Costituire in ogni luogo di lavoro i Comitati per il NO

Il pessimo accordo siglato su pensioni e mercato del lavoro da governo e sindacati va radicalmente cambiato. Ma le prospettive a tale riguardo sono tutt’altro che positive. Non solo si è creato un nocciolo duro, composto da settori del governo e del sindacato, che esplicitamente richiamano l’immodificabilità di quegli accordi, ma è in corso una campagna allarmista che tende ad accreditare l’idea che la rimessa in discussione di quella intesa metterebbe a rischio la sopravvivenza del governo. In particolare è del tutto evidente nel dibattito in corso il tentativo di derubricare definitivamente la questione dell’età pensionabile, mentre alcune timidissime aperture sul precariato potrebbero produrre modifiche complessivamente marginali (la detassazione degli straordinari rappresenta, insieme, sia un prolungamento di fatto dell’orario di lavoro che un ulteriore regalo ai padroni, dopo l’enorme spostamento di risorse verso le imprese già presente nella precedente Finanziaria Prodi. E la detassazione viene giudicata da Damiano immutabile). La stessa enfasi che viene posta in questi giorni sulla necessità di comprimere la spesa pubblica e il proposito, già espresso nelle risoluzioni votate alle camere sul Dpef, di sostenere nuove spese solo attraverso paralleli tagli su altre voci, evidenzia il tentativo – fra l’altro – di precludere ogni possibilità di rimessa in discussione dei contenuti degli accordi facendo leva sulla drammatizzazione della situazione finanziaria del paese, oltre ogni ragionevole considerazione. La partita, quindi, è tutt’altro che facile. Essa richiede per essere giocata la capacità di sostanziare una battaglia a livello di governo con una mobilitazione dal basso. L’indizione della manifestazione del 20 di ottobre può avere in questo senso un ruolo importante, anche se è evidente che questo appuntamento non solo è fortemente osteggiato dalle componenti moderate del governo, ma incontra forti resistenze all’interno delle stesse forze della sinistra radicale, al punto da rischiare di pregiudicarne l’attuazione, o di snaturarne il significato o, infine, di comprometterne la piena riuscita. E invece quella manifestazione va fatta, senza timori o riserve. Le ragioni sono evidenti: nel governo del paese è in corso uno scontro fra opzioni politiche diverse, ma soprattutto su diverse piattaforme sociali. Gli accordi di luglio sono figli di un’impostazione moderata che considera come obiettivi fondamentali la compressione della spesa pubblica e lo sviluppo dell’impresa, anche a prezzo di non intervenire sulle disuguaglianze sociali. Se non vi è una iniziativa di massa e un segnale molto forte non solo non sarà possibile rimettere in discussione i contenuti di quegli accordi, ma questa impostazione troverà legittimazione e si consoliderà. Dobbiamo avere, tuttavia, la piena consapevolezza che l’iniziativa del 20, se non si accompagnerà ad una mobilitazione del mondo del lavoro, perderà gran parte della sua efficacia. Potrà costituire un segnale importante, ma segnerà di fatto un isolamento. La consultazione dei lavoratori sugli accordi di luglio, da parte delle confederazioni sindacali, costituisce quindi un momento decisivo, rispetto al quale sarebbe grave assumere una posizione reticente o defilata. Sappiamo bene che le organizzazioni sindacali intendono chiamare i lavoratori ad esprimersi favorevolmente agli accordi sottoscritti e si può prevedere che le modalità di consultazione verranno concepite in modo tale da favorire questo risultato. Per questo è essenziale, in primo luogo, non solo ribadire la necessità della consultazione, ma anche la necessità di una sua modalità di svolgimento che consenta non solo un pronunciamento consapevole, ma che permetta effettivamente l’esplicitarsi di posizioni alternative. Al di là di questo, tuttavia, quello che resta determinante è far crescere nei luoghi di lavoro una piena consapevolezza della posta in gioco. I pronunciamenti che hanno accompagnato la notizia degli accordi da parte di organizzazioni di categoria (in primis la Fiom, ma non solo) o di organizzazioni territoriali del sindacato, o di singole rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro, hanno evidenziato che esiste un malumore diffuso. Questo disagio deve trovare canali e organizzazione. Per questa ragione riteniamo che a questo punto sia decisiva la costituzione di “comitati per il no” agli accordi di luglio, su alcuni obiettivi fondamentali: dal rifiuto dell’allungamento dell’età pensionabile, alla rivendicazione di un intervento incisivo contro la precarietà, per il ripristino della precedente normativa sugli straordinari. Comitati che si possano costituire anche su basi territoriali e intercategoriali. Sulla questione della modalità della consultazione e sulla proposta da sostenere nel dibattito non può esistere una sorta di monopolio delle organizzazioni sindacali. Chiunque ha il diritto di intervenire. Lo hanno i lavoratori e lo hanno le stesse organizzazioni politiche. Sarebbe molto grave che in nome di un equivoco rispetto dell’autonomia sindacale di fatto si lasciasse che questo appuntamento decisivo si consumasse in una sorta di “vuoto pneumatico”.

Per questo è indispensabile che la sinistra e i lavoratori scendano in campo e lo facciano con chiarezza e subito. In ogni fabbrica – dunque – e in ogni luogo di lavoro, dagli ospedali agli uffici postali, dalle scuole alle ferrovie, dai cantieri navali a quelli edili, parta la costituzione dei comitati per il no. E’ questo un passo decisivo, contro gli accordi di luglio ma anche per riavviare il conflitto sociale, oggi quanto mai necessario.