Dal dibattito congressuale al conflitto sociale

Direi di cominciare con un bilancio del Congresso che si è da poco concluso: un Congresso introdotto da un documento a tesi emendabili attorno a cui si è aperta una significativa dialettica.

Il dispositivo scelto per questo Congresso – tesi emendabili – ha creato le condizioni per affrontare senza diplomatismi tematiche di grande rilievo, a cominciare da quelle intorno alle quali si è sviluppato il confronto tra le Tesi di maggioranza e gli emendamenti. Il partito ha discusso; e questo è sempre un bene, perché la discussione è il sale della vita politica. Tra l’altro, il risultato conseguito dalle posizioni emendatarie (28,9%) è molto positivo. Tuttavia, sono preoccupato dal fatto che il Congresso sembra non finire più. Quelle premesse che dovevano assicurare un dibattito libero evidentemente non hanno trovato un riscontro adeguato nei fatti. A tratti è sembrato che si volesse trasformare la discussione in una specie di referendum pro o contro il Segretario. Ora bisogna porre a tutto questo uno stop e recuperare il nostro senso di appartenenza. Ci attendono nell’immediato futuro scadenze politiche importantissime, che dovremo affrontare ricorrendo a tutte le nostre risorse.

Come valuti l’assetto del Partito, così come esce dal Congresso, sia nel suo corpo centrale che nella sua organizzazione periferica? Vi sono problemi ancora aperti?

Penso a due questioni in particolare. Alla decisione, che non ho condiviso, di ridimensionare la Segreteria nazionale, escludendone responsabili di settori chiave (Organizzazione, Tesoreria, Lavoro, Enti locali). Questo non va nella direzione del rafforzamento del partito. Al contrario, rischia di indebolirlo, in un momento in cui (come tutti in via di principio ripetono) avremmo bisogno di un partito efficiente, solido, capace di rispondere con prontezza alle sfide che incalzano.
L’altro problema riguarda gli equilibri interni alle Federazioni. Se uno sforzo abbiamo fatto, è stato quello di evitare di approfondire le divaricazioni. In particolare, si poteva partire dai risultati del Congresso (e magari dagli infortuni nei quali è incappata la maggioranza della maggioranza: penso, per esempio, alla brutta vicenda delle quote minime di compagne negli organismi) per aprire un po’ ovunque vertenze e conflitti. Non lo abbiamo fatto. Avevamo detto che per noi il Congresso sarebbe finito il 7 aprile e così è stato fatto. Ma non si può dire lo stesso di tutti.
C’era un accordo. Si era detto che si sarebbero rispettati gli equilibri, che si sarebbe tenuto conto delle diverse situazioni e della loro storia. I fatti mostrano invece che in taluno è prevalso uno spirito di rivalsa e la cosa – non lo nascondo – mi impensierisce. Vorrei fare un solo esempio, che mi pare oltremodo significativo. Treviso è una piccola federazione fino ad oggi guidata (una delle poche in Italia) da una compagna: ebbene, quest’ultima è stata sostituita (con un compagno che ricopre anche l’incarico di assessore a Venezia) per il semplice motivo che ha ritenuto di sottoscrivere i nostri emendamenti. Ometto ogni commento. Non posso però esimermi dal formulare l’augurio che si produca un ripensamento. Il partito non può permettersi il lusso di vivere un’altra lunga fase di fibrillazione interna.

Come tu hai detto, gli emendamenti hanno toccato temi rilevanti che hanno inciso nel dibattito congressuale e hanno contribuito a direzionare l’asse politico del Partito.

Gli emendamenti che abbiamo presentato insieme a una sessantina di compagni e compagne del Comitato politico nazionale, e che sono stati sottoscritti da migliaia di compagni/e nei congressi dei circoli e dal 33-34% dei delegati della maggioranza a Rimini, affrontavano questioni centrali. Non sto qui a ripetere cose a tutti note, abbiamo aperto una discussione sull’interpretazione delle questioni internazionali in un momento in cui la guerra è ridiventata un aspetto determinante dell’orizzonte politico; sulla centralità della contraddizione capitale/lavoro proprio mentre nel paese si riapriva il conflitto con il padronato su questioni basilari come la certezza della continuità del rapporto di lavoro; o, ancora, sulla relazione tra partito e movimenti, una delle problematiche al centro della discussione politica dell’ultimo anno: è indubbio che si è trattato di un atto di fiducia e anche, credo, di coraggio politico da parte del partito e in specie di quei compagni e compagne che hanno raccolto la sfida di differenziarsi dalla maggioranza più vicina alle posizioni del Segretario.
Come dicevo, la sfida è stata abbondantemente vinta. Mi pare inevitabile, a bocce ferme, una battuta. Si è tanto parlato, in questi anni e ancora nei mesi che hanno preceduto il Congresso, di “piombo nelle ali”. Ebbene, questo Congresso (al quale forse qualcuno aveva affidato il compito di eliminare questo “piombo”) ha dimostrato che le cose stavano in tutt’altri termini. Semmai la partita era tra una lettura fondata dei conflitti, della fase e delle prospettive, e una lettura ispirata, più che dalla conoscenza dei fatti, da ipotesi ideologiche non scevre da propensioni avventuriste. Mi viene in mente quanto ha ripetutamente osservato la compagna Rossanda prima delle giornate di Rimini e ancora all’indomani del Congresso. Su la Rivista del manifesto ha scritto che c’è bisogno di qualche cintura di sicurezza e ha censurato una certa inclinazione all’azzardo. Credo abbia ragione da vendere e con me mostra di crederlo una gran parte del Partito.

