Dien Bien Phu!

50° ANNIVERSARIO DI UNA VITTORIA CHE RIMANE UNO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO PIÙ ALTI PER LE LOTTE DI LIBERAZIONE DEI POPOLI. ATTUALITÀ DI UNA PAGINA STORICA DEL POPOLO E DEI COMUNISTI VIETNAMITI CHE NON POTERONO ESSERE GENTILI CONTRO GLI OPPRESSORI IMPERIALISTI

Dien Bien Phu, 7 maggio 1954.
Nel tardo pomeriggio di quel giorno i soldati di Giap sferrano il loro ultimo attacco contro i francesi asserragliati nel loro, ormai piccolo, perimetro difensivo.
Poi un silenzio surreale cala su questo lontano altopiano del Tonchino situato al confine con il Laos. Il boato delle esplosioni ed il crepitio delle mitragliatrici cessano. La foschia ed il caldo umido della foresta preannunciano, dopo due mesi di sanguinose battaglie, un tranquillo tramonto tropicale. Non si spara più.
La battaglia di Dien Bien Phu è finita, il generale francese De Castries annuncia la resa delle sue truppe. Un’idea delle sue dimensioni è riassumibile in poche cifre: quella sola battaglia era costata al corpo di spedizione francese la perdita di 16.200 uomini, tra cui un generale, 16 colonnelli, 1749 tra ufficiali e sottoufficiali, nonché l’abbattimento di numerosi aerei.
Appena due mesi prima, il 12 marzo, il comandante in capo del corpo di spedizione francese, generale Navarre, accompagnato dal generale americano O’Daniel, aveva visitato la piazzaforte di Dien Bien Phu.
Eravamo in piena guerra fredda e il governo filoamericano Laniel-Bidault era ansioso di ristabilire, a qualsiasi costo, la sovranità dell’imperialismo francese in tutti i territori d’oltremare.
Washington era disponibile, più che mai, a sostenere militarmente Parigi.
Dotata di un efficiente aeroporto militare, Dien Bien Phu era considerata una fortezza inespugnabile e, perciò, scelta come perno strategico di una operazione offensiva che avrebbe, prima intrappolato e, poi, annientato i guerriglieri del Vietminh, costretti a combattere in condizioni di inferiorità abissali, sia sul piano militare che su quello della logistica.
Fu concordato un piano denominato Vantour (avvoltoio) che si sarebbe dovuto tradurre in massicci bombardamenti americani nell’area di Dien Bien Phu.
L’operazione venne in seguito annullata a causa del precipitare degli eventi che ne dimostravano l’inutilità.
Nessuno immaginava che nel giro di due mesi l’esito di quella battaglia avrebbe invece segnato il crollo dell’impero francese d’Indocina e avuto conseguenze così rilevanti sul futuro dei movimenti di liberazione del terzo mondo.
Era passato un secolo dal 31 agosto 1858 quando la Francia di Napoleone III, in fase di espansione coloniale, iniziava, con un attacco navale contro Danang, l’occupazione militare dell’indocina.
Nei cento anni successivi il popolo vietnamita non ha mai cessato di resistere alla violenza degli invasori ed ha combattuto duramente per la sua indipendenza: ribellioni popolari, tentativi insurrezionali (ben 117), scioperi e boicottaggi di massa si sono susseguiti senza interruzione.
A partire dalla seconda guerra mondiale è stato l’unico popolo al mondo a dover affrontare, con la lotta armata, quattro delle cinque maggiori potenze imperialiste della storia moderna: Francia, Giappone, Gran Bretagna e U.S.A.
Per le loro virtù militari i vietnamiti sono stati definiti, impropriamente, i “prussiani” dell’Asia. Nulla di più fuorviante: non è mai stato il fucile a guidare la politica, ma il suo contrario. Ma è noto che la memoria di molti è debole e si dimentica che la metafora zapatista della protesi applicata al fucile è stata pronunciata, qualche decennio prima, nella giungla indocinese prima che in quella del Chapas.
