Crack: non solo Parmalat

*economista

Nella vicenda Parmalat convivono, si intrecciano e si scontrano una serie di processi economici, finanziari, sociali e politici di notevole rilevanza, il cui esito non è ancora chiaro e che è utile esaminare partitamene in sé e nella coscienza che dei medesimi hanno gli esponenti del capitalismo e della politica nazionali.
Il quadro nel quale la vicenda Parmalat si pone è quello della finanziarizzazione (florida da oltre un trentennio) dell’economia capitalistica internazionale. Per finanziarizzazione, in senso generale, si indica, da un lato, il fenomeno della crescita con progressione geometrica del valore della quantità del capitale monetario – ormai lontano multiplo dell’accumulazione reale – impiegato (in uno con il risparmio) in operazioni finanziarie (su valute, titoli azionari, obbligazioni, sulla congerie dei vari strumenti finanziari offerti sul mercato, sui “prodotti” derivati), dall’altro, la incredibile proliferazione dei soggetti operanti nel campo finanziario (banche, imprese, società di gestione del risparmio, fondi comuni di investimento, fondi pensione, hedge funds ed altro). Lo scopo è quello di preservare la valorizzazione del capitale attraverso il circuito abbreviato (D-D1); mentre per il risparmio la finalità è la sua più o meno stabile veicolazione – attraverso i fondi pensione ed altro – dall’ambito della circolazione del reddito a quella della circolazione del capitale. Strettamente connessi alla finanziarizzazione sono l’incremento esponenziale del capitale da prestito erogato da soggetti bancari e non, e, di riflesso, il crescente utilizzo del capitale di terzi da parte dei grandi gruppi industriali e commerciali e delle PMI industriali, commerciali e artigiane per l’attuazione della loro attività produttiva e distributiva (e quindi il loro crescente indebitamento). L’esposizione debitoria dei soggetti non capitalistici, anch’essa crescente, ha natura molto varia a seconda dei gruppi interessati; è certamente riconducibile all’impoverimento relativo e assoluto l’indebitamento crescente di larghi strati della popolazione lavoratrice, dei salariati e dei pensionati degli stessi paesi capitalistici avanzati.
“Finanziaria” è ormai in larga misura la logica dominante delle operazioni di acquisizione e fusione di società e gruppi. Si tratta cioè di operazioni che avvengono in un’ottica di dismissione a breve (naturalmente sussistendone le condizioni) e con lo scopo di realizzare rapidi guadagni: tipica della specie in Italia è la vicenda Telecom di Colaninno (il “capitano coraggioso” di D’Alema).
Non è questa la sede per parlare delle cause e dei processi profondi che hanno portato a tutto ciò, anche se questo è uno snodo decisivo al quale la riflessione dei comunisti non si può sottrarre a lungo se essi ritengono necessario (o utile) costruire una teoria della società capitalistica odierna.
La finanziarizzazione opera sopra un sostrato costituito da quelle vere e proprie stanze di compensazione extralegale di enormi flussi finanziari che sono i centri “offshore”, cioè i cosiddetti “paradisi fiscali” (che, non bisogna dimenticarlo, sono destinatari, in misura tutt’altro che trascurabile, di flussi di provenienza criminale). I siti “offshore” sono elementi strutturali della finanziarizzazione. Da essi si smistano, più o meno nel completo anonimato, grandi masse di liquidità destinate a “investimenti” finanziari. Con le società in essi costituite si realizzano complesse operazioni “infragruppo”, che rappresentano da sempre i mezzi più usati per la falsificazione dei bilanci della grandi multinazionali.
Nella vicenda Parmalat questa funzione è descritta con chiarezza dall’ex direttore finanziario della società in dissesto. “Le società dei paradisi fiscali erano utilizzate”, dice al magistrato l’ex manager, “per scaricare le perdite del gruppo [soprattutto in ope-razioni di acquisizione/fusione in Sud America, Canada e Usa]. Scaricare le perdite significava soprattutto aggiustare i bilanci di diverse società. Di conseguenza, il problema dell’alterazione della contabilità era complessivo, cioè coinvolgeva l’intero gruppo” (1).
La gestione di questo sostrato strutturale, anonimo, oscuro e spesso puramente e semplicemente criminale del sistema capitalistico è esercitata dai paesi OCSE e, in particolare, dagli Usa, dalla Gran Bretagna e dalla Svizzera, senza trascurare il Lussemburgo, Olanda, Irlanda, Canada, Italia, Francia ed altri ancora. Secondo un rapporto dello studio legale internazionale Stikeman Eliott, effettuato su commissione della Society of trust and estate practitioners su “Il Sole-24 Ore del 21.1.2004”, mentre molte legislazioni “offshore” avrebbero fatto ragguardevoli passi verso la trasparenza,“ altrettanto non si può dire dello stato americano del Delaware o della Svizzera ove […] abbondano le opportunità per celare conti correnti, proprietà ed attività illegali”. Opportunità che abbondano “soprattutto nei paesi OCSE, ovvero i più industrializzati ricchi del mondo, a cominciare da Usa e Regno Unito”. Nello stato americano del Delaware, prosegue il rapporto, ci sono 730mila abitanti e oltre 500mila società incorporate; 675 delle 2000 società del gruppo Enron erano incorporate in questo stato. La Parmalat aveva nel Delaware un numero imprecisato di società (allo stato sono note solo la Boston Holding e la Nyte Investments). Il Delaware ricava 400 milioni di dollari all’anno dalla sola registrazione delle “Limited liability company”, le società a responsabilità limitata con sede nel suo territorio. In due ore e con meno di 100 dollari si può registrare
una società anonima, in cui sarà impossibile risalire al beneficiario: infatti, all’atto della costituzione, non vengono richieste informazioni sulla proprietà delle L.l.c. (ci si accontenta del nome del richiedente, che quasi sempre è un prestanome). In questo “paradiso fiscale” non sussiste legislazione alcuna sulle autorità di controllo, non vi è obbligo di deposito dei bilanci delle società, non è prevista la revisione dei bilanci medesimi, sono ammesse le azioni al portatore. Grazie al fatto che non vi è imposizione fiscale sui capitali in entrata, il Delaware compete a pieno titolo con i centri offshore del Pacifico o dei Carabi.
Anche la Gran Bretagna ha i suoi trusts ed i suoi protettorati offshore (le isole di Man, Jersey, Guernsey, le Cayman ed altre ancora). Oltre Lussemburgo, Olanda, NuovaZelanda, Irlanda, Singapore e Canada, che hanno una struttura nazionale organizzata per l’offshore, non si può dimenticare l’importanza di questi centri in Italia (San Marino) e in Francia (Montecarlo) e la loro vera e propria identificazione con lo stato per Malta e Cipro, prossimi membri dell’Unione Europea.
Secondo lo studio sopra citato, lepiazze finanziarie di New Yo r k , Londra e Tokio controllano il 60% del mercato dei servizi offshore, e questa percentuale sale all’80% se si considera l’intera OCSE.

