Dal Pci al Pds. Storia critica di un “passaggio di campo”

1. PREMESSA

Con queste note intendiamo mettere in evidenza che non vi era nessuna “situazione oggettiva” che comportasse lo scioglimento del maggiore partito comunista d’occidente, che nelle analisi dell’ultimo Berlinguer, quello che, dopo l’esperienza negativa della “solidarietà nazionale”, rompe la camicia di forza che la destra del partito gli aveva stretto intorno, vi erano in nuce gli elementi teorici per affrontare la fase che si era aperta nella crisi capitalistica. E il “nuovismo” su cui si disloca il nuovo gruppo dirigente non ha alcun fondamento, se non quello legato alla “bramosia del potere”, giocata in modo del tutto subalterno alle classi dominanti. È Gramsci che legge in modo corretto il rapporto tra conservazione e innovazione: “In realtà, se è vero che il progresso è dialettica di conservazione e innovazione e l’innovazione conserva il passato superandolo, è anche vero che il passato è cosa complessa, un complesso di vivo e di morto […] Ciò che del passato verrà conservato nel processo dialettico non può essere determinato a priori, ma risulterà dal processo stesso, avrà un carattere di ne – cessità storica, e non di scelta arbitraria da parte dei cosiddetti scienziati e filosofi” [1]. “Indimenticabile ‘89” [2]: così è stato definito quell’anno dall’allora segretario del Pci, Achille Occhetto, che ne trarrà il convincimento di cambiare nome al suo partito. Al contrario di quanto era avvenuto dopo la repressione della protesta studentesca di piazza Tien an men a Pechino, il 3 giugno dello stesso anno: nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo del 18 giugno, il Pci aveva tenuto e il suo segretario aveva sostenuto che non c’era necessità di cambiare nome al partito, visto che ciò che era successo a Pechino non aveva nulla a che fare con la storia dei comunisti italiani. Invece la “fine della guerra fredda” spinse Occhetto a enunciare la necessità di “andare oltre” la tradizione dello stesso partito comunista italiano. E, naturalmente, finì per identificare la storia del Pci con quella dei partiti al potere nei regimi dell’Est. Questi funambolismi sono tipici del personaggio, ma per comprendere, al di là degli aspetti trasformistici di Occhetto, le vicende che hanno portato alla fine del Pci bisogna risalire alla fine dell’esperienza della “solidarietà nazionale”. Non è possibile, nell’economia di questo articolo, analizzare nello specifico i caratteri della cosiddetta “anomalia italiana” (o “caso italiano”), che, non a caso, ha suscitato la particolare “attenzione” della Trilateral. Ci limitiamo a constatare che è nel triennio della solidarietà nazionale che avviene una rottura tra la politica del Pci e la società italiana. Iniziato con la vittoria del Pci (l’“anomalia italiana”), il triennio si conclude non solo con la sua pesante sconfitta politica, ma soprattutto con il mutamento di segno politico- culturale che quella vittoria implicava e registrava. E per illuminare il contesto ideale e politico attuale è proprio dall’analisi sugli anni ’70 che bisogna partire. Da allora si avvia un processo di distruzione di ogni legame sociale, che produce una cultura della società sostanzialmente nichilista. Questo esito è determinato dalla espulsione del marxismo dalla storia del nostro paese, e ha fatto sì che la critica del marxismo sia approdata, inevitabilmente, verso la destra radicale.

2. ASPETTI DELL’OFFENSIVA NEO-CONSERVATRICE

Infatti, negli anni settanta si dispiega, a livello internazionale, l’offensiva neo-conservatrice con questa lettura: vi è un crisi della democra – zia prodotta da un sovraccarico di domanda, è necessaria una riduzione della complessità per realizzare la governabilità del sistema. Quella che diventa vera e propria teoria dominante, prefigurandosi come una nuova teoria generale, è il neo-funzionalismo sistemico o teoria della complessità, elaborata da Niklas Luhmann. La parola chiave della teoria luhmaniana è complessità e vuol rappresentare la crisi di ogni “spiegazione semplice” del mondo e dei processi sociali: “il mondo è complesso e rende sempre più inafferrabile la totalità degli elementi e dei dati”. Perciò, non è più pensabile alcun “soggetto generale” che riesca a conoscere la totalità. Traducendo e banalizzando (ma neanche eccessivamente): non è pensabile che un partito, una organizzazione, un intellettuale collettivo, riesca ad interpretare il mondo nel suo complesso. Ed è ovvio che, se non riesce ad interpretarlo, è assurdo che pretenda di trasformarlo! Questa cultura politica ha come obiettivo quello di produrre una sorta d’impotenza a leggere i processi storici nel loro reale svolgimento. E il suo carattere dominante risiede nel suo essere teoria generale, teoria che tende ad uniformare forme di stato e forme di governo della società all’interno delle categorie di “governabilità”, “stabilità” ed “efficienza” tipiche del pensiero conservatore [3]. È la teoria che, a metà degli anni settanta, indirizza i lavori dell’allora costituenda Trilateral. Diverrà il punto di riferimento teorico del cosiddetto “nuovo corso” occhettiano.