Il rapporto stretto tra lotta armata e strategia politica dei comunisti vietnamiti è sintetizzato dalle parole di Giap pronunciate dopo la battaglia di Dien Bien Phu:
“Il nostro popolo ed il nostro esercito hanno vinto un nemico moltopotente grazie alla loro ferma determinazione di combattere e vincere per conquistare l’indipendenza nazionale, perché fosse assegnata la terra ai contadini, per la pace ed il socialismo.
La guerra di popolo condotta da un esercito popolare può essere considerata come una conquista decisiva, più importante di qualsiasi arma, per i paesi d’Asia, Africa e dell’America Latina. Il popolo vietnamita, liberandosi, è fiero di aver contribuito alla liberazione dei popoli fratelli.
Sono certo che nella nostra epoca nessun esercito imperialista, anche il più potente, nessun generale imperialista, anche il più esperto, può vincere un popolo, seppure debole, che sappia ergersi risolutamente e lottare unito sulla base di una giusta linea politica e militare (….. ) Non bisogna lasciarsi impressionare dalla comparsa di armi moderne: è il valore degli uomini che in definitiva decide della vittoria”.
Lo spirito che emerge da queste parole di Giap non è certo quello di chi, pur costretto a combattere una guerra giusta, punta all’annientamento del nemico. Al contrario.
Ne ho riparlato tanti anni dopo, seduti su una panchina dei giardini del Louvre, con Henry Martin.
Il cielo di Parigi era grigio e l’aria fredda ma al vecchio Henry brillavano gli occhi riparlando del Vietnam.
Fu lui il coraggioso soldato francese che, con il suo rifiuto nonviolento di partecipare alla guerra coloniale, aveva scatenato la furibonda reazione dello stato maggiore dell’Armeé e della destra colonialista francese.
Finito davanti alla corte marziale, solo lui sa quanto gli sia costato quel rifiuto e l’accusa di diserzione.
Eppure quel suo gesto di disobbedienza
temeraria contribuì non
poco a sollevare il velo di mistero che avvolgeva la spietata guerra in corso nella giungla indocinese ed a rendere ancora più popolare la lotta di massa in Francia ed in Europa contro la “salle guerre”, la sporca guerra d’Indocina.
Ma anche alcuni di coloro che sono stati costretti a combatterla dalla parte sbagliata ed a subirne gli orrori e la violenza, alla fine sono stati contaminati dai valori e dagli ideali del “nemico” che avrebbero dovuto annientare.
Quanto Dien Bien Phu abbia contribuito a ricostruire un rapporto diverso tra vincitori e vinti di quella guerra l’ho capito molti anni più tardi in un casuale incontro in terra vietnamita.
Era il 21 giugno 1993, aeroporto di Tan Son Nuth, Ho Chi Minhville. Dopo aver assistito ad Hanoi al 7° congresso del PC Vietnamita ero in attesa del volo che mi avrebbe portato a Kuala Lumpur in Malesia.
Come spesso accade nelle lunghe attese aeroportuali iniziai a conversare con un vecchio signore francese, all’apparenza mio coetaneo e mi accorsi, ben presto, che stavo parlando con un ex legionario che 40 anni prima aveva combattuto (dalla parte sbagliata) fino alla resa di Dien Bien Phu.
Mi accorsi subito che monsieur Vilard (così mi pare si chiamasse) ed io provenivamo da storie e culture di segno totalmente opposto. E, dunque, la conversazione, assunse ben presto l’intensità ed il calore di un faccia a faccia un po’ kafkiano tra due anziani che mettono a confronto parentesi della loro vita che li ha visti, in epoca lontana, inconciliabilmente nemici.
Ma poi, conversando amabilmente, ci accorgemmo che il mondo era cambiato, che noi eravamo cambiati.
Dalle sue parole mi resi conto che la lunga stagione di guerre e di violenze era ormai lontana e che il tempo aveva stemperato e guarito gli antichi antagonismi ideologici. Anzi, scoprii che il nemico di un tempo nutriva un sentimento di grande simpatia, di profondo rispetto e di autentica solidarietà verso il Vietnam nel quale, appena può, ci ritorna da amico sincero pienamente ricambiato.
