Cuba e la cattiva coscienza dell’Europa

Iniziamo la nostra conversazione con un tuo giudizio generale sull’escalation della pressione politica e mediatica nei confronti di Cuba, determinatasi a seguito delle pene capitali e detentive recentemente comminate.

Anche se nel mondo occidentale – in Europa, in Italia – non si è percepita la gravità della situazione, credo che questo sia il momento più delicato che Cuba abbia vissuto dal tentativo di invasione dei mercenari controrivoluzionari respinto nel 1961 alla Baia dei Porci. Ed è molto preoccupante, per non dire singolare, che molte delle forze progressiste italiane ed europee non se ne siano rese conto. È evidente infatti l’urgenza di Bush jr di saldare il debito contratto con gli anticastristi della Florida che gli hanno fatto vincere le elezioni presidenziali: elezioni che, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, sono sembrate da Repubblica delle banane. Al Gore, in un diverso sistema elettorale, avrebbe vinto le elezioni con uno scarto di oltre 160 mila voti; ma grazie al sistema dei “grandi elettori” vigente negli Usa, e che influisce nel calcolo dei voti con una sua percentuale capace spesso di modificare quello che i cittadini comuni hanno espresso col loro voto, Al Gore ha perso. Eppure, – malgrado questa strana legge elettorale – se non ci fosse stato come governatore della Florida il fratello di Bush e non fossero state utilizzate dai repubblicani vere e proprie tecniche di boicottaggio (per esempio del voto negro, o di quella parte di cittadini meno preparata e in difficoltà perfino quando deve perforare la scheda elettorale), Bush avrebbe perso. Ebbene, come sempre in questi anni, il lavoro sporco in Florida lo ha fatto la comunità anticastrista, quella che appoggia politicamente Jeb, il fratello del presidente e oggi, nella “guerra sporca” a Cuba, agisce con l’avallo del governo degli Stati Uniti.
Un’attività consueta della famigerata Fondazione Cubano-americana è proprio quella terroristica: nel corso degli ultimi quarant’anni a Cuba si sono susseguiti diversi attentati, dei quali sono state vittime più di 3 mila persone. Una vera e propria guerra di “bassa intensità” della quale colpevolmente l’Occidente si è disinteressato per non dispiacere ai governi di Washington. Nel ’76 per esempio un aereo di linea cubano è stato fatto saltare in aria a largo delle isole Barbados da Luis Posada Carriles e Orlando Bosh, due esponenti della comunità cubano-americana, poi arrestati in Venezuela dove uno è stato col tempo rilasciato e uno è stato fatto fuggire dalla prigione. Sto parlando di due terroristi di professione: Posada Carriles è infatti un criminale che ha avuto un ruolo anche nell’attentato a Washington contro l’ex ministro degli esteri cileno Letellier, attentato nel quale morì anche la segretaria dell’ex collaboratore di Salvador Allende. Posada Carriles inoltre è la stessa persona che ha ingaggiato per conto della Fondazione Cubano-americana il giovane salvadoregno Cruz, autore degli atti dinamitardi attivati a Cuba nel ’96 e nel ’97, con lo scopo di mettere in ginocchio l’industria del turismo, prima risorsa dell’isola. Una volta arrestato, il giovane salvadoregno rivelò di esser stato ingaggiato a Miami da Posada Carriles con 10 mila dollari (tanto basta per far ammazzare qualcuno in America latina).
Questa realtà inquietante è passata sotto silenzio nell’informazione internazionale perché era imbarazzante prendere coscienza che gli Stati Uniti pronti ad accusare mezzo mondo di terrorismo o di complicità verso il terrorismo, organizzano direttamente – o lasciano organizzare – nel proprio territorio attentati da mettere in atto in altri paesi. L’ex presidente Clinton, intuita la pericolosità di una simile strategia, aveva messo mano, alla fine degli anni ‘90, alla diplomazia sotterranea e concordato con i cubani alcune misure cautelative. In primo luogo l’esigenza di scoprire e disattivare i centri terroristici operanti in Florida; in secondo luogo, la necessità di concedere almeno 20 mila visti di entrata negli Usa ogni anno, per porre fine al fenomeno dei ‘balzeros’. Dal punto di vista dell’immagine politica infatti, agli Stati Uniti conveniva che questi cubani alla ricerca, come tutti i latinoamericani, di una vita meno precaria arrivassero come disperati sulle coste della Florida. Ma, nei fatti, lo stesso governo di Washington non li voleva, poiché avrebbero ulteriormente aggravato il problema della sistemazione di quanti in questi anni, dall’esodo di Mariel ad oggi, hanno cercato “la libertà” negli Stati Uniti e ancora vivono privi di diritti reali e senza cittadinanza, spesso ammassati in campi di raccolta. Prima questi esseri umani sono stati usati politicamente, poi sono diventati un peso, al punto che alcuni di essi, ribellatisi alle condizioni inumane alle quali erano costretti a sottomettersi nei luoghi dove venivano riuniti, sono stati arrestati e condannati fino a otto anni di carcere. Scontata la pena, sono rimasti ancora in prigione perché nessuno li voleva accogliere, finchè non se li è dovuti riprendere la stessa Cuba, malgrado avessero ormai famiglie e figli negli Usa. C’è un documentario dolente di Estella Bravo che documenta questa assurdità. Prima della Rai di Berlusconi sono riuscito perfino a farlo mettere in onda da Carlo Freccero su Rai Due. Ma non a colpire la sensibilità di una certa parte della sinistra italiana.
La concessione dei ventimila visti concordati da Clinton era un tentativo di risolvere finalmente una realtà ignobile. Ma Bush, appena eletto, ha disatteso l’accordo desideroso solo di creare disagio nella società cubana.

