Crisi economica e guerra

Ancora una volta, come sovente nel passato, l’economia italiana vede modificate le sue sorti in seguito a cambiamenti repentini nella situazione economica internazionale. Il 2002 si apre con il sanzionamento di un’integrazione europea sempre più stretta: dal 1° marzo 2002, l’euro, dopo essere stato per due anni moneta di conto, diventa l’unica moneta circolante in dodici paesi europei. Insieme a questa integrazione crescente si profilano però conflitti latenti sia sul piano intercontinentale che su quello europeo.

Guerra e petrolio

Gli Stati Uniti ormai da anni stanno compiendo sforzi assidui per assicurarsi il controllo dei mitici giacimenti petroliferi del Caspio e delle altrettanto ricche risorse di gas del Turkmenistan. Nel Caspio sono attivi gruppi di compagnie europee (Total, Fina, Elf, Eni, insieme alla russa Gazprom), così come gruppi statunitensi (Texaco, Chevron, oltre alla British Petroleum). Ma la vera chiave per l’accesso alle riserve energetica risiede nel controllo degli oleodotti e dei gasdotti che condurranno fino alle sponde del Mediterraneo. Si tratta quindi di una guerra per il controllo dei cosiddetti “corridoi”, fasci di tubature, ma anche strade, forse ferrovie, cavi telefonici. La Russia patrocina il passaggio attraverso il proprio territorio, e per questa ragione reprime con tanta durezza la rivolta indipendentista della Cecenia; gli Stati Uniti contrappongono uno sbocco sulle coste della Turchia, o addirittura uno sbocco diretto nell’Adriatico.
L’intera politica statunitense di tutela dei propri lontani interessi alle fonti di energia è costellata di interventi militari: la guerra del Kuwait nel 1991, successivamente la Bosnia e il Kosovo. Oggi è la volta dell’Afghanistan..
A poche ore di distanza dai tragici eventi dell’11 settembre, il presidente Bush ha qualificato l’attacco come atto di guerra ed ha identificato la radice del terrorismo nel fondamentalismo islamico. In tal modo è stato giustificato l’avvio della operazioni belliche in Afganistan. L’intervento militare degli Stati Uniti ha colto tutti di sorpresa, dal momento che, in passato, il regime dei talebani è stato sostenuto apertamente dagli Stati Uniti. D’altro canto, non è invece difficile intendere che la presenza militare americana nell’Asia centrale contribuisce a rafforzare i piani economici di lungo periodo cui si è fatto cenno in precedenza. Anche per questa ragione è difficile determinare la durata della guerra ed è probabile che il conflitto venga esteso al di là dell’Afghanistan.
In questa operazione contro il terrorismo gli Stati Uniti hanno messo in campo una forza militare di grandi dimensioni, apparentemente eccessiva per la sottomissione di un paese povero come l’Afganistan. Non va peraltro dimenticato che l’intervento militare ha consentito la sperimentazione di congegni bellici di ultima generazione, sottoposti finora a prove simulate ma adesso applicati in una guerra vera, con obiettivi veri e vittime umane vere. Un’autentica tragedia; ma, a voler essere cinici, un’autentica cuccagna per l’industria americana degli armamenti.
Gli interventi militari degli Stati Uniti si concludono di regola con lo stanziamento di forze militari più meno permanenti nei paesi salvati (o, per meglio dire, occupati). Nel 1991 gli Stati Uniti intervennero in difesa del Kuwait, e attualmente forze armate americane sono collocate in quell’area; le successive guerre di Bosnia e del Kossovo, luoghi come si è detto sensibili per lo sbocco degli oleodotti e dei corridoi, hanno del pari lasciato presenze militari della Nato nei territori della ex Jugoslavia; oggi apprendiamo che, una volta esaurita l’operazione contro il terrorismo (e non si sa ancora esattamente dove e quando si arresterà), forze militari continueranno a presidiare l’Afghanistan (almeno nei limiti in cui la Russia sarà disposta a tollerarle).