3. L’IDEOLOGIA NEOLIBERISTA

Sempre negli anni settanta cominciò a guadagnare il centro della scena il movimento neoliberista, sostenuto da vari think- tank ben finanziati (derivanti dalla società di Mont Pelerin, come l’Institute for Economic Affairs di Londra e la Heritage Foundation di Washington), con crescente influenza all’interno del mondo accademico, in particolare all’Università di Chicago, dove dominava Milton Friedman. Elemento centrale nella nuova filosofia della destra radicale è quello rappresentato dai temi dell’anticollettivismo e dell’antistatalismo. L’antistatalismo è stato rimesso a nuovo grazie all’avanzata sul piano internazionale del monetarismo. Sono le panacee dell’individualismo possessivo e del libero mercato di Hayek e Friedman, che ribaltano il keynesismo imperante nel dopoguerra. Vi è stata una riscoperta della scuola austriaca con beatificazione di Hayek, von Mises e Popper. Come ai primi del novecento, ci si ispira all’“economia delle scelte” che ha assunto la forma di una riscoperta della scuola austriaca di Carl Menger e prosecutori. È la teoria marginalista, che muove da una psicologia dei bisogni da soddisfare. Secondo i marginalisti, infatti, costi e prezzi relativi della sfera produttiva sono determinati dal mercato dei bisogni – o del consumo, come si preferisca dire. Di qui la presunta “sovranità del consumatore” rispetto al produttore, che diventa, inconsapevolmente, un pubblico servitore, che rischia di non incontrarsi coi consumatori. Muovere, per la determinazione dei valori/ prezzi relativi, dal mercato della produzione anziché muovere, per imputazione, dal mercato dei consumi è, per i marginalisti (o neoclassici), tanto un errore teorico che misconosce i criteri di scelta, quanto un rischio di socialismo e di marxismo, in quanto Marx su questo “errore” imposta le sue teoriche di sfruttamento ecc. È all’interno di questo quadro politico- culturale che va analizzato il processo che sfocia nello scioglimento del PCI e alle varie sequenze che portano alla formazione del PDS, dei DS e infine del PD.

4. IL COSIDDETTO “NUOVO CORSO” SOCIALISTA E NORBERTO BOBBIO

E venendo alle vicende italiane, altro aspetto di cesura, rispetto all’analisi marxista, è la considerazione della necessità di passare dal “totalitarismo”, categoria entro cui viene identificata la storia passata, alla “rivoluzione liberale”. A dare vita a questa operazione è Norberto Bobbio, il quale nella seconda metà degli anni ’70 muta radicalmente giudizio sul marxismo italiano, su Gramsci, sul Pci, rispetto al modo come egli stesso si era rapportato a tali questioni negli anni ’50. Del Pci Bobbio mette in discussione il carattere democratico, considera la dottrina dell’egemonia di Gramsci come una variante della dittatura del proletariato, sino a riproporre contro il Pci e il marxismo italiano la nozione di totalitarismo e, più in generale, una veduta della storia d’Italia incentrata sulla contrapposizione tra totalitarismo e liberalismo, nella quale è contenuta, seppure in nuce, la tematica della cosiddetta II Repubblica. È in questo contesto che nasce e si afferma Craxi, il quale ha contribuito ad accelerare e a rendere esplicita la crisi del sistema politico italiano. Basta pensare al ruolo svolto dal tema del “presidenzialismo” e a quello della “Grande Riforma”. In tale contesto va collocata anche la nascita della destra, la formazione di uno spazio politico a destra, nel quale la contrapposizione tra liberalismo e totalitarismo assume più coerentemente la forma di una rottura di sistema. È tutta una cultura, presidenzialista e antipartitocratica, che entra ora in contatto con la società. Un ruolo fondamentale in tutto ciò lo ebbe, innanzitutto, Cossiga, il quale dal Quirinale rimise in circolo due capisaldi fondamentali della tradizione missina (la critica antipartitocratica connessa all’ipotesi di una riforma in senso presidenzialistico; la questione del superamento della pregiudiziale antifascista) che rilanciarono di fatto il paradigma neofascista. La centralità di Craxi, prima, e poi la presidenza Cossiga innescano una fase di radicalizzazione che favorisce di fatto lo sviluppo della destra. Ma questo passaggio non sarebbe avvenuto senza la trasformazione del Pci in Pds, il modo in cui il Pci è uscito di scena, rimuovendo e condannando la sua storia.

