Dinamiche dello sviluppo e modalità qualitative occupazionali

1. Le modalità dello sviluppo e della localizzazione produttiva

1. L’ultima fase dello sviluppo dell’economia che stiamo vivendo costituisce una nuova epoca per la complessità e vitalità del rapporto fra impresa e contesto lavorativo, culturale, organizzativo e territoriale complessivo. In tale ottica sia la proprietà sia la direzione sono chiamate a giocare ruoli diversi in funzione di un ambiente complesso, turbolento e caratterizzato da forte dinamicità competitiva di mercato ma, nel contempo da forti potenzialità di conflitto sociale. La risultante fra efficientismo manageriale e caratterizzazione innovativa imprenditoriale (la cosiddetta new economy) costituisce la nuova frontiera per le funzioni di un governo aziendale sull’intero macrosistema territoriale, effettuato attraverso una fabbrica sociale generalizzata.

In questa ottica, negli ultimi decenni lo sviluppo e la differenziazione delle attività economiche ha prodotto nel nostro Paese profonde modificazioni nei modelli produttivi e sociali e nelle decisioni localizzative che hanno riguardato il mondo dell’impresa, l’intera organizzazione economico-sociale e politico-istituzionale. Da ciò è derivato un significativo filone di studi e ricerche che, accanto alle dinamiche temporali, ha posto l’accento pure sull’organizzazione sociale e del lavoro e sulla diversificazione soggettuale e spaziale delle attività produttive, per poter cogliere meglio le similitudini e le diseguaglianze quantitative e qualitative connesse con le modalità dello sviluppo socio-economico complessivo. In tale filone sono inseriti, sicuramente, le attività del CESTES e le ricerche e analisi presenti sulla rivista PROTEO. Infatti i modelli elaborati ed adottati per analizzare le modalità dello sviluppo socio-economico internazionale del nostro Paese, hanno cercato sempre di presentare profonde innovazioni concettuali e metodologiche. Da tali analisi, ad esempio, risulta che negli anni ’60 lo sviluppo del nostro sistema economico è stato affrontato con una chiave interpretativa basata sul modello dicotomico Nord-Sud, incentrato sull’attività del settore industria. A partire dalla seconda metà degli anni ’60 tale modello interpretativo non è apparso più sufficientemente adatto per spiegare le modificazioni degli insediamenti produttivi e delle trasformazioni del modello di sviluppo e con le conseguenti ridefinizioni del tessuto sociale che si venivano registrando nel Paese. Si sviluppano nuove analisi a carattere socio-localizzativo delle attività economiche che con il modello definito delle “Tre Italie” fanno intravedere nuove modalità di lettura delle dinamiche economiche tentando di valorizzare i diversi localismi dello sviluppo, ma secondo noi anche ad evidenziare processi di scomposizione dell’unità di classe che aveva trovato nella fabbrica del Nord il suo più alto livello di aggregazione. Si giunge così alle più recenti ricerche caratterizzate dalla costruzione di modelli volti, da un lato, ad evidenziare le peculiarità e il localismo dei distretti industriali e, dall’altro, a raccordarli nell’ambito di una crescita complessiva caratterizzata dal preminente ruolo svolto in uno scenario post-fordista dal settore terziario, ufficiale e atipico o sommerso, che modifica le soggettualità del lavoro, che crea nuovi soggetti produttivi, nuove figure sociali anche e soprattutto marginali, modificando nel contempo le identità produttive e quelle non più aggregate esclusivamente in fabbrica, ma che si frantumano nel territorio, trasformando così la stessa identità e composizione di classe dei lavoratori.

Nascono seguendo tale impostazione delle analisi localizzative e socio-economiche che utilizzano partizioni funzionali del territorio, cioè unità territoriali che permettono di individuare e studiare i profili produttivi locali e le connesse dinamiche di socializzazione comportamentale da parte dei soggetti economici che nel territorio trovano una loro più definita collocazione non più configurabile solo all’interno della fabbrica.

2. Tali considerazioni ci inducono ad indagare il fenomeno della localizzazione economica tenendo presente che si tratta di un processo di ridefinizione del capitalismo italiano, processo che spesso provoca supersfruttamento, emarginazione, distruzione delle garanzie e nuove povertà. Infatti se la localizzazione è il processo di scelta dei luoghi per l’installazione delle attività economiche, è anche vero che i fattori che interessano tale processo sono numerosi e riguardano aspetti di ordine naturale, tecnici, demografici, socio-culturali, anche se gli aspetti determinanti sono quelli economici, derivanti dai rapporti di forza tra capitale e lavoro. Nelle imprese italiane il modello adottato si pone a metà tra il modello renano e quello anglosassone, anche se sembra prevalere quest’ultimo.