Tu hai esordito in questa intervista ricordando le recenti elezioni americane. Stabilisci, dunque, un nesso molto stretto tra la politica che l’attuale amministrazione statunitense conduce in generale nei confronti del resto del mondo e la situazione cubana: sottolinei addirittura che è in atto un salto di qualità nel tentativo di isolare Cuba, già sottoposta, da oltre quarant’anni, a un infame blocco economico.

Non c’è dubbio che questo tentativo sia in atto. Non a caso poche settimane fa 130 intellettuali – la maggior parte latino-americani – hanno firmato un appello al mondo per allertare l’opinione pubblica mondiale sulla possibilità di un intervento militare Usa a Cuba. Parole molto chiare. Un appello firmato da quattro Premi Nobel (due per la pace, Rigoberta Menchù e Adolfo Perez Esquivel, e due per la letteratura, Gabriel Garcia Marquez e Nadine Gordimer) e da tutta l’intellighenzia del continente (da Eduardo Galeano, che pure aveva scritto un articolo amarissimo pubblicato sul manifesto a proposito delle condanne a Cuba, a Miguel Bonasso, a Mempo Giardinelli, al poeta Mario Benedetti, allo scrittore messicano Pablo Gonzales Casanueva e a tantissimi altri). Tutto l’universo intellettuale latinoamericano (a parte il pentito Vargas Llosa), pur dolendosi della reazione brutale del governo cubano, ha firmato senza esitazione un documento di allarme rivolto al mondo. Non saranno tutti visionari! Non saranno tutte persone pregiudizialmente dalla parte della rivoluzione cubana! Di tutto questo però non c’è traccia sui giornali italiani e molto poco su quelli europei, come se ci fosse un assurdo prezzo da pagare agli Stati Uniti per migliorare le relazioni messe in crisi dalla guerra in Iraq. Per la verità, già Clinton aveva disatteso gli accordi da lui stesso approvati. Per scoprire e neutralizzare le centrali eversive in Florida, il governo cubano aveva infatti infiltrato cinque suoi agenti nella comunità anticastrista e, successivamente, aveva trasmesso il file contenente tutte le notizie su questa rete terroristica all’ FBI. Ebbene, l’FBI, invece di andare ad arrestare i terroristi, ha arrestato le cinque fonti cubane, e ha tenuto queste persone segregate per due anni senza processo. Poi il processo è stato fatto, anche se si è subito rivelato un aborto giuridico: ben 16 avvocati d’ufficio infatti hanno rifiutato di difendere i cinque cubani per la pressione e le minacce degli anticastristi di Miami. Era davvero un caso esemplare di legittimo sospetto: il processo avrebbe dovuto essere trasferito da Miami in altra sede. Nulla di questo si è verificato, e invece sono state comminate pene mostruose, fino a due ergastoli e quindici anni per un reato più che grottesco: “pensavano di cospirare”, un vero e proprio processo alle intenzioni. I giudici avevano tentato di sostenere che i cinque cubani “avevano cospirato”; ma non erano riusciti a dimostrare in dibattimento che gli accusati fossero entrati in possesso di informazioni riguardanti la sicurezza nazionale ( il reato che giustifica qualunque provvedimento liberticida messo in atto attualmente negli Stati Uniti), in quanto tutto quello che i cinque sapevano era disponibile su riviste, giornali e libri reperibili in qualunque libreria in Nord America. Ma non basta. I cinque cubani sono stati rinchiusi in una cella speciale di isolamento, detta el hueco, una cella di due metri per due, con la luce accesa 24 ore su 24, dove si sta tutto il giorno in mutande e maglietta senza nemmeno vedere il secondino che, attraverso una ruota, ti passa il cibo. Solo lo scorso aprile i prigionieri sono stati sottratti a questa condizione inumana, grazie ad una campagna mondiale alla quale hanno aderito 80 deputati laburisti inglesi e il Premio Nobel della letteratura Nadine Gordimer.