I grandi gruppi più “finanziarizzati” a base italiana (come era Parmalat) e non, presentano da molti anni un indebitamento che ha assunto carattere strutturale. Si è esteso l’utilizzo di capitali di terzi (obbligazionisti, banche e consociate) nell’attività caratteristica e in quella crescente di natura finanziaria. Sembra sussistere un nesso tra declino relativo dell’accumulazione reale, incremento della finanziarizzazione e crescita dell’indebitamento in primis dei gruppi oligopolistici e poi delle altre società. Alla maggioranza degli “analisti” finanziari (per non parlare delle società di revisione e di quelle di rating, più o meno colluse) era sembrata cosa del tutto normale che da anni la Parmalat denunciasse un crescente ricorso all’indebitamento (5,3 miliardi di euro a fine giugno 2003) e non attingesse, per ridurlo, ai 3,5 miliardi di liquidità di cassa dichiarata (sempre al giugno 2003), giudicando migliore l’utilizzo della stessa liquidità in proficue attività finanziarie (2).
I grandi gruppi industriali italiani, tra i quali si annoverava Parmalat, cioè 12 dei 30 gruppi a maggiore capitalizzazione di borsa, espongono al 30.9.2003 debiti finanziari pari a 4 volte e mezzo il patrimonio netto tangibile, cioè il patrimonio netto meno gli attivi immateriali (3).
Il totale delle società quotate in borsa ha un indebitamento finanziario (verso banche, verso obbligazionisti e verso consociate) sostanzialmente pari al patrimonio netto tangibile (4).
Elaborando i dati Mediobanca, si evince che dal 1998 rallentano i profitti ed aumentano i debiti finanziari, che passano dal 40% del capitale totale investito nel 1998 al 48,9% del 2002. Di grande interesse è il parallelismo tra il ricorso al credito bancario e l’emissione di obbligazioni. Più scende il primo e più sale la richiesta di risorse finanziarie attraverso i bonds societari.
L’esposizione bancaria scende dal 21,6% del capitale investito del 1993 al 7,7% del 2002. Al contrario, le obbligazioni coprono quote crescenti dei debiti finanziari delle società quotate e crescono in modo visibile dal 2000 fino ad arrivare al 16,5% del capitale investito del 2002 (5).
A questo punto è agevole trarre una conclusione. Le politiche deflattive, o comunque disinflazionistiche dell’U.E., hanno portato ad una tendenziale riduzione dei tassi di interesse. Le grandi banche e i grandi gruppi commerciali e industriali a base italiana (abbastanza fusi), cioè il capitale finanziario in senso leninista, hanno dato una risposta abbastanza leggibile ai rispettivi bisogni. Da un lato le banche, che hanno visto progressivamente assottigliarsi i profitti da intermediazione per effetto del calo dei tassi e delle difficoltà negoziali verso i grandi gruppi, si sono progressivamente disimpegnate dagli impieghi creditizi, riducendo i propri rischi e le proprie esposizioni. Nel contempo esse hanno ampiamente so-stituito il calo dei profitti da investimento con la “produzione” e vendita di strumenti finanziari e con l’attività oltremodo ampliatasi di allocazione di “assets” e, più in generale, di merchant. Ciò si è reso possibile a seguito della liberalizzazione del sistema bancario, conseguente al processo di unificazione economica e monetaria europea, ed alla conseguente nascita delle cosiddette “banche universali”. Dall’altro lato, gli oligopoli industriali e commerciali hanno trovato soddisfazione al crescente fabbisogno finanziario sul mercato dei bonds, a tassi convenienti e con operazioni meno “invasive” per le gestioni aziendali di quanto non lo siano, almeno in potenza, le operazioni di aumento di capitale. Il “mercato” era d’altronde pronto a prestare soldi, in considerazione del calo verticale
dei rendimenti dei tradizionali titoli finanziari pubblici.
I gruppi sociali a carico dei quali si è operato questo “rovesciamento del rischio”, e che hanno subìto i danni dei vari crack degli ultimi anni, sono stati e sono soprattutto i ceti portatori delle varie tipologie di rendita (immobiliare, fondiaria ecc.), i ceti professionistici e manageriali, segmenti di piccola e media impresa commerciale, artigiana e industriale, in particolare del nordest e del centro del paese (in misura molto minore e frazionale lavoratori e pensionati); si tratta in larga misura dei cosiddetti “scudati”, o “pirati della lira”, cioè dei beneficiari dei provvedimenti Berlusconi- Tremonti sul rientro – con garanzia di impunità e nell’anonimato – dei capitali a suo tempo illecitamente esportati all’estero. Questi gruppi sociali, con il loro malcontento per gli “affaires” Cirio, Parmalat, Bipop, Giacomelli ed