Da Parigi al futuro: i giorni della rivolta

*Francis Combes è poeta, scrittore, editore. Tra i più lucidi intellettuali francesi, è stato negli anni ‘80 segretario nazionale degli studenti comunisti. Oggi è esponente di spicco del movimento francese contro il CPE. Dirige le edizioni “Le Temps des Cerises”, è uno dei co-direttori del giornale “Le Manifeste” e uno degli animatori della tendenza “Gauche communiste” del PCF. Ha pubblicato più di 600 saggi, a testimonianza del suo costante e notevolissimo impegno contro il razzismo, il fascismo, il capitalismo e la guerra. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con l’ernesto.

Gli stranieri presenti a Parigi nel mese di marzo (e i parigini) custodiranno certamente nello spirito un’immagine inusuale e scioccante: quella di Piazza della Sorbona interamente cinta da alte mura metalliche anti-sommossa, a nascondere l’università dallo sguardo dei passanti e a vietarne l’accesso agli studenti. Questa istantanea, che ha qualcosa di orwelliano, esprime tutto il timore dell’apparato statale di fronte alla “sovversione” democratica. È un’immagine di guerra civile, simile a quelle che abbiamo visto in parecchie megalopoli occidentali durante le grandi mobilitazioni contro la mondializzazione capitalista. Il pensiero di molti è ovviamente andato allo spettro del Maggio del ’68. Ma quello che è successo in questa primavera francese è molto diverso. Il ‘68 è stato il primo grande scontro di classe della Quinta Repubblica. I movimenti attuali annunciano piuttosto la sua fine. Il ‘68 è stato un’esplosione in cui le istanze rivoluzionarie più radicali si mischiavano, nella gioventù studentesca, a ben altre aspirazioni, talvolta molto confuse. C’era, nella contestazione dell’ordine stabilito (quello del potere gaullista paternalista, ma anche quello delle organizzazioni operaie giudicate “staliniste” e autoritarie) qualcosa che alludeva più alla “morte del padre” che alla rivoluzione bolscevica. Ciò che è accaduto questo anno è molto diverso. Se, come ogni volta che si crea una vera mobilitazione popolare, le manifestazioni non hanno rinunciato a presentare il carattere carnevalesco proprio di queste circostanze, questa lotta, allo stesso tempo, si è distinta per la sua grande serietà e per il suo livello di coscienza politica. Questo movimento è stato in effetti notevole per la sua ampiezza, la sua durata e la sua determinazione. È stato contrassegnato dall’entrata in azione di milioni di salariati e di giovani a tal punto da costituire un vero “fronte di classe”, un blocco sociale largamente inedito che ha saputo, nel corso delle settimane, mantenere e rafforzare la sua unità (attraverso la coesione delle dodici organizzazioni sindacali e giovanili che hanno condotto la mobilitazione). Per la prima volta i giovani della scuola si mobilitano non contro un progetto di riforma selettiva o per la difesa delle proprie condizioni di studio, ma attraverso rivendicazioni che riguardano lo statuto stesso del lavoro salariato. Quanto ai salariati, questi non sono entrati in sciopero per difendere le proprie posizioni acquisite, ma per difendere l’avvenire di tutta la gioventù. Difendendosi, gli uni e gli altri hanno difeso reciprocamente i propri interessi futuri. Siamo di fronte ad uno scambio generoso che, superando gli angusti corporativismi, ha maturato un’essenza autenticamente politica. Possiamo affermare, inoltre, che gli studenti e i liceali hanno lottato con “posizioni di classe”. La ragione è semplice: il progetto governativo, che faceva leva in primo luogo sulla condizione disperata dei giovani esclusi dal mercato del lavoro, ha finito col chiamare in causa i progetti di lavoro e di vita di tutti i giovani, specialmente di quelli diplomati che, già costretti a subire la realtà degli stages, si sono visti improvvisamente condannare senza appello ad un avvenire di precarietà, privati della possibilità di costruirsi una vita normale. Ciò che è successo in questi due mesi di lotta traduce uno slittamento delle classi medie (che negli anni ‘80 avevano portato Mitterrand al potere), oggi spinte a rimettere in gioco le proprie condizioni di vita. Vittime del processo di polarizzazione economica e sociale, sono oggi chiamate a prendere coscienza della propria proletarizzazione. Un ulteriore fenomeno di estrema importanza è il fatto che questa generazione scesa in piazza ha sperimentato l’azione collettiva, la solidarietà e la vittoria.