In definitiva, un bilancio congressuale che dà ragione a quanti hanno deciso di presentare i quattro emendamenti.

La nostra battaglia è stata vinta sul terreno dei consensi (come risulta dalle percentuali che anche l’ernesto riporta). Ma è stata vinta soprattutto sul piano politico. Penso che questo Congresso ha posto in rilievo la tenuta sostanziale di una cultura politica e la perdurante pertinenza di strumenti analitici frettolosamente dichiarati – in nome dell’esigenza di “discontinuità” – obsoleti, vecchi, sorpassati.
È singolare – mi pare inevitabile sottolinearlo – che ci si sia voluti ostinare in una lettura della fase e degli avvenimenti specularmene opposta a quanto gli avvenimenti stessi sono venuti dicendo con grande evidenza in questi ultimi mesi. Penso in particolare alla guerra: dopo l’ennesimo conflitto di quest’ultimo decennio, la minaccia di ulteriori devastanti attacchi bellici, le recenti pesanti ingerenze in America Latina, come si fa a negare che siamo di fronte a una sconvolgente manifestazione di violenza imperialistica da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati? Con quale altro attributo si dovrebbe qualificare la politica di un paese che, in nome dei suoi “interessi vitali”, non esita a mettere a ferro e fuoco l’intero pianeta, fino all’ultimo più terribile sospetto che sta coinvolgendo l’establishment presidenziale e che, se fosse definitivamente confermato, costringerebbe a porre il tragico episodio dell’11 settembre – con tutte le vicende conseguenti – sotto una luce ancora più sinistra. E come si fa a dire che i conflitti tra Stati non sono più all’ordine del giorno con quello che accade in Medio Oriente? E penso alla crucialità del classico terreno del conflitto di classe (come testimonia in modo inoppugnabile la questione dell’articolo 18, vero simbolo della centralità del lavoro sia nei processi di riproduzione, sia nella partita per il controllo sociale e per il potere politico in una società capitalistica avanzata).
Ma non vorrei insistere troppo su queste questioni. Sono convinto che il nostro contributo alla riflessione del Partito sia stato importante per tutti i compagni, anche per quanti non hanno ritenuto di sottoscrivere i nostri emendamenti. Penso anche che quanto avviene nel mondo e in casa nostra ci stia dando ragione (e aggiungo: purtroppo!). Dopo di che, una cosa è la discussione su queste grandi questioni, sulle quali tutti i compagni e le compagne continueranno a riflettere (a cominciare dall’imminente Conferenza nazionale delle Giovani e dei Giovani comunisti) anche al di là – mi auguro – di logiche di schieramento, un’altra cosa sono i compiti che attendono il Partito giorno per giorno.

Le recenti elezioni in Francia sono l’ultima conferma del generale spostamento a destra e del sostanziale fallimento del centro-sinistra. Alla luce di tale tendenza involutiva, quali dunque le questioni all’ordine del giorno?

Per semplicità, vorrei indicarne due, davvero cruciali.
La prima concerne la mappa dei conflitti nel nostro paese. C’è un nuovo protagonismo dei lavoratori inaugurato dagli scioperi dei meccanici l’estate scorsa e sancito dalla manifestazione del 23 marzo e dallo sciopero generale. C’è il movimento di Seattle-Genova, che non va solo riconosciuto ma anche sostenuto con una interlocuzione continua. E c’è una sezione della cosiddetta “società civile” che mostra di reagire al dilagare delle destre e alla latitanza del ceto politico del centrosinistra.
C’è, insomma, una grande area del paese che chiede rappresentanza e che sta a noi ascoltare, interpretare, riportare alla politica. Non c’è nessuna ragione di essere pessimisti riguardo alla nostra capacità di rispondere a queste domande. Sta a noi, alla nostra sensibilità politica e alla nostra volontà.
D’altra parte va detto con forza che, se non riusciremo in questo sforzo, ci assumeremo una grande responsabilità. Quanto è accaduto in Francia e in Olanda dimostra che se non trova chi sa interpretare le istanze di trasformazione, la società si sposta paurosamente a destra, arrivando a concentrare consensi massicci su personaggi pericolosi come Le Pen e Pim Fortuyn, il leader populista e xenofobo olandese rimasto vittima di un attentato il 6 maggio scorso. Vorrei sottolineare al riguardo che l’avanzata della destra razzista e neo-autoritaria solleva enormi responsabilità della sinistra, se è vero che Le Pen in Francia ha raccolto in proporzione il maggior numero di consensi operai. Inutile dire che noi che abbiamo la Lega Nord in casa non possiamo certo chiamarci fuori da questa inquietante deriva!