Certamente ancora oggi non è definitivamente chiaro quale modello economico finirà per prevalere in Italia, se quello anglosassone, basato fondamentalmente sul mercato e sulle dinamiche di Borsa in particolare, o quello renano-nipponico che ha invece il suo elemento centrale nello stretto legame fra impresa e banca. Bisogna innanzitutto considerare che il sistema economico del nostro Paese è caratterizzato da un numero molto elevato di piccole e medie imprese spesso ad altissima redditività e produttività; da un mercato borsistico e finanziario e creditizio in genere che, nonostante le modifiche, le accelerazioni e le leggi istitutive di nuovi intermediari, vive ancora una fase in cui un vero e proprio sviluppo non c’è stato. Nella situazione italiana che realizza quel sistema di gestione aziendale chiamato da alcuni studiosi di tipo padronale, anche se sempre più spesso a carattere multinazionale, sono presenti, infatti, tutti i limiti finanziari precedentemente evidenziati. Vi sono inoltre limiti economici perché si verifica un alto costo del capitale dovuto alle esigue possibilità degli azionisti di diversificare il proprio portafoglio di investimenti; infine anche la classe manageriale sovente è poco dotata di professionalità in quanto i ricambi del vertice seguono logiche dinastiche, politico-clientelari e non professionali. Gli obiettivi di redditività a breve periodo hanno portato a scarsi investimenti nello sviluppo tecnologico e quindi a una limitata competitività delle imprese italiane nei confronti degli altri sistemi europei. Per riuscire a raggiungere un più alto livello di competitività è necessario ottenere elevate risorse finanziarie e finora le imprese italiane sono ricorse soprattutto a mutui assistiti e a debiti bancari. Si è reso allora necessario per il capitalismo italiano strutturare diversamente le strategie di finanziamento anche attraverso dei cambiamenti nel rapporto banca-impresa. L’evoluzione nei rapporti banca-impresa si scontra però molto spesso con le posizioni delle “famiglie proprietarie”, le quali temono in questo modo di perdere l’effettivo controllo sulla gestione dell’azienda stessa. La concezione gerarchica presente nelle grandi aziende del nostro Paese, contraria al contemperamento degli interessi, è caratterizzata dal fatto che l’interesse prioritario è ancora quello di mantenere inalterato il potere del gruppo di controllo che assume in sé il soggetto del capitale finanziario e il soggetto economico detentore del potere di intervento diretto nelle strategie economico produttive d’impresa con una sempre maggiore effettiva concentrazione gerarchica nella gestione delle imprese.

A tale configurazione del modello di capitalismo italiano è funzionale anche la marginalizzazione dell’economia del Sud e la formazione periferica del C-N-E (Centro-Nord-Est); fermo rimanendo che nel N-O (Nord-Ovest) esiste una forma dell’industria con caratteri specifici che si è posta come forma dominante dello sviluppo nazionale, sia nelle varie articolazioni settoriali sia sul territorio. Tale capitalismo delle grandi famiglie, comunque dominante e centrale dell’economia italiana, corrisponde e si configura come centralista e basato sull’industria caratterizzata da maggiori dimensioni d’impresa, maggiore intensità di capitale fisso, maggior uso di tecnologie moderne e maggiore innovazione, nonché un carattere strategico della produzione in relazione agli altri comparti. Su queste basi il N-O sembra essere l’unica area a rispettare i termini imposti da questi parametri propri dell’economia del capitalismo delle grandi famiglie.

Nel nuovo modello di sviluppo italiano il capitale sceglie di distribuirsi e collocarsi in chiave tecnica andandosi a concentrare nelle aree industriali, con lo scopo di modernizzare gli impianti esistenti, incrementando la produttività del lavoro da destinare quasi esclusivamente a profitto. La strada della speculazione non produttiva, invece, trova collocazione attraverso la specificazione di un capitale finanziario che va a concentrarsi nelle aree a sviluppo consolidato, avendo lo scopo di ridurre rischi e incertezza, con la conseguenza di penalizzare ulteriormente le aree arretrate e di distogliere capitale agli investimenti produttivi rincorrendo il facile guadagno finanziario. Il risultato più immediato è l’aumento della disoccupazione che si va trasformando in strutturale, della precarizzazione incrementando la schiera dei disoccupati invisibili, non ufficiali, precarizzando e flessibilizzando in termini aziendali la qualità della vita di chi con tale sistema non riesce ad emergere ed arricchirsi.

A questo proposito un elemento di fondamentale rilievo diviene il ruolo assunto dalle piccole e medie imprese. Queste sono protagoniste dello sviluppo in funzione della loro specializzazione e capacità autopropulsiva basata sulle nuove forme di cottimizzazione generalizzata del lavoro e sul massiccio ritorno alla precarizzazione, alla flessibilità produttiva, del lavoro e dei salari, alla esternalizzazione e delocalizzazione produttiva alla ricerca di costi del lavoro sempre più bassi, di lavoro senza alcuna garanzia.

Il carattere di forte dipendenza, la scarsità e la disarticolazione di ogni forma di ricomposizione organizzata sono i risultati determinati e attesi dei processi di ristrutturazione del capitalismo italiano e delle nuove scelte localizzative di sviluppo. È così che può essere interpretato il rapporto fra un modello geo-economico periferico, per lo più formato da piccola impresa, tradizionale o interstiziale, che non sembra né vuole evolvere verso le grandi, anche se a volte vi è la possibilità che ciò accada perché funzionale al modello locale, ed un modello economico centrale che cerca di creare nuovi spazi produttivi e punta a razionalizzare e consolidare le produzioni o entrare in nuovi settori con produzione diversificate.