5. L’ULTIMO BERLINGUER, LA QUESTIONE MORALE

Berlinguer dal 1981 aveva tentato di rimediare agli sbandamenti degli anni della “solidarietà nazionale”. Riferendosi al pensiero di Gramsci, l’ultimo Berlinguer, quello che rompe con la politica della solidarietà nazionale, fa della questione morale il cardine di una strategia politica che si rivelerà quasi profetica, prima del tempo. La centralità della questione morale nasce, fondando la proposta politica di un’alternativa democratica, nei giorni successivi al terremoto dell’Irpinia e della Basilicata del novembre del 1980. Nasce dopo aver visto le macerie del terremoto e quelle delle istituzioni colpevoli dei drammatici ritardi nei soccorsi denunciati dal Presidente Sandro Pertini: quelle macerie mettevano a nudo quanto fosse corroso e malato un sistema politico e istituzionale. In quei giorni Berlinguer afferma in un’intervista che “il processo di distacco tra Paese e istituzioni” è arrivato ad un punto drammatico. “La questione morale esiste da tempo. Ma ormai essa è diventata la questione po – litica prima ed essenziale, poiché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni”. Teme che “lo scivolamento verso esiti oscuri e avventurosi prima o poi divenga inevitabile”. Vede il rischio – quale profezia quattordici anni prima della “discesa in campo” dell’uomo delle televisioni! – che questa crisi si risolva “invocando un uomo forte”, e “cambiando il carattere parlamentare della nostra democrazia”. Il 28 luglio 1981 Berlinguer rilascia una celebre intervista al direttore de la Repubblica in cui sottolinea tematiche che oggi, a 29 anni di distanza, tornano ad essere drammaticamente attuali. Vi si afferma che i partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela; hanno scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente; sono senza idee e ideali, con programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “ sotto- boss”. Analizzando la crisi capitalistica, Berlinguer prosegue: “pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Ma siamo convinti che si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, della sfiducia, della disperazione” [4]. È dalla negazione di questa strategia che nasce la “svolta” occhettiana. Ma prima di giungere “all’indimenticabile ‘89” occorre analizzare i prodromi di una linea subalterna all’ideologia dominante, che matura ben prima di quella data emblematica.

6. LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

È sempre Berlinguer, nella prefazione ai Discorsi parlamentari di Togliatti [5], a focalizzare il nesso tra questione morale e questione istituzionale: “La profonda esigenza di restituire alle istituzioni la funzionalità e il ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare viene distorta e tradita. Attraverso alcune delle ‘riforme’ di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il parlamento, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a governi che non riescono a garantirsele per capacità e forza politica propria. […] Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrisia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e di abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi – la mafia, la camorra, la P2 – che hanno inquinato e condizionano tuttora i poteri costituiti e legittimi fino a minare concretamente l’esistenza stessa della nostra Repubblica. Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza democratica alle istituzioni con l’introduzione di congegni e di meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgimenti che romperebbero anche formalmente l’equilibrio, la distinzione e l’autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni”. È palese, quindi, l’opposizione di Berlinguer a qualunque ipotesi di cosiddette “riforme istituzionali”.

