Costruire l’alternativa dai movimenti di lotta

1. Ragionare in questo momento sui rapporti a sinistra e, più in generale, sulle prospettive delle forze di opposizione comporta un rischio fondamentale. La situazione è in rapido movimento, gli scenari cambiano a ritmi vorticosi, quindi ogni rappresentazione può rivelarsi ben presto superata, ogni ipotesi arbitraria. Faccio un esempio. Scrivo alla vigilia di una Direzione dei Ds chiamata a discutere proprio sul destino dell’Ulivo. Considerata l’asprezza delle recenti polemiche interne al gruppo dirigente diessino, non si può escludere alcun esito. Questo per dire che occorre tenere conto dello scarto tra i tempi della politica, che conoscono in questo momento una straordinaria accelerazione, e quelli della comunicazione scritta, che rischia quindi di sfornare prodotti già invecchiati.
Detto questo, vi sono forse alcuni elementi di fondo sufficientemente stabili, in base ai quali provare a schizzare un quadro affidabile. Il primo di essi è appunto la crisi dell’Ulivo, divenuta parossistica dopo il voto parlamentare sull’invio del contingente militare italiano in Afghanistan. Come si ricorderà, all’indomani di quel voto i certificati di morte dell’Ulivo venivano offerti gratis da tanti suoi dirigenti e dagli stessi organi di stampa più organici al centrosinistra. Ma quella crisi ha radici più profonde. A volersi limitare alle sue cause più recenti, bisogna risalire almeno allo scorso autunno, ai primi scioperi della Fiom che hanno messo fine alla stagione della concertazione e hanno dato il la alla riscossa operaia di questa primavera.
Fu allora che divennero visibili le prime crepe che solcavano il fragile cemento del centrosinistra e le sempre più marcate divergenze tra le diverse anime dei Ds, uscite dal congresso di Pesaro con un accordo che aveva il sapore di una pace armata. Quando poi anche la Cgil ruppe gli indugi con la grande manifestazione di marzo e lo sciopero di aprile, e cominciò quindi la sarabanda dei “girotondi”, la crisi dell’Ulivo si avvitò definitivamente su se stessa. Fu dunque il nuovo protagonismo del paese reale a determinarne la radicalizzazione. Il che già suggerisce una prima pista a chi si interroghi sulle possibili vie d’uscita.
Dopo la sconfitta del maggio 2001, il popolo della sinistra si è risvegliato. Ha saputo reagire trovando in sé la forza per levare alta la voce contro un governo che ogni giorno semina guasti nel tessuto sociale, civile, economico del paese. È folle che questo risveglio atterrisca chi dovrebbe invece riconoscervi una risorsa preziosa. Se c’è un errore che non può essere compiuto oggi dalla politica è proprio quello, tanto frequente, della chiusura autoreferenziale, dell’illusione di bastare a se stessa. Occorre, al contrario, aprirsi ai movimenti, ascoltarne le istanze, farsi carico della richiesta di rappresentanza che essi avanzano.

2. Senonché, la risposta che gran parte dello stato maggiore dell’Ulivo, a cominciare dal presidente della Margherita, ritiene di offrire alle proprie difficoltà, va precisamente nella direzione opposta. Si tratta di fatti noti, quindi non mette conto essere analitici. Del resto è chiaro quale scopo ci si illuda di conseguire con le minacce di espulsione rivolte alla minoranza Ds (rea di avere ottenuto che il partito votasse contro l’invio degli alpini a Tora Bora), con le scorciatoie procedurali (le decisioni a maggioranza), con le forzature organizzativistiche (lo speaker unico, il “lider maximo” invocato da Massimo Cacciari, la “pistola” Artemide puntata alle tempie dei partiti, di cui si auspica la confluenza dentro un Ulivo rifondato su basi moderate).
Si vuole far valere i numeri, finché si è (si ritiene di essere) in tempo. Fassino infatti l’ha detto con chiarezza, perorando la causa dell’assemblea generale dei parlamentari del centrosinistra. “La crisi dell’Ulivo dopo la spaccatura nel voto sull’Afghanistan è tale che non consente a nessun partito ambiguità e incertezze”. Ai Ds quindi si impone il “rafforzamento della linea uscita maggioritaria al congresso di Pesaro”. Punto e basta: la democrazia non è forse una questione di aritmetica? È la logica del maggioritario: chi vince un Congresso prende e tiene tutto sino al Congresso successivo, libero dai “lacci e lacciuoli” di minoranze ridotte a impotenti comparse. E pazienza se, nel frattempo, la sua linea coglie un florilegio di smentite, come viole e mammmole nel bosco Cappuccetto rosso. È, giova ripeterlo, un’impostazione irricevibile nel caso dei partiti non meno che quando si tratta del governo del paese.