3. Si hanno, inoltre, dinamiche da economia marginale, come ad esempio, le relazioni che tutte le strutture dell’economia stabiliscono con la realtà produttiva meridionale. Relazioni che mutano nel tempo ma che continuano a configurare rapporti funzionali da sottosviluppo, realizzati in maniera specifica per l’evoluzione del sistema in altre aree del Paese, per la riproduzione e l’espansione della struttura centrale dell’economia. Si passa così dalla funzione attribuita al Mezzogiorno di serbatoio di manodopera e calmiere del costo del lavoro, di regolazione delle contraddizioni sociali e produttive, alla considerazione di area di vendita, al sostegno redistributivo a quelle imprese che vedono contrarre i profitti in campi tradizionali. Questo è certamente il risultato di un rapporto di dominanza con vere e proprie caratteristiche di colonizzazione delle aree meridionali, nelle quali predominano l’alta disoccupazione, la precarizzazione, il lavoro nero, trovando così maggiori possibilità di sviluppo proprio quelle attività che meglio si prestano a lavorazioni sottopagate e a domicilio. Si tratta di un vero rapporto espropriazione-appropriazione, di supersfruttamento del lavoro, in cui le aziende madri, collocate nelle aree periferiche, mantengono le funzioni strategiche e più redditizie del ciclo di produzione /commercializzazione.

Anche tali processi di marginalizzazione dell’economia meridionale rispondono al progetto della “via italiana” alla competizione globale dell’economia, che ha costretto il capitalismo ad una scelta di modello di sviluppo distribuito sul territorio e fondamentalmente basato su forme sempre più pressanti di terziario implicito ed esplicito, veicolando il consenso alle forme di produzione diffusa, con la conseguente precarizzazione del lavoro e frammentazione dell’unità di classe.

2. L’esplosione del terziario e i modelli interpretativi

1. In ultima analisi continua la tendenza del nostro assetto produttivo alla terziarizzazione, accompagnata oltre che da un evidente diminuito peso dell’agricoltura anche da più o meno evidenti processi di deindustrializzazione.

La trasformazione della geografia dello sviluppo nel nostro Paese, avvenuta in particolare negli ultimi due decenni, è dovuta, oltre che ad un intenso processo di terziarizzazione, anche ad una diversa connotazione sia quantitativa sia, soprattutto, qualitativa delle attività produttive di una fabbrica sociale generalizzata che attraverso la flessibilità aziendale determina forti processi di ridefinizione, specializzazione e diversificazione, attuando così un’imposizione ad un adattamento attivo dei nuovi soggetti del lavoro e del non lavoro alla sua tipologia e cultura organizzativa.

Il passaggio ormai è chiaro: il terziario sempre più abbandona il carattere residuale-assistenziale diventando, attraverso i processi di flessibilità imposti dalla fabbrica sociale generalizzata, elemento di mantenimento e accelerazione dello sviluppo capitalistico, fattore trainante di un modello di sviluppo nuovo e dinamico, capace di rispondere in termini quantitativi, ma soprattutto qualitativi, alle continue trasformazioni ed evoluzioni della domanda, promuovendo e realizzando di pari passo processi innovativi per i fattori dell’offerta, imponendo all’intero corpo sociale, del lavoro e del non lavoro, del lavoro negato un adattamento attivo al nuovo ciclo dello sviluppo capitalistico basato sull’accumulazione flessibile.

In particolare, dai risultati di diverse analisi che abbiamo realizzato, emerge un terziario che sempre più interagisce e si integra con le altre attività produttive, specialmente con quelle industriali, si determina, quindi, un nuovo modello localizzativo di sviluppo che può definirsi come tessuto a multilivello di irradiazione terziaria che si associa al modello di flessibilizzazione del vivere sociale imposto da un’impresa diffusa socialmente nel sistema territoriale. Si tratta, cioè, di un terziario che si accompagna ad esternalizzazioni del ciclo produttivo e ad un modello di flessibilità generale che è venuto assumendo un ruolo sempre più trainante del modello di sviluppo economico, non spiegabile soltanto da semplici processi di deindustrializzazione o di ristrutturazione e riconversione industriale, ma dalle esigenze di ristrutturazione e diversificazione complessiva del modello di capitalismo italiano.

La terziarizzazione, la flessibilizzazione dell’economia e la ristrutturazione capitalistica hanno principalmente provocato in questi ultimi anni un numero sempre crescente di lavoratori “atipici” che sono costretti, a causa della mancanza di lavoro regolare, ad accettare ogni sorta di occupazione con forti connotati di flessibilità delle mansioni (aumentata con il crescere della scomposizione del lavoro) e flessibilità oraria (diminuzione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato e aumento di quelli a tempo determinato).