7. INGRAO SUL TERRENO DELLE “RIFORME ISTITUZIONALI”

Di converso, alla fine degli anni Ottanta, in un “Osservatorio Istituzionale” curato dal Centro per la ri – forma dello stato, allora presieduto da Pietro Ingrao, si è testualmente sostenuto dinanzi alle pressioni del Psi di Craxi che “l’ipotesi di riforme avanzata (elezione diretta del capo dello stato) e la procedura suggerita per realizzarla (referendum propositivo) non possono tuttavia essere pre – giudizialmente demonizzate”, e ciò sul presupposto che “il regime presidenziale è solo una tra le molteplici forme di governo sperimentate nella vicenda degli stati democratici, moderni e contemporanei”. Particolarmente dal 1987 – prima quindi della caduta del “muro di Berlino” – la deriva ha preso corpo preciso dopo la sortita dello stesso Ingrao a favore di un governo costi – tuente a termine per una più rapida attuazione delle riforme istituzionali “più urgenti” con la partecipazione dei comunisti; per “un riesame del sistema elettorale” [6] sulla scia di tutto un arco di proposte avanzate da destra, variamente ma univocamente orientate a ritornare a soluzioni di stampo autoritario, contro la proporzionale e per l’uninominale, con il mistificante richiamo alla contrapposizione tra un presunto “accrescimento del potere di scelta del corpo elettorale” e del peso negativo del sistema dei partiti di massa, che la cultura dominante della destra sociale e politica ha sempre bollato nei termini della cosiddetta “partitocrazia” con lo storico obiettivo di delegittimare il pluralismo sociale, l’autonomia sociale e politica della classe operaia, e quindi le organizzazioni in cui essa aveva con la resistenza trovato gli strumenti di rafforzamento delle lotte contro il capitalismo. La proposta di Ingrao precisava addirittura che l’obiettivo era quello di una “alternativa” di programma e di schieramento alle politiche della Dc, e più chiaramente e pericolosamente per consentire quel metodo di “alternanza” nella direzione del paese – e quindi al Governo – che era alla radice della linea di condotta spregiudicata già affermata nei fatti dal craxismo e dall’intero Psi in nome della “grande riforma”, volta a istituzionalizzare la preminenza dell’esecutivo e dei poteri forti sulle assemblee elettive e quindi contro il principio della sovranità popolare. La proposta allora minoritaria dell’autore di Masse e potere, si è rapidamente fatta strada con Occhetto che, nel 1986 (quando era “coordinatore” della segreteria del Pci) cominciò a parlare di “democrazia compiuta” per superare la proporzionale nelle elezioni locali. E nel 1987 (quando era “vicesegretario” dello stesso Pci) si spinse ad un più generale “ripensamento di leggi elettorali” compresa quella nazionale, che si inquadrasse nel “mutamento di ottica” con il noto slogan della “discontinuità” fondata sulla critica alla cosiddetta “democrazia consociativa” in nome della riconosciuta esigenza di “governare più che di mediare”. Occorreva prefigurare una strategia di “alternativa” imperniata sulle riforme istituzionali che lasciasse alle spalle una posizione “oggettivamente” (anche se “no – bilmente”) conservatrice”, ponendo in primo piano “la questione del Governo”, prendendo nelle mani le ragioni “della stabilità”, della capacità di governo, della efficacia e della efficienza dell’azione pubblica”. Non si può non osservare che se la cultura di governo è quella che vede perseguire riforme istituzionali come rafforzamento dell’esecutivo, vuol proprio dire che si configura come cultura “neutra” che accomu – na, in nome dell’efficienza, chiunque sia al governo per stabilizzare il potere sociale dominante. Al contrario, la cultura marxista e alternativa al capitalismo deve coerentemente puntare sul potere delle masse e, per esse, degli strumenti di democrazia di base e delle assemblee elettive, nella logica con cui le lotte degli anni 1968-75 avevano creato spezzoni di potere nuovo verso la democratizzazione e la socializzazione del potere che oggi non vengono neppure rammentate, in nome della rincorsa acritica al “cambiamento”, al “nuovo”, in generale alle riforme istituzionali. Il PCI era stato di “opposizione”, non già perché (come ogni formazione politica) non avesse in prospettiva il compito di portare la classe operaia alla direzione dello stato, sibbene perché poneva come condizione che il programma di governo comprendente i comunisti aprisse una fase di attuazione dei principi costituzionali di democrazia sociale. Per mettere ulteriormente in evidenza la subalternità di un intero gruppo dirigente al tema delle “riforme istituzionali”, giova ricordare come Aldo Tortorella, allora responsabile della commissione per le politiche istituzionali del PCI, nel febbraio del 1987, in una relazione al CC, attua anch’egli una rottura con la strategia che aveva collocato, fino a quel momento, il partito tra le forze che con più coerenza difendevano il sistema politico uscito dalla Costituente. In quel CC Tortorella afferma che il “nuovo PCI” è tra le forze che vogliono “sbloccare il sistema politico”. Il senso di quella affermazione Tortorella lo specificherà in un saggio del gennaio 1988 su Politica ed economia: “La rivendicazione, da parte di Togliatti, delle regole liberal-democratiche e della idea di nazione come patrimonio essenziale del movimento operaio e socialista, fu determinante per il radicamento e per l’educazione del PCI. Non giovò invece una distinzione tra ‘democrazia formale’ e ‘democrazia sostanziale’, concepita come se la seconda assorbisse la prima […] Non era esatta l’idea che la trasformazione dei rapporti proprietari determinasse di per se stessa una condizione superiore di democrazia”. Il rifiuto della distinzione tra democrazia formale e democrazia sostanziale non poteva significare altro che la chiusura con l’elaborazione togliattiana della “democrazia progressiva”. Bisognava liberarsi della “doppiezza” togliattiana. Se Togliatti aveva sostenuto l’esistenza di un nesso dialettico e inscindibile tra “democrazia” e “socialismo”, nelle tesi del XVIII Congresso si affermerà che “la democrazia è la via al socialismo”.