Ma i pesanti segnali di indurimento nei confronti di Cuba non si fermano qui.

Certamente. Bush non ha più concesso i visti per l’espatrio (concordati da Clinton). In cinque mesi (da ottobre a marzo scorso) invece di rilasciarne come l’anno precedente 8 mila (come parte dei 20 mila pattuiti), l’ufficio di interessi nordamericani all’Avana ne ha firmati soltanto 526. Così ora, a Cuba, c’è gente che ha i documenti in regola per andarsene e non lo può fare: il mancato rispetto degli accordi è, con ogni evidenza, teso a creare difficoltà interne crescenti al governo dell’isola. In proposito occorre notare che i cubani sono gli unici tra i cittadini dell’America Latina ad avere libero accesso negli Stati Uniti e a poter usufruire immediatamente di un permesso di soggiorno quando toccano il suolo nordamericano. Tutti gli altri latino-americani o vengono accolti a pistolettate come a S. Diego e a El Paso quando tentano di valicare il confine fra Messico e Usa o, se riescono ad entrare clandestinamente, sono costretti a lavorare in nero. Non è quindi un fatto straordinario che molti cubani aspirino ad emigrare negli Stati Uniti. Ma andiamo avanti. Il sottosegretario per l’America Latina Otto Reich (recentemente rimosso per le reazioni che il suo modo di agire aveva suscitato in molti paesi latino-americani) alla vigilia della guerra con l’Afghanistan non ha esitato a dichiarare che “Cuba è uno stato terrorista” e che possiede armi chimiche. La base per questa affermazione era rappresentata dal fatto che Cuba è l’unico paese dell’America Latina ad avere un Istituto di ingegneria genetica e biotecnologia, con 900 scienziati ricercatori, grazie al quale produce più di 100 medicamenti per poi venderli al resto dell’America Latina, che spesso non ha la possibilità di curare determinate malattie visto che le multinazionali farmaceutiche non offrono ai paesi poveri, a prezzi accessibili, determinate medicine. Paradossalmente, quello che rappresenta l’orgoglio sociale di Cuba veniva indicato a sua condanna! Ma quel che è peggio è che ben pochi progressisti europei e italiani si siano ribellati a questa provocazione ed abbiano tentato di respingere questo stravolgimento della realtà e della morale. Nel frattempo gli Usa hanno nominato un nuovo incaricato d’affari a L’Avana, James Cason, proprio quello che Otto Reich aveva scelto, che ha in dotazione oltre 51 milioni di dollari per creare un’opposizione interna alla Rivoluzione e per far nascere un presunto partito liberale. È normale tutto ciò? Io dico che la democrazia non si può affermare comprando la gente. E non va dimenticato che in tutto il continente latinoamericano con poche migliaia di dollari, purtroppo, tu puoi mettere in crisi con se stesso chiunque. Così si sono ingrossate, in pochi giorni, le file dei dissidenti mettendo in crisi quelli veri, che da anni si oppongono con tenacia. Cason si è impegnato senza sosta ad organizzare azioni volte solo a destabilizzare il paese. L’aveva annunciato prima di arrivare all’Avana e, lo ha fatto. E tutto è documentato, filmato, provato. Ma nessuno, in Europa, si è allarmato. Così come adesso nessuno si indigna apprendendo da Hans Blix, il capo degli ispettori in Iraq, che “quei bastardi di Washington” (la frase è testuale) hanno spudoratamente mentito sulle armi di distruzione di massa presuntamente in possesso di Saddam. Cosa si penserebbe, ad esempio, se in Italia nel volgere di due settimane tre aerei di linea fossero dirottati? A Cuba è accaduto. E in risposta, il governo di Washington ha rimpatriato solo i passeggeri tenendosi i tre aerei come “anticipo per risarcire i cittadini nordamericani espropriati nel ’59 dalla rivoluzione”. Immagino che il risarcimento coinvolga anche i parenti di Vito Genovese, Frank Costello o Lucky Luciano, cioè gli eredi dei famosi mafiosi nordamericani che, nella Cuba di Batista, lucravano enormi affari ed erano i padroni di tutti gli alberghi-casinò dell’isola. Tre sequestri di aerei in quindici giorni e la requisizione del traghetto di Regla organizzato da un gruppo di undici persone che hanno piantato i coltelli sotto la gola dei turisti a bordo, donne e bambini compresi, non sono episodi successi per caso. Per uno di quei surreali frangenti dell’America Latina, il traghetto poi si è fermato senza benzina in mezzo alla baia. È iniziata una trattativa che si è conclusa con la resa dei dirottatori e purtroppo con condanne brutali. Sono contro la pena di morte e questa storia mi ha profondamente amareggiato. Oltretutto la pena capitale non veniva applicata a Cuba da quasi quattro anni, mentre negli Stati Uniti, nel frattempo, il boia non si era fermato neanche un giorno. L’attuale presidente nordamericano, Bush jr., nel lasso di tempo in cui è stato governatore del Texas ha firmato, per esempio, 151 condanne alla pena capitale. La situazione in cui si è venuta a trovare Cuba è così anomala che da tempo avrebbe dovuto suscitare da parte del mondo che si autodefinisce civile e democratico una reazione che non fosse sistematicamente di critica. Questo atteggiamento è mancato e allora credo di poter affermare che questa sinistra, dimentica della sua storia, ha ormai una doppia morale, è ipocrita. Perché elude, per esempio, che negli Stati Uniti sono sparite 2 mila persone negli ultimi due anni a causa delle leggi speciali antiterrorismo. Sono esseri umani di cui le famiglie non conoscono il destino, che nessun avvocato può difendere. Cittadini per i quali è stato abolito l’ habeas corpus, cioè la base del diritto secondo cui, se mi privi della libertà, mi devi dire perché lo fai, e in base a quale sospetto mi arresti. L’altro giorno il ministro della Giustizia Usa, dopo tanto tempo, ha ammesso che “la maggior parte di queste persone è innocente. È inaudito. Eppure di tutto questo una parte della sinistra italiana – il signor Fassino, il signor D’Alema – si sono completamente dimenticati, non hanno chiesto nessun dibattito parlamentare, non hanno organizzato a Torino nessuna giornata per discutere la linea da tenere con il governo di Wahington. Qual è la loro etica? Che genere di morale può autorizzare ad occuparsi legittimamente di Cuba e a non occuparsi altrettanto legittimamente delle offese ai più elementari diritti perpretate negli Stati Uniti?