2. L’intenso processo di terziarizzazione che accompagna la fase dell’accumulazione flessibile, sempre più spesso a forti connotati di precarizzazione del lavoro e del sociale, si è detto che è spiegabile non soltanto da fenomeni di ristrutturazione e riconversione che interessano l’industria ma che sta mutando lo stesso modo di essere delle attività di servizio e di produzione in genere, con figure e composizioni di classe che si trasformano e che vanno sempre più integrandosi con le compatibilità dei processi produttivi capitalistici e con gli altri processi economici, sociali e politici che ne derivano. Non si tratta, quindi, di un semplice processo di deindustrializzazione, di una delle tante crisi del capitalismo, ma di una sua radicale trasformazione che investe l’intera società, che crea nuovi bisogni, di una concezione della qualità dello sviluppo, della qualità della vita che induce a diversi comportamenti socio-economici della collettività imposti dalla flessibilità dell’impresa diffusa nel tessuto sociale rispetto a quelli della società industrialista basata sulla centralità di fabbrica. Si assiste alla nascita di nuove attività, la maggior parte delle quali a carattere terziario, che generano e forzano, nello stesso tempo, lo sviluppo di nuovi soggetti di classe, del lavoro e del non lavoro di nuovi modelli e nuovi meccanismi di crescita, di organizzazione e di accumulazione.

Da questa analisi emerge che ci troviamo in una fase di transizione ancora in via di definizione ma che presenta comunque dei connotati ben chiari: si ha un aumento della produzione dei servizi su quella dei beni materiali, ma ciò avviene soprattutto con processi di esternalizzazione dei servizi e di fasi del processo produttivo a basso valore aggiunto basati su un supersfruttamento del lavoro spesso attinto attraverso processi di delocalizzazione internazionali alla ricerca di lavoro a scarso contenuto di diritti e a bassissimo salario; a ciò si accompagnata una forte presenza di lavori intellettuali e tecnico professionali spesso precarizzati come quelli manuali e ripetitivi.

È infatti in atto un intenso processo di territorializzazione dell’economia spiegabile non soltanto da fenomeni di ristrutturazione e riconversione che interessano l’industria ma che sta mutando lo stesso modo di presentarsi del modello di sviluppo capitalistico. Si afferma una diversa logica economico-produttiva, quella di una nuova fabbrica sociale generalizzata nel territorio, sempre più diversificata rispetto ai precedenti processi produttivi, in particolare quelli di tipo industriale. Non si tratta quindi di un semplice processo di deindustrializzazione ma di una trasformazione della società che crea nuovi bisogni, di una diversa concezione della qualità dello sviluppo, della nascita di nuove attività, la maggior parte delle quali a carattere terziario e precario, che generano, e forzano nello stesso tempo, nuovi meccanismi di crescita, di organizzazione della società e di accumulazione del capitale.

3. Così si supera la logica interpretativa industrialista ed operaista per passare ad una gerarchizzazione dei modelli dello sviluppo basata principalmente sulle modalità di trasformazione sociale ed economica indotte da un nuovo sistema d’impresa basato essenzialmente sul terziario, sulla precarizzazione del rapporto di lavoro, su una connotazione diffusa del modo di produrre, sull’accumulazione flessibile che è effettivamente responsabile delle trasformazioni in atto e della nascita di nuovi soggetti produttivi; soggetti del lavoro e del lavoro negato che a causa di tali trasformazioni, si vengono a formare dentro e fuori dalle garanzie e diritti del lavoro subordinato, autonomo o configurando nuove soggettualità non garantite dal modello di sviluppo e di produzione che si va configurando.

È in tale chiave che va letta la grande importanza che viene attribuita al nuovo concetto di distretto, industriale e terziario, il quale ha una forte specificità, una propria dimensione socio-economico e territoriale, definita in funzione delle relazioni di coercizione comportamentale complessiva che si instaurano tra imprese e comunità locale e una specifica forzata capacità autocontenitiva in relazione a domanda e offerta di lavoro realizzata tramite marginalizzazione, precarizzazione ed espulsione dei soggetti economici e sociali non compatibili. Sempre secondo tale interpretazione socio-economica vanno analizzate le trasformazioni tecnologico-produttive che caratterizzano alcune realtà territoriali, determinando la crescita d’importanza di sistemi terziarizzati e reticolari, i quali si configurano come reti territoriali che si formano intorno a grandi imprese, anche di servizi, con forti connotazioni locali e reti risultanti dalla deverticalizzazione congiunta di grandi imprese industriali e terziarie in ambiti locali e con forti connotati a specializzazione produttiva locale. Si possono così meglio individuare le dinamiche evolutive dello sviluppo economico, i mutamenti in atto e i diversi modi di presentarsi delle attività produttive, in particolare delle attività a carattere terziario e delle fasi del ciclo produttivo industriale esternalizzate e delocalizzate che evidenziano una loro diffusa presenza su tutto il territorio nazionale diventano fattore caratterizzante dello sviluppo dell’economia del Paese nel suo complesso.