8. UN ALTRO “NUOVO CORSO” … OCCHETTIANO

Il “nuovo corso” (così verrà definito il ribaltamento di strategia) si colloca su un terreno democratico-borghese, se non liberal-borghese. Dahrendorf, Hirschman, Thurow, Wlazer, Kelsen vengono “scoperti” ed assunti. La stagione dei diritti parte da qui: è l’a – mericanismo. Infatti, negli Usa dilagano teorie atomistiche che identificano l’espansione della democrazia con l’accrescimento progressivo dei diritti individuali. Si imbracciano, perciò, i diritti di “cittadinanza sociale” inesorabilmente car – tolari e privi di reale consistenza e si abbandona la lotta per un nuovo tipo di “potere”, che aveva comportato strategie “reali” così legate alla materialità dei rapporti sociali da scatenare contro il movimento operaio italiano e la democrazia l’ideologia del centro sinistra, l’ideologia del fascismo, il terrorismo “nero” e “rosso”, l’organizzazione di poteri “occulti” di vecchio e nuovo conio come mafia, camorra, ‘ndrangheta da un lato, e servizi segreti di Stato, massoneria di varia collocazione come la P.2, centri di potere internazionale, dall’altro. Il primo congresso dopo la morte di Berlinguer – il XVII – si svolge a Firenze nell’aprile 1986. In quel congresso viene sancita l’appartenenza del Pci alla sinistra europea di cui si dichiara “parte integrante”. È la sanzione del prevalere della destra comunista che ha in Napolitano il suo esponente principale. Sono parole che vanno nella direzione auspicata dalla corrente migliorista: l’omologazione del PCI nell’ambito delle forze che si riconoscevano nell’Internazionale socialista, la fine della berlingueriana “diversità comunista”. In un’intervista a Critica marxista dell’aprile 1981 Berlinguer metteva in evidenza come: “la difficoltà in cui si sono imbattuti i partiti socialdemocratici sta […] in ciò: che la loro politica, illudendosi di essere ‘realistica e concreta’, nei fatti è diventata spesso adeguamento alla realtà così come essa è, e ha portato alla messa in parentesi dell’impegno al cambiamento dell’assetto dato, li ha portati cioè all’offuscamento e alla perdita della propria autonomia ideale e politica dal capitalismo. La nostra d i v e r s i t à r ispetto alla socialdemocrazia sta nel fatto che a quell’impegno trasformatore e a quella autonomia ideale e politica noi comunisti non rinunceremo mai”. Ciò che distingue il Pci dai partiti socialdemocratici europei sta dunque per Berlinguer nell’anomalia con cui i comunisti “stanno nella storia”: nel credere alla costruzione di una m a rxiana “società di liberi e di uguali”, ovvero alla possibilità di trasformare i rapporti sociali di produzione, in modo da rendere la società a misura d’uomo, facendo avanzare forme nuove di socialismo. Il Pci non deve omologarsi agli altri. Più democrazia e più socialismo devono essere gli ingredienti. Non solo l’una o solo l’altro. Nella stessa intervista Berlinguer specifica quale concezione debba caratterizzare la “diversità” dei comunisti: «La principale diversità del nostro partito rispetto agli altri partiti italiani, oltre ai requisiti morali e ai titoli politici che noi possediamo e che gli altri stanno sempre più perdendo, sta proprio in ciò: che noi comunisti non rinunciamo a lavorare e a combattere per un cambiamento della classe dirigente e per una radicale trasformazione degli attuali rapporti tra le classi e tra gli uomini, nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: non rinunciamo a costruire una ‘società di liberi e uguali’, non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la ‘produzione delle con – dizioni della loro vita’». E prosegue: “Oggi, lo sforzo della classe operaia (e del partito) per affermare la propria autonomia ideale e politica rispetto alla società capitalistica, nasce dalla ripulsa dei ‘valori’ dominanti. Per esempio, uno dei valori costitutivi e fondanti delle società capitalistiche è l’individualismo, la contrapposizione fra gli individui, la lotta di ciascuno contro tutti gli altri, di ciascun gruppo o corporazione chiusa in se stessa contro tutte le altre. La classe operaia, e noi comunisti, tendiamo ad affermare invece il valore della solidarietà di classe e della solidarietà di tutti gli oppressi e gli sfruttati. Con ciò è chiaro che noi apriamo una lotta, perché siamo convinti della necessità, della possibilità e della utilità generale di costruire rapporti nella società e nello Stato fondati sul ribaltamento di quel valore, di quella idea base del capitalismo, che è appunto l’individualismo” [7]. Il prius della “diversità” di Berlinguer non stava, quindi, nell’etica, ma in una concezione della politica e degli obiettivi della politica. Altro aspetto da mettere in evidenza sulle tesi del XVII congresso è la lettura degli aspetti contradditori della società: è il congresso ove accanto alla “contraddizione di classe” si leggono “le contraddizioni trasversali” (dell’ambiente, della vita e del rapporto uomo-donna). Questa “scoperta” verrà giocata tutta in termini antioperai. Viene decretata la fine della centralità della classe operaia come conseguenza del passaggio dal “lavoro”, ai “lavori” tecnicamente qualificati e differenziati da quelli dell’operaio-massa, pervenendo così ad un completo rovesciamento delle proprie posizioni teoriche e strategiche. Anche su questo terreno vi è una subalternità all’ideologia dominante