Nei Balcani si è aperto frattanto un conflitto secondario con la Germania, che cerca di essere presente nelle repubbliche adriatiche ex jugoslave. Si tratta anzitutto di un conflitto politico: la Germania propone assiduamente l’espansione all’est dell’Unione Europea; gli Stati Uniti propongono la presenza della Nato, il che non è esattamente la medesima cosa (più di un commentatore ritiene che gli Stati Uniti abbiano addirittura svolto azioni coperte per sostenere i dissidenti albanesi in Macedonia).
Ma si tratta anche di un conflitto di natura economica. La Germania è riuscita a imporre la diffusione del marco tedesco come valuta alternativa alle valute nazionali dei paesi balcanici, conducendo così una battaglia economica vittoriosa. Il marco è ormai diventato euro; e la nascita dell’euro, inasprendo gli squilibri territoriali, potrà portare ulteriori conflitti all’interno della compagine europea. L’unificazione monetaria può infatti ritorcersi a danno delle regioni più deboli, che soffrono strutturalmente di una bassa capacità di esportazione e di una propensione all’importazione elevata.

I rimedi tradizionali, quali la svalutazione della moneta nazionale, la protezione doganale, l’intervento diretto del governo nazionale, vengono meno e dovrebbero essere sostituiti da un’azione livellatrice di una politica economica comune. Ma, nel caso dell’Unione europea, questi sono strumenti deboli, resi ancora meno incisivi dall’orientamento in virtù del quale i paesi aderenti hanno messo in comune la sola politica monetaria, mentre la politica dell’occupazione rimane responsabilità dei singoli governi nazionali.
Recessione

In misura diversa, tutti i paesi europei si trovano oggi di fronte al problema della disoccupazione. La recessione, che ha investito per prime le imprese della “nuova economia” non ha in sé nulla di inatteso né di eccezionale. È del tutto naturale che un’industria in espansione, come lo è stata l’elettronica di consumo, attraversi un periodo di crescita esplosiva per poi adeguarsi ai tassi di espansione degli altri settori. Da questo punto di vista, gli osservatori più saggi avevano preannunciato il rallentamento dell’intero settore della nuova economia già da almeno un anno e mezzo. Non rimanevano che gli alfieri trionfali dell’economia statunitense a presentare la crescita della new economy come avvento di una nuova era storica, per la quale Jeremy Rifkin aveva perfino coniato il nome di “era dell’accesso”. Eventi di per sé normali e ben conosciuti agli storici come il ridimensionamento di un settore nuovo, sono stati resi drammatici dalla speculazione di borsa, quando, con decisione repentina, gli speculatori hanno preso a disfarsi dei titoli tecnologici, precipitando in tal modo il crollo dei mercati finanziari e polverizzando i patrimoni di tanti piccoli, quanto ingenui, risparmiatori.
D’altro canto non si può escludere che la corsa al riarmo possa beneficare anche le imprese della nuova economia. Gli armamenti moderni fanno uso larghissimo di strumenti elettronici, cosa questa che, una volta effettuate le debite conversioni, permetterebbe anche alla new economy di inserirsi nell’aumento della domanda pubblica stimolato dalla guerra.
Nel frattempo, l’industria italiana ha reagito a suo modo al fine di crearsi nuovi spazi di competitività. In passato l’Italia si era creata una nicchia di mercato nell’ambito dei paesi europei. Mentre i paesi più avanzati dominavano i settori dell’elettronica, della chimica, dell’ottica di precisione, dell’energia nucleare, l’industria italiana, aiutata da ripetute svalutazioni, aveva trovato un suo spazio nei settori produttivi meno avanzati. Negli anni più recenti, a partire dal rientro della lira nel Sistema monetario europeo nel 1996 e la conseguente stabilizzazione dei cambi, l’industria italiana ha battuto strade diverse. Invece di ricercare un avanzamento tecnologico, si è preferito, nel tentativo di ridurre il costo del lavoro, frammentare la struttura industriale fino alla scomparsa quasi totale delle grandi imprese. Al tempo stesso, la svalutazione delle valute europee rispetto al dollaro ha favorito uno spostamento dai tradizionali mercati europei a favore dell’area del dollaro. Una recente accurata inchiesta sull’industria bresciana ad opera di Franco Spinelli e Enrico Marelli, rivela un declino considerevole delle esportazioni verso la Germania negli ultimi dieci anni; al tempo stesso sono sempre più numerose le imprese che spostano le fasi più semplici della produzione verso paesi emergenti (nel caso di Brescia il paese favorito sembra essere la Romania), il che dà origine a un commercio crescente di semilavorati con paesi extraeuropei.