3. Le nuove soggettualità locali del lavoro e del lavoro negato

1. L’esigenza di una diversa approfondita analisi-inchiesta di classe incentrata sulla composizione della soggettualità del lavoro e del non lavoro a caratterizzazione territoriale nasce dalla constatazione che lo sviluppo socio-economico del Paese è stato caratterizzato da una specifica dinamica delle forme di accumulazione del capitale determinate dai processi di ristrutturazione e di collocazione internazionale del capitalismo italiano nell’era della competizione globale. L’aspetto territoriale-settoriale assume un ruolo sempre più determinante con il passaggio da una produzione di massa, concentrata, ad una di tipo flessibile e diffusa basata nel contempo sulla mobilità, flessibilità e precarizzazione della forza lavoro. Questa situazione ha portato alla nascita di una forma di lavoro nuovo, alternativo chiamato anche “lavoro atipico o informale”. Questo termine comprende il cosiddetto lavoro sommerso, secondario, illegale, nero, grigio, intermittente, occulto, temporaneo che si realizza dentro e al di fuori del mercato ufficiale, mal retribuito senza le regole dei contratti nazionali e non segue le procedure legali e regolamentative. La mancanza di protezioni legislative e sindacali fa sì che questi lavoratori non siano garantiti in alcun modo e si trovino quindi ad operare in condizioni di lavoro inaccettabili. È secondo tale direttrice che, a partire dall’imposizione di un nuovo modello di sfruttamento del lavoro, anche se con modi e tempi diversificati, si sta realizzando la nuova fase dell’accumulazione flessibile capitalistica con forti connotati di ridefinizione sul lungo periodo.

Il modello del capitalismo italiano assume come risorsa principale ancora soprattutto le nuove forme del distretto industriale ed è caratterizzato da: specializzazione delle strutture e della forza lavoro all’interno di reti di imprese in continua trasformazione, con multilocalizzazione delle attività in presenza di strutture dinamiche e continuamente mutevoli, ma al contempo si realizza un massiccio ricorso alla flessibilità salariale, all’intensificazione dei ritmi, all’elevata divisione del lavoro che spinge alla precarizzazione e alla diffusione della negazione dei diritti sindacali. Si giunge così alla determinazione di nuove soggettualità locali del lavoro e del lavoro negato, spesso ai margini del sistema produttivo ufficiale, che svolgono attività sottopagate, lavoro nero, lavoratori che pur di aver garantito un minimo reddito sono costrette ad accettare condizioni qualitative di lavoro tipiche dell’inizio del secolo. A tale scopo viene anche utilizzata l’industria tradizionale (produzione standardizzata) nelle aree periferiche a basso costo del lavoro e bassa conflittualità, innalzando i livelli di precarietà sociale; mentre, invece, si mantiene l’industria innovativa (produzioni creative) nelle aree centrali con mercato del lavoro altamente specializzato andando a determinare una sorta di aristocrazia operaia e rendendo marginali ed emarginati gli altri soggetti economici del lavoro; si pensi ai lavoratori del pubblico impiego, agli artigiani, ai piccoli commercianti, ai lavoratori precari, ai sottoccupati, alle sempre più folte masse di disoccupazione palese o più o meno occulta, fino a giungere alle aree sempre più fitte del lavoro negato, di espulsione e completa emarginazione produttiva, reddituale e sociale.

2. Si giunge così a meglio comprendere perché gli assetti attuali della nostra economia determinano il riposizionamento sociale di impresa in una fase di profonda ristrutturazione per effetto del quale si riduce e non aumenta, come da una lettura superficiale potrebbe sembrare, la misura del tessuto reale imprenditoriale, anzi aumentano le diverse forme del lavoro salariato, palesi o occulte, si selezionano i soggetti più deboli, meno funzionali e compatibili, e meno consolidati, si ridisegnano i modelli relazionali sociali tra le aziende e il territorio con un tendenziale rafforzamento delle logiche di darwinismo sociale. In tale contesto si osserva una prevalenza delle scelte tipiche del capitalismo selvaggio dove chi non si integra è espulso, è schiacciato dalle leggi ferree di un mercato sempre più selettivo. Il decentramento produttivo, la delocalizzazione, i processi di esternalizzazione messi in essere dalle piccole, ma anche dalle grandi aziende, riduce sempre più la quota di raggruppamenti di imprese all’interno dei quali le condizioni di lavoro sfuggono ad una regolamentazione, il rapporto con il lavoratore è sempre più a carattere individuale, privo di garanzie. A ciò si aggiunge l’estendersi del fenomeno di miniaturizzazione dell’impresa sino alla forma dell’impresa individuale, con il conseguente allargamento del settore del lavoro autonomo di ultima generazione di strati crescenti di lavoratori espulsi dall’impresa madre, costretti ad un precario lavoro deregolamentato, nei fatti ancora più subordinato di quello che avevano in precedenza.