altri, sono nel medesimo tempo il riferimento elettorale soprattutto dei partiti della compagine governativa e la massa di manovra per le operazioni di ristrutturazione capitalistica in corso, di cui meglio diremo dopo, operazioni che hanno tratto una forte accelerazione dai crack citati. Questi gruppi trovano tuttavia, in maniera trasversale, ed al pari dell’oligarchia finanziaria, le loro sponde in entrambi gli schieramenti politici (cosiddetta Casa delle libertà, Ulivo più PRC). Se questa è la base materiale della polemica demagogica contro i “poteri forti”, appare chiaro che il menzionato rovesciamento del rischio contribuisce a conferire maggiore fragilità, per le ricadute sociali che produce, al sistema nel suo complesso.
Un altro e non meno importante processo messo in evidenza dal crack Parmalat è quello della messa in discussione da parte di settori consistenti del personale dirigente borghese del modello della cosiddetta “banca universale”. Come è noto, negli anni ’30 del secolo scorso erano stati introdotti nel sistema capitalistico internazionale, a seguito della grande “paura“ del ’29, una serie di elementi di stabilizzazione. In Italia ebbero importanza notevole le misure adottate nel campo creditizio, quali la separazione del credito a breve da quello a medio-lungo termine, la separazione fra banca e industria, il ruolo, la composizione e i poteri dell’autorità di vigilanza sul credito. Fu varata la legge bancaria del 1936. Si trattava, tra gli altri, del tentativo di risolvere le vecchie e nuove contraddizioni, rispettivamente acuite e generate dalla crisi capitalistica, nell’ambito stesso del modo di produzione vigente. In questo senso i provvedimenti di stabilizzazione dell’ordinamento creditizio erano, per dirla con Marx, delle forme antitetiche dell’unità sociale.
I complessi processi – di cui qui non è il caso di parlare – che hanno portato in ambito mondiale alla sostanziale liquidazione del capitalismo monopolistico di stato, hanno avuto come effetto, fin dai primi anni ’90, anche la liberalizzazione del sistema bancario: ora le banche possono acquisire depositi, impiegare denaro a breve e a mediolungo termine, fare intermediazione finanziaria, “produrre“ strumenti finanziari, operare da merchant ed altro. Rimane però incompiuta in alcune aree (Europa, Giappone, Cina) l’unificazione del mercato bancario, cioè la liberalizzazione internazionale dei movimenti di capitale finalizzata alla partecipazione e al controllo del sistema bancario e finanziario dei vari paesi. Se le dinamiche della liquidazione del capitalismo di stato (con acquisizione del suo patrimonio da parte degli oligopoli a base privata), a partire dal cosiddetto “shock petrolifero” dei primi anni ’70, non hanno rimediato alla crisi di sviluppo di larga parte del sistema capitalistico ed hanno peggiorato le condizioni di vita di una grande parte dell’umanità, la “banca universale”, nata dalla stessa logica, ha generato in Italia (e naturalmente non solo in Italia), in un solo decennio, disordine e in alcuni momenti caos finanziario.
Le vicende Parmalat, Cirio e le altre simili, con i loro intrecci di attività di investimento, di collocamento bancario dei bonds societari, di incrocio di partecipazioni azionarie e di assenza di regole e controlli, ne sono l’espressione macroscopica. Come dicevamo, parte del personale dirigente borghese ha una percezione, seppure deformata, del fenomeno e lo colloca nel contesto del conflitto di interesse. “L’esperienza ci dice che la banca pigliatutto”, afferma l’ex presidente di Mediobanca, ex ministro ed attuale deputato della Margherita Antonio Maccanico, “crea più problemi di quanti ne ri-solva […]. La banca universale è all’origine di molti conflitti di interesse e della sovrapposizione tra banca commerciale e banca d’affari. È da valutare se non sia il caso di tornare alla separazione tra credito a breve e credito a lungo termine. So benissimo che la banca universale non è un’invenzione italiana, ma non mi pare che anche altrove abbia dato buona prova di sé: basta vedere cosa sta succedendo in America, dove qualcuno comincia a avere dubbi sulla liberalizzazione bancaria e sulla confusione dei ruoli” (6). Sulla stessa linea si muove Franco Bernabè, ex amministratore delegato di Telecom ed Eni, secondo il quale lo scandalo Parmalat “è il frutto del conflitto d’interesse nato da una liberalizzazione che ha portato alle banche tuttofare e che sta creando problemi anche da noi, dove sarebbe ora di superare anche per legge la banca universale tornando alla specializzazione degli istituti (7).

