“Cosa Cambia”: un romanzo contro la menzogna e l’oblio

“Cosa cambia”, di Roberto Ferrucci, (Marsilio editore, 188 pagine, 16 euro), è un romanzo forte, non piattamente “verista”, poiché la forza del linguaggio garantisce una capacità evocativa che ci porta anche al di là di ciò che viene raccontato (nel senso che il racconto delle giornate di sangue genovesi non è solo trama, ma si fa metafora del nuovo ordine capitalistico); nel contempo è un’opera letteraria che nulla concede ai tempi, alle mode, al mercato, che nulla ha a che vedere con certa letteratura “giovanile” italiana, dal ridicolo “splatter” filoamericano ad un “realismo magico” di provincia che sta a Garcia Marquez come un barattolo di Coca Cola pestato da nostra figlia potrebbe stare ad Andy Warhol o ad una tela squarciata di Burri. In Cosa cambia la protagonista è Genova. Non è una novità che in letteratura la città divenga l’attrice principale, entro la quale, e per la quale, vivono i coprotagonisti: la Dublino di Joyce, la Firenze di Pratolini, la Trieste di Svevo, la Chicago di Dashiell Hammett. A volte la città è trasfigurata, si fa proiezione dell’incubo che attraversa il protagonista: è la Londra di Mary Shelley, nel “Frankenstein”. A volte è surreale e solare: è la Milano di Cesare Zavattini. Nella Genova di Roberto Ferrucci accade qualcosa di diverso: la città rovescia se stessa e si presenta con una maschera orrorifica, tutto buio e minaccia. E’ un’impressione netta, frutto (oltre che della realtà) della tessitura semantica di Ferrucci: sembra che ad emergere sia la rete fognaria e che la Genova di superficie si interiorizzi, cioè – letteralmente- sprofondi e si rapprenda nelle proprie interiora. Perché è la Genova del luglio 2001, quella del G8, del sangue versato dai macellai messicani in divisa italiana, di Gianfranco Fini a dirigere le operazioni di polizia come un Pinochet risortogli dalle viscere, la Genova di Carlo, il ragazzo. Spesso, chi vede Genova se ne innamora: il lungomare, le minuscole trattorie col pesce fresco, i “carrugi”, attraversati dal profumo del “pesto” e dalla musica e le parole di Gino Paoli, Luigi Tenco, Piero Ciampi, Fabrizio De André: nella “Zena” di Ferrucci, del luglio 2001, tutto scompare: se ne va anche Via del Campo, strada e canzone, e di De Andrè rimangono solo – appropriatamente citate nel romanzo – le parole : “ E se credete ora che tutto sia come prima/ perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina/ convinti di allontanare la paura di cambiare/ verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte/ per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Il personaggio centrale del romanzo, “un po’ no-global un po’ giornalista”, torna a Genova anni dopo il massacro, “entra nella stanza 914 di un anonimo albergo e vi si sistema come nel cuore del suo racconto”. In verità torna a Genova per tutti noi, per rievocare l’orrore, perché la repressione e la ferocia del potere non passi dal mito negativo al nulla, in un percorso mnemonico e psicologco già visto, di tipo filmico, per cui al picco della denuncia necessariamente urlata non corrisponde la solidificazione della memoria, la trasformazione del senso comune – per dirla con Gramsci – in coscienza, politica e di classe. Torna a Genova per tutti noi e di nuovo ci porta nelle giornate “urticanti” dello stadio Carlini, di Piazza Alimonda, della scuola Diaz. Torna e ripercorre “Zena” perché sa che la letteratura – quando è tale – può farcela, meglio della ricorrenza, delle medaglie postume e dei discorsi dei politici, a rendere viva la memoria, a non dimentiCarlo. E Cosa cambia è letteratura buona, è lo srotolarsi di una vicenda personale, di amori che nel fuoco genovese nascono e mutano: è il racconto di quelle storiche giornate che attraverso gli occhi e “ i fatti personali” di un giovane permette al romanzo di superare il rischio del phamplet e divenire invece voce di una generazione. Come in un