Cuba si difende

Su Cuba, vittima negli ultimi sei mesi di atti di terrorismo (sequestri di aerei e di imbarcazioni con minaccie di morte per equipaggi e passeggeri), si è detto di tutto con una schiacciante prevalenza di inesattezze, di bugie e di disinformazione. l’ernesto si è distinto per la serietà degli interventi, a cominciare dalla fedele e limpida traduzione del bel discorso di Fidel Castro per il primo maggio; e proprio da qui vorrei partire per segnalare il fatto che è davvero difficile poter leggere in versione integrale, o quanto meno con ampi stralci, il pensiero di un uomo politico a noi contemporaneo che è stato capace di cambiare il destino del suo paese, sovvertendo gli equilibri del continente americano contro la volontà di una nazione che di quel continente si è autonominata gendarme e governatore già da due secoli. Se si escludono pochissimi casi, fra cui la rivista Latinoamerica fin dalla sua fondazione nel 1979, i discorsi di Fidel Castro vengono ridotti a qualche slogan, decontestualizzati e portati spesso al limite del ridicolo. Sarebbe invece un buon esercizio, soprattutto per la nostra sinistra spaesata e disorientata, seguire con maggiore attenzione il ragionare di questo anziano leader, che è stato protagonista e testimone di eccezione della seconda metà del novecento e che dimostra di non avere perso il suo smalto né le sue doti di oratore ma nemmeno la memoria storica né la vocazione antimperialista e ancor meno la difesa inquestionabile della sovranità dei popoli.
A cominciare dal suo breve discorso al Vertice Iberoamericano di Rio de Janeiro nei primissimi anni novanta (ma suggerisco di rileggere il suo bello e lapidario discorso sulla fame alla Fao a Roma), Fidel Castro ha assunto con forza nel suo ideario politico i temi che più stanno a cuore alla sensibilità popolare del mondo intero e che sono riassunti nella parola d’ordine “un altro mondo è possibile”: per uno sviluppo sostenibile, contro la fame nel mondo, per la pace, contro il dissennato sperpero delle risorse, per il rispetto della natura e per la protezione del patrimonio ecologico dei popoli. Il suo ruolo, però, continua ad essere ridotto a quello di un anziano barbudo testardamente affezionato alla sua parte di guerrigliero sopravvissuto a se stesso.
Quando non si è disposti ad ascoltare si perde sempre qualcosa; se non altro, la possibilità di formarsi delle opinioni personali invece di ripetere cliché diffusi dai mass-media che tendono, in poche parole, a dimostrare che Castro è un tiranno, che ha fatto il suo tempo e che deve ritirarsi. Di questa disinformazione è un esempio recenteil lungo articolo di Adriano Sofri su La Repubblica (2.8.03) che, a parte le sue considerazioni personali su quella rivoluzione, sostiene senza esitazioni che a Cuba sono “vietati giornali e libri stranieri, vietata internet, vietati cellulari, vietati i gay, vietate le conversazioni con turisti stranieri”. Il fatto che in quarantaquattro anni di rivoluzione non si siano registrati movimenti di opposizione popolare significativi viene spiegato con il rigore poliziesco che reggerebbe in quel paese, un paese visitato da milioni di turisti all’anno; un paese che in occasione della visita del papa si aprì alle migliaia di giornalisti, intellettuali e curiosi che invasero l’isola. Nel ricevere il vecchio papa anticomunista, un Fidel Castro che aveva rispolverato tutta l‘antica cortesia di un vecchio gentiluomo spagnolo, non gli risparmiò un discorsetto di benvenuto in cui ricordava alcune differenze fondamentali fra un’Europa colonialista e sfruttatrice e un’America colonizzata, sfruttata e dominata, resa teatro dello schiavismo, uno dei più abietti commerci che il genere umano abbia mai praticato, ricordando fra le righe il ruolo complice del seggio di Pietro. Ma in quella occasione l’evento mediatico doveva tradursi esclusivamente in immagini che registrassero simbolicamente il riavvicinamento di due grandi vecchi del novecento, portabandiera l’uno dell’anticomunismo e della spiritualità e l’altro del comunismo e del materialismo ateo, sui temi della fame nel mondo e delle disastrose conseguenze del consumismo. Le accuse di Fidel all’Europa colonialista, schiavista e sfruttatrice, passarono in secondo piano.