L’ESPERIENZA DELLA VITTORIA

Dopo due mesi di eccezionale mobilitazione, i giovani e i salariati hanno infatti messo sotto scacco il governo francese, costringendolo a ritirare il progetto di Contratto di Primo Impiego (CPE). La critica mossa dai movimenti a questo tipo di contratto, che, a detta del governo, avrebbe dovuto favorire l’occupazione giovanile, è stata simile: il CPE costituiva una deroga al codice del lavoro, e quindi un grave attacco al codice stesso. Non è soltanto discutibile l’idea che possa esistere un contratto specifico per i giovani. Concretamente, in questo caso, si trattava di un contratto che autorizzava il padrone a rompere unilateralmente e senza l’obbligo di una giustificazione la relazione con il proprio dipendente, nell’arco di due anni e, a fortiori, senza pagare alcuna indennità. Si trattava di un contratto che, in nome della “flessibilità”, puntava a realizzare il sogno di molti padroni: disporre di lavoratori “usa e getta” come fossero kleenex. Aver bloccato questo progetto di legge del governo, dopo che la maggioranza dei deputati gli aveva sciaguratamente assegnato titolo di legge, rappresenta una vittoria di enorme rilevanza. Tuttavia è evidente che la lotta contro la precarietà non è che agli inizi. I settori più avanzati del movimento proseguono la lotta per il ritiro dell’intera legge, paradossalmente definita Egalité des chances (“eguaglianza delle possibilità”, ndt). Questa legge, che dichiara di voler sconfiggere la disoccupazione giovanile, produce nei fatti una grave regressione sociale. Precisamente, i giovani e i sindacati hanno denunciato quattro punti: il CNE, Contratto di Nuova Assunzione, che permette ai padroni delle piccole imprese di licenziare i propri dipendenti senza giusta causa, l’apprendistato a quattordici anni, l’autorizzazione del lavoro notturno a partire dai quindici anni e la possibilità di sopprimere gli assegni familiari ai genitori i cui figli diano prova di assenteismo a scuola. In realtà questo non è l’elemento di minore importanza di questa lotta, che ha al contrario rivelato la cen- tralità della precarietà e, quindi, dello sfruttamento.

LOTTA ALLA PRECARIETA’

È un fatto che merita attenzione. La parola “sfruttamento” era quasi scomparsa dal vocabolario sindacale e politico (da quello della CGT a quello del PCF) a vantaggio di termini come “ineguaglianza”, “sfavoriti” o “esclusi”, ma le recenti mobilitazioni l’hanno riportata all’ordine del giorno. I numerosi slogan scanditi durante le ultime manifestazioni lo dimostrano: la sigla C.P.E. è diventata Chômage, Précarité, Exploitation (“disoccupazione, precarietà, sfruttamento”), Contrat pour Exploiter (“contratto per sfruttare”) e Cadeau pour Exploiteurs (“ regalo per gli sfruttatori”). Il leitmotiv più sorprendente è il ritorno del termine “sfruttamento”. Lo sfruttamento, sicuramente, non si palesa nella misura in cui non è ritenuto eccessivo. E, in questa società, è considerato “naturale” anche se il rapporto di lavoro salariato abituale è, in sé, un rapporto di sfruttamento. La generalizzazione della precarietà, invece, rimette in causa il carattere naturale, normale, universalmente accettato dello sfruttamento. Improvvisamente le analisi di Marx (che quasi più nessuno sembra conoscere) ritrovano una singolare attualità. Cito un aneddoto assai istruttivo: in un suo recente congresso nazionale la CGT, principale organizzazione dei lavoratori, aveva deciso di eliminare dal suo statuto il riferimento all’obiettivo dell’”abolizione del lavoro salariato”. Sorprendentemente, invece, gli studenti di Censier si riunivano in Assemblea Generale proprio in quei giorni sullo sfondo di uno striscione che proclamava l’”abolizione del lavoro salariato!”. Il grande merito di questo movimento è appunto quello di aver rimesso questa questione al centro della scena pubblica. Durante l’ultima riunione del G7, i “padroni del mondo” hanno precisato il loro piano di lavoro. Essi esigono che la Cina rivaluti la propria moneta, al fine di ridurre la propria capacità di esportazione. Che i paesi del Terzo mondo produttori di petrolio accrescano la produzione. Che la popolazione degli Stati Uniti risparmi di più, per facilitare la capitalizzazione. E che i paesi europei adottino infine “riforme” che permettano di imporre la “flessibilità”. La “flessibilità” è la nuova parola chiave del pensiero economico occidentale. Certo, non si tratta di domandare agli azionisti di mostrarsi più “flessibili” rispetto alle proprie esigenze in materia di dividendi. Al contrario, sono i salariati a doversi adattare alle circostanze! Con la mondializzazione e la diffusione del progresso tecnologico, ottenere un aumento di produttività non basta più. Bisogna dar peso al valore (e dunque al costo) della forza-lavoro delle classi operaie occidentali, e particolarmente europee. In termini marxisti classici, si potrebbe dire che, nel contesto della guerra economica generalizzata, l’insieme della classe capitalista (e non solo il grande capitale finanziario) ha bisogno, per bilanciare la tendenza all’abbassamento dei suoi tassi di profitto, di aumentare non solo il “plusvalore relativo” ma anche il “plusvalore assoluto”. Dal momento che è difficile estorcere profitto direttamente dal salario diretto (e specialmente dal “salario minimo garantito”), i padroni e i loro sostegni politici moltiplicano le iniziative per mettere in discussione il codice del lavoro, generalizzando le deroghe allo statuto del lavoro e accanendosi contro i salariati sottopagati, che si vuole poter licenziare senza spese. È una delle condizioni (se non “la” condizione) per realizzare l’agenda di Barcellona e fare della “Zona euro” una “zona di competitività”.