9. FINE DEL LAVORO?

Agli inizi degli anni ottanta la diffusione della microelettronica diventa di massa, con il dilagare del personal computer e con l’introduzione su larga scala di sistemi di con – trollo di processo e di controllo informa – tivo nelle unità produttive. A fronte di questi processi vi è la rinuncia ad analizzare i meccanismi attraverso i quali l’innovazione tecnologica nasce, si diffonde, incide sull’occupazione e sul tempo libero, sulle condizioni di vita e di lavoro. Si sconfina, invece, in predizioni millenaristi – che, come quelle della “fine del la – voro” o della “soddisfazione totale dei bisogni” attraverso l’automazione. Buona parte di queste estrapolazioni sono identiche a quelle che verso la metà degli anni sessanta si facevano a proposito dell’informatica. Analoghe le speranze: due soli calcolatori sarebbero bastati a soddisfare le esigenze di calcolo mondiali (previsione del presidente della IBM negli anni cinquanta); i lavori noiosi e ripetitivi sarebbero stati eliminati. C’è un paradigma dilagante che de – scrive (non analizza) l’innovazione microelettronica, e che si esprime nei seguenti termini: poiché la microelettronica sostituisce anche il lavoro intellettuale, questo significa la “fine del lavoro”: tutto il lavoro verrà svolto dalle macchine, e quindi per l’uomo non ci sarà più lavoro. Poiché non vi sarà più lavoro manuale, non vi sarà più produzione di beni fisici, ma prevalentemente di informazione e di servizi a questa connessi: “il lavoro immateriale”. Ciò significa la “fine della società industriale”, che era fondata sulla produzione di beni fisici, e la nascita della società “post-industriale”, fondata su piccole unità produttive e sulla produzione di servizi. Poiché l’automazione opera in gran parte attraverso “sistemi”, a sua volta impone nell’organizzazione del lavoro l’adozione di forme non tayloristiche. Ciò rappresenta, come tendenza, la “fine del taylorismo”, organizzazione del lavoro tipica della società industriale. Fine della produzione di beni fisici, fine del taylorismo, emergenza di nuovi strati di tecnici come strati portanti della produzione, fine della classe operaia: tutto questo prefigurerebbe il supe – ramento del capitalismo. L’attuale automazione non deriva tanto dalla “rivoluzione tecnicoscientifica” quanto dalla crisi del ca – pitale, e dal tentativo di uscirne. Le nuove tecnologie mirano a contra- stare la caduta della produttività del lavoro (mediante l’aumento del suo controllo da parte del capitale). Sennonché, le contraddizioni del capitale non scompaiono in virtù delle “nuove tecnologie”. Il palliativo “tecnologico”, a lungo termine, le approfondisce: perseguendo ciascuno il proprio fine individuale (abbassare i costi e alzare i profitti), i capitalisti fanno cadere il tasso di profitto del capitale totale. Inoltre, le tecnologie non sono neutre, ma si inseriscono in un modo di produzione determinato, in una fase concreta del suo sviluppo. Le “nuove tecnologie”, quindi, lungi dall’attenuare le leggi che portano all’autosoppressione del capitale, a lungo termine ne accentuano la vigenza. Occorre, perciò, rimuovere la falsa idea che l’innovazione tecnologica sia tale da rompere la continuità con la manifestazione organica del capitale industriale-finanziario emersa già agli inizi degli anni ’30. La questione era già presente in Berlinguer, che in una intervista all’Unità del dicembre 1983 afferma che è “assolutamente da respingere l’idea che questi nuovi processi costituiscano una confutazione del marxismo e del pensiero di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica” [8].

10. IL RAPPORTO INFORMAZIONE/DEMOCRAZIA

Altro aspetto riguarda il carattere intrinsecamente “democratico” assegnato allo sviluppo delle comunicazioni in rete. Ancora una volta alla tecnologia viene assegnato un ruolo taumaturgico nel risolvere questioni di fondo della società, ruolo che viene oltremodo ingigantito dallo sviluppo di Internet: le tecnologie sarebbero in grado di per sé di aprire la strada alla democrazia diretta. Questo grandioso disegno è caldeggiato dalla forme nuove del potere economico rappresentato dalle multinazionali, a cui risulta difficile riconoscere un atteggiamento ricettivo nei confronti delle istituzioni democratiche; d’altro lato vi sono gruppi che, annunciando l’avvento imminente di una repubblica elettronica, denunciano il tentativo da parte del potere politico di voler esercitare un controllo normativo sulle reti, che si configurerebbe come minaccia per i potenziali contenuti emancipatori delle tecnologie informatiche. Una posizione oltremodo simile a quella delle multinazionali, che rifiutano qualsiasi forma di controllo statale, ma al solo scopo di favorire, a proprio vantaggio, una radicale liberalizzazione dei media e delle reti. Una strategia questa meramente finalizzata a trasferire il potere di controllo dallo stato ai privati. Circa la conclamata possibilità di accesso alla rete, risulta chiaro che, via Internet, l’utente è libero di decidere con quali persone o cose vuole mettersi in contatto. Bisogna tuttavia intendersi e si tratta di un punto cruciale nell’odierno dibattito sul rapporto informazione-democrazia: una cosa è la possibilità di un libero accesso all’informazione, tutt’altra la probabilità che i cittadini possano farne uso. Nell’intervista precedentemente citata, Berlinguer sgombera il campo da tante illusioni sull’utilizzazione della “rete” come strumento di democrazia diffusa: “La ‘democrazia elettronica’ limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternative alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone […] io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi” [9].

