CPT di Lametia Terme, lager

*Avvocato – Segreteria Provinciale Prc Cosenza, Responsabile Dipartimento Migranti

Ricordo la gioia che provammo quando a Bari, nel corso di una conferenza sul tema dell’immigrazione, il Presidente della Giunta Regionale calabrese usò il termine migrante al posto di quello extra comunitario: ci sembrò una conquista in una regione ove, ahimè, si ha la memoria corta e nessuno, più, ricorda le valigie di cartone chiuse con lo spago o i grandi barconi che da Napoli portavano i nostri nonni in America, alla ricerca di quel nuovo mondo tanto sognato. Ci dicono, oggi, che non è la stessa cosa, che noi in America lavoravamo sodo oppure che di noi non si occupa – vano le cronache giudiziarie; sappiamo, purtroppo, che non fu cosi, e non è certo un vanto; sul punto basta confrontarsi con quanto egregiamente scritto da Gian Antonio Stella nel suo libro “l’Orda, quando gli albanesi eravamo noi”; non, quindi, le memorie di un bolscevico, ma il best seller di uno dei più noti giornalisti del Corriere della Sera. Tutti sappiamo che da quando esiste il mondo si assiste al cammino dell’uomo che migra in cerca di fortuna e/o di una vita migliore; migliore in tutti i sensi. In questo suo cammino l’uomo incrocia altre storie; storie di altri uomini, che per motivi diversi, in alcuni casi per la disperazione che vivono, in altri per scelta obbligata, sono indotti a delinquere. Capirne le ragioni e trovare dei rimedi civili è la prima delle nostre battaglie. La Calabria è terra di emigranti e di migranti. In Calabria confluiscono i destini di migliaia e migliaia di donne e di uomini che immaginano l’Italia come quella che gli hanno fatto vedere nei salotti televisivi del sabato sera. L’ immaginazione spesso, quasi sempre, finisce all’interno di un CPT. In questo non luogo, chi ha avuto la fortuna (o la sfortuna?) di entrarci, fingendosi segretario di qualche parlamentare (visto che possono entrarci solo loro), li ha ritrovati con gli occhi tristi e lo sguardo perso nel vuoto, a riempire le loro tute da jogging con la scritta Italia sul petto. La Calabria e i CPT, un altro destino infame, un altro record negativo. Nella nostra regione ci sono due CPT, il peggiore d’Italia, quello di Lametia Terme; il più grande d’Europa, quello di Crotone. Brevemente sul primo: per arrivarci bisogna attraversare un viale angusto che si diparte dalla provinciale e sale su, verso l’alto, verso l’ignoto. La prima immagine che affiora nella mente di un democratico che decide di entrare in quel CPT, è quella remota, ma mai dimenticata, di un campo di concentramento nazista: muri di cinta e reti metalliche altissime circondano la struttura muraria del centro; doppia rete alle finestre che mancano di vetri; polizia ovunque, donne e uomini con uniformi arancione e stivaloni di gomma neri fino al ginocchio, destano ricordi inquietanti, tanta gente rinchiusa in un posto terribile, gente che non ha commesso alcun reato. Il centro è un girone dantesco; il responsabile della cooperativa che lo gestisce è tale Raffaello Conte. E’ lui il padrone della Malgrado Tutto, questo il nome della cooperativa. E’ lui che ogni volta ci riferisce la solita solfa: “Sono un comunista, vengo dal PCI. Adesso sono io che voglio chiudere questo centro, ma la sinistra non vuole”. E’ lui che comanda questo luogo senza legge, lo sanno tutti, anche i poliziotti, che gli portano grande rispetto. Il CPT di Lametia Terme è quello per la cui gestione, tempo fa, si presentò un esposto alla Procura della Repubblica a firma di Giovanni Russo Spena; si parlava di quanto riscontrato dagli inquirenti; delle 23 violazioni amministrative contestate dal Giudice alla cooperativa e della miserabile archiviazione. E’ uno spettacolo penoso quello a cui si assiste entrando nel CPT di Lametia; terribile, da brivido. L’unico spazio aperto è uno slargo di 10 metri per 5 ove i migranti giocano a pallone; tutto è recintato da reti metalliche alte più di dieci me- tri. Il CPT dovrebbe contenere 71 ospiti, ma ne contiene sempre molti di più. L’ultima volta che ci entrai riscontrai i problemi più vari: Mohamed El Khafifi, del popolo dei Sahrawi, ha fatto domanda d’asilo l’8.11.03, dovrebbe aver avuto l’asilo non