UN POPOLO IN RIVOLTA

Conviene infine sottolineare il fatto che il movimento contro il CPE non è certo stato un fulmine a ciel sereno. Non si tratta di un fenomeno estemporaneo. Il movimento si inscrive in un contesto politico generale capace di dimostrare che il popolo francese è in rivolta, contro le élites auto-proclamatesi tali che lo governano. Il 21 Aprile 2002, nella sorpresa generale, Le Pen arriva in testa al primo turno delle elezioni presidenziali e passa al ballottaggio. Non tanto a causa della forza dell’estrema destra, quanto per la debolezza della sinistra plurale, rappresentata dal candidato del PS, Lionel Jospin. Il 29 maggio 2005 la maggioranza dei francesi dice NO al referendum sulla Costituzione Europa, nonostante i principali partiti politici, dall’UMP al PS, sostengano il progetto di costituzione “liberale” dell’Europa. Novembre 2005: le banlieues si accendono e si assiste a un’ “insurrezione” dei giovani dei quartieri popolari; è una rivolta di fronte alla quale le stesse élites (di destra e di “sinistra”) hanno preferito non affrettare conclusioni. E a ragione: ciò che esprimevano questi giovani non era la semplice aspirazione ad essere considerati: esprimevano, in una maniera senza dubbio anarchica, il “bisogno di rivoluzione”. Ed ecco ora che anche i ragazzi del ceto medio entrano in azione. Si può notare come l’atteggiamento di una parte dei giovani delle banlieues che hanno fatto irruzione con atti teppistici nelle ultime manifestazioni mostri la frustrazione e il risentimento di questi settori socialmente emarginati nei confronti dell’apparato educativo e della società nel suo complesso. Ma l’essenziale non sta in queste tensioni. Al contrario, è importante constatare la maturità con cui la massa dei giovani manifestanti ha reagito alle violenze, preservando gli interessi del movimento; i liceali e gli studenti hanno dimostrato una grande capacità di comprendere le cause profonde di comportamenti “limite”. Da questo punto di vista, il clima sociale è molto diverso da quello che si poteva registrare nei conflitti precedenti. In realtà, se è stato possibile un atteggiamento relativamente comprensivo di fronte ai casseurs a confronto con l’intransigenza dell’apparato di Stato, è perché il movimento nel suo insieme si è radicalizzato, portando con sé testimonianze e forme di lotta inedite nel movimento studentesco: specialmente il blocco delle università, ma anche di autostrade, depositi di autobus o di stazioni.

