Costruiamo il Partito Comunista

Fatemi innanzitutto manifestare solidarietà alle compagne e ai compagni, purtroppo non pochi, che sono stati oggetto da dopo le elezioni di minacce e aggressioni in giro per l’Italia. C’è una recrudescenza fascista che si fa più baldanzosa – come è ovvio dopo questi risultati – e si manifesta nelle forme più diverse: dalle minacce sul web nei confronti del compagno segretario della Federazione di Roma, alle minacce a Catania contro il compagno Licandro e i compagni che dovrebbero entrare nelle nostre liste per le comunali. Inoltre, stanno avvenendo molte aggressioni a sezioni in giro per l’Italia. Non è una solidarietà ovvia. Lo dico perché è alto il rischio dell’autoreferenzialità nella nostra discussione. Così si perde di vista il contesto, quello che sta succedendo in Italia, che è davvero preoccupante. Perché se da un lato ci sono Fini simbolicamente presidente della Camera e Alemanno sindaco di Roma, c’è poi una galassia di fascisti e neonazisti, o di leghisti di estrema destra, che si sentono oggi protetti e che godono di una sorta di impunità. C’è il tentativo di derubricare i fatti di Verona, giganteschi, a bullismo: il presidente della Camera ha potuto dire che è più grave bruciare una bandiera che ammazzare un ragazzo. Vorrei che la nostra discussione si svolgesse tenendo conto di tutto questo, altrimenti perdiamo di vista quel che sta succedendo e quel che può ancora succedere in Italia. A proposito di bandiere israeliane bruciate, una precisazione, affinché non vi siano equivoci: se non ci fosse stato il Comitato centrale avrei sfilato a Torino, con i compagni, alla manifestazione contro la decisione di invitare Israele, come ospite d’onore, alla Fiera del libro. Come è noto l’ho già fatto in passato, attirandomi di tutto: dalle cartoline dell’ ambasciatore israeliano a Roma, mandate a tutti i deputati, con la mia foto insieme ad Arafat, e l’accusa di essere un terrorista, sino a una campagna dissennata contro il nostro partito e contro la mia persona. Dobbiamo provare a vedere il mondo non dalla feritoia del bunker dove siamo asserragliati, ma a 360 gradi. Ho sentito molte compagne e molti compagni fare proposte, tutte o quasi condivisibili, ma vi chiedo: noi abbiamo la forza per fare quello che diciamo di voler fare? Vi dico con molta schiettezza che la parola d’ordine che mi sono dato è “salviamo il salvabile”: primum vivere, e provare a porre le condizioni per un riscatto che avverrà quando si determineranno le condizioni nella società italiana.

Badate che la svolta a destra – complessiva, non solo degli equilibri politici ma anche del senso comune – è impressionante sotto tutti i punti di vista: da quello valoriale a quello della gerarchia dei problemi che vivono gli italiani: prima delle elezioni tutti i sondaggi dicevano che il primo problema. secondo i giovani. era il precariato; dopodichè gli elettori hanno votato quelle forze che dicevano di volerlo abolire. Attenzione: il fenomeno di americanizzazione passa anche attraverso il fatto che non voti più sulla base dei tuoi interessi materiali ma sulla base di grandi valori, di grandi opzioni, di parole d’ordine. E’ esattamente il modello americano per cui Bush ha potuto vincere con le battaglie antiabortive, con le battaglie della conservazione ultracattolica, dell’idea della potenza americana. Pagliarini diceva «si sentono tutti soli»: ma quando uno si sente solo la risposta è una risposta di destra, non di sinistra; perché la risposta di sinistra è quella della comunità, del collettivo, della classe. Non so quanti compagni abbiano chiaro – chiaro fino in fondo, con tutte le conseguenze che questo comporta – che si è aperta in Italia una fase di drammatica, lunghissima marginalizzazione dei comunisti. E’ tempo di fare un’analisi davvero schietta. La sinistra in Italia è fatta, oggi, da un partito che non è di sinistra, per sua stessa autodefinizione: Veltroni ha detto che il Pd non è di sinistra. Ma i vecchi elettori emiliani del Pci, hanno votato Pds, poi Ds e oggi PD hanno la percezione di essere di sinistra. Poi ci siamo noi. E’ questa la situazione attuale a sinistra. Nel mezzo c’è un pezzo di ceto politico che non a caso Veltroni ha subito chiamato: ieri hanno eletto Fava a coordinatore nazionale di Sinistra democratica e subito Veltroni lo ha chiamato: «parliamo ». E’ naturale che accada. I Verdi vanno a Congresso, nel disastro generale, ma con questa opzione: ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza per una parte di ceto politico dentro il Partito democratico. Anche nella stessa Rifondazione c’è un dibattito del genere. Non è esplicitato, nei documenti non leggerete niente di tutto ciò, ma è questo il dibattito che c’è dentro Rifondazione. Allora, in questo contesto, marginalizzare i comunisti diventa più facile. Perché siamo pochi.