Un altro importante processo è stato accelerato dalla vicenda Parmalat, ed è quello che, secondo Padoa Schioppa, consigliere BCE, doveva già da anni portare ad un “settore bancario europeo”. La stucchevole polemica Tremonti/Fazio è in realtà lo schermo dietro al quale si svolgono vari processi più o meno importanti. Senz’altro importante è quello della ristrutturazione europea del settore bancario, che dovrebbe portare secondo la prospettiva della componente che potremmo definire del “fondamentalismo liberista” – rappresentata dal commissario UE alla concorrenza Monti, da Giuliano Amato, dal presidente dell’Antitrust Tesauro, e, sia pure ambiguamente, da Pera – alla rottura di ogni barriera alla penetrazione straniera nel sistema finanziario italiano. In questo senso Tremonti e il governo Berlusconi sono gli epigoni dei processi di liberalizzazione in ambito UE, mentre Bankitalia (alla quale è stata rimproverata aspramente, da settori economici e politici, la recente opposizione alla scalata per il controllo delle Generali – tramite Mediobanca – da parte di gruppi finanziari francesi), tenderebbe a garantire, attraverso una sorta di protezionismo, il consolidamento degli oligopoli bancari nazionali, per i quali un regime totalmente liberalizzato potrebbe essere ancora un rischio.
Una delle partite più importanti che si è giocata in queste settimane è stata quella del trasferimento della “tutela” della concorrenza nel settore creditizio dalla Banca d’Italia all’“Autorità garante della concorrenza e del mercato”, cioè alla Autorità antitrust. La posizione di Tesauro, il presidente dell’Autorità citata, espressa nel corso dell’audizione davanti alla commissione bicamerale, è chiara. “Sono un’animale comunitario, il nostro settore creditizio è patologico; non mi risulta fra i più avanzati per competitività. E le barriere all’ingresso dei capitali sono barriere che vanno rimosse (…) (8).. Ancora più chiaro è stato Eugenio Scalfari, che pure è favorevole in linea di massima ad assegnare all’Antitrust la competenza per la tutela della “concorrenza” bancaria. “Nel giro di due o tre anni la proprietà cambierebbe bandiera”. Dopo aver perso la chimica, l’informatica, la farmaceutica, l’industria aerospaziale e forse, tra poco, anche quella automobilistica, questo il timore di Scalfari, “anche il sistema creditizio cesserebbe di far parte del sistema paese” (9).
La soluzione data alla questione dal disegno di legge governativo approvato lo scorso 3 febbraio dal consiglio dei ministri sembrerebbe dar ragione agli iperliberisti (art. 29 Ddl). Soprassedendo, per questioni di spazio, ad un compiuto esame del menzionato provvedimento governativo costituito da 50 articoli, non si può sottacere che esso sancisce la tripartizione funzionale delle autorità di controllo (stabilità, trasparenza, “concorrenza”), depotenzia significativamente Bankitalia, alla quale sono sottratte, oltre alla tutela della concorrenza nel settore bancario, le competenze di controllo sulle emissioni di valori mobiliari, sulle emissioni finanziarie delle banche, sulla trasparenza delle condizioni contrattuali (aggiungiamo, per inciso, che nulla viene detto sui controlli e le sanzioni interne all’impresa, e sul falso in bilancio; risibile è inoltre il contenuto della norma sui centri offshore).