CONTRO L’ULTRA-LIBERISMO

Che cosa caratterizza in fondo questo stato di ribellione più o meno permanente nel quale si trova il popolo francese? La diagnosi è stata fatta dal giornale padronale Les Echos, che ha pubblicato un sondaggio internazionale secondo cui la Francia sarebbe il paese dove i “valori” ultra-liberali sarebbero i più contestati, a destra come a sinistra. Secondo questo sondaggio, la grande maggioranza dei francesi non avrebbe fiducia nel mercato come regolatore dei problemi sociali. La constatazione è certamente corretta: non siamo più negli anni ‘80, all’apice del “trionfo dei vincitori”. Al contrario sono oggi ben più diffuse le idee di chi sostiene la necessità di porre un freno agli appetiti del capitale finanziario internazionale. Una posizione che è forte non solo tra gli elettori di sinistra ma anche tra quelli di destra. Da qui provengono gli accenti “neo-gaullisti” di Chirac e di Villepin, dimostrati, per esempio, in occasione del progetto di legge contro le “OPA nemiche”, a causa del quale la Francia ha ricevuto il richiamo della Commissione Europea. Ma ciò non deve evidentemente creare illusioni. Infatti il mercato non è un tabù solo per gran parte della sinistra progressista o per i comunisti, ma anche per l’elettorato popolare del Fronte nazionale. Se questi si è pronunciato contro il progetto di Costituzione Europea, infatti, non è solo per motivazioni razziste o xenofobe, ma anche e principalmente perchè essi si collocano in opposizione rispetto alle delocalizzazioni delle imprese e a favore della sovranità nazionale. In un paese come la Francia, con antiche tradizioni statali e d’unità nazionale, il fatto che la sinistra (compreso il PCF) abbia abbandonato il terreno dell’indipendenza nazionale è certamente un regalo all’estrema destra, a maggior ragione in un momento come questo in cui niente vieta di essere fortemente attaccati alla propria sovranità e allo stesso tempo profondamente internazionalisti. Gli esempi di Cuba o del Venezuela, in America latina, sono utili a ricordarlo. Questa osservazione ha evidentemente un carattere strategico, poiché, per la sinistra come per la destra, la riconquista dell’elettorato del Fronte Nazionale è, con quella degli astensionisti, senza dubbio la questione principale. Nicolas Sarkozy l’ha ben capito. Nel momento in cui tutti sanno che è uno degli alfieri dell’ultra-liberalismo, egli non smette di moltiplicare, in qualità di Ministro dell’Interno e presidente dell’UMP, i segnali nei riguardi degli elettori di estrema destra. Ma, anche quando si mostra “patriota”, lo fa nel suo stile “filo-americano”. “Coloro che non amano la Francia, non sono obbligati a rimanerci”, ha infatti recentemente dichiarato: né più né meno che la traduzione del Love it or leave it degli emuli del Ku Klux Klan.

UNA CRISI POLITICA

Il movimento contro il CPE, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, ha portato ad un riposizionamento complessivo delle forze politiche. Al vertice dell’apparato statale la crisi politica è evidente. Dominique de Villepin – malgrado le sue qualità di uomo di Stato, di cui aveva dato prova in occasione della crisi irachena, quando aveva fatto sentire la voce della Francia all’ONU – ha subito un grave rovescio. Senza dubbio la sua testardaggine, apparentemente assurda, si è rivelata frutto di un calcolo politico: impegnato nella corsa all’Eliseo, ha voluto dimostrare all’elettorato di destra di essere sicuro quanto Sarkozy. Quando Sarkozy ha disapprovato il dispositivo contestato nelle mobilitazioni, ha avuto riscontri positivi nell’opinione pubblica. Fatto ancora più grave: ha approfittato della crisi del CPE per affidarsi a una sorta di colpo di Stato strisciante: per sciogliere la crisi, infatti, i sindacati sono stati ricevuti non dal governo ma dai rappresentanti dell’UMP, accompagnati dai ministri. Ma il Ministro degli Interni non si è limitato a questo aspetto tutto sommato protocollare e istituzionale. La rivalità alla guida dello Stato è giunta ben più in là: Sarkozy ha anche comandato una perquisizione negli uffici di Alliot-Marie, ministro della Difesa vicino a Chirac e Dominique de Villepin, per sventare il tentativo di coinvolgerlo in un affare riguardante il trasferimento di fondi in una banca del Lussemburgo. Quando un Ministro dell’Interno si permette tali iniziative, vuol dire che manca il capitano alla guida della nave… Un altro fatto inquietante è il silenzio di gran parte dei media. Già durante la lotta anti-CPE parecchi gravi incidenti sono quasi passati inosservati sui principali media, senza dubbio a causa dell’intervento del governo. È stato il caso, per esempio, di un grave incidente nel Quartiere latino. dove una macchina ha investito un gruppo di liceali seduti sulla carreggiata ferendone una decina senza che intervenisse la polizia e senza che di questo fosse fatta menzione sui giornali. Paradossalmente ci sono, nonostante la vittoria degli anti-CPE, alcuni segnali di una inquietante deriva autoritaria negli apparati statali.