11. “NUOVISMO” E “DISCONTINUITA'”

Prima del XVIII congresso il “revisionismo occhettiano” ha un momento di rilevanza con l’intervista sulla Rivoluzione francese rilasciata a L’ Espresso. “Il PCI – afferma Occhetto – è figlio della rivoluzione francese. Abbiamo riconosciuto ‘la democrazia come valore universale’ […] affermato proprio in quella dichiarazione”. Occhetto aggiunge che va rigettata, però, la successiva esperienza giacobina, che “rappresentava un disvalore perché aveva in sé le radici del totalitarismo”. L’intervista è rilasciata in occasione del bicentenario della Grande rivoluzione; lo scopo evidente della tesi di Occhetto stava nel ridimensionamento della Rivoluzione d’ottobre, accantonata insieme a 70 anni di storia e di idealità comuniste per lasciare spazio al richiamo agli ideali liberali sanciti dalla rivoluzione del 1789. Un’operazione propagandistica, senza alcun fondamento sul piano storico-teorico. Che il PCI – come tutti i partiti comunisti del ‘900 – fosse figlio dell’Ottobre e non del 1789 era indubbio. Giova anche ricordare come Marx, nella sua critica alla “Dichiarazione” e ai “diritti”, denunciasse i limiti dell’emancipazione politica, che non era in grado di toccare le differenze tra cittadino e borghese, tra l’eguaglianza formale del cittadino e la disuguaglianza reale che si riscontra tra i membri della società civile/ borghese. È la questione che sarà presente ai costituenti italiani, che formalizzeranno le norme per realizzare l’eguaglianza sostanziale. Il XVIII Congresso si svolge a Roma nel marzo 1989 con Occhetto segretario generale, eletto nel giugno 1988. Il progetto alla base del congresso è quello di sconfiggere la destra del partito. Paradossalmente questa prende una serie di colpi in un congresso che si colloca, dal punto di vista politico-ideale, tra i più a destra nella storia del Pci. Infatti, guida l’operazione una logica che spinge alla rottura con la tradizione comunista. Chiave di volta è l’idea di “discontinuità”. L’obiettivo della politica diviene “cambiare”, “modernizzare”, non più trasformare i rapporti sociali in nome dell’eguaglianza.

12. TOGLIATTI SOTTO ATTACCO

La tradizione togliattiana, e lo stesso Togliatti, sono fatti oggetto di più attacchi, di diversa natura. Il 25 febbraio 1988 l’Unità pubblica un articolo di Umberto Cardia in cui si sostiene la tesi, peraltro non nuovissima, che Ercoli non avrebbe fatto tutto il possibile per salvare la vita di Antonio Gramsci. Il primo atto significativo di Occhetto, dopo la sua elezione a segretario, è quello di dare ampia diffusione al giudizio pronunciato in un discorso tenuto a Civitavecchia in occasione dell’inaugurazione di un busto a Togliatti, secondo cui il fondatore del “partito nuovo” era stato “inevitabilmente corresponsabile di atti dell’epoca staliniana, piena di ombre per il movimento operaio”. La messa in scena ha un’ampia eco, perché viene concepita nel clima ancora arroventato dalla campagna di diffamazione della figura di Togliatti alimentata dal Psi nei mesi precedenti. Il suo aspetto più grottesco risiede nel fatto che trentadue anni prima (nel rapporto al Comitato centrale del Pci del giugno 1956) Togliatti aveva già affrontato l’argomento in termini ben più schietti e puntuali, riconoscendosi “corresponsabile” della politica di Stalin, compresi i suoi atti “criminali”, senza invocare l’attenuante della “situazione oggettiva”.

13. “PULIZIA TEORICA”

Il XVIII congresso è una specie di prova generale della “svolta”. Lo scrive esplicitamente Claudia Mancina (allora vice-direttrice dell’Istituto Gramsci, successivamente, nei primi anni ’90, responsabile culturale del PDS). In un articolo sul M a n i f e s t o, nell’ottobre 1988, sostiene che il “nuovo corso” del PCI andava considerato a partire “dal peso delle macerie” costituito dal consumarsi della tradizione teorica e politica di questo partito e, più in generale, del comunismo. All’allora responsabile culturale, Fabio Mussi, accadrà di rimproverare gli intellettuali perché rimpiangono quel “bambolotto di pezza” che il PCI aveva rappresentato. Non si balocca certamente Michele Salvati che usa l’espressione “pulizia teorica” in un articolo del 1989: via Gramsci, ma soprattutto via Marx, causa dell’errore primigenio. A questo proposito Salvati si esercita in un’ipotesi di storia controfattuale: “Che cosa sarebbe stato il socialismo senza Marx?”. La risposta è chiara: ci saremmo risparmiati gli orrori del Novecento e dalle rivoluzioni del 1848 sarebbe scaturito in linea diretta il “riformismo ragionevole”. “Pulizia teorica” è la sostanza della “svolta” [10]. Bisognava prendere le distanze dalla tradizione comunista. La generazione dei quarantenni deve accedere al potere. Bisogna “dare spazio ai giovani”, una questione di scheda anagrafica. Di qui il delirio del “nuovismo”. Nella relazione di apertura del congresso Occhetto pronuncia l’aggettivo “nuovo” 48 volte, nella replica si supera: 49 volte. Avendo espulso dall’analisi storiografica l’indagine sugli anni ’70 (avendo negato il marxismo) non rimaneva che definire il ventennio successivo come nuovo e incomparabile rispetto al decennio precedente e, insieme, ritenere che innovare non fosse nient’altro che distruggere il passato. È il postmodernismo che si costituisce su due assunti:
a) il “nuovo” considerato come momento centrale di ogni analisi, di ogni discorso;
b) la “discontinuità” come presupposto di ogni proposta politica, fondata sulla “incomparabilità” del presente dovuta alla scomparsa di una visione retrospettiva, la sua cesura netta con la storia passata che comporta una concezione del presente come privo di ogni storicità.
Gramsci, nei Quaderni, asserisce che “giudicare tutto il passato filosofico come un delirio o una follia non è solo un errore di antistoricismo […] ma […] suppone un pensiero dogmatico valido in tutti i tempi e in tutti i paesi, alla cui stregua si giudica tutto il passato. […] Se questo modo di giudicare il passato è un errore teorico, […] potrà avere un qualche significato educativo, sarà ispiratore di energie? Non pare, perché la questione si ridurrebbe a presumere di essere qualcosa solo perché si è nati nel tempo presente, invece che in uno dei secoli passati. Ma in ogni tempo c’è stato un passato e una contemporaneità e l’essere ‘contemporaneo’ è un titolo buono solo per le barzellette” [11]. A proposito di elementi di novità Occhetto sancisce la nascita del “governo ombra”, scimmiottando il modello inglese (quale innovazione!) e, per la prima volta nella storia del PCI, si avvale di uno staff personale.

