Cosa nasconde la crisi in Darfur

*Autore di diversi saggi sulla geopolitica del petrolio

Cosa c’è in ballo nella guerra intestina del Darfur? Il controllo sul petrolio, grandi quantità di petrolio. Il caso del Darfur, un dimenticato pezzo di territorio arrostito dal sole nella parte del sud ovest del Sudan, è il teatro di una nuova guerra fredda per il petrolio. L’incremento drammatico della domanda di petrolio da parte della Cina, per spingere in alto l’incredibile crescita economica, ha portato Pechino ad adottare una politica aggressiva, diciamo cosi ironicamente, della diplomazia del dollaro. Con i suoi oltre 1,3 trilioni di dollari che rimpinguano le riserve della Banca centrale cinese, Pechino si sta impegnando in un’attiva strategia geopolitica per il petrolio, e l’Africa rappresenta il suo maggiore luogo di attrazione, con particolare riferimento alla regione tra il Sudan e il Ciad (dove si trova il Darfur), che ne costituisce una delle priorità. Questa regione è in definitiva il più importante fronte, oltre a quello dell’Iraq, della nuova Guerra Fredda tra Pechino e Washington per il controllo delle maggiori risorse energetiche. Fino ad ora Pechino ha giocato la sua carte in maniera più intelligente rispetto a Washington. Nei mesi recenti, la Cina si è imbarcata in una serie di iniziative disegnate per assicurarsi petrolio grezzo per un lungo termine da una delle regioni maggiormente dotate, il subcontinente africano. Nessun materiale grezzo più del petrolio ha assunto un’alta priorità per le politiche di Pechino, dal momento che oggi si stima come circa il 30% del petrolio grezzo importato proviene dall’Africa, elemento questo che spiega la straordinaria quantità di iniziative diplomatiche che hanno lasciato Washington furioso. La Cina sta utilizzando crediti che non sono legati al dollaro per avere accesso alla ricchezza del greggio africano, lasciando fuori gli Usa dalle politiche di controllo che esercita attraverso la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Chi ha bisogno delle dolorose medicine del Fondo monetario internazionale quando la Cina concede facili condizioni e costruisce le infrastrutture come le strade e le scuole di cui hanno bisogno i paesi africani? Lo scorso novembre, la Cina ha ospitato uno straordinario summit a cui hanno partecipato 40 capi di stato africani: in quell’occasione è stato predisposto un piano per il petrolio, che lega la il paese asiatico con due grandi nazioni africane come Nigeria e Sud Africa. La Cnooc (Cina National Oil Company) preleverà il greggio dalla Nigeria tramite un consorzio che include la South African Petroleum Company, in tutto circa 175.000 barili al giorno a partire dal 2008. E’ un piano che costa 2,27 miliardi di dollari, ma che consentirebbe alla Cina il controllo del 45% delle piattaforme off-shore nigeriane. In precedenza, la Nigeria è stata considerata da Washington come uno degli asset strategici per l’alleanza angloamericana sul terreno delle forniture di risorse energetiche attraverso le multinazionali come Exxonmobil, Shell e Chevron. La Cina è stata assai generosa nel dispensare prestiti a condizioni favorevoli, a tasso di interesse zero e attraverso concessioni dirette ad uno dei paesi più poveri dell’Africa. Il prestito è stato elargito sotto forma di costruzioni di autostrade, ospedali, scuole, in assoluto contrasto con le politiche di austerità promosse dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Nel 2006, la Cina ha elargito sotto forma di aiuti svincolati da condizioni 8 miliardi di dollari a Nigeria, Angola e Mozambico, contro i 2,3 miliardi donati ai paesi subsariani dalla Banca Mondiale. Il Ghana sta negoziando un prestito di 1,2 miliardi per la fornitura di elettricità. Diversamente dalla Banca mondiale, braccio della politica estera economica degli Usa, la Cina in maniera scaltra non pone delle condizioni ai suoi prestiti. Questo tipo di diplomazia, legata all’acquisizione del petrolio, ha spinto gli Usa alla bizzarra accusa che Pechino voglia assicurarsi “il petrolio alla fonte”. Il conflitto in Sudan è fortemente legato a questo contesto generale e all’accaparramento delle risorse energetiche. La Compagnia nazionale del petrolio cinese – China National Petroleum Company (Cnpc) -, è il più importante investitore straniero in Sudan, con i suoi 5 miliardi investiti per lo sfruttamento del suolo. A partire dal 1999, la Cina ha investito nel paese africano circa 15 miliardi di dollari. La Cnpc possiede circa il 50% di una raffineria petrolifera vicino Kharrtoum, e sta costruendo un oleodotto che attraverserà il Darfur per terminare a Port Sudan, sul Mare