appena entrato in Italia per le note vicende del suo popolo, non si capisce perché è ancora li. Alfred Isia, viene dal Ghana e Yo u d a Dasabi, della Costa d’Avorio, anche loro dovrebbero già aver avuto l’asilo, sono li da molto tempo, nessuno gli ha dato ascolto. Himad Shmide, è nato l’11.1.1988, è minorenne! C’è pure Afif Glassi, è nato il 3.03.1988, anche lui è minorenne. C’è anche Mohamed Slimen, è nato il 23.06.1989 è un ragazzino, lo si intuisce già a guardarlo. Nessuno di loro potrebbe stare li; è uno scandalo, nessuno sa dare spiegazioni. E’ una violazione nella violazione. Non è rispettata neanche la Legge Bossi-Fini. C’è tanta gente che è stata regolarmente identificata, che ha un regolare permesso di soggiorno e continua a rimanere li: Messaudi Zumaier, Boulaya Tamar, Kerkache Dhocine, tanti altri. Il bagno, se tale può chiamarsi, è in condizioni pessime: i cessi sono intasati, non c’è carta igienica, si cammina sul piscio e si respira il puzzo del piscio; non c’è acqua calda, l’acqua gelida sgorga dai lavandini con una pressione tale da fare invidia alla pompa di un autolavaggio. I migranti hanno le lenzuola ogni 10 giorni; ogni tanto un sapone per lavare i panni che funge anche da bagno schiuma. Nelle loro stanze c’è un fetore terribile. Non ci sono armadietti per riporre la roba di ognuno; le loro scarpe sono incastrate nelle grate delle finestre che fungono da scarpiera. La biblioteca, nonostante le ingenti somme che ogni anno la cooperativa introita e riporta in bilancio per l’acquisto di libri e giornali, è chiusa, ma ritengo non esista. Qui dentro non hanno mai visto un giornale o un libro. Qualcuno mi dice che in una di quelle stanze ci tengono rinchiusi i migranti con problemi psichici, parlano di due persone. Nessuno sa nulla. Questo è il lager di Pian del Duca a Lametia Terme. Il cambio della guardia al governo deve farci stare sereni o, invece, far crescere in noi nuove preoccupazioni? E’ difficile, oggi, pensare alla cancellazione della Bossi-Fini ed alla chiusura dei CPT in una nazione ove un migrante fa notizia solo se al centro della cronaca giudiziaria. Interessa a pochi il loro apporto in termini economici, politici e sociali: è ancora in auge, purtroppo, l’antico adagio “… volevamo braccia, sono arrivati uomini …”; perché uomini in carne ed ossa sono approdati in terra di Calabria, con i loro usi ed i loro costumi, le loro tradizioni, le loro abitudini, di cui ci si ricorda solo quando nella piazzetta di Schiavonea, antico borgo marino in agro di Corigliano Calabro, li si sceglie per le avvenenze fisiche, se trattasi di femmine, o dei muscoli, se trattasi di maschi. Alcune volte ci confrontiamo, altre ci scontriamo con le loro culture, sempre dovremmo sentire il bisogno che li spinge a cercare terre migliori, ove migliori, lo sottolineo, non sta a significare la condizione economica, ma, bensì, quella politica e quella sociale. Oggi una sanatoria migliorerebbe subito lo stato di cose presenti, ma non sarebbe sufficiente; non sarebbe la manna dal cielo che tutti auspicano. Necessarie, invece, sarebbero alcune misure che il governo di centro sinistra non può non pensare, quantomeno per pareggiare il torto che abbiamo subito tutti noi dai CPT e dalla Turco-Napolitano: l’introduzione del permesso di soggiorno per la ricerca del lavoro, ad esempio, il passaggio delle deleghe per il disbrigo delle pratiche di rilascio del permesso di soggiorno dalla questura ai comuni, regole più certe per l’accoglienza ed il diritto di cittadinanza. E’ necessario e prioritario, comunque, far nascere un sentore diffuso sulle reali e concrete opportunità che possono nascere dall’incontro di più culture. Non servono paletti che impegnino il governo sulla strada da percorrere. Si potrà produrre cambiamento reale se le donne e gli uomini della nostra nazione si convincano di abitare una terra e non di possederla in via esclusiva; si convincano che i migranti non siano stupratori, ladri ed assassini, ma uomini capaci di produrre reddito e ricchezza, ricchezza da intendere anche e soprattutto in senso lato. In questo, il ruolo del movimento, e del partito nel movimento, binomio indissolubile, hanno un ruolo fondamentale ed insostituibile.