Nel mondo le cose vanno decisamente peggio, ma non è una grande soddisfazione. Anche se io – sarà forse per una mia vecchia appartenenza internazionalista – continuo a pensare che sia utile avere un movimento crescente in America latina, ma anche in Europa per certi versi e aggiungo, sapendo che questo è un tema di discussione, anche in Libano e in Medio Oriente, dove abbiamo rapporti significativi ed una interlocuzione positiva. Avere questo quadro mondiale è utile anche a noi, che facciamo parte di un contesto internazionale; e ne facciamo parte, solidamente, proprio per il buon lavoro che è stato svolto.

Ma tornando all’Italia: come si esce dalla marginalità? In un tempo lungo, compagni. Si esce sapendo di essere minoranza ma praticando una politica che cerchi di non essere minoritaria. Qui è stata fatta una distinzione, un po’ di lana caprina, dicendo “dobbiamo parlare ai comunisti e non alla sinistra”. No, compagni. Si parla a tutto il paese. Non è che si parla alla sinistra o ai comunisti, si parla a tutta la società italiana, perché dobbiamo avere l’ambizione di andare a riprendere i voti popolari che non sono più andati a sinistra. Il rischio più grande è la inutilità. Uso volutamente questa espressione forte. Il rischio più grande per una forza come la nostra non è quello di “essere percepiti” come inutili, ma di “essere” inutili. E possiamo essere inutili in due declinazioni. Da un lato dicendo “ma in fondo anche se si fa solo testimonianza va bene”. No, non va bene. I comunisti non hanno mai fatto testimonianza. I primi cristiani lo hanno fatto, ma quelli erano i martiri. Noi oggi siamo nicchia compagni, ma non dobbiamo limitarci alla nicchia, non dobbiamo essere felici di essere nicchia. E il rischio che la sconfitta determini una chiusura è serio. Però, ho detto, c’è anche un altro rischio: e cioè i compagni e le compagne che sono intervenuti e dicono: “sì, l’Arcobaleno è fallito, ma è fallito perché è stata un’operazione di vertice… è stato fatto male… c’è stato un problema di tempo…”. Compagni l’Arcobaleno è fallito. Punto. E continuare a inseguire quella strada è perseverare diabolicamente. Non c’è più nulla al di fuori dei comunisti. Non ci sono più le forze politiche. C’è un popolo. Altrochè. E a quel popolo noi dobbiamo rivolgerci. Qualcuno ha detto: “avete stravolto la linea”. Anzi, che io ho stravolto la linea la sera delle elezioni, quando sono andato in televisione e ho detto: «Compagni, nervi saldi; ripartiamo da quello che c’è; ripartiamo dai comunisti». Vorrei ricordare che a più riprese noi abbiamo detto a Rifondazione comunista, da due anni a questa parte, che erano finite le ragioni che avevano portato alla scissione del ‘98. Compagni, abbiamo una memoria cortissima. Abbiamo chiuso la Festa nazionale di Rinascita, l’anno scorso, con una cosa inconsueta: io e Giordano insieme. Non il comizio del segretario, ma un incontro a due. Quindi questo passaggio di riunificazione, per lo meno dei due partiti comunisti esistenti, non è un’acquisizione del lunedì pomeriggio; è una cosa che avevamo già maturato e sostenuto da un paio d’anni a questa parte. Voglio dire una cosa a chi ha parlato di stravolgimento della linea: compagni, se il segretario del partito non fosse andato in televisione quella sera, a lanciare un messaggio positivo, di tenuta, il rischio “otto settembre, tutti a casa” in questo partito ci sarebbe stato. Se stiamo qui a discutere di come procedere verso questo nuovo inizio è appunto perché il partito ha tenuto. Dovevamo stare zitti? Dovevamo attendere di poter riunire il Comitato centrale, magari dopo una settimana o dopo il secondo turno alle amministrative? Compagni, dopo quel risultato bisognava essere in campo subito. E’ da qui che nasce l’idea della riunificazione delle forze comuniste in Italia.