Questa strada porterebbe al disastro. Lotte intestine, lacerazioni a catena (in specie dentro i Ds, epicentro della crisi) che né Rutelli né D’Alema si direbbero del resto paventare. La loro alleanza contro l’ala sinistra dell’Ulivo nasconde la speranza, che ciascuno dei due nutre contro l’altro, di fare piazza pulita dei dissenzienti e di conquistare lo scettro dell’opposizione. È la tipica miopia di chi ritiene di avere la vista più lunga di chiunque. Intanto, in mano a questa gente il centrosinistra appare allo sbaraglio, altro che recuperare i consensi persi da Berlusconi! Mentre il mondo trattiene il respiro sull’orlo della nuova guerra americana e l’Italia scopre il disastro della sua più grande industria, lo spettacolo che la dirigenza dell’Ulivo offre al paese appare a dir poco respingente.

3. Una strada alternativa c’è. Si tratta – a costo di risultare ripetitivi – di guardare alle cose concrete e in base ad esse di cercare, ciascuno, i propri compagni di strada. Lasciando perdere formule organizzative o parole d’ordine ideologiche. Di una di queste, in specie conviene, parlare qui un momento, visto che sta rapidamente diventando un nuovo tormentone.
“Riformista”: guai a chi non appare, ai capi dell’Ulivo, degno di questo appellativo. Così l’on. Rutelli si compiace di avere impresso una decisa “impronta riformista” alla coalizione, avendo detto sì agli alpini in Afghanistan. L’on. D’Alema, da parte sua, non perde occasione per chiarire che o si è “riformisti” (cioè d’accordo con le sue convinzioni), o si è ineluttabilmente destinati al “minoritarismo”. È chiaro il senso del discorso. Il “riformismo” viene agitato come una clava per minacciare gli avversari e per blandire i potenziali alleati. Ma siccome non si è padroni assoluti delle parole (a meno di non accontentarsi di parlare da soli), questo intento è stato lucidamente denunciato da Alberto Asor Rosa in un articolo sull’”Unità” del 13 ottobre scorso, del quale raccomandiamo la lettura.
In sintesi, Asor Rosa esprime un concetto chiave: considerato il livello dei conflitti sociali, politici, internazionali e delle crisi che scuotono alla radice il capitalismo, oggi o si è “radicali” (ed esclusivamente in questo caso anche “riformisti”), o si è solo dei “moderati”, comunque ci si voglia definire. Bene, vediamo allora il “profilo riformista” dell’Ulivo e dei suoi massimi dirigenti, passiamo in rassegna telegraficamente alcune delle questioni all’ordine del giorno.
Guerra: avendo votato sì all’invio degli alpini, Rutelli si guadagna sul campo gli encomi di Martino e Casini, e – con buona pace di D’Alema – l’ambito titolo di “Blair italiano” (La stampa, 5 ottobre); per recuperare il terreno perduto, D’Alema dichiara di non escludere affatto un voto favorevole all’intervento in Iraq: pazienza per Schroeder, rimasto soltanto per poche ore dopo la vittoria elettorale nel cuore del presidente Ds.
Conflitto sociale: Rutelli loda Cisl e Uil per la firma del Patto per l’Italia (“hanno contenuto i danni” provocati dall’ostinazione della Cgil) e attacca lo sciopero generale del 18 ottobre (“una protesta indetta un secolo fa” contro l’unità sindacale); a sua volta, D’Alema manda avanti una quarantina dei suoi parlamentari con un documento antisciopero e guida in Cgil la fronda “riformista”.
Fiat: Rutelli si dichiara pronto a “dare il proprio contributo” in Parlamento per sostenere le proposte del governo, guardandosi bene dal rivolgere la più tenue critica alla proprietà dell’azienda; Fassino va a Termini Imerese e subito fa sua l’ipotesi di vendita agli americani, senza chiedersi nemmeno se questa ipotesi (cioè, di fatto, il gemellaggio con la Opel) varrà a salvare le prospettive industriali della Fiat e se le migliaia di esuberi previsti da corso Marconi non servano proprio a garantire i guadagni dell’attuale proprietà in caso di cessione alla General Motors.