C’è una cosa importante da evidenziare. Agli elementi di destrutturazione del sistema bancario, il disegno di legge affianca un forte elemento di autoritarismo, rappresentato dai poteri nuovi ed inusitati conferiti al CICR (comitato interministeriale del credito e risparmio) dall’art. 30 del provvedimento. Il CICR è un organo di emanazione politica, e ad esso è ora attribuita “l’alta vigilanza in materia di credito e risparmio […]. Nell’esercizio di tale compito può chiedere dati, notizie e informazioni generali alle autorità indicate all’art. 26 [autorità per la tutela del risparmio, antitrust, Bankitalia] ed emanare atti di carattere generale sui criteri dell’attività di vigilanza delle autorità […]”. È indubbia la volontà politica del governo, anche attraverso la nomina del presidente della costituenda autorità per la tutela del risparmio, di mettere mano autoritariamente alla gestione del settore del credito. Questo mix di destrutturazione ed autoritarismo suggerisce un parallelismo con la “devolution” e il cosiddetto “premierato forte” della riforma costituzionale in cantiere, elementi questi che, lungi dall’essere in contraddizione, si integrano rappresentando il “premierato” la cornice autoritaria che garantisce e dentro la quale si realizza la devoluzione.
La minoranza parlamentare nelle sue varie componenti, comprese quelle “radicali”, del tutto sorvolando – per volontà o incomprensione – sui processi strutturali che sottendono il crack Parmalat, appunta le proprie critiche sugli aspetti politici esterni (poteri del CICR e volontà di controllo governativo del credito), e finisce in tal modo per diventare – pur negandolo – parte della contesa Fazio/Tremonti.
D’altronde da tempo Bankitalia critica aspramente la politica economica del governo, denunciando le cause del “declino industriale” del paese (tema caro alla CGIL) e a più riprese contestando il governo nella questione delle fondazioni bancarie e degli accordi di Basilea 2 (10). Sono significativi, al riguardo, alcuni passi tratti da articoli comparsi su “il manifesto” nelle ultime settimane. “Il crack Parmalat diventa un pretesto per spogliare Bankitalia (istituzione diventata scomoda da quando si permette di criticare il governo) dei suoi poteri di controllo sulla concorrenza nel settore bancario che con il caso Tanzi non c’entrano nulla. Ma c’entrano invece con la voglia di Tremonti di mettere le mani sul sistema bancario che, nonostante tutto, appare solido e con buone prospettive di crescita e redditività (…)” (11).
“Sul caso Parmalat c’è una spaccatura tra chi difende i ‘poteri forti’ e chi difende i ‘risparmiatori’. Apparentemente paladina dei risparmiatori è la destra, mentre in trincea con i poteri forti c’è il centrosinistra. Ma stanno proprio così le cose? No: il Parmacrack per il governo è solo un diversivo per i fallimenti della politica economica, mentre sul versante opposto c’è la percezione che l’attacco ai ‘poteri forti’ sia solo l’ultima spallata ai precari equilibri istituzionali che rappresentano la ‘borderline’ tra democrazia e presidenzialismo autoritario (..) (12).
“Il governo non ama la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, le autorità indipendenti. D’altra parte il nostro ministro è seguace di Colbert, cioè del controllo del monarca su tutto il sistema economico” (13).
Come si vede ci troviamo di fronte ad un approccio tutto politicistico al fenomeno, che costringe a schierarsi con uno o l’altro dei settori economico-politici capitalistici in contesa.
Il punto di vista comunista aiuta invece a collocare la questione all’interno dei processi di finanziarizzazione dell’economia capitalistica nella fase dell’imperialismo, all’interno dei processi contraddittori della ristrutturazione capitalistica nel percorso dell’Unione Economica e Monetaria europea e all’interno della crisi capitalistica generale di cui la costruzione e distruzione delle forme antitetiche dell’unità sociale è un significativo riflesso.