Dunque, davanti alla necessità di esprimere un giudizio sulle recenti pene capitali e detentive comminate dai tribunali cubani, avverti intanto la necessità di riequilibrare la conoscenza dei fatti, di mettere in fila questioni di cui nessuno parla e che tuttavia servono come base per esprimere un giudizio equilibrato. E contestualizzato.

Questo è il mio mestiere: io faccio il giornalista. E sono anche un cattolico, un credente. I salesiani che mi hanno educato mi hanno insegnato che la morale è una. E nel momento in cui diventi legittimamente intransigente con Fidel Castro e con Cuba, devi avere lo stesso atteggiamento con tutti. E specialmente con il più potente paese del mondo che, in questo momento sotto l’amministrazione Bush, sta violando i diritti fondamentali di una parte dell’umanità fuori e dentro il suo territorio. Ma bisogna avere la stessa coerenza anche con quei paesi dell’America Latina che sono governati non dal socialismo ma dal neoliberismo, cioè dal capitalismo estremo. Non si può accettare la violazione di ogni diritto fondamentale dei cittadini ,perpetrato in questi paesi che noi ci arroghiamo il diritto di definire “democratici”, solo perchè in qualche modo vi si svolgono elezioni che non assolvono dalle efferatezze che i governi in carica, ogni giorno, compiono.