Non voglio eludere il tema politico del Partito Democratico, perché sarà oggetto della discussione congressuale. Ma voglio essere molto netto e spero di essere altrettanto chiaro: a questo Partito democratico, con questo gruppo dirigente, con questa linea, con questa impostazione sotto tutti i profili (quello economico, quello istituzionale, quello internazionale), noi siamo alternativi. Non possiamo non essere alternativi al Pd. Ma possiamo accontentarci di dire questo? O non dobbiamo incalzare per far emergere le contraddizioni dentro il Partito democratico? Va articolato il giudizio. Evitiamo le semplificazioni. Il compagno Chieppa, ancora una volta, faceva l’esem- pio di Torino, dove governiamo insieme con il Pd. Ma in tutta Italia, dove il centro sinistra è al governo delle amministrazioni locali – tranne in Campania, dove com’è noto siamo all’opposizione, unici – noi governiamo col Pd. Laddove c’è un governo territoriale di centrosinistra noi siamo al governo con il Pd. Allora noi dobbiamo capovolgere il tema e dire: vi sono le condizioni programmatiche per un’alleanza col Pd? Laddove queste condizioni vi sono noi siamo alleati col Pd. Su scala nazionale, oggi, con questi equilibri, con questa linea, non possiamo allearci con il Partito Democratico, e infatti siamo alternativi. Ma attenzione a mettere sullo stesso piano Pd e Pdl. Non che lo abbia fatto qualcuno qui, ma è bene precisarlo. Attenzione, perché ancora una volta saremmo di uno schematismo e di una rozzezza assoluta, pari a quella di quando Bertinotti diceva «centrodestra e centrosinistra per me pari sono». Non sono pari.