Note

1 F. Tonna, ne “Il Sole-24 Ore“dell’8.1.2004.

2 “Il Sole-24 Ore” del 13.11.2003.

3 Dati elaborati da Mediobanca e riportati su “Il Sole-24” Ore del 10.12.2003.

4 Dati elaborati da Mediobanca e riportati su “Il Sole-24 Ore” del 10.1.2004. 5 Le emissioni obbligazionarie Parmalat negli ultimi anni sono state 31 secondo il circuito Reuters, per un valore di emissione di circa 8 miliardi di euro (di queste, solo tre risultano quotate nel mercato ufficiale MOT, con prospetto Consob). Le società emittenti sono per lo più situate nei centri offshore: Parmalat Finance Corporation e Parmalat Capital Netherlands in Olanda, Parmalat Soparfi S.A. in Lussemburgo, Parmalat Capital Finance a Malta; solo la Parmalat Finanziaria s.p.a. ha sede in Italia.

6 “Il Sole-24 Ore” del 24.1.2004.

7 “Il Sole-24 Ore” del 10.1.2004.

8 “Il Sole 24-Ore” del 30.1.2004.

9 “Lotta Comunista”, gennaio 2004.

10 Accordi che entreranno in vigore all’inizio del 2007 e che prevedono precisi rating per l’erogazione del credito dalle banche alle imprese. Tremonti, ergendosi a paladino della piccola e media impresa, a più riprese ha paventato il rischio di una restrizione del credito.

11 “il manifesto” dell 8.1.2004.

12 Ivi, 14.1.2004.

13 Ivi, 16.1.2004.