Anche perché, di questi tempi, suona quanto mai sinistro l’intento di “esportare la democrazia”…

Certo. In Iraq, più che la democrazia è arrivata la devastazione. Per questo affermo che i partiti progressisti che hanno voluto un dibattito parlamentare su Cuba e hanno organizzato un seminario a Torino sulle vicende dell’isola hanno solo cavalcato una moda, non hanno giudicato con onestà i fatti. Come si fa a dimenticare, per esempio, in che zona di mondo sta Cuba, qual è il grado di democrazia e libertà delle nazioni che le sono vicine, nazioni che non subiscono, come l’isola della rivoluzione, un embargo immorale da quarant’anni. Tutto questo puzza di ipocrisia, o di rimorso di essere stati comunisti. Un atteggiamento che proprio non capisco. Perché si dovrebbe nutrire un tale rimorso? Il Pci non può essere confuso con l’Unione Sovietica di Stalin. Grazie al Pci in Italia sono state fatte delle conquiste democratiche e sono state create per i cittadini delle tutele sociali. Il Pci ha avuto un merito così grande nella trasformazione progressista della società italiana, che oggi tutti gli eredi di quel partito non possono permettersi di avere rimorsi. Se ci si vergogna di essere stati solidali con un’idea che in Unione Sovietica ha prodotto orrori, allora tutti i conservatori e tutti coloro che sono estasiati dal capitalismo dovrebbero sentire rimorsi per gli orrori di cui anche il capitalismo si è macchiato e di cui continua a macchiarsi. A chi dovremmo attribuire la responsabilità, per esempio, dell’apartheid in Sud Africa o dei 30 mila desaparecidos dell’Argentina o di Villa Grimaldi, la casa di tortura di Pinochet dove sono sparite 4 mila persone? E potremmo continuare con l’Uruguay, il Brasile, il Paraguay… E il genocidio in Guatemala? 200 mila morti, 30 mila scomparsi, 627 massacri accertati, 3000 fosse comuni (non 10 come in Kossovo, per cui è stata fatta una guerra). Per aver aiutato i cittadini guatemaltechi poveri a fare causa allo stato quando è incominciato il lavoro dei medici patologi per il riconoscimento dei resti degli uccisi, Rigoberta Manchi, Nobel per la pace, ha dovuto subire l’affronto, qualche mese fa, dell’assassinio del suo contabile. Un chiaro messaggio mafioso: i soldi ai cittadini per fare causa allo stato e ai militari non si devono dare. Come si può glissare su questa realtà e poi diventare intransigenti con Cuba, sottoposta ad un embargo che, da 11 anni è condannato da tutti i paesi dell’Onu, esclusi Usa, Israele e Isole Marshall? Posso citare altre tre realtà dell’America Latina molto più gravi di quello sta succedendo oggi a Cuba. Qualcuno si è mai occupato del presidente della Colombia Alvaro Uribe che, quando era governatore dello stato di Antiochia, ha compiuto uno dei massacri più sanguinari nella storia del suo paese? E adesso governa a braccetto con i famigerati paramilitari, gli squadroni della morte di Carlos Castagno e di Mancuso, i quali hanno fatto fuori negli ultimi sei mesi più di mille persone? Sottolineo: più di mille esecuzioni extragiudiziali. Ed ora lo stesso Castagno annuncia di voler fondare un partito politico: un assassino dichiarato, autore di massacri feroci, può fare un partito in Colombia e aspirare di andare in parlamento. Non c’è da stupirsi. Il presidente del parlamento del Guatemala è il generale Efrem Rios Montt, uno dei tre generali genocidi che hanno compiuto le stragi negli anni ’80 e ’90 di cui ho parlato prima. Questo signore, grazie al terrore che ancora incute il suo nome, può fondare un partito che la gente, ricattata dalla paura, vota. E così Efrem Rios Montt condiziona il presidente in carica Portillo, e annuncia addirittura di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali. E noi siamno intransigenti con Cuba, mentre c’è un genocida che aspira alla presidenza del Guatemala! Nel frattempo in Perù, Toledo, uomo degli Stati Uniti che usa i carri armati contro la gente che protesta per le imposizioni del Fmi, non ha ancora sentito il dovere morale di liberare uno solo dei prigionieri politici messi a suo tempo in carcere da Fugijmori e nemmeno a rifare almeno i processi. E non parliamo dei 420 dissidenti cubani censiti da Amnesty International, bensì di 10 mila prigionieri politici giudicati da tribunali dove i giudici erano incappucciati e i difensori spesso assenti o solo d’ufficio. Insomma, qual è la morale con cui in Europa molti progressisti o giornali come El Pais o La Repubblica considerano le questioni latinoamericane?

