Difendere il Contratto Nazionale di Lavoro

Tra i tanti argomenti che, giustamente, tengono banco all’interno della discussione politica di questo autunno 2008 (la grave crisi economica mondiale, la vergognosa controriforma della scuola, il referendum contro il lodo Alfano, più in generale la ripresa di una mobilitazione di piazza contro le politiche del governo Berlusconi) ve n’è uno che pare essere stato, colpevolmente, dimenticato dalla classe politica del Paese, anche da quella che dovrebbe rappresentare la cosiddetta sinistra di alternativa: mi riferisco alla riforma del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. La proposta di revisione del modello contrattuale, vecchio pallino di Confindustria riproposto alcuni mesi fa a Santa Margherita Ligure durante il convegno dei Giovani Industriali ove si è apertamente parlato della necessità di individualizzare i contratti di lavoro, sembra aver trovato terreno fertile anche all’interno del Sindacato Confederale, tanto da far licenziare a CGIL, CISL e UIL una piattaforma, speriamo non definitiva, con cui andare a trattare, con disponibilità, la riforma dei contratti. Si tratta quindi di avvallare la tesi (sciagurata) del … “ a ciascuno il suo contratto..”, personalizzato in base alle caratteristiche del singolo individuo. Proviamo ad immaginare gli effetti di una simile teoria. Potremmo trovare una laureata in ingegneria finanziaria che magari, non essendo riuscita ad esporre con efficacia il suo “bagaglio di competenze”, esce dall’ufficio del gestore delle risorse umane con in mano un contratto a termine da 800 euro al mese; di li a poco potrebbe accadere che un bracciante agricolo quarantenne, capace quando serve di battere i pugni sul tavolo, in una condizione particolarmente favorevole, nel contingente, alle esigenze del padrone, strappa un contratto da 2000 euro a tempo indeterminato. Ma a parte gli effetti sui destini personali, si tratta di comprendere dove una simile proposta di riforma dei contratti di lavoro, ove fosse attuata, potrebbe condurre non solo i lavoratori, ma l´insieme del sindacato stesso. L´idea del contratto individuale per tutti non è ovviamente nuova, tra gli imprenditori, i politici ed i giuslavoristi. Di fatto da parecchi lustri la legislazione italiana sul lavoro si muove in tale direzione. Sulla progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro si fonda palesemente il suo ultimo prodotto, la Legge 30 del 2003, come meglio si evince dal decreto attuativo n. 276/2003. Il bersaglio dichiarato, di continuo ripreso nella discussione degli ultimi mesi sulle riforme contrattuali, è sempre quello: il contratto collettivo nazionale. Abolito questo, è dato presumere (e soprattutto è sostenuto dalla classe imprenditrice italiana), le nostre imprese potranno finalmente competere alla pari con le imprese indiane, filippine e messicane ed i loro salari da quattro dollari al giorno. Il contratto di lavoro individuale si colloca evidentemente all’estremo opposto rispetto al contratto collettivo nazionale. Ma in questa opposizione non sono in gioco soltanto architetture contrattuali. La insistita proposta di tale tipo di contratto rappresenta infatti una negazione autoritaria delle stesse ragioni di esistenza del sindacato dei lavo- ratori. Vale la pena ricordare forse che tre secoli fa, essi cominciarono ad associarsi in vari modi per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Nessuno poteva sognarsi da solo di ottenere simili progressi. Troppa era la debolezza contrattuale di ciascuno di fronte al potere economico, politico e sociale degli imprenditori, dei mercanti, delle pubbliche autorità. Però l’unione di mille o diecimila debolezze realizzata con qualche forma di associazione poteva dar luogo a un soggetto collettivo in grado di opporsi con efficacia al potere dei padroni e dello stesso governo. Come scrisse una volta Adam Smith, padre nobile degli economisti classici, ne “ La ricchezza delle nazioni ” (1776), gli interessi delle due parti non sono affatto gli stessi, e per entrambe l´associazione è indispensabile al fine di difenderli. «Gli operai – scriveva Smith – desiderano ottenere quanto più è possibile, i padroni dare quanto meno è possibile. I primi sono inclini ad associarsi per innalzare il