IL PS RIMESSO IN SELLA

Il secondo fatto che sottolinea la ricomposizione politica in corso è che il PS, che si era largamente allontanato dai movimenti sociali nel corso degli ultimi anni, è riuscito a riallacciare con essi un rapporto. In seguito all’esperienza di governo della sinistra plurale (che ha privatizzato e precarizzato) è accaduto più volte che ministri o deputati socialisti abbiano subito insulti durante delle manifestazioni sindacali e che siano stati costretti a rinunciarvi. Ma ciò è ormai dimenticato. Il PS è stato in prima linea nell’opposizione al CPE. Direttamente come partito, ma anche attraverso le organizzazioni sindacali su cui esercita un’influenza (CFDT, CGT, ma anche l’UNEF per le organizzazioni studentesche e l’UNL e la FIDL per i liceali). Si può anche pensare che la nuova combattività di cui ha dato prova la CFDT (che ci aveva abituati nei movimenti precedenti a fare “gruppo a parte”) non è senza rapporto con il nuovo linguaggio di sinistra adottato dalla direzione del PS nella prospettiva delle presidenziali del 2007. Questo atteggiamento nuovo e positivo della CFDT può anche trovare spiegazione nel fatto che questa organizzazione ha perso parecchi aderenti nel periodo precedente. Non bisogna evidentemente “storcere la bocca” né mostrarsi settari. Ci si può solo rallegrare di vedere i socialisti scendere in piazza con il resto della sinistra. Ma non si è obbligati ad avere la memoria corta, dimenticando che sono proprio loro che hanno cominciato a mettere in pratica il “trattamento sociale della disoccupazione”, gli “impieghi giovani” e la generalizzazione della precarietà quando erano al governo. Bisogna notare, però, che nonostante la socialista Ségolène Royal – che i sondaggi collocano per il momento in testa ai candidati di sinistra per l’elezione presidenziale – abbia sicuramente dato il suo sostegno ai manifestanti, è stata molto discreta sulle linee future di politica economica e sociale, e quel poco che ha detto sembra comunque tradire una certa inclinazione per Tony Blair. Non è dunque escluso che il PS possa appoggiarsi all’attuale movimento sociale per ritornare alla direzione dello Stato e reiterare un’esperienza “social-liberale”.

IL PC IN ATTESA

Dal lato comunista, si è senza dubbio coscienti di questa possibilità. Ma il fatto sorprendente è che il 33° Congresso del PCF che si è tenuto al Bourget lo scorso marzo, in pieno periodo di manifestazioni, ha evitato ogni tentativo di chiarificazione della linea. Ufficialmente la linea adottata è quella di lavorare a un’“unione popolare anti-liberista”. Ma con chi, in quale contesto e con quali contenuti? È tutto molto incerto. In realtà la direzione del PCF mantiene aperti molti canali. Si discute con la LCR trotzkista per coltivare un’immagine più radicale, ma si tiene conto della possibilità di un accordo con il PS per le elezioni legislative e di un eventuale accordo per le prossime elezioni municipali. Il fatto nuovo, in questo congresso, è che per la prima volta dal 1927 l’opposizione ha potuto presentare una lista per l’elezione della nuova Direzione nazionale. Nel dibattito preparatorio i documenti alternativi dei diversi gruppi della sinistra del PCF avevano raccolto circa il 25% dei militanti. Al congresso la lista della minoranza di sinistra, guidata da André Gerin, sindaco di Vénissieux, nella periferia di Lione, ha ottenuto l’ 8,72% dei suffragi. Ma poiché la direzione ha invalidato un certo numero di candidati, essa non avrà che circa il 4% di questi oppositori nella nuova Direzione nazionale. Ma è caduto un tabù. E il par- tito comunista francese, che ha sempre avuto delle difficoltà ad accettare il pluralismo al proprio interno, sta forse cambiando.