In una recente intervista hai detto: “Se siamo ostaggio dell’ipocrisia, non possiamo dare lezioni a nessuno.”

Ne sono convinto. Siamo dominati dall’ipocrisia. I fatti di cui ho parlato sono noti a tutti. Per esempio, fino alla vittoria di Lula, in Brasile si ammazzavano 150 sindacalisti o siringueiros (estrattori di caucciù) all’anno, poveri cristi uccisi dalle guardie bianche dei terratenientes, senza che nessuno venisse indagato e processato. Il mio amico Chico Buarque de Hollanda, in occasione di un incontro in Campidoglio dove doveva ricevere un premio, mi disse: “Gianni, mi ha fatto piacere, dieci anni fa, la mobilitazione per l’assassinio di Chico Mendes; ma in Brasile, ogni anno, ci sono centinaia di Chico Mendes ammazzati senza che il mondo se ne accorga. In queste occasioni, voi dove eravate? Dove siete? Vi siete distratti?” Ed ancora Chico Buarque, ma anche Frei Betto, il teologo della Liberazione oggi alla testa del programma di Lula “Fame zero”, hanno espresso sorpresa per il sostanziale silenzio di molta intellettualità europea (anche di quella che si dice di sinistra) sui 10 milioni di “bambini randagi” in Brasile (in tutto il continente sono 20 milioni, il doppio degli abitanti dell’Austria). Questi sono veri e propri crimini: esseri umani sotto i 15 anni che non hanno casa, famiglia, scuola, vaccino, nulla salvo la strada e qualche arma impropria che serve loro per rubacchiare e sopravvivere (finchè non incontrano l’arma del poliziotto pagato dai commercianti per farli fuori). Bisognerà incominciare a dire, allora, che il Fondo monetario e la Banca mondiale sono enti criminali capaci di uccidere molto più degli eserciti. Frei Betto, con le parole semplici e chiare di un predicatore domenicano, ha sottolineato questi dati incontestabili. Di chi altri dovrebbe essere la responsabilità della miseria di intere popolazioni? Lo scrittore brasiliano Jorge Amado, sessant’anni fa, scrisse un libro memorabile, I capitani della spiaggia, parlando del fenomeno dei bambini di strada del Brasile che allora erano alcune centinaia. Sessant’anni dopo sono 10 milioni, cifra ricordata dal papa nel suo ultimo viaggio in America Latina. Come puoi disquisire di diritti umani a Cuba? Come puoi farlo e arrogarti il diritto di dare lezioni di democrazia a tutti, se la logica economica del nostro Occidente procura, solo in quel continente, 20 milioni di bambini randagi, 300 milioni di poveri e 80 milioni di miserabili su 550 milioni di abitanti?

Sta prevalendo una logica secondo la quale bisogna mantenere relazioni economiche bilaterali, rapporti cooperativi di sostegno allo sviluppo solo a patto che vengano rispettati i diritti umani. Nello stesso tempo si tende a riservare alla discrezionalità delle potenze occidentali (in primis, gli Stati Uniti) il giudizio insindacabile sulla certezza che questi diritti siano stati attuati. Si tratta di una pura logica di dominio, che, con accentuazioni diverse, si è purtroppo concretizzata nelle mozioni approvate dal nostro parlamento e dalla Comunità europea dopo i recenti avvenimenti cubani.