Unificazione monetaria

Nel mezzo della crisi economica, l’Europa si prepara ad affrontare un rivolgimento strutturale considerevole, che è l’avvento dell’euro come moneta corrente di dodici paesi. Se questo rappresenti davvero l’unificazione della politica monetaria è cosa molto discussa. La Banca centrale europea è retta da un Comitato esecutivo di sei componenti; ma al di sopra del Comitato esiste un altro organo che è il Consiglio direttivo, composto dai sei del Comitato più i dodici Governatori delle Banche centrali dei paesi aderenti. Questa sproporzione numerica indica già che, i dodici Governatori, o anche soltanto dieci di loro, se concordi, potrebbero mettere in minoranza i sei del Comitato direttivo. Quindi anche sul piano istituzionale, non si può dire che le Banche centrali nazionali siano state spossessate di ogni potere.
Ma vi è di più. L’unica decisione spettante alla BCE è la fissazione del tasso di riferimento che indirettamente determina l’intera struttura dei tassi di interesse. Al di là di questo, ogni singola Banca centrale continua a curare i rapporti con le aziende di credito del proprio paese, a valutare la bontà della carta commerciale accettata, e quindi in definitiva a regolare la somministrazione del credito. Non mancano commentatori tedeschi che hanno già cominciato a lamentarsi del fatto che le banche di alcuni paesi (e qui si riferiscono all’Italia), concedono credito con criteri molto più generosi di quelli propri della severissima Bundesbank. Con la differenza che adesso se una banca nazionale dovesse abbondare nella concessione di finanziamenti in euro, la nuova valuta potrebbe rifluire negli altri paesi e creare pericoli di inflazione. I biglietti di banca stilati in euro saranno tutti uguali, per cui non si saprà mai quale banca nazionale ha ecceduto nei finanziamenti (alcuni sostengono però che qualsiasi esperto di banconote sarà in grado di capire a occhio, o magari al tatto, in quale paese un biglietto è stato stampato).
Forse questa unione monetaria non accompagnata da un’effettiva unificazione dell’intera politica monetaria non è del tutto fuor di luogo. Visto che, per volere della Germania, la politica della spesa pubblica e la politica dell’occupazione sono rimaste responsabilità dei singoli paesi, potrebbe anche essere coerente lasciare un margine di determinazione individuale alla politica monetaria dei singoli paesi dell’Unione monetaria.
Con l’avvento dell’euro si profila anche una diversa conseguenza. Al momento della sua introduzione come moneta di conto, avvenuta nel gennaio 1999, gli esperti avevano annunciato per l’euro un destino di valuta forte. Viceversa, fin dal suo ingresso nel mercato valutario, l’euro ha dato segni di debolezza rispetto al dollaro e allo yen e, sia pure con diverse vicende, si è svalutato, rispetto alle altre due valute mondiali, di un 30% circa. È evidente che la debolezza dell’euro dipende dai movimenti di capitali, che affluiscono in misura crescente verso l’area del dollaro. Poiché a questo flusso partecipano anche i capitali europei, si va delineando in Europa un regime di doppia circolazione: il dollaro per le grandi transazioni delle imprese multinazionali, per i movimenti di capitali, per le avventure speculative, e l’euro per i pagamenti correnti di consumatori, salariati, imprese locali. Tutto ciò ricorda i tempi ormai lontani delle monete d’oro (il fiorino di Firenze, il ducato di Venezia) utilizzate per i grandi commerci internazionali, mentre il denaro piccolo (gli spiccioli), coniati in metallo vile, venivano usati per il pagamento dei salari e il commercio minuto. Inutile aggiungere che la svalutazione persistente della moneta piccola rispetto alla moneta grossa (nel nostro caso l’euro rispetto al dollaro), porta con sé l’inesorabile caduta del potere d’acquisto del salario.