Su questa linea, che è la politica delle alleanze, articolata, non c’è una posizione tranchant che valga per tutti i luoghi e per sempre. Noi siamo disinteressati a questo dibattito? Credo di no. Perché noi dobbiamo operare politicamente sulla base delle diverse condizioni che di volta in volta si determinano. E secondo me – questo, ripeto, sarà oggetto di battaglia congressuale – noi non dobbiamo tifare per D’Alema o per Veltroni. Può darsi che D’Alema proponga una cosa per noi persino peggio di quella che propone Veltroni. Perché, come ho detto nella relazione, D’Alema vuole aprire alla sinistra ma vuole aprire a quel pezzo di sinistra “buona”, “presentabile”. Noi ora dobbiamo preoccuparci della nostra linea politica e declinarla, da qui fino a quando sarà – io temo per i prossimi cinque anni che durerà il governo Berlusconi – dicendo che laddove è possibile fare le alleanze si faranno e laddove non è possibile no. Ma non possiamo autoescluderci da tutto perché sarebbe un suicidio politico. Cosa proponiamo? Proponiamo l’adesione all’appello che è stato avanzato da un gruppo i cui primi firmatari ormai tutti conoscete. L’appello chiede una cosa a noi, al Prc e a tutti i comunisti d’Italia che non fanno parte del Pdci e di Rifondazione: siete disponibili ad avviare un processo che per ricostruire la sinistra inizi dai comunisti? Noi, come Direzione e ora lo chiedo al Comitato centrale, rispondiamo di sì: siamo disponibili ad avviare questo processo. E oggi, in questo Comitato centrale, indiciamo un Congresso nel quale si mette il nostro partito a disposizione di questo processo unitario tra i comunisti. Tuttavia, noi non stiamo facendo un Congresso di scioglimento del Pdci. Stiamo facendo un Congresso nel quale il Pdci sceglie una linea. Questa linea è quella che può portare – ovviamente molto dipenderà da quello che succede dentro Rifondazione – nel giro dei mesi successivi a un nuovo (non “grande” compagni, non usate questo termine) Partito Comunista. Un partito che non si potrà chiamare Pci – perché il nome è proprietà dei Ds – ma che si potrà chiamare “Partito Comunista”, in modo tale che si superino le vecchie sigle, le vecchie appartenenze. Io credo che questo si possa fare, ma non dipende solo da noi. E dunque noi rischieremmo, se facessimo un Congresso di scioglimento, di essere gli unici che si sciolgono: bel risultato. Francamente la nostra linea è che siamo pronti alla riunificazione ma vediamo quali sono le forze in campo.

Molto in questo processo di riunificazione dipenderà anche da Rifondazione comunista: da chi vincerà in quel partito; se chi vincerà andrà verso un sostanziale scioglimento in direzione della riedizione di un Arcobaleno rinnovato e rivisto; o se rimarrà il Partito della Rifondazione Comunista in quanto tale; o se si staccheranno dei pezzi. Al momento non lo sappiamo. Possiamo fare previsioni ma sono previsioni che si valuteranno tutte nel corso di due mesi, non di più. Allora noi dobbiamo avere la grande capacità – e facciamo il Congresso in parallelo anche per questo – di modulare la proposta politica sulla base di quello che succede dentro Rifondazione. E io sono per fare il nostro Congresso nel modo più accogliente possibile, se ci riusciamo. Accogliente significa che noi non chiediamo banalmente “venite con noi”. Noi vogliamo andare tutti insieme in una cosa possibilmente più grande.

La platea potenziale è fatta da quelli che due anni fa hanno votato per noi e per il Prc. E poi c’è una platea di giovani, giovanissimi, che sono quelli di “un altro mondo è possibile”, che ingenuamente, quando dicono “un altro mondo è possibile” declinano, in modo nuovo perché sono giovani, quello che diciamo noi, che vogliamo cambiare il mondo, che vogliamo superare il capitalismo, che vogliamo combattere l’imperialismo. Mi ha colpito l’intervento di Barsella quando ha detto: «Ho scoperto dopo di essere comunista, ma io già pensavo che il capitalismo non fosse l’ultimo approdo dell’umanità». E’ così, è un processo, è una maturazione. Allora dobbiamo fare in modo che questo progetto collettivo abbia un appeal, che rappresenti aria fresca, che ci permetta di incontrare e reincontrare i giovani, i lavoratori precari, che non ci guardano come un punto di riferimento evidentemente perché non facciamo abbastanza. Se nelle borgate romane i giovani vengono aggregati dai fascisti, sarà un problema nostro? Certamente è un problema nostro. Allora tutto questo deve essere fatto non con formule vecchie e schemi vecchi, ma viceversa deve essere fatto con la più grande apertura verso il futuro.

Come contributo al dibattito pubblichiamo un’ ampia sintesi delle conclusioni del segretario nazionale del PdCI, Oliviero Di liberto, al Comitato Centrale degli scorsi 10 e 11 maggio