Non so se definire la mozione del nostro parlamento più ignorante o più cinica. Ma forse l’aggettivo più adatto, anche per la Comunità europea, è ipocrita. I signori della sinistra italiana, per esempio, in occasione delle visite del presidente della Colombia o del presidente del Guatemala o di quello della Bolivia o del Perù, dovrebbero chiedere immediatamente un dibattito parlamentare, e in quella sede spingere per una revisione delle relazioni con i suddetti paesi come hanno fatto recentemente per Cuba. Stesso trattamento avrebbe meritato, fino a poco tempo fa, il Brasile. Il Messico, non è da meno: negli ultimi due anni della presidenza cosiddetta “rinnovatrice” di Fox, sono spariti 200 messicani nei posti di polizia (lo si è saputo indagando sull’assassinio di Digna Ochoa, suora domenicana e avvocato che difendeva gli zapatisti). Nessuno ne parla. Oppure, 200 persone sparite sono forse meno importanti di 73 arrestati a L’Avana? E che dire del fatto che l’ex presidente brasiliano Luis Enrique Cardoso, quando veniva in Europa invitato da D’Alema nel ’99 a partecipare al summit dei partiti socialdemocratici europei a Firenze, anziché sentirsi chiedere spiegazioni sulla perdurante elusione da parte della giustizia del suo paese, dei processi per l’assassinio di centinaia di sindacalisti, Sem Terra e siringueros, veniva ossequiato e indicato come il futuro dell’America Latina? Lula, che rappresentava 50 milioni di brasiliani che votano a sinistra, non era stato invitato; mentre il presidente eletto dal centro-destra, quindi anche dai proprietari terrieri mandanti degli assassini, era presente. Oggi che Lula è presidente, tutti (anche D’Alema) affermano che è la nuova speranza dell’America Latina. Bene, io chiamo tutto questo trasformismo, e penso che già allora Lula avesse qualcosa di diverso, di più schietto, di più serio del modo di proporsi attuale di molta sinistra italiana ed europea. Aveva fondato il Pt (Partito dei Lavoratori), intuendo i limiti che ormai condizionavano i partiti tradizionali, anche quelli della sinistra latino-americana. Se si pensa che, a quel tempo, della sinistra faceva parte lo stesso Cardoso, poi eletto presidente col centro-destra, è facile capire quanto il partito di Lula abbia contribuito a chiarire cosa significa veramente essere di sinistra oggi in America latina. La base fondamentale del Pt, assieme al movimento sindacale, è formata dal cattolicesimo progressista brasiliano: Lula ha letto più Paulo Freire, pedagogo cattolico brasiliano, che Marx. Inoltre nel partito convivono cristiani, ambientalisti, marxisti, socialisti ecc. Il Pt è stato l’antesignano della sinistra plurale che ancora non si è riusciti a costruire nella stessa Europa, ed è stato anche la fucina del movimento no-global che ha eletto Porto Alegre a città-simbolo. Tutto questo non è successo per caso, ma purtroppo si fa fatica ad accettarlo.

Tu sei stato a Porto Alegre, ai tre appuntamenti del Forum Sociale Mondiale. Ho notato che nell’incontro di quest’anno c’è stato un atteggiamento più aperto nei confronti di rappresentanti di partiti e compagini statuali. Ad esempio sia Fidel Castro che Chavez (oltre a Lula) hanno speso parole di grande attenzione e considerazione nei confronti del movimento. Era presente tra l’altro una delegazione cubana molto folta e rappresentativa, guidata dal ministro della cultura Abel Prieto. Tenendo conto di questa reciproca attenzione, come inserisci oggi la questione Cuba rispetto alle nuove generazioni? Alla luce delle recenti vicende e del deficit di informazione su cui hai fin qui insistito, come vedi la possibilità che le giovani generazioni, con la loro tensione etica e la loro passione politica, individuino nell’esperienza cubana un punto di riferimento, un simbolo di democrazia sostanziale, come è accaduto per la nostra generazione?