Le ha sbandierate di nuovo nel tradizionale discorso del 26 luglio, in occasione del cinquantesimo anniversario del’assalto alla caserma Moncada, e stavolta la stampa ha ignorato tutta la prima parte del discorso, fitta di dati e di elementi di analisi, per concentrarsi sulle critiche all’Europa e sullo sdegnoso rifiuto degli aiuti umanitari elargiti con parsimonia dal Parlamento europeo e cioè da quegli Stati che hanno sfruttato e colonizzato l’America e che sono per questo accusati di essere responsabili del sottosviluppo che ne è conseguito. Fidel Castro non è certamente il solo a pensare che lo sfruttamento coloniale abbia impoverito i paesi conquistati non solo dal punto di vista economico ma perfino etnico, spirituale, culturale; al riguardo vi è una letteratura abbondantissima e non riducibile al solo e imprescindibile Frantz Fanon. Ne ha discusso recentemente Iris Marion Young sul manifesto (7.8.03) in polemica con Habermas e gli altri grandi intellettuali europei convocati a difesa delle ragioni europee e contro l’arbitrarietà e la prepotenza del governo di Bush; la studiosa nordamericana fa notare, infatti, che le sacrosante ragioni di Habermas escludono, ancora una volta, tutto il terzo mondo dall’elaborazione di quella politica globale di cui si sente l’urgenza. Scrive la Young: “Riferirsi al colonialismo come a «un processo di modernizzazione sradicante» fa apparire il colonialismo come uno sfortunato prodotto secondario dell’altrimenti universalistico e illuminato progetto con cui l’Europa intendeva radicare i principi dei diritti umani, del principio della legge, e di una maggiore produttività. Il colonialismo non è stato solo un processo di modernizzazione perverso, ma anche un sistema di schiavitù e di sfruttamento del lavoro. Cosa dimostra che le popolazioni europee e gli stati europei abbiano accolto l’invito a rispondere delle proprie azioni con gesti di contrizione e riparazioni?”. L’universalistico e illuminato progetto sembra sinistramente simile a quello sbandierato da Bush e sposato con entusiasmo da Blair – e in secondo piano da Aznar e da Berlusconi – per imporre la “democrazia” in Medio Oriente; altro che “contrizione e riparazione”!
Dunque non può sorprendere che in occasione del cinquantesimo anniversario del plateale gesto di ribellione alla tirannide di Fulgencio Batista, dopo aver sopportato penetrazioni di gente armata, sabotaggi, atti di violenza terroristica (incendi di grandi magazzini, esplosioni nel cuore della città, ecc.), destabilizzazioni, canali multimediali di controinformazione (e spesso di disinformazione), guerre batteriologiche contro piante, animali ed esseri umani e perfino una invasione armata con appoggio aereo e navale (Playa Girón o Baia dei Porci) ed aver resistito con l’appoggio e la partecipazione popolare, Castro abbia respinto gli aiuti umanitari di un parlamento europeo nella cui storia, a mia memoria, non si registrano prese di posizione simili a quelle adottate contro Cuba.
Eppure non sono pochi i governi del mondo che, per difendersi dal terrorismo e dalla destabilizzazione, sono ricorsi a metodi violenti e a volte insopportabilmente violenti. Voglio ricordare al volo la strage dell’ambasciata del Giappone a Lima ordinata da Fujimori contro i sequestratori dei diplomatici nipponici ai quali, per altro, non era stato torto un capello. Il metodo sporco con cui alcuni governi spagnoli, usando corpi speciali autorizzati a lavorare fuori dalla legge (Gal), hanno represso il terrorismo basco. La preoccupante escalation dei corpi paramilitari incaricati, in Colombia, a fare il lavoro sporco per conto del governo contro guerriglia e narcotrafficanti. La strage autorizzata da Putin nel teatro moscovita occupato dai terroristi ceceni. L’abuso di potere delle forze di polizia italiane a Napoli e a Genova contro i no-global, assimilati per l’occasione ai terroristi. La costruzione, in Israele, di un muro che argini il terrorismo palestinese anche a costo di sfigurare ancor più un territorio, di violarne i confini e di separare famiglie. E penso, naturalmente, ai taleban o presunti tali ingabbiati a Guantánamo al di fuori della giurisdizione territoriale degli Stati Uniti e, pertanto, non protetti da nessuna legge, nemmeno dalla Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra. E poi ai numerosi cittadini arrestati dall’11 settembre in poi negli Stati Uniti in balia dell’arbitrarietà di un periodo d’eccezione, ed anche alle tre anziane suore domenicane in carcere a Denver, Colorado, per aver manifestato a favore della pace e condannate a tre anni di carcere con l’accusa di aver attentato al sistema nazionale di difesa. Penso ai cinque cubani condannati a pene pesantissime da un tribunale della Florida dopo un processo non limpido per aver svolto attività di spionaggio negli ambienti anticastristi, nei movimenti armati come Alfa 66, nelle organizzazioni come Hermanos al Rescate che sotto la copertura di una società per il riscatto dei naufraghi nello stretto della Florida si è distinto per le continue violazioni degli spazi aerei e per il lancio di volantini anticastristi sull’isola. Qualche anno fa, durante la presidenza Clinton, l’abbattimento di uno di questi apparecchi (e la morte dei due piloti) da parte della contraerea cubana, provocò un’altra grave crisi, con indurimento dell’embargo e anatemi contro il “sanguinario” Fidel Castro. I cinque cubani sono sottoposti a condizioni vessatorie nelle carceri statunitensi e alle loro mogli il Dipartimento di Giustizia ha vietato le visite.