Distribuzione del reddito

È cosa nota che le politiche redistributive hanno successo quando vengono svolte sul terreno reale, mentre risultano di scarsa efficacia se attuate mediante strumenti puramente monetari. Non va trascurato, fra l’altro, il fatto che tra i due strumenti di intervento sussiste inoltre una differenza di grande rilievo sul terreno politico. L’allestimento diretto di servizi effettuato in natura costituisce per ogni singolo cittadino un diritto ad ottenere le prestazioni previste dalla legge; l’assegnazione di sussidi in moneta rischia di diventare una mera elargizione caritativa. Quando lo Stato intende davvero fornire a tutti i cittadini una base di reddito reale uguale per tutti, comprendente ad esempio l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la casa di abitazione, lo Stato si dà carico di allestire in proprio questi servizi per poi metterli a disposizione del cittadino. Se la spesa pubblica viene concentrata nell’industria bellica e settori connessi, la fornitura diretta ai cittadini di beni essenziali rischia seriamente di essere sacrificata.
Nel nostro paese questa prospettiva si presenta in misura particolarmente grave. In passato, la politica economica italiana è stata largamente orientata verso la distribuzione diretta in natura di servizi essenziali: la scuola pubblica (con il suo corredo di servizi complementari come la distribuzione di refezioni e di libri gratuiti) è stata per lunghi anni un vanto dei governi italiani per la sua indiscussa superiorità rispetto alla scuola privata; l’assistenza sanitaria aveva raggiunto in numerose regioni, e forse con la sola esclusione dei grandi centri urbani, livelli che molti osservatori non esitavano a definire “scandinavi”; i programmi di case per lavoratori avevano avuto, specie nell’immediato dopoguerra, uno sviluppo considerevole. Oggi, come sappiamo bene, prevale l’ideologia contraria. In primo luogo ogni presenza dell’iniziativa pubblica viene considerata, anzi postulata, fonte di inefficienza e di corruzione, mentre l’impresa privata viene proclamata la sede propria della produzione efficiente e della conduzione corretta. Questa ideologia è alla base della politica di privatizzazioni e del conseguente smantellamento dell’industria pubblica e dei servizi pubblici. Prevale dunque l’idea che la distribuzione del reddito non vada governata attraverso l’allestimento di beni e servizi da assegnare direttamente al cittadino, e che si debba piuttosto seguire la via contraria: delegare la distribuzione del reddito al gioco spontaneo del mercato, intervenendo nei casi più gravi, con misure correttive consistenti in semplici trasferimenti monetari.
Il rallentamento dell’attività economica pone immediatamente il problema del rispetto del Patto di stabilità. Sembra inevitabile che, se la domanda globale non dovesse dare segni spontanei di ripresa, una di queste due possibili vie dovrebbe essere percorsa. La prima potrebbe essere quella di procedere ad una modifica dei parametri di Maastricht riguardanti l’incidenza del disavanzo corrente e del debito totale sul prodotto interno lordo.
Questa via viene a volte ventilata dalle autorità di governo, ma non sembra la più immediata e ragionevole. La revisione del Trattato richiede il consenso di tutti i paesi interessati; se il consenso ci fosse, tanto varrebbe concordare una politica di ripresa comune che, assicurando un’espansione parallela di tutti, eviterebbe disavanzi nei conti con l’estero di singoli paesi isolati e potrebbe garantire la ripresa nel rispetto dei parametri di Maastricht.
In mancanza di una revisione degli obblighi comunitari, sarebbe necessario intervenire con strumenti atti a stimolare una ripresa della domanda globale. Qui si ripresenta il tema sempre discusso delle opere pubbliche. Allorché il problema della disoccupazione si presentò come problema di ampia portata, il Commissario Delors propose un piano di azione europeo contro la disoccupazione consistente essenzialmente in una ripresa della spesa pubblica. Il Piano Delors, come venne allora denominato, è stato successivamente abbandonato. Al suo posto, nel nostro paese, vengono riproposte opere pubbliche faraoniche, ma di dubbia fondatezza tecnica ed economica, come il ponte sullo Stretto di Messina. Vi è da augurarsi che la ragionevolezza prevalga sull’uno e sull’altro fronte: che la spesa pubblica venga nuovamente orientata verso la spesa di contenuto sociale, tale cioè da realizzare una più equa distribuzione personale dei redditi, e che si ritorni per questa via ad una più efficace distribuzione delle risorse effettuata direttamente in termini reali, in luogo dei rimedi caritatevoli, scarsi e di dubbia efficacia, effettuati mediante trasferimenti monetari.