Ti rispondo con molta franchezza. È abbastanza singolare che la rivoluzione cubana (secondo alcuni pietrificata nel suo integralismo), si sia aperta al movimento no global con meno pregiudizi di parte della cosiddetta sinistra italiana e in molti casi europea. La sinistra italiana ha impiegato un anno o due per stabilire un dialogo col movimento. La spiegazione della fermezza ideologica non regge. Il movimento no global nasce dalla storia e la storia non perdona: quando l’umanità è con le spalle al muro, la storia esprime degli anticorpi che non possono essere previsti e che all’improvviso si rivelano in varie parti del mondo. Tutto questo accade senza che le persone si siano parlate fra di loro o telefonate: quelli di Seattle non hanno avvertito quelli di Sidney, né quelli di Praga hanno chiamato quelli di Genova o Barcellona. Ad un certo punto, il mondo ha espresso i suoi anticorpi e questo fatto sicuramente ha spiazzato i partiti della sinistra: un movimento plurale e senza leader di punto in bianco ha imposto un’agenda politica ai governi. L’America Latina, reduce da accadimenti ben più drammatici di quelli dibattuti attualmente in Europa, ha accolto subito a braccia aperte e con grande curiosità questa nuova creatura espressa dalla storia, contrariamente ai partiti della sinistra di casa nostra che, in alcuni casi, l’hanno respinta, senza considerare che nel movimento no global militano i loro elettori di oggi e di domani. Dei 300 mila convenuti a Genova per il G8, 150 mila erano cattolici di base con i loro preti e i loro vescovi; mentre non c’era ufficialmente una rappresentanza dei Ds. È stata la prova di una sordità, di un distacco dalla realtà imbarazzante. Tutto ciò è triste e preoccupante. Non sto affermando che bisogna abbandonare le scelte fatte per tutta la vita, ritengo però sbagliata la diffidenza pregiudiziale verso qualcosa di politicamente nuovo, che comunque non puoi fermare e che sta già ottenendo risultati incredibili. A Seattle, nella famosa ribellione contro il Wto (l’organizzazione mondiale per il commercio), quattro anni fa sono state bloccate imposizioni capestro per i beni di scambio dei paesi poveri, regole inique che sarebbero state tutte a vantaggio del valore di scambio della tecnologia dei paesi ricchi. Eppure, senza le miniere del Congo o i diamanti della Sierra Leone, le nostre tecnologie non servirebbero a nulla. Per fortuna queste norme infami sono state fermate a Seattle e a tutt’oggi non sono più passate. L’esplosione di Seattle, insomma, ha prodotto più risultati positivi della politica di molti partiti della sinistra europea in dieci anni. Dopo un’iniziale diffidenza, tutto questo è stato evidentemente intuito da Fidel Castro e da Hugo Chavez, i quali hanno visto crescere, sotto i loro occhi, un movimento che pure è molto meno ideologico del movimento rivoluzionario cubano o del movimento bolivariano: come una religione che scopre il rifiuto dei propri riti. È clamoroso che Fidel si sia mostrato meno conservatore di certi partiti della sinistra europea. L’accusa di integralismo ideologico è stata sempre usata nei confronti di Cuba. Ora molto più integralisti appaiono alcuni partiti della nostra sinistra, chiusi nel loro privilegio, a difesa del loro pacchetto di voti, refrattari a qualunque novità della politica. Il movimento zapatista è stato l’antesignano del movimento no global, rivelando più attenzione ai problemi basici della gente che all’elaborazione ideologica. C’è la sensazione che sia stato Marcos ad essere educato dai Maja e dalla loro cosmovisione più che i Maja ad essere influenzati dalle idee marxiste di Marcos. Le argomentazioni di Marcos esprimono i valori dei Maja, il loro secolare solidarismo cooperativo, una filosofia di vita per nulla individualista e mai competitiva. Eppure D’Alema, quando venne in Messico nel 1996, disse in una dichiarazione pubblica: “il movimento zapatista non costituisce un problema, non rappresenta nessuna realtà significativa”. Dieci giorni dopo avvenne la strage di Acteal favorita dal governo in carica, a dimostrazione che il movimento zapatista non solo rappresentava già un grosso problema, ma era uno dei nodi vitali da sciogliere della politica messicana, cioè i diritti da sempre negati delle popolazioni indigene. Ma dall’Europa evidentemente le cose si vedono sempre in modo sbiadito o supponente. Il movimento zapatista era già allora una realtà, una forza sociale che avrebbe poi contribuito a disintegrare elettoralmente il Pri, il partito che da 80 anni costituiva la cupola del potere messicano.
Un’altra prova di questa attitudine eurocentrica , che si arroga il diritto di giudicare la consistenza delle novità politiche che il mondo offre e spesso dà pure i voti, l’ho avuta leggendo le cronache di La Repub-blica – giornale che credo sia vicino all’odierna linea dei Ds – sull’ultimo Forum di Porto Alegre: “L’idea è al tramonto, il movimento è in crisi”. Io ero là e vedevo invece cose completamente diverse. Rispetto all’anno precedente, i delegati da tutto il mondo erano raddoppiati (da 60 a 120 mila), e i giornalisti accreditati erano passati da 1800 a 4 mila. Inoltre il palasport della città, lo Stadio Gigantinho, era ogni giorno gremito di gente, ventimila persone, prevalentemente giovani, convenuti non per sentire Bono degli U2 ma intellettuali come Noam Chomsky, scrittori come Eduardo Galeano e la piccola intrepida indiana Arundhati Roi, o teologi della liberazione come Leonardo Boff. Era una realtà così clamorosa che avrebbe meritato reportages attenti e circostanziati. E invece niente. Quell’evento risultava evidentemente fastidioso alla nuova sinistra italiana.