Dunque l’indignazione del leader cubano è quantomeno giustificabile, anche se per Paolo Garimberti (Venerdì di Repubblica, 8.8.03) Fidel ha dimostrato di essere “oltre che un dittatore, un inguaribile presuntuoso, che rischia di portare alla rovina Cuba prima che se stesso”. C’è da chiedersi se l’editorialista di Repubblica sia al corrente del fatto che Cuba, dalla fuga di Batista fino ad oggi, è uscita dalla rovina dell’analfabetismo, dello sfruttamento, della miseria delle campagne, della prepotenza dei gangster e della corruzione, che Cuba è riuscita a sopravvivere all’embargo decretato dagli Stati Uniti nel 1961, all’ostracismo dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ai veto del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, al crollo del campo socialista e del comune mercato (Comecon), alla scomparsa dell’Unione Sovietica, suo principale partner commerciale. Perché pensare che adesso l’eliminazione di alcuni aiuti umanitari condurrà il paese alla rovina? Personalmente penso che nel caso dell’Italia, che per prima si è affrettata a ritirare i fondi promessi, la cancellazione di un accordo culturale fra le Università di Tor Vergata e quella dell’Avana non potrà di certo portare benefici alla dissidenza cubana né alla libertà di pensiero nell’isola.
Pure le condanne a morte comminate ai tre sequestratori del traghetto di Regla, oltre ad interrompere una moratoria di oltre tre anni che ci aveva autorizzato a sperare che non fosse lontano il giorno in cui Cuba si sarebbe unita agli altri paesi abolizionisti, pur nella sua leggittimità, ha colpito per la durezza e vi è consenso nel pensare che Castro abbia commesso un grave errore politico inimicandosi, con quel gesto, molte simpatie. Lo sottolinea Wayne Smith (LatinoAmerica n. 83-84, agosto 2003): ”Agli occhi del resto del mondo, Cuba è diventata uno stato canaglia – l’esatto contrario di quel che vogliono i cubani se temono un’azione militare”. Cerchiamo, allora, di capirele le ragioni di Cuba. Credo sia di Truman Capote la frase “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, e nel caso in questione è indispensabile comprendere che fra gli Stati Uniti e Cuba il gioco è duro e non da oggi, ma che non è Cuba ad aggredire. Ricordiamo che l’isola è dichiarata da quarantadue anni Stato Nemico dalla legislazione nordamericana, che i tentativi di invasione, destabilizzazione e perfino eliminazione fisica del capo del governo da parte di organismi statali Usa sono una realtà documentata, che la legge cosiddetta di “Ajuste cubano” è una legge ad hoc, unico caso al mondo, per i cittadini dell’isola che chiedono asilo al potente vicino, che in territorio statunitense viene offerto rifugio e impunità a gruppi terroristici, che dal territorio statunitense e con denaro e strutture governativi del Dipartimento di Stato, partono una radio e una televisione in lingua spagnola diretta a Cuba con trasmissioni di ventiquattro ore su ventiquattro. Ricordiamo ancora che, per limitarci all’amministrazione Bush j. dall’11 settembre in poi “guerra preventiva”, “lotta al terrorismo”, “rovesciamento della dittatura”, “importazione della democrazia” sono diventati pretesti sufficienti per bombardare a tappeto, invadere, occupare, imporre governi su territori sovrani e contro l’opinione pubblica mondiale e perfino contro il parere di Stati amici e delle Nazioni Unite. Dunque, dimostrare che nel territorio X non vi è libertà, che esso è retto da un dittatore, dove magari si possa insinuare il sospetto che quel territorio è in grado di produrre armi chimiche, possono costituire, come è già avvenuto, pretesti sufficienti per consentire alla superpotenza di ripetere ad libitum quanto già avvenuto in Afganistan e in Irak senza, peraltro, che la comunità internazionale chieda conto dei risultati e delle conseguenze dell’imposizione imperiale di un punto di vista, una visione del mondo, un concetto di democrazia. Per questa ragione appare molto grave la presa di posizione del Parlamento europeo e non esagerate le accuse che Castro muove all’Europa di essersi accodata al potente carro di Bush nel mettere sul banco degli accusati la piccola isola del Caribe.
