“Cuba: orgoglio e pregiudizi”

“La sinistra europea è di fronte a un bivio: accettare di denunciare e mobilitarsi contro le gravissime violazioni dei diritti umani che avvengono nell’isola di Cuba o, volente o nolente, esserne complice ”, urlano i corifei della borghesia. Conclusa la lettura di Cuba: orgoglio e pregiudizi, non si può che far propria tale denuncia, con la precisazione che tali diritti sono palesemente violati nella base militare di Guantanamo, ultimo residuo del colonialismo statunitense a Cuba. Temiamo, inoltre, per la sorte della popolazione civile nordamericana, vittima potenziale dei “danni collaterali” di embarghi e bombardamenti, dal momento che l’amministrazione di questo Stato ha solennemente proclamato che ogni paese che nasconda sul proprio territorio terroristi diverrà vittima della “guerra infinita”.
Il libro citato, infatti, documenta non soltanto la tolleranza, ma il diretto sostegno dato dall’amministrazione statunitense a gruppi di terroristi rei confessi che operano nello stato della Florida, che ricorrono a qualsiasi mezzo violento – compresi attentati contro la popolazione civile – pur di riappropriarsi dei mezzi di produzione e di strappare ai lavoratori cubani la proprietà privata dei mezzi di sussistenza. Temiamo, infine, per la tanto aspirata unità della sinistra, poiché, come ricorda Raul Mordenti in un saggio del libro, oggi su Cuba ci si divide e non ci si unisce: la questione del sostegno alla transizione al socialismo su quest’isola permette di riconoscere, come già affermava Fortini a proposito del Vietnam, i “compagni di strada” dai presunti tali.
Mario Baldassarri e Sergio Cararo forniscono con questo libro un notevole contributo alla causa della difesa della Rivoluzione cubana e un lodevole esempio di solidarietà internazionale che, del resto, portano avanti da tempo nel Comitato 28 Giugno e dai microfoni di Radio Città aperta. Il volume offre innanzitutto una cassetta degli attrezzi indispensabile a quel lavoro di critica dell’ideologia borghese, conditio sine qua non della lotta di classe a livello culturale.
Contributo prezioso, dunque, in un continente come l’Europa in cui, a differenza dell’America Latina, i pregiudizi diffusi dai mezzi di comunicazione borghesi hanno fatto breccia nella coscienza della sinistra. Se in Sud America è immediatamente chiaro il ruolo svolto da Cuba come possibilità concreta di una reale indipendenza dal dominio dell’imperialismo e dal modello capitalistico, in occidente molti cadono nella mistificazione della superiorità della democrazia formale borghese sul puder popular. In altri termini, buona parte della sinistra dell’Unione europea subisce l’egemonia della classe dominante, e non considera la democrazia borghese – vero e proprio ossimoro – come una delle forme storiche della dittatura del grande capitale. Si finisce, così, per contrapporre alla “dittatura castrista” le libertà meramente negative del nostro sistema – anch’esse sempre maggiormente limitate con la scusa della “guerra al terrorismo”, volta a celare il reale fondamento di tali legislazioni d’emergenza: la crisi di sovrapproduzione. In tal modo si dimentica che il potere democratico del proletariato è portatore di un universalismo dei diritti decisamente più ampio di quello del potere liberal-democratico della borghesia, in gran parte ottenuto mediante epiche lotte del movimento dei lavoratori. Causa di ciò è innanzitutto la perdita della familiarità delle classi oppresse con la lezione demistificante della cultura del marxismo e la fiducia acritica nei resoconti di ONG o sedicenti organismi internazionali di categoria, pesantemente finanziati dalle fondazioni statunitensi ed europee, veri e propri think-thank dell’egemonia imperialista. Così, i giornalisti uccisi dalle truppe nord americane, colombiane o israeliane vengono fatti rientrare nel novero degli “incidenti” o “effetti collaterali”, mentre i pochi agenti dell’imperialismo sedicenti giornalisti ospitati nelle galere cubane in seguito a regolari processi, divengono martiri della libertà di stampa.
In una fase di guerra latente dichiarata a Cuba sin dal 1960 dalla maggior potenza imperialista, nonostante i detenuti “politici” siano di numero notevolmente inferiore a quelli avutisi in Italia durante gli anni di piombo”, e sulla base di processi decisamente più regolari di quelli condotti ai danni di cittadini arabi secondo il Patriot Act, i benpensanti del nostro paese, i medesimi che votano leggi d’emergenza e sostengono i Cpt, gridano alla lesione dei diritti umani da parte della “dittatura castrista”. Del resto, le stesse organizzazioni occidentali per la difesa dei diritti umani documentano che, mentre a Cuba, talvolta, ai “detenuti politici” non sono state cambiate con regolarità le lenzuola, gli USA hanno fatto dei loro campi di concentramento di Guantanamo, Abu Ghraib ecc. i “gulag del XXI secolo”, massima infamia concepibile da un petit-bourgeoise. Ciò non ha impedito ai paesi dell’Unione europea di accordare i voti decisivi alla mozione di condanna presentata contro Cuba al tribunale di Ginevra direttamente dagli USA – poiché, oramai, anche l’ultima delle “repubbliche delle banane” centroamericane non osa più farlo. Inoltre, macchiandosi di una nefandezza ancor maggiore, tali paesi hanno impedito con ogni mezzo – a partire dalla corruzione e dal ricatto di mancati investimenti in paesi affamati dal debito estero occidentale – che si prendesse in considerazione anche la puntuale denuncia cubana delle torture di Guantanamo. Eufemistico appare, in casi simili, parlare di due pesi e due misure. Il libro si articola in una parte introduttiva ed in cinque sezioni, ricche di eccellenti saggi di uomini politici e studiosi europei, nord e sud americani. Non troviamo testimonianze dall’Asia e dall’Africa, peraltro difficilmente reperibili e che, tuttavia, risulterebbero decisamente interessanti, poiché volontari cubani hanno svolto un ruolo decisivo nella difesa dell’Algeria immediatamente dopo la vittoria del FLN, in Congo contro la tirannia filo-imperialista di Mubuto, in Angola e Mozambico a fianco dei movimenti rivoluzionari in lotta contro il colonialismo e nell’Africa Australe contro i regimi di Apartheid.