Si potrebbe continuare a lungo, ma la canzone non cambierebbe. Se questo è il “riformismo” del “nuovo Ulivo”, padroni e berluscones possono dormire sonni tranquilli e proseguire indisturbati nella rapina del bene pubblico e nello smantellamento della Costituzione: chi non li ha votati forse non li voterà neanche la prossima volta, ma certo non si scomoderà per sostituirli con chi medita “riforme” in linea con le loro.

4. Il ragionamento sin qui svolto può essere così riassunto: la crisi dell’Ulivo sta facendo chiarezza, consentendoci di scorgere una grande novità di questa fase, una novità intorno alla quale è necessario sviluppare una efficace iniziativa. Questa novità è la sempre più netta divisione interna dei Ds, la maggioranza dei quali risponde alle posizioni avanzate dalla minoranza radicalizzando la propria vocazione moderata e dissolvendo via via le residue differenze che sino a ieri la distinguevano dalla componente centrista della coalizione.
Non è questione di schemi né di geografie organizzative. Al contrario. Se mai vi è stato un momento in cui l’approccio organizzativistico (il discorrere di nuovi partiti o di formule federative, con tanto di organigrammi e di patti di consultazione) si sarebbe rivelato pregiudizievole, quel momento è proprio l’attuale. Lo diciamo a chi, anche tra i compagni che guardano con simpatia a Rifondazione, non cessa di riscoprire ciclicamente la necessità di inventarsi a tavolino nuovi soggetti politici. Un’”Artemide rossa” – per intenderci – non sarebbe meno devastante per la sinistra di quella concepita dai fondamentalisti del “piccolo Ulivo”. Altra è la strada che ci si apre dinnanzi, difficile ma promettente, almeno a giudicare dagli eventi di questi ultimi mesi.
C’è difatti al nostro cospetto un dato che consideriamo con la serenità che proviene dalle esperienze concrete. Le mobilitazioni contro le politiche sociali del governo e l’offensiva dei padroni, la continuità del movimento no global, capace da ultimo di far sentire la propria voce contro la violenza guerrafondaia degli Stati Uniti, la vivacità e l’ampiezza dei movimenti per la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto, hanno radicato nel paese una forza di opposizione sociale e politica nuova, collocata su posizioni realmente alternative, non riducibili a una variante avanzata dell’approccio neoliberista caratteristico dell’Ulivo sin dalla sua nascita. Si tratta di altro.
Si tratta del precipitato dell’esperienza della distruttività dell’attuale modello di sviluppo maturata in questi anni da soggetti – pezzi di sindacato, componenti di partiti, movimenti e associazioni di varia natura – ancora di recente convinti della possibilità di risolvere i problemi più gravi creati dal capitalismo introducendo appena qualche correttivo nelle politiche economiche imposte dalla Banca mondiale o dalla Banca centrale europea. Se questo è vero, se questo è il mutamento con cui abbiamo oggi a che fare, il còmpito è uno: fare ogni sforzo affinché questo variegato schieramento critico si estenda e si rafforzi, trovi sempre nuove sedi di confronto e di espressione, acquisti sempre maggiore capacità di incidenza nelle sedi della decisione politica e in quelle in cui si determinano gli orientamenti dell’opinione pubblica. Nel merito, occorre individuare poche opzioni fondamentali intorno alle quali concentrare il massimo dell’iniziativa.
A questo riguardo Bruno Casati e Dino Greco, negli articoli apparsi sul precedente numero de l’ernesto, hanno già detto l’essenziale e non si può non concordare con loro. Il no incondizionato alla guerra, la lotta per la piena occupazione, il rilancio del welfare, la riaffermazione del ruolo dell’intervento pubblico nella formazione e nella ricerca, lo stop alle privatizzazioni, la difesa intransigente della Costituzione e della democrazia (anche attraverso il ripristino del sistema elettorale a base proporzionale) costituiscono gli snodi irrinunciabili di un programma minimo intorno al quale fare crescere nel paese l’ala sinistra di un più vasto schieramento di opposizione in grado di contendere a Berlusconi e ai suoi il governo del paese.
Per questi obbiettivi il popolo della sinistra è tornato in forze nelle piazze d’Italia a dichiarare la propria rabbia e il proprio desiderio di unità. Le energie per renderli praticabili ci sono. Si tratta di raccoglierle e di lavorare, tutti insieme, per tradurli in realtà.