Come, con quali strumenti, si deve a tuo parere rispondere a questa possente richiesta di nuovo protagonismo che sale da tanta parte del nostro paese?

Come rispondere alla richiesta di rappresentanza di quella parte della società che ancora ieri chiamavamo “popolo di sinistra”? Penso che quello che è successo in questi ultimi mesi ci aiuti a trovare una risposta. Tutti convengono sulla centralità della questione sicurezza. Penso anch’io che si tratti del terreno cruciale, ma è decisivo il modo in cui lo si intende, prima ancora di come si ritiene di affrontare le problematiche che lo concernono.
Si dice che non c’è più differenza tra destra e sinistra (e questo è un tema che ricorreva anche negli anni Venti e Trenta, mentre l’Europa veniva travolta dai fascismi!). Bene, io penso che un modo per distinguere la destra dalla sinistra c’è ed è proprio vedere come si intende la domanda di sicurezza che emerge dalla società.
La destra la traduce sul piano della repressione. Trova dei capri espiatori. Dice: se si vive con poca sicurezza nelle città è perché ci sono troppi immigrati “per natura” delinquenti, troppi tossicodipendenti, troppo dissenso, tendenzialmente violento e prossimo al terrorismo. Su questa base la destra promette giri di vite sul terreno dell’ordine pubblico e della repressione.
La sinistra – se ha coraggio – deve rovesciare questa logica. Dire che l’unica vera questione è la sicurezza del proprio presente e del proprio futuro sul piano del lavoro, dei servizi fondamentali (sanità e pensioni, prima di tutto: ma non dimentichiamo che mentre il Nord del paese viaggia insieme all’Europa, il nostro Sud è spesso in condizioni di spaventosa arretratezza; in Sicilia, per fare solo un esempio, intere città sono lasciate addirittura senz’acqua potabile), della istruzione e della formazione dei più giovani, della pace. C’è un enorme lavoro da fare, ma si tratta anche di una grande occasione, se è vero che il paese si è svegliato e chiede, esige, di essere ascoltato.

Nell’immediato ci attende una delicatissima battaglia referendaria, dal cui esito certamente dipende il segno della fase politica apertasi nel paese con la ripresa delle mobilitazioni del mondo del lavoro.

La campagna referendaria lanciata dal Partito va nella giusta direzione e costituisce un passaggio importante che potrebbe risultare persino decisivo. Va sostenuta senza lesinare energie. Dobbiamo riuscire a raccogliere le 600 mila firme necessarie, il che richiede la mobilitazione di tutti, nessuno escluso. E’ in questo momento l’obiettivo primario sul quale concentrarsi.
Colgo l’occasione per sottolineare, a questo riguardo, un punto essenziale. Tutti i referendum sono importanti, ma è assolutamente cruciale che si riesca a dare all’opinione pubblica e ai cittadini, che incontriamo con i banchetti nelle piazze, la coscienza dell’assoluta centralità della battaglia sull’articolo 18. Questo sia perché riusciremo a raggiungere il traguardo delle firme solo concentrandoci su questo tema, che è oggettivamente il terreno di massima mobilitazione. Sia perché la battaglia in difesa del lavoro salariato e dipendente è caratterizzante per un partito comunista.
Detto questo, non posso tacere una preoccupazione che richiama, indirettamente, quanto osservavo in apertura circa l’esigenza di una maggiore ponderazione nella pratica della cosiddetta “innovazione”.
Avrei calibrato con più attenzione il ricorso allo strumento referendario, che non solo rischia di rivelarsi sproporzionato rispetto alle energie di cui disponiamo sul piano organizzativo, ma può anche comportare l’inconveniente di assecondare – e persino legittimare – la deriva plebiscitaria della destra, e in particolare di Berlusconi. In un momento in cui le prerogative dei corpi elettivi e in specie del Parlamento sono sotto attacco, la scelta del referendum può veicolare un messaggio di resa: come dire che ormai la politica passa attraverso il rapporto diretto con la cosiddetta “gente”. Sarebbe un errore non vedere che c’è qui un’insidia mortale non solo per il Partito e per i ceti subalterni, ma per la stessa democrazia repubblicana. Detto questo, voglio ripeterlo con grande forza a scanso di equivoci, ora che il Partito ha scelto di investire in questa battaglia, dev’essere fatto ogni sforzo per portare a casa il risultato della vittoria in tutti i referendum.