Cambia così radicalmente il quadro dello sviluppo economico dell’Italia, con il passaggio da un modello polarizzato ed accentrato a quello della fabbrica sociale generalizzata, territorialmente diffusa. Un nuovo ciclo del capitalismo basato su una modalità di fare impresa caratterizzata da un forte decentramento produttivo, dall’abbandono delle aree centrali e dalla diminuzione delle dimensioni medie delle imprese e degli impianti, tutto incentrato su precarizzazione dei rapporti di lavoro, negazione delle garanzie, alta mobilità e flessibilità del lavoro, imposizione, attraverso la politica economica e culturale del Profit State, dell’adattamento attivo dei nuovi soggetti del lavoro e del non lavoro, del lavoro negato, agli orizzonti organizzativi ed economico-culturali della fabbrica sociale generalizzata.

3. Un nuovo ciclo del capitalismo, un nuovo modello che a fianco all’espulsione di manodopera, alla disoccupazione che si fa strutturale, alla disoccupazione invisibile, al lavoro sommerso, nero e sottopagato, alla precarizzazione e flessibilità, crea nel contempo gli ammortizzatori del conflitto sociale attraverso le alte retribuzioni agli operai specializzati, sviluppa una aristocrazia operaia che si fa compartecipe e soggetto cogestionale. Si vengono così a realizzare false forme di democrazia economica e industriale attraverso meccanismi controllati e funzionali di cogestione, creando in modo funzionale al nuovo assetto produttivo il mito del “fai da te”, dell’autoimprenditorialità.

Negli ultimi venticinque anni il modello consolidato di democrazia capitalistica, in tutti i suoi diversi modi di presentarsi, si è dissolto cancellando quel concetto di società civile e di civiltà che aveva inaugurato l’ingresso nella modernità capitalistica, causando lo sbriciolamento della intera struttura produttiva preesistente e distruggendo le stesse forme di convivenza civile determinate dal modello di mediazione sociale di forma keynesiana. Il mutamento più profondo si è verificato incidendo direttamente e indirettamente sulla massa salariale, nel sistema lavoro e nel sistema di protezione sociale. In un tempo in cui le macchine vanno a sostituire la forza lavoro, si intensificano gli interventi tesi a restaurare ambiti di supersfruttamento ancora in una società salariale che intensifica quelle forme contrattuali atipiche (part-time, formazione-lavoro, a termine, ecc.) definite da Gorz “lavori servili complementari al declino delle forme di lavoro salariato”. La crisi sta portando alla scomparsa del lavoro regolamentato e a tempo indeterminato ma non del lavoro salariato e subordinato. Questo è dovuto principalmente al nuovo sistema economico, che produce quote sempre più elevate di ricchezza con quote sempre più basse di lavoro; ai processi di informatizzazione che producono un grande risparmio di forza lavoro, permettendo così la diminuzione dell’organico dei lavoratori permanenti a tutto vantaggio di coloro che lavorano in modo precario e a tempo parziale e creando un esercito di lavoratori di riserva in pianta stabile. La disoccupazione, la flessibilità e la precarizzazione di salari e delle forme di lavoro diventano così fenomeni strutturali.

4. Capitale informazione e accumulazione flessibile

1. Il crollo del modello fordista ha portato alla nascita dei nuovi modelli di accumulazione flessibile. Il principio che guida questo modello è basato sul fatto che essendo la domanda a fissare la produzione in relazione a modelli di competizione globale e sfrenata concorrenza, anche se spesso imperfetta, ne segue che la competizione si basa sempre più sulla qualità del prodotto, la qualità del lavoro, in un modello sempre più caratterizzato da risorse immateriali del capitale intangibile accompagnato da lavoro manuale sottopagato, delocalizzato e sempre più spesso non regolamentato e su servizi esternalizzati e a scarso contenuto di garanzie che ne permettono l’uso e non più sulle connessioni fra quantità prodotta e prezzo (elementi tipici del fordismo).

2. La crisi del sistema, dovuta al processo di trasformazione del lavoro nella società post-fordista, può anche essere spiegata da questo contesto di sviluppo del lavoro a prevalente contenuto immateriale. Infatti questo tipo di lavoro si caratterizza: estensivamente mediante la forma di cooptazione sociale che va oltre la fabbrica e il lavoro produttivo, intensamente attraverso la comunicazione e l’informazione, risorse del capitale dell’astrazione o intangibile. Il lavoro immateriale viene inteso come un lavoro che produce il “contenuto informativo e culturale della merce”, che modifica il lavoro operaio nell’industria e nel terziario, dove le mansioni vengono subordinate alle capacità di trattamento dell’informazione, della comunicazione, orizzontale e verticale. Si viene definendo un nuovo ciclo produttivo legato alla produzione immateriale che mostra come l’impresa e l’economia post-industriale e post-fordista siano fondate sul trattamento del capitale informazione. Questo provoca una profonda modificazione dell’impresa ormai strutturata sulle strategie di vendita e sul rapporto con il consumatore, che porta a considerare il prodotto prima sotto l’aspetto della vendita e poi sotto quello della produzione. Tale strategia si basa sulla produzione e consumo di capitale informazione, utilizzando la comunicazione deviante e il marketing sociale per raccogliere e far circolare informazione di condizionamento sociale. Il concetto classico di lavoro viene messo in crisi dall’economia del capitale informazione, che rappresenta il fondamento del capitalismo post-moderno; infatti la creazione di valore non si fonda più sullo sfruttamento dell’operaio della fabbrica fordista, ma esso viene estratto da ogni attività nella fabbrica sociale generalizzata. L’economia dell’informazione controlla e sviluppa la potenza dell’accumulazione flessibile sottomettendo le soggettività sociali alla potenza delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che adesso dominano non più soltanto il tempo di lavoro, ma il tempo del vivere sociale nella sua interezza.