lungo ed ipotetico racconto di un agguato, Genova è divisa in due: prima viene quella del silenzio raggelante, della città svuotata, degli occhi freddi dei macellai schermati dai caschi, dei manganelli elettrici distesi lungo le tibie: la città della tigre tesa ed immobile prima del balzo di morte: poi viene l’urlo e il furore. Alla prima, alla città svuotata, appartengono anche piccole cose, che Ferrucci ricorda (ed è la poesia che diviene vettore politico, memoria): “Niente mutande e reggipetto ai balconi, aveva ordinato Berlusconi. Non è bello. Gli otto grandi avrebbero potuto non gradire, anche se forse era quello più piccolo ad avere pensieri tanto elevati”. Ma poi vi è l’incontro con un blindato, ancora fermo, immobile, ma già preannuncio dell’inferno: “ Minaccioso, imponente, terrorizzante. Ruote enormi, i finestrini come delle piccole feritoie… L’azzurro, brillante, compatto, mi faceva pensare ad una riverniciatura fresca, fatta apposta per l’occasione… L’abbiamo visto tutti, il sabato successivo, a piazza Kennedy, questo blindato o un suo gemello, spazzare via una macchina bianca e dirigersi dritto come una palla da bowling verso i manifestanti…”. E i cavalli : “Mi si pararono davanti come se fossero usciti dal nulla… I ca – valli in assetto antisommossa, messi in fila uno accanto all’altro sotto al Ponte Monumentale. Portavano caschi in plexiglas e briglie speciali. Davanti agli oc – chi avevano una visiera trasparente e la coda era legata, bloccata da dei cosi di cuoio da film sadomaso”. Tutto sembrava paralizzato. Come per ingannare il tempo. “Ma non dovrai ingannarlo a lungo”, scriveva De Gregori: e la guerra esplode. “Magdalena racconta di come sia stata sorpresa nel sonno, svegliata di soprassalto da un botto… e poi le urla dei poliziotti, urla di minaccia, mica di paura, e li hai sentiti salire le scale, di corsa, calpestando chi stava ancora dormendo… Avanzavano irriconoscibili verso di lei dentro ai loro caschi blu. Troppi, verso di lei… Si rannicchiò, Magdalena. Ritorni feto quando cerchi di proteggerti…Tirò su d’istinto le mani a riparare la testa dai calci, dalle manganellate… e quelli il bersaglio lo beccavano sempre, ché anche le braccia e le mani sono di carne, di ossa. Meno fragili del cranio, ma fanno un male cane anche lì… Scrock. Questo – immaginatevelo – il rumore. La punta rinforzata dall’anfibio addosso alle costole di Magdalena… Scaraventata contro il muro. Trascinata giù per le scale. A corpo morto. E lei, lucida, le mani davanti ai denti… Conta i gradini, una botta ad ogni gradino – quanti ancora ? – Ogni gradino un colpo. Al collo, ai gomiti, al petto… prima del colpo finale. Improvviso, veloce, devastante. Sulla testa. Stock!”. E sangue, ovunque. E poi, la fine: “Il ragazzo in divisa ha sparato. Il ragazzo col passamontagna è stato colpito. Si vede l’estintore caduto ai suoi piedi. L’autista della camionetta deve aver ingranato la marcia… Si vede la ruota posteriore sinistra che sta scaricando i quintali del Defender sul dorso del corpo forse ancora in vita che sta per essere girato su se stesso dalla pressione del pneumatico sulla schiena…”. E’ Carlo che muore. E che torna, allegro e severo nel cielo e nei nostri cuori, in questi giorni, mentre l’ex capo della polizia di Genova, De Gennaro, passa indenne attraverso ogni indagine, per falsa testimonianza ed altro, e giunge di filato al nuovo ruolo di Capo di Gabinetto del Ministro dell’Interno Amato. Cosa cambia, è il titolo di Ferrucci. Nulla, se la strada dei comunisti, della sinistra è quella della demonizzazione delle utopie, della paura della lotta e si riduce all’apologia della “riduzione del danno”, della governabilità e del governismo. Tutto cambia, invece, se il movimento operaio ritrova la sua libertà, se esce impetuoso dalla gabbia delle “compatibilità” e assieme ai movimenti, al movimento di Genova, rialza la bandiera, liberatrice e necessaria, della trasformazione sociale.