Rosso, dove il greggio verrà trasportato da petroliere cinesi verso la madrepatria. Per il momento, l’8% del petrolio cinese proviene dal Sudan, ma la Cina incrementerà l’estrazione, che in futuro potrebbe arrivare fino a 500.000 barili al giorno. Il Sudan l’anno scorso è stato il quarto paese esportatore di petrolio verso la Cina, in un contesto che vede Pechino superare il Giappone per diventare il secondo importatore di greggio dopo gli Usa, con 6,5 milioni di barili di oro nero al giorno. Le concessioni approvate dal governo sudanese riguardano lo sfruttamento di sei aree che si trovano nel cuore del Darfur, vicino al confine con il Ciad e la Repubblica Centrafricana. Nell’aprile 2005, il governo sudanese ha annunciato di aver individuato riserve di petrolio nel sud del Darfur, valutando una stima futura di più di 500.000 barili al giorno. La stampa mondiale ha dimenticato di riportare queste informazioni, che sono alla base del conflitto odierno, mentre il genocidio rimane il tema preferito, con Washington nei panni del direttore di orchestra, curiosamente, mentre tutti gli osservatori ammettono che il Darfur è stato testimone di una delle più terribili espulsioni di massa dai propri territori che ha causato, anche, la morte di 300.000 persone. Solo Washington e le Ong ad essa legate usano il termine genocidio per descrivere il Darfur. Se gli Stati Uniti fossero capaci di ottenere il consenso popolare per porre fine al genocidio, si aprirebbe la possibilità per un drastico cambiamento di regime con l’intervento della Nato. Per Washington il Sudan è la sola nazione che ha causato un genocidio. Sostenuti dai paesi confinanti, esistono due gruppi armati in Darfur, il Movimento per l’uguaglianza e la giustizia (Jem) e un secondo, più grande, che è l’Esercito di Liberazione del Sudan (Sla). Nel febbraio del 2003 il Sla ha lanciato un attacco contro le postazioni governative, accusando Khartoum di ignorare il Darfur: l’obiettivo del gruppo armato è quello di creare uno stato unito e democratico del Sudan, in altre parole di cambiare il regime. Il Senato americano ha adottato una risoluzione nel febbraio 2006 nella quale chiedeva alla Nato di inviare l’esercito in Darfur, mentre, un mese dopo, si pensava ad una missione di peacekeeping con un mandato robusto. Il Pentagono ha operato a lungo e intensamente per l’addestramento di militari africani negli Stati Uniti, utilizzando le stesse modalità con le quali ha agito in Sudamerica per decenni. Il programma, chiamato “International military education and trainning”, ha addestrato ufficiali provenienti da Ciad, Etiopia, Eritrea, Camerun e Repubblica Centrafricana: non deve sfuggire il fatto che diversi di questi paesi confinano con il Sudan. Mentre gli aiuti allo sviluppo per i paesi dell’Africa subsahariana, incluso il Ciad, sono crollati in questi anni, quelli militari sono cresciuti. Il petrolio è alla base di queste manovre strategiche, e gli Usa sapevano da tempo che tutta la regione attraversata dal Nilo, come le zone circostanti, erano ricche di oro nero. Le più grandi “majors” del petrolio Usa conoscevano la ricchezza di materie prime del Sudan già a partire dagli anni ’70 del novecento, quando l’allora presidente sudanese Jafaar Nimeiri, dopo aver rotto le relazioni con l’Unione Sovietica, concesse alla Chevron di estrarre il petrolio dal proprio sottosuolo. Essa individuò una grande quantità di riserve petrolifere nella parte meridionale del Sudan, investendo 1,2 miliardi di dollari, ma innescando anche la miccia della seconda guerra civile sudanese nel 1983, nel corso della quale la Chevron è stata bersaglio di numerosi e ripetuti attacchi e costretta a sospendere il progetto nel 1984, per poi cedere nel 1992 la concessione per l’estrazione di petrolio. La Cina approfittò della situazione e iniziò a estrarre petrolio dallo stesso terreno della Chevron a partire dal 1999 con notevoli risultati. La Segretaria di Stato Condoleeza Rice ha dato il via, con il consenso di Chevron ed Exxon, alla costruzione di un oleodotto in grado di trasportare 160.000 barili al giorno da Doba, nella parte centrale del Ciad vicino al Darfur, al Camerun, per poi raggiungere l’Oceano Atlantico, destinazione Stati Uniti. Per poter realizzare questo progetto, Washington ha instaurato ottimi rapporti con il presidente del Ciad, Idris Deby, un despota corrotto accusato di sostenere con armi i miliziani del Darfur. Egli ha partecipato alla “Pan Sahel Iniziative”, un programma di antiterrorismo creato dal comando euroameri- cano del Pentagono, con l’obiettivo di addestrare le proprie truppe per combattere il terrorismo islamico. Nel 