prezzo del lavoro, i secondi ad associarsi per abbassarlo». Il livello del salario «dipende dal contratto concluso ordinariamente tra le due parti». Cioè tra le associazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro. Anziché riconoscere il naturale conflitto di interessi che rende indispensabile l´associazione sindacale e il contratto collettivo, l´idea pre-smithiana del contratto individuale si fonda sul presupposto dell’ uguaglianza di diritto tra le due parti, presupposto questo che oggi trova casa anche nelle teorie veltroniane che, per semplificare, hanno portato a candidare in parlamento nelle file del PD imprenditori anche oltranzisti quali Calearo e Colaninno in nome dell’interesse generale, secondo loro interclassista, del bene dell’Italia. Un presupposto che ignora l’ abissale disuguaglianza di risorse economiche e giuridiche, di mezzi di sussistenza, di peso politico, di capacità di resistere senza lavorare e produrre che sussiste tra il singolo lavoratore e la singola impresa, sia pure di piccole dimensioni, ieri come oggi. Una condizione di fatto da cui discende la necessità di un sindacato che al tavolo della contrattazione sappia portare la forza costituita dalla combinazione di un gran numero di debolezze. Se allo scopo di modernizzare il modello di contrattazione, anziché partire dalla disuguaglianza in essere, la si nega recuperando il citato presupposto, tanto vale tirarne le conclusioni fino alla fine: poiché dove quest’ultimo predomina vengono comunque negate le ragioni sostanziali di esistenza dell’associazione sindacale, si potrebbe proseguire abolendo il sindacato stesso. L´ingegnera finanziaria al pari del bracciante agricolo, il commesso di supermercato come l´addetta al call center non ne hanno più bisogno. Altro che contratto nazionale. Ciascuno saprà, alla bisogna, ritagliarsi il contratto di lavoro che meglio gli conviene. Se alla fine lo scopo è quello di abolire il sindacato, il nostro legislatore non dovrebbe nemmeno sforzarsi molto. Dopotutto l´art. 39 della Costituzione stabilisce che l´organizzazione sindacale è libera, mica che è obbligatoria. Inoltre – e forse non è un casuale incidente storico – la parte seconda dell’articolo, quella che riguarda la personalità giuridica dei sindacati registrati, è rimasta fino ad oggi inattuata. Perciò si potrebbero semplicemente rispolverare le disposizioni del Combination Act approvato dal Parlamento del Regno Unito nel 1800, una legge antisindacale che ha fatto storia, avendo alle spalle una trentina almeno di editti repressivi susseguitisi fin dal 1720. La nuova legge precisava e generalizzava una legge dell’anno prima, denominata “Legge per impedire associazioni (combinations) illegali di lavoratori”, che però si riferiva soprattutto ai costruttori di mulini. In essa veniva stabilito che tutti i contratti, convenzioni e accordi stipulati tra operai qualsiasi o altre persone al fine di ottenere aumenti salariali, oppure ridurre o cambiare l´orario di lavoro, o diminuire la quantità di lavoro prestato, erano illegali, nulli o vuoti. Prometteva anche fino a tre mesi di prigione comune, ovvero, a discrezione del giudice, fino a due mesi di lavoro forzato, a chiunque violasse la legge. Migliaia di lavoratori ne hanno fatto le spese negli anni successivi. Credo valga la pena ricordare questa famosa legge antisindacale del passato perché al fondo del piano inclinato su cui il sindacato come istituzione sembra rapidamente scivolare, a forza di diluire la vocazione originaria di attore che traduce la debolezza economica individuale in una forza collettiva per sua natura conflittuale, potrebbe trovarsi in un futuro non troppo distante davanti a qualcosa di simile. Certo, immagino senza la minaccia del carcere, perché si sa, le destre di oggi hanno compassione e comprensione per chi non le ostacola. Per non sparire del tutto potrebbe trasformarsi in una società segreta, come avvenne durante il venticinquennio di vigenza del Combination Act. Oppure, e mi sembra più probabile, in un sindacato di servizi, altra straordinaria idea dei modernizzatori riformisti odierni, nata più o meno ai tempi delle ghilde, poi superata dall’avvento delle unioni sindacali che preferivano, le sprovvedute, battersi per aumentare i salari. Chissà