IMMAGINARE L’ALTERNATIVA

Al di là di queste considerazioni sulle ricomposizioni in corso in seno alla sinistra francese, il fatto più rilevante è che questa stessa sinistra, visibilmente rafforzata dal movimento sociale, si dimostra per il momento incapace di offrire al movimento una prospettiva politica. Se oggi esiste in Francia una maggioranza della popolazione che rigetta l’ultra-liberismo, non c’è al contrario ancora un raggruppamento maggioritario capace di portare avanti un altro progetto economico, sociale e politico. Se la semplice alternanza è ancora possibile, il fatto è che l’alternativa ha ancora molte difficoltà a formularsi. I comunisti hanno a questo riguardo una responsabilità essenziale. Da parecchi congressi il PCF ha abbandonato tutti i riferimenti alla prospettiva di una società socialista. Sotto l’influenza del filosofo Lucien Sève, il PCF preferisce attenersi a una visione “movimentista”, secondo la quale il “comunismo” è in azione nella società attuale e l’avvenire comincia ora. Infine, le questioni imbarazzanti: quella della conquista e della trasformazione del potere dello Stato, quella della proprietà dei mezzi di produzione che bisognerebbe riattualizzare nel contesto del potere delle multinazionali e, chiaramente, la questione della trasformazione rivoluzionaria. Queste questioni rimangono tanto più nascoste in quanto una certa tradizione riformista fa sì che il movimento operaio rimanga al livello economico-corporativo, e eviti d’investire anche sul livello politico, quello della riforma culturale e morale, che condiziona pertanto la sua capacità di egemonia (per riprendere i concetti gramsciani, sempre attuali). Il dibattito sulla precarietà ha nondimeno contribuito a far maturare certe questioni. Gli economisti del P C F, i gruppi attorno a Paul Boccara, hanno proposto un’idea che ha un certo impatto (e che è ripresa sotto forme diverse nel movimento sindacale), quella di una “sicurezza di impiego o di formazione”. Questa idea può avere conseguenze rivoluzionarie. Il problema che si pone è quello della sicurezza dei percorsi professionali e di vita. Qualcosa come una “sicurezza sociale” del lavoro, che sarebbe un serio correttivo al “mercato del lavoro”!. Ed è interessante notare che questo dibattito ha valicato di molto i confini della discussione tra marxisti. In altri tempi si sarebbe potuto affermare che questa “sicurezza di impiego e di formazione” aveva un nome: socialismo. Malgrado tutti i suoi errori, il socialismo reale ha in effetti avuto la virtù, per la prima volta nella storia dell’umanità, di assicurare la sicurezza dei lavoratori. (Il rovescio era, nelle società dove le forze produttive e la democrazia erano debolmente sviluppate, la forte tendenza alla “funzionarizzazione” del lavoro e al burocratismo). I sostenitori di questa idea ricordano che con la Liberazione è stato possibile imporre la sicurezza sociale. È vero. Ma, per questo, è stata necessaria la guerra, da cui la classe capitalista è uscita politicamente annientata e con ben altri rapporti di forza. Si può considerare, nell’ipotesi di una vittoria della sinistra, unita e con forti movimenti popolari, un nuovo “compromesso storico” simile a quello della Liberazione, o a quello del Fronte popolare del ‘36? Non si può escludere, ma nel contesto della mondializzazione capitalista questo è possibile solo se la sinistra francese è capace di liberarsi dalla tutela delle politiche europee e dai principi di Maastricht. Per imporre la sicurezza dell’impiego e della formazione sarebbe necessario che il profitto immediato e privato non dettasse più legge nell’insieme della vita economica e sociale. Sarebbe necessario che i lavoratori, la nazione e la collettività avessero padronanza degli strumenti economici. Come considerare che un governo, in Francia o altrove, decida di ri-nazionalizzare il proprio sistema bancario e finanziario, o dei settorichiave della propria economia? Questo sembrerebbe oggi un “crimine anti-liberale”, anti-europeo e anti-occidentale, insomma, un vero casus belli. Per correre questo “rischio”, ci sarebbe bisogno di un nuovo Fronte popolare, che abbia il coraggio di sconfiggere il muro opposto dal Capitale. Solo a questa condizione il dibattito sulla Quinta Repubblica può acquisire tutto il suo senso, quello della costruzione di una democrazia nuova che superi le acquisizioni della democrazia formale borghese ferma alle soglie delle banche e dei consigli d’amministrazione, per avanzare verso una vera democrazia, sociale, economica, politica, mediatica e culturale.