2004 il Ciad ha lanciato un iniziale attacco che di fatto ha innescato il conflitto in Darfur, usando membri dell’elite della guardia presidenziale e fornendo di armi anche ai gruppi locali. Il sostegno militare statunitense a Deby è stata la causa che ha portato al bagno di sangue nel Darfur, mentre Khartoum ha reagito con durezza all’attacco e le Ong vicine a Washington hanno denunciato genocidi non provati come pretesto per un possibile intervento delle truppe Onu o Nato. Nessun interesse per i diritti umani, utilizzati come pretesto, ma i reali obiettivi Usa sono bel altri. La campagna contro il genocidio in Darfur è iniziata nel 2003, nello stesso periodo in cui l’oleodotto tra Ciad e Camerun iniziò ad essere attivo. Gli Usa hanno un presidio in Ciad per accaparrarsi il petrolio sudanese e cooptare nuove risorse oramai sotto il controllo delle compagnie cinesi. I militari americani hanno una forte presenza nella regione – e più in generale in tutto il Corno d’Africa – e stanno aiutando il contingente militare dell’Unione africana dispiegato in Darfur, considerato neutrale e di interdizione, dove la Nato fornisce appoggio logistico di terra e aereo. Il completamento dell’oleodotto, finanziato anche dalla Banca mondiale, che collega il Ciad al Camerun fa parte di una più complessiva strategia Usa per il controllo delle ricchezze petrolifere dell’Africa Centrale, destinata a condizionare anche il Golfo di Guinea. Negli ultimi mesi, però, la situazione ha subito un’evoluzione, sicuramente poco gradita a Washington. Deby ha iniziato a non essere più soddisfatto delle scarse entrate che ricava dai profitti dell’estrazione di petrolio dalle multinazionali Usa, ma quando ha chiesto insieme al Parlamento nei primi mesi del 2006 di aumentare la percentuale, con l’obiettivo di finanziare le operazioni militari e rinforzare il suo esercito, l’allora presidente della Banca mondiale, nonché architetto della guerra in Iraq, Paul Wolfowitz, ha deciso di sospendere i prestiti al paese africano. In seguito, lo scorso agosto, dopo la rielezione alla presidenza, Deby ha deciso di creare una compagnia petrolifera nazionale – la SHT – e minacciato di espellere Chevron e Petronas per non avere pagato le tasse dovute, rinnovando la propria richiesta del 60% dei dividendi dell’oleodotto. In conclusione, le due parti sono giunte ad un compromesso, ma le relazioni sono complicate, anche perché il presidente del Ciad deve fare fronte ad una crescente opposizione interna capeggiata dal Fronte unito per il cambiamento, organizzazione che si presume sia stata fondata segretamente dal governo del Sudan. Dentro questa situazione assai instabile, Pechino ha offerto un sonoro aiuto in termini monetari: lo scorso gennaio, infatti, il Presidente cinese Hu Jintao ha fatto una visita di stato in Sudan e Camerun, nel corso di in un tour che l’ha visto impegnato in incontri con almeno 48 capi di stato africani. Nell’agosto 2006 Pechino ha ricevuto il Ministro degli esteri del Ciad per riprendere i rapporti diplomatici interrotti nel 1997, impostando accordi che prevedono l’acquisto di greggio. Non parliamo di cifre significative, ma se Pechino ha intrapreso questo cammino presto le cose cambieranno. Lo scorso aprile, poi, lo stesso Ministro degli esteri ha annunciato dei colloqui con la Cina per una più ampia partecipazione nello sviluppo delle tecniche di estrazione del greggio del Ciad, definendo questo accordo come “molto più paritario di quanto non sia stato prima”. La presenza economica cinese in Ciad, ironicamente, avrà un peso effettivo nel calmare la situazione nella regione, suscitando la rabbia di Washington e del quartier generale della Chevron. Il Ciad e il Darfur fanno parte di una più vasta strategia cinese, che è quella di assicurarsi il petrolio africano direttamente alla fonte, ma essa si scontra con le mire strategiche e militari dell’amministrazione Bush, disposta a difendere i propri interessi economici con la forza, a partire dalla nuova base militare costruita nel principato del Sao Tome,124 miglia distante dal Golfo di Guinea, attraverso la quale può controllare le piattaforme petrolifere del Golfo di fino a Gabon e Angola. “Il petrolio dell’Africa dell’ovest è diventato di interesse nazionale strategico per noi”, ha affermato il Segretario di Stato Usa incaricato per gli affari in Africa, Walter Kansteiner. Il Darfur e il Ciad sono un’estensione della politica americana in Iraq, “con altri mezzi” per il controllo del petrolio, ma qui hanno di fronte un rivale ostico. Tale conflitto equivale a una non dichiarata guerra fredda per il petrolio.

Traduzione a cura della redazione