14. LO SCIOGLIMENTO DEL PCI

Il lasso di tempo che separa il XVIII dal XIX Congresso (congresso straordinario) – che si svolge a Bologna nel marzo 1990 e che approverà a maggioranza la proposta formulata da Occhetto di promuovere una nuova formazione politica in cui dissolvere il Pci – passa alla storia come il dibattito sulla “cosa”. Da parte della maggioranza si parla molto della “novità” della formazione politica cui si intende dare vita e della necessità di realizzarla con “nuovi interlocutori”. Si mitizza la cosiddetta “sinistra sommersa” e le risposte entusiaste vengono dai Verdi, da ex militanti di Lotta Continua, da spezzoni di quella che era stata l’area del 1977. Fa da battistrada la rivista Micromega. Il primo convegno dei “club” (come allora si definirono), indetto da una lettera firmata da Paolo Flores d’Arcais, Antonio Lettieri, padre Pintacuda ed altri, si tiene nel febbraio 1990. In quella occasione Norberto Bobbio saluta la “svolta” come “una magnifica avventura”. L’opposizione si costituisce in due mozioni, una firmata da Ingrao, Tortorella, Natta, Chiarante, Castellina, Magri, Garavini e altri; l’altra firmata da Cossutta. Una minoranza che ottiene circa il 34% di consensi. Un inciso, vista la provenienza dell’attuale segretario del PD: senza l’Emilia Romagna il rapporto di forze sarebbe stato molto più equilibrato. Infatti le federazioni di questa regione danno il 40% dei delegati alla maggioranza. Il “delegato occhettiano tipo” è un funzionario del partito, membro delle potenti federazioni dell’Emilia Romagna. Durante il congresso Occhetto non pronuncia nemmeno una volta il nome di Marx nei suoi discorsi. Alcuni libri, scritti di recente, hanno analizzato nello specifico questo percorso ed ad essi rimandiamo [12]. Il XX e ultimo Congresso si tiene a Rimini nel gennaio-febbraio 1991. Una parte dell’opposizione, guidata da Cossutta e Garavini decide di dar vita a un nuovo partito, quello della Rifondazione comunista.

NOTE

1 A. Gramsci, Quaderni del carcere , Torino, Einaudi, 1975, Q. 10, pp. 1325-26.

2 Cfr. A. Occhetto, Un indimenticabile ‘89, Milano, CDE, 1990.

3 Dei numerosi scritti di Niklas Luhmann suggeriamo: Potere e complessità sociale, Milano, Il Saggiatore, 1979; Come è possibile l’ordine sociale, Bari, Laterza, 1985.

4 In “Conversazioni con Berlinguer”, Roma, Editori Riuniti, 1984, p. 255.

5 Palmiro Togliatti, Discorsi parlamentari, Roma, Camera dei deputati, 1984, prefazione di Enrico Berlinguer.

6 Intervento di P. Ingrao, in Atti del XVII Congresso, Roma, Editori Riuniti, 1987, p. 280.

7 C f r. Critica marx i s t a, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 10-12.

8 In “Conversazioni…”, p. 354.

9 Ivi.

10 M. Salvati, La svolta, un atto dovuto, in Interessi e ideali, Milano, Feltrinelli, 1990, pp. 82-91.

11 A. Gramsci, Quaderni…, Q. 11, pp.1416- 17.

12 Cfr. Giuseppe Chiarante, La fine del PCI. Dall’alternativa democratica di Berlinguer all’ultimo congresso 1979-1991, Carocci, 2009; Lucio Magri, Il sarto di Ulm, Il Saggiatore, 2009; Guido Liguori, La morte del PCI, manifestolibri, 2009; Adriano Guerra, La solitudine di Berlinguer, Ediesse, 2009. Tutti recensiti ne l’ernesto n. 1/2010