5. Un nuovo modello interpretativo della realtà socio-economica

1. Le analisi-inchieste proposte nei diversi numeri della rivista PROTEO sono servite per avere un riscontro empirico dell’esistenza di diversi modelli interpretativi del sociale e dell’economia, in area nazionale e internazionale, e le conclusioni conducono alla evidenziazione e alla verifica di ipotesi socio-politiche sulla loro natura e sul loro ruolo.

La depolarizzazione produttiva, lo sviluppo economico-demografico non metropolitano, la deindustrializzazione accompagnata da processi di delocalizzazione e decentramento territoriale, la deconcentrazione produttiva caratterizzata dalla diminuzione delle dimensioni d’impresa, dalla deverticalizzazione e scomposizione dei cicli produttivi, la formazione e sviluppo di sistemi produttivi locali e polari internazionali con ancora forti interrelazioni economico-produttive; tutto ciò non deriva da una natura fisiologica vista come il risultato di alcune contraddizioni del precedente modello di sviluppo, di particolari condizioni esogene ed endogene alle aree internazionali, ma soprattutto dai processi di ridefinizione del modello e del progetto dei diversi modelli di capitalismo collegati ai diversi poli internazionali. Tali processi evolutivi fanno si che la composizione di classe non sia più descrivibile attraverso analisi aggregate, vista l’eterogeneità e disomogeneità imputabile alla diversificazione del modo di presentarsi del capitale. Solo attraverso analisi economiche, politiche e sociali con modelli interpretativi innovativi, non legati alla fase fordista, è possibile capire la reale entità del processo di ridefinizione del capitale che tende a raffigurarsi come elemento coesi-

vo e di integrazione e adattamento attivo dell’intera società.

2. Un profondo processo di trasformazione come quello in atto deve necessariamente portare a riconsiderare le vecchie categorie economiche, i vecchi soggetti produttivi, il ruolo dello Stato, le politiche economiche ormai di stampo antico perché superate dall’evoluzione dei tempi. La ristrutturazione capitalistica ha di fatto dissolto le grandi fabbriche dove meglio si organizzava l’antagonismo di classe, queste sono di fatto smantellate e divise nei distretti, nelle imprese-rete, nelle filiere, nei reparti produttivi diffusi nel territorio. La modifica della struttura produttiva, i processi di ristrutturazione del sistema capitalistico hanno significato anche modifiche nei bisogni, modifiche nelle figure produttive, modifiche nelle soggettualità del lavoro e del non lavoro, modifiche nella struttura, nel ruolo e nel comportamento dello Stato.

Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico sono anche, e forse soprattutto, trasformazioni nell’essere e nell’interagire dei nuovi soggetti produttivi e sociali in genere, e ciò non è possibile leggerlo e interpretarlo solo attraverso analisi ancora basate sulla centralità operaia e di fabbrica e su un ruolo dello Stato ormai superato. Tali processi di trasformazione sono molto spesso ignorati, i nuovi soggetti economici non sono protetti, molto frequentemente neppure considerati, perché è predominante la cultura delle compatibilità industriale non si vede la nuova forma di fabbrica sociale e i modelli di dominio tecnosociali realizzati attraverso un ruolo del Profit State che impone alla società una cultura e comportamenti di adattamento attivo alla competitività del mercato. Una tipica cultura anche di molte nuove intellettualità di sinistra che, al di là della dichiarata collocazione politica, si rivelano portatori di un punto di vista omologato, concertativo e compatibile agli interessi del nuovo ciclo di accumulazione capitalistica. È così ancora una volta dimostrata la capacità penetrativa del pensiero unico che propone come emergenti e vincenti le schiere dei nuovi conservatori, i quali si arroccano a difendere un contesto economico ed istituzionale non più rappresentativo della realtà sociale. Una realtà che invece è in continua trasformazione, che fa si che siano definitivamente superate le categorie interpretative di tipo industrialista e fordista, esclusivamente basate sulla centralità della fabbrica classica e sul riconoscimento della superiorità ed intramontabilità del pensiero liberista, anche se a correzioni riformiste.

