D’Alema e Mussolini

*Comandante Partigiano, medaglia d’oro al valor militare

“Sarebbe stato più opportuno fare giudicare Mussolini da un tribunale”. Permettergli di parlare e di rispondere alle domande di un organismo collegiale per sapere quello che già noi sapevamo, e cioè i crimini commessi dal primo e dal secondo fascismo in 23 anni filati di odioso regime contro il popolo italiano. Fucilarlo, secondo questo ragionamento, sarebbe stato un errore.
Questa è stata la fulminante osservazione del presidente dei DS e deputato europeo Massimo D’Alema riferita al conduttore televisivo Bruno Vespa, che non ci ha pensato due volte a riportarla nel suo ultimo libro. L’affermazione di D’Alema lascia sconcertati. Essa, oltre che stravagante, è storicamente malposta. E addirittura fuorviante. Delegittima la nostra storia, già sottoposta a continui stravolgimenti.
È stravagante perché non si comprende a chi, politicamente, possa interessare in questo momento un’ affermazione propagandistica del genere se non a una destra potente ed arrogante, che non ha certo bisogno di aiuti di questa natura, soprattutto se ispirati dalla “sinistra”. A cominciare dal premier Berlusconi, per finire con la nipote del duce, la destra l’ha infatti accolta con calore, in chiave, naturalmente, anticomunista.
D’Alema voleva forse raccogliere simpatie moderate in una campagna elettorale che è già cominciata? Oppure desiderava perfidamente accendere una miccia provocatoria all’interno della sua area partitica, per motivi a noi sconosciuti? O invece si tratta di una sua personale convinzione, espressa a scoppio ritardato? In tutti i casi, si è trattato di una pessima scelta.
L’affermazione è storicamente sbagliata, e questo è l’aspetto più rilevante della vicenda, E da questo punto di vista la memoria di D’ Alema va rapidamente rinfrescata. Più volte infatti il C.L.N.A.I (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) espresse il proprio parere sul tema in questione. Il 12 aprile 1945 (“Denuncia di Mussolini e dei membri del direttorio fascista come traditori della patria e criminali di guerra”); il 19 aprile (“Arrendersi o perire: chi non si arrende sarà sterminato”); il 25 aprile (“Poteri giurisdizionali del C.N.A.I., articolo n. 5: I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte, e nei casi meno gravi con l’ergastolo”); il 29 aprile (“Dichiarazione sulla fucilazione di Mussolini e dei gerarchi” come “conclusione necessaria di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione”).
Per completezza storica non si deve neppure dimenticare che il 27 luglio 1944 il luogotenente del re, Umberto di Savoia, emise un decreto legge, controfirmato dall’intero governo di Ivanoe Bonomi, che al punto n. 2, prevedeva la punizione dei delitti fascisti, affidandone il compito dell’attuazione del Commissario Mario Berlinguer, del Partito d’Azione.
Infine vale ricordare che il 28 aprile 1945, il giorno dell’esecuzione di Mussolini e di suoi ministri, non era in vita nessuna clausola armistiziale fra il CVL (Corpo Volontari della Libertà), legittimo rappresentante del governo italiano, e la Repubblica di Salò. I fascisti continuavano a fucilare anche in quelle ore, senza processi e senza riconoscimenti personali.
A questo punto mi sembra tutto chiaro. Se al contrario, come sembra, il presidente DS voleva solo creare altra confusione, posso dire con una punta di amarezza che in parte ci è riuscito. Ma solo in parte, e per breve tempo. La boutade non ha lasciato il segno. È stata subito assorbita per quel che è dalla maggioranza della coscienza democratica di un Paese che sa ancora reagire a queste sventurate questioni di lana caprina.