se il sindacato confederale, e in particolar modo la CGIL, ha in mente tutto questo quando decide (speriamo di no) di avvallare una piattaforma di discussione fondata,di fatto, sulla ricerca di un accordo dalle conseguenze drammatiche quale è quello in discussione. Continuo ostinatamente a pensare che la destrutturazione del mercato del lavoro sia portatrice di un progetto nitido di società. E i contorni di questo nuovo modello sociale mi sembrano sempre più in via di definizione, un lungo mosaico che negli ultimi vent’anni si sta componendo di tasselli in maniera puntuale e precisa: la riduzione di 4 punti dell’indennità di contingenza nel 1984, poi l’abolizione della “scala mobile” nel 1992, poi gli accordi sulla flessibilità (anno 1993), la controriforma delle pensioni (Dini) nel 1995, il pacchetto Treu nel 1997, la legge 30 nell’anno 2002, lo scippo del TFR verso i fallimentari fondi pensione integrativi attraverso la truffa del silenzio-assenso nel 2007, infine i protocolli sul welfare per aumentare l’età pensionabile e allungare la precarietà. Ora tocca al CCNL. Si definisce nei fatti la costruzione di una società perv a s a dalla precarietà e dal rischio, dall’incertezza assoluta, dove il legame sociale rischia di rompersi e la rappresentanza è resa più difficile dalla crisi delle vecchie appartenenze, e dalla frammentazione della società con la moltiplicazione dei soggetti e delle posizioni lavorative, delle figure professionali del mercato del lavoro. Una “liberazione del lavoro” insomma che crea milioni di disoccupati, figure lavorative con minori diritti e tutele, caratterizzata da forme di lavoro cosiddetto “atipico”, discontinuo, precario ed irregolare, clandestino, uomini e donne che non godono degli stessi diritti, protezioni sociali, democrazia, partecipazione collettiva, contrattazione ed organizzazione di tutti gli altri, e che sono spesso avulse da qualsiasi negoziazione e rappresentanza sociale. La Cgil ha cercato di giustificare il consenso alla riforma del CCNL sostenendo che è stato salvaguardato il contratto nazionale e sono stati confermati i due livelli contrattuali tra loro “complementari”. Essa sorvola però su un punto centrale che è quello dello spostamento di funzione e potere dal livello nazionale a quello aziendale o territoriale. E questo avviene in particolare sulla parte economica. Il documento di Cgil, Cisl e Uil svilisce infatti il Ccnl al solo compito di “recuperare” il potere d’acquisto perso a causa dell’inflazione. Non però a quella reale, misurata dall’Istat, sulla base di un paniere aggiornato di prodotti di largo consumo, ma a una fantomatica “inflazione realisticamente prevedibile”. In pratica al contratto nazionale è vietato, di partenza, un incremento salariale che vada oltre il “recupero del potere d’acquisto”, magari rosicchiando un po’ dei profitti padronali, fatto gravissimo considerato che in Italia il rapporto salariprofitti- Pil è 10 punti in meno rispetto agli altri paesi industrializzati dell’Unione europea. Il salario legato ai “tetti d’inflazione programmata” non ha difeso il potere d’acquisto dei salari, anzi ha fatto perdere terreno ad essi. Una verità questa inconfutabile tanto da porre la questione di un recupero di esso, non solo ai riformisti del centrosinistra, ma addirittura alle forze governative della Destra, soprattutto nelle sue componenti definite più “sociali”. Il superamento del metodo concertativo e cogestionario dei “tetti d’inflazione programmata” con la formula di “inflazione realisticamente prevedibile” non risolve certo il problema. E’ una formula fumosa, aleatoria, nient’affatto fondata su indicatori della dinamica del costo della vita certi, non manipolabili in sede governativa e istituzionale. Nel documento è detto, peraltro, che in caso di scarto tra previsione e realtà inflazionistica “vanno definiti meccanismi di recupero”, senza specificare quali essi siano. In ogni caso, senza l’introduzione di un meccanismo automatico di adeguamento dei salari e delle pensioni ( scala mobile o come la si voglia chiamare) all’inflazione reale, è pressoché impossibile pensare di ottenere una effettiva difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni. Il pezzo forte della riforma della contrattazione oggi in discussione