E ancora il vecchio Vilard mi raccontò, tra una Gauloise e l’altra, con un velo di tristezza, le tappe delle sue disavventure coloniali di parà francese in terra d’Indocina e come gli orrori di quella guerra, anziché produrre odio, lo aiutarono invece a capire le ragioni del suo nemico. Era stato inviato laggiù per coprirsi di gloria contro guerriglieri barbari e straccioni e finì per trovarsi intrappolato in una giungla piena di insidie mortali sotto il tiro di un nemico quasi invisibile che seppe infliggere al brillante stratega francese di guerre coloniali che li comandava, De Lattre de Tassigny, una lunga sequenza di sconfitte militari. Da quella subita a Hoa Binh sul fiume Nero, poi a Lai Chan, a Kontun ed ancora in altri posti dai nomi difficili da ricordare. Eccetto uno che è rimasto scolpito nella memoria di tutti: Dien Bien Phu.
Dai ricordi di quella conversazione, che ci ha fatto diventare quasi amici, difficilmente l’ex legionario scorderà quel nome e quel giorno: 7 maggio 1954, quando, dopo un logorante assedio durato due mesi, il suo comandante De Castries dovette accettare la resa.
Fu deponendo le armi quel mattino che il giovane legionario, duramente provato dalla sconfitta, vide per la prima volta in faccia i suoi nemici, quelli che lo avevano tartassato senza sosta per più di sessanta interminabili giorni ed erano arrivati, scavando gallerie come talpe invisibili, fino a pochi metri dalla sua postazione.
Erano i mitici soldati del Viet Minh, i comunisti indocinesi guidati da Ho Chi Minh e da Giap.
Gli erano apparsi laceri, coperti di ferite sommariamente bendate, duramente provati da tante battaglie e dalle immense fatiche di una logistica militare basata su sgangherate biciclette e sentieri tagliati a colpi di machete nella giungla.
Ma il loro sguardo era fiero, pieno di orgoglio, ed erano loro, non lui, a sembrare molto simili all’esercito di straccioni, suoi compatrioti, che un secolo e mezzo prima, nel 1792, avevano difeso la rivoluzione francese a Valmy, sconfiggendo la disciplinata fanteria prussiana comandata dal duca di Brunsvick.
E’ stato così, in quella spartana saletta dell’aeroporto di Tan Son Nuth, ancor semidistrutto dalla guerra, che ci siamo accorti di condividere entrambi, lui ex legionario, io comunista non pentito del novecento, un sentimento di grande simpatia ed autentica ammirazione verso un paese che in quel momento era, purtroppo, ancora vittima di un feroce embargo economico, ultima spietata vendetta dell’imperialismo americano, il grande Golia, che malgrado il suo gigantesco potenziale militare e tecnologico non era riuscito a piegare, con la forza, la resistenza del piccolo Davide vietnamita. Poi l’embargo USA è finito ma quella infame aggressione ha lasciato un segno profondo nella stessa società americana, assai difficile da metabolizzare in un paese così poco propenso ad accettare sconfitte.
Il malessere oscuro che l’America ha introiettato è stato chiamato “sindrome vietnamita”. Più volte recidivo, riemerge in quel di Washington nei momenti in cui la soverchiante potenza distruttiva degli Stati Uniti si dimostra impotente a piegare la resistenza dei popoli aggrediti.
Benchè costretto a misurarsi in guerre cruente contro le più grandi potenze imperialiste ed a subire un carico di violenze e di orrori, persino difficili da quantificare, credo che il Vietnam sia uno dei pochi paesi al mondo che sia riuscito, con i suoi comportamenti, in guerra ed in pace, a sollevare la stupefatta ammirazione dei suoi più acerrimi nemici. L’intelligenza e l’acume politico dei suoi grandi leaders, la genialità delle loro intuizioni strategiche, la capacità dei gruppi dirigenti di aprirsi al mondo esterno e di costruire amicizia e solidarietà anche nel cuore delle cittadelle imperialiste, la loro lungimiranza nel ricostruire dopo la guerra un legame con gli ex nemici interni ed esterni, il superamento di sentimenti di vendetta contro gli aggressori, sono virtù politiche che spiegano anche la sorprendente rapidità con cui oggi il Vietnam, posato il fucile, stia risalendo dal sottosviluppo e sconfiggendo la povertà.