In risposta a più di una pericolosa e aggressiva dichiarazione ufficiale, fra le altre dello stesso Bush, e alla pressione implacabile della potentissima lobby cubanoamericana della Florida – quella, per intenderci, che ha decretato la discussa vittoria elettorale dell’attuale Presidente –, allarmata dal sospettoso infittirsi di sequestri aerei e navali negli ultimi mesi, Cuba ha affilato le sue armi di difesa ed ha dato risposte durissime all’atteggiamento spavaldo e assai poco diplomatico dell’incaricato d’affari Cason, e alla tracotanza di sequestratori che hanno messo a repentaglio la vita dei passeggeri e dell’equipaggio dei mezzi dirottati. Mezzi che una volta giunti in Florida non venivano restituiti al Governo cubano, così come non era autorizzata l’estradizione dei dirottatori.
Ma nei primi giorni di agosto, con sorpresa di molti ma nel silenzio della nostra stampa, si viene a sapere che il famigerato Cason chiede ai mezzi di comunicazione di massa cubani di diffondere un suo comunicato in cui afferma che il suo governo è fermamente deciso a rispettare gli accordi migratori firmati nel 1995, sotto la presidenza Clinton, a concedere, quindi, i 20.000 visti annuali ai cittadini cubani che intendono emigrare, chiarendo che ogni altro modo di raggiungere gli Usa verrà punito con la severità che la legge impone e ribadendo che il suo governo non intende proteggere le fughe illegali. Meglio tardi che mai, verrebbe da commentare, ma non basta. Pochi giorni dopo, con un accordo sorprendente fra i due governi, viene restituita a Cuba una imbarcazione per l’esplorazione geografica, la Gaviota 16, sequestrata il 15 luglio con tutto il suo equipaggio, compresi i sequestratori. Per questi ultimi il governo cubano si è impegnato a non comminare una pena superiore ai dieci anni, atteso che l’imbarcazione era in grado di raggiungere le coste della Florida senza pericolo di vita per gli occupanti.
È la prima volta che gli Stati Uniti restituiscono un’imbarcazione al loro piccolo e testardo nemico ed è sorprendente che ciò avvenga proprio in un momento di scontro durissimo, ma la ragione è forse da ricercare, fra le altre, nel fatto che – in tempi di allarme terrorismo – il rischio di lasciar entrare un apparecchio nello spazio aereo senza avere la certezza del dirottamento costituisca un pericolo davvero grave che le autorità statunitensi non vogliono correre. Ma questo accordo ha provocato, nella comunità cubano-americana, una raffica di critiche spietate al presidente, critiche alle quali ha dovuto unire la sua voce il Governatore della Florida, Jeb Bush, e che hanno scatenato una vera e propria tormenta, investendo il senatore Diaz-Balart, da decenni bastione degli interessi anticastristi della comunità al Congresso.
La Fondazione Cubano-Americana, radicalmente controrivoluzionaria, è entrata anche essa nella contesa aumentando la rissosità dei vari gruppi che accarezzavano già l’idea e si dicevano disposti ad appoggiare “un’intervento militare multilaterale come ultima possibilità di liberare una nazione prigioniera”, secondo una dichiarazione di Anto-nio Calatayud, un dirigente del neonato Congresso Nazionale Cu-bano, favorevole ad un “blocco politico, economico, diplomatico e turistico simile a quello che fu imposto al Sudafrica dell’apartheid”.
Il gioco duro di Castro, dunque, se da un lato ha acuito le reazioni ostili dell’Europa, dall’altro ha messo in evidenza l’insostenibilità del potere ricattatorio della lobby cubano-americana sull’amministrazione Bush, riuscendo nel contempo a indurla a significativi passi indietro nel pericoloso cammino di una deregulation degli accordi migratori per la salvaguardia della frontiera marittima. Se quello di Castroè stato un grave errore politico lo dirà la storia; per il momento ha lanciato un grido di allarme poiché la politica estera di Bush è una politica fascitoide e inquietante.
La frase arrogante “il nostro petrolio è sotto la vostra sabbia” richiama tristemente alla mente la teoria dello spazio vitale cara al Terzo Reich.