “Convenzione Giscard” e resa pubblica nel giugno 2003.

6 Vedi art. I-3, § 2, e art. II-6.

7 “A difficult birth”, The Economist, 26 giugno 2004.

8 È interessante notare che i laburisti inglesi non si sono accontentati neppure del § 6, che nel suo testo ( “si tiene pienamente conto delle legislazioni e prassi nazionali”) già tutelava non poco gli Stati meno desiderosi di attuare i diritti previsti dalla Carta.

9 L’inconsistenza di tale ipotesi è stata dimostrata anche sulla base di considerazioni di carattere demografico: v. M. Livi Bacci, “ L’invasione fantasma dell’Europa a 25”, La Repubblica, 23 aprile 2004

10 Al riguardo si veda J. Arriola, L. Vasapollo, La dolce maschera dell’ Europa. Per una critica delle politiche economiche neoliberiste, Milano, Jaca Book, 2004, ed in particolare le pp. 47-108.

11 Tale dichiarazione è stata fatta con specifico riferimento all’occupazione, alle condizioni di lavoro, alla formazione, alla previdenza sociale, alla protezione contro gli infortuni e le malattie professionali, all’igiene del lavoro ed al diritto sindacale – cioè praticamente alle politiche sociali nel loro complesso.

12 R. Prodi, intervista a La Repubblica, 21 giugno 2004.

13 J. Arriola, L. Vasapollo, La dolce maschera dell’Europa, cit., passim.