Per quel concerne la pregevole prefazione dei curatori del volume, mi limiterò a una significativa citazione: “Cuba continua a rimanere un testimone scomodo.
È la cattiva coscienza di una sinistra europea incapace di produrre un modello sociale che sappia coniugare uguaglianza sociale e libertà politiche. È la dimostrazione di come la maggior potenza mondiale possa rivelarsi una ‘tigre di carta’. È tornata ad essere un riferimento per i processi di emancipazione sociale e indipendenza politica che stanno attraversando l’America Latina. È l’amante ancora amabile e prosperosa dei molti amanti ‘traditi e traditori’ nell’intellettualità progressista europea. È la testimonianza vivente di come il socialismo possibile non sia stato tutto travolto e dissolto con la disfatta del ‘socialismo reale’ tra il 1989 e il 1991”.
Entrando nel merito degli altri saggi, Alessandra Riccio denuncia lo strabismo delle sinistre nostrane, sempre pronte a rilevare le sbavature del sistema cubano, quasi mai disponibili a riconoscere “una serie di meriti che, fino a oggi, nessun altro paese del Terzo Mondo ha uguagliato”. Luciano Vasapollo dedica invece il suo saggio all’attualità del pensiero martiano, cogliendo un ideale trait d’union tra la critica marxiana del capitalismo e la leniniana analisi dell’imperialismo.
Nella sezione “Voci dal continente” latinoamericano spicca l’intervista al presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba, dettagliata esposizione degli elementi di democrazia reale e diretta del sistema socialista, vistosamente assenti dai modelli di democrazia che l’imperialismo vorrebbe esportare. Il saggio del rivoluzionario venezuelano Dozthor Zurlent illustra l’importanza della solidarietà e dell’esemplarità cubana per l’originale via nazionale al socialismo intrapresa dal governo bolivariano.
Nella sezione “Voci dall’impero” spicca il contributo dell’esimio studioso statunitense Petras, da cui emerge come il sostegno internazionale al Venezuela chavista sia indissociabile dalla difesa della Cuba socialista e dei movimenti rivoluzionari colombiani, la cui accanita lotta impedisce al governo narcoterrorista di attuare il progetto statunitense di aggressione alla Repubblica Bolivariana sfruttando presunti conflitti territoriali. In “Buenos dias nuestra America”, sezione dedicata ai contributi europei, oltre al già citato saggio di Raul Mordenti, spicca quello di R. Herrera, in cui si dà conto, in modo scientificamente dettagliato, dell’importanza del dominio di Cuba per lo sviluppo dell’imperialismo Usa e delle cause strutturali dei suoi piani di aggressione contro la Rivoluzione. Degno di nota, infine, il contributo di Fulvio Grimaldi, che delinea come l’asse antimperialista in via di definizione nei più diversi paesi dell’America Latina mantenga il suo fulcro nella Cuba socialista. Notevole anche la sezione “Esperienze a Cuba”, dove si raccolgono le testimonianze di scrittori, professori, giuristi e uomini di spettacolo italiani di ritorno dall’isola, che riferiscono sulle conquiste della Rivoluzione nei più diversi campi: cultura, ricerca, sanità, diritto, edilizia popolare.
L’ultima sezione, “Voci dal centrosinistra”, raccoglie le risposte a cinque quesiti su Cuba rivolti a noti esponenti di partito del nostro paese. In tal caso spiccano le dichiarazioni rilasciate dal responsabile Ds per la politica estera, che riescono nell’incredibile impresa di scavalcare, ovviamente a destra, il craxiano Intini. Tra le altre sconcertanti affermazioni colpisce, in particolare, la diligenza del neofita lib-dem che ambisce ad avere pieno riconoscimento nei salotti buoni della borghesia, esibendo gli sforzi compiuti dal suo partito per spingere l’Internazionale socialista a prendere una posizione di netta condanna del socialismo cubano a favore di una presunta dissidenza riformista in questo paese.
Tali affermazioni rischiano di dare legittimità alla provocazione contenuta nel titolo del saggio di Gianni Minà, presente nel volume, Se il Papa su Cuba è più a sinistra dei Ds. Non ci resta che sperare che la tanto agognata unità di una sinistra, priva di orgoglio e zeppa di pregiudizi, non sia costretta a passare attraverso il Santo Uffizio e l’Opus Dei.