3. Continua, invece, la tendenza dell’assetto produttivo alla terziarizzazione, spesso realizzata attraverso flessibilità del lavoro e delle remunerazioni, lavoro atipico e non garantito, sottoccupazione, supersfruttamento, lavoro negato, precarizzazione sociale in genere. Il processo di ristrutturazione e ridefinizione dei modelli di capitalismo hanno quindi bisogno di nuove logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi economiche di impostazione “industrialista”. I vari modelli di analisi economica e sociale adottati a tutt’oggi da studiosi di varia formazione e collocazione politica risultano ancorati a forme di misurazione basati su parametri elaborati e desunti da una logica interpretativa di “stampo industrialista”, logica che è assunta come centrale da gran parte delle forze sindacali confederali e da forze politiche della sinistra, anche di una parte di quella radicale e alternativa.

Per tali studiosi, per tali forze sindacali e politiche è sempre l’industria, è sempre un modello “operaista” a spiegare l’articolazione degli schemi dello sviluppo economico localizzativo della flessibilità aziendale che invade il sociale ed a costituire la variabile di riferimento nella definizione delle linee di indirizzo e di intervento politico-economico. Il processo di sviluppo economico che si attraversa ha bisogno di nuove logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi economiche di impostazione “industrialista” e “fordista”. Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico sono anche, e forse soprattutto, trasformazioni nell’essere e nell’interagire delle modalità di sviluppo di un capitalismo selvaggio che abbandonando la centralità di fabbrica propone un sistema produttivo e culturale sempre più spostato e incentrato nel territorio, assecondato dal ruolo attivo del Profit State. Ciò è possibile leggerlo ed interpretarlo solo attraverso analisi disaggregate della distribuzione territoriale delle attività, analisi che portano a disegnare una sempre aggiornata mappa geografica dello sviluppo economico e sociale, in cui si evidenzia uno specifico ruolo della flessibilità aziendale che impone, anche attraverso i modelli di intervento del Profit State, l’adattamento attivo dei nuovi soggetti del lavoro e del non lavoro all’organizzazione di un’impresa diffusa socialmente nel sistema territoriale.

L’analisi va, quindi, riportata sul piano delle relazioni industriali, si individuano così i caratteri strutturali dei sistemi produttivi locali basati sul lavoro specializzato; sull’intensificazione dei ritmi, sull’elevata divisione del lavoro, sulla spinta alla specializzazione produttiva, sulla molteplicità dei soggetti economici locali, molti dei quali non garantiti, con rapporti di lavoro saltuario, con precarizzazione del lavoro e del reddito, sulla diffusa professionalità dei lavoratori accompagnata, per i lavori più miseri, da commesse esterne con forte componente di lavoro nero e sottopagato; sulla diffusione dei rapporti faccia a faccia senza intermediazioni sindacali.

Tali processi necessitano di una diversa e più articolata lettura socio-politica; hanno bisogno di nuove logiche interpretative, di nuovi strumenti ignorati dalle analisi di impostazione industrialista dell’era fordista. Le trasformazioni strutturali che stanno caratterizzando il sistema socio-economico sono soprattutto trasformazioni che nascono dalla continua interazione del terziario con il resto del sistema produttivo nate dall’esigenza di ridefinizione produttiva e sociale del capitale. Per poter essere lette sono pertanto necessarie analisi fortemente disaggregate della distribuzione localizzativa delle attività da confrontare con una lettura più squisitamente sociale e politico-economica anche degli apparenti nuovi fenomeni imprenditoriali che si configurano in forme occulte comunque di lavoro salariato, lavoro subordinato, precarizzato, non garantito, di lavoro autonomo di ultima generazione che maschera la cruda realtà dell’espulsione dal ciclo produttivo; si tratta di nuova emarginazione sociale altro che autoimprenditorialità! Attraverso una procedura oggettiva e scientifica, si può analizzare entro lo stesso ambito di studio l’analisi economica internazionale e nazionale per verificare le modalità di insediamento del sistema economico spazialmente concentrato, specializzato in un certo settore o in certe modalità produttive, relazionandolo ad una popolazione socialmente caratterizzata in modo coerente, capace cioè di innescare contraddizioni economico-sociali e processi di socializzazione. Valori e comportamenti orientati e derivati dalla presenza di un modello di sviluppo che a causa della ristrutturazione dell’impresa e del capitale incide profondamente sul territorio.

Territorio che rappresenta il centro verso il quale converge una parte rilevante degli interessi della collettività, della classe, delle nuove soggettualità che operano in una fabbrica sociale generalizzata nel sistema territoriale, nuovi soggetti che si ricompongono ad unità su un corpo organizzato, come una totalità di parti interagenti, che si danno una certa caratterizzazione sociale perché derivano da una certa caratterizzazione produttiva della riconversione neoliberista, del modo di produrre e di proporre socialmente la centralità dell’impresa, del profitto, del mercato.

Questo articolo (pubblicato in esclusiva da l’ernesto) è la prima parte della relazione di Luciano Vasapollo (dal titolo Modalita’ e Fasi dell’andamento e della Struttura Economica Nazionale e Internazionale) al Terzo Congresso della Federazione Nazionale Rdb, Montecatini- Palazzo dei Congressi, 12/13/14 MAGGIO 2000