riguarda il cosiddetto “secondo livello”. Nel documento si dice chiaramente che “va sostenuta la diffusione qualitativa e quantitativa del secondo livello di contrattazione”, che deve crescere d’importanza rispetto a quello nazionale; ciò in sede aziendale o alternativamente in sede territoriale (regionale, settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di sito). Per rafforzare il secondo livello di contrattazione, vengono richiesti il potenziamento degli strumenti già definiti nell’accordo del 23 luglio 2007, ovvero la decontribuzione dell’orario straordinario e dei premi di produzione, cui aggiungere la defiscalizzazione degli aumenti salariali contrattuali. A questo livello, invece che al contratto nazionale, viene assegnato il compito di incrementare i salari “oltre” il recupero dell’ inflazione. Si chiamerà salario per obiettivi collegato a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza. Si tratta di un cambiamento radicale, prima di tutto culturale, di stampo neoliberista proprio nel momento di crisi più alto delle teorie liberiste in materia economica e soc i a l e,le cui conseguenze, nel tempo, saranno nefaste per i lavoratori. Come ho già detto in precedenza, diminuendo il ruolo del contratto nazionale, si ridurrà inevitabilmente la quota di salario contrattata collettivamente e valida per tutti i lavoratori della stessa categoria; aumentando il campo di azione del secondo livello si amplieranno le differenze salariali tra lavoratore e lavoratore (magari dello stesso settore, con la stessa mansione) in fabbriche differenti e nella stessa fabbrica, prevarrà insomma il salario individuale. Lo stesso avverrà a livello territoriale, tornando alle vecchie e inaccettabili “gabbie salariali”. In ogni caso, chi vorrà guadagnare qualcosa di più dovrà prima lavorare di più o aumentando i ritmi o allungando ulteriormente la giornata di lavoro. Va aggiunto infine che le piccole aziende, che sono la maggioranza delle attività produttive nel nostro Paese, poco o niente sindacalizzate, non sono assolutamente in grado di svolgere contrattazione aziendale. Mi chiedo: ma questo cos’è, riformismo modernizzatore? Ma che razza di riformismo è quello che cancella le tutele e consegna alla peggiore regressione conservatrice il destino degli uomini e delle donne che vivono del loro lavoro? Ora, può la sinistra accettare tutto questo? Possono i comunisti non tentare di rispondere a questa ennesima “aggressione di struttura” nei confronti di diritti e conquiste, acquisiti con anni di lotta e battaglia da parte dei lavoratori e delle lavoratrici, di quello che era un sindacato di classe e del movimento comunista che ha attraversato la storia del secolo scorso? Resto convinto che la nostra possibilità di riprenderci uno spazio di credibilità e di rappresentatività in questo Paese, passi attraverso la capacità di ritornare ad occuparsi di queste questioni, delle questioni che riguardano la rappresentanza politica del mondo del lavoro. Si pone il problema della riaffermazione ed attualizzazione di un paradigma analitico e di un apparato categoriale di interpretazione del mondo che faccia riferimento alla storia ed alla cultura del movimento operaio e che quindi individui nel lavoro salariato, nei suoi interessi storici ed immediati, nelle sue modificazioni e stratificazioni, il soggetto prioritario della trasformazione. Una scelta strategica, che come insegna la parte finale della storia del PCI, non è per nulla scontata, la cui deriva è stata principalmente causata da questa perdita di identità di classe. Credo che da qui abbiamo l’obbligo di ripartire, sciogliendo definitivamente e una volta per sempre, il nodo, ormai incomprensibile, inaccettabile e surreale al punto da essere inspiegabile, della nostra, di noi comunisti, separazione in due partiti distinti quando non sparsi nei mille rivoli del movimentismo o peggio dell’abbandono. Ce lo chiedono i tanti che hanno sfilato a Roma il 11 Ottobre 2008, forse un po’ ce lo chiedono i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese che, dopo aver perso la rappresentanza politica, rischiano di perdere anche quella sindacale, unitamente ad una delle ultime garanzie di civiltà e democrazia presenti in Italia rappresentata dal Contratto Collettivo.