“ Controstoria del liberalismo ”

Nel 1925, J. M. Keynes tenne una conferenza alla “Liberal Summer School” di Cambridge, in cui, tra l’altro, sostenne la necessità di una “transizione dall’anarchia economica a un regime che tenda coscientemente al controllo e alla direzione delle forze economiche nell’interesse della giustizia e della stabilità sociale”: “nel campo economico – scrisse – ciò significa, in primo luogo, che dobbiamo trovare nuovi strumenti e nuovi criteri politici per controllare e intervenire nel funzionamento delle forze economiche, di modo che non interferiscano oltre misura con i criteri validi oggi in materia di stabilità sociale e giustizia sociale”. E dopo aver indicato il campo di battaglia su cui avrebbe dovuto svilupparsi “la fase iniziale di questa lotta politica”, vale a dire la “politica monetaria”, lasciò al pubblico l’onere di rispondere all’interrogativo da cui aveva preso le mosse la sua esposizione (e che avrebbe poi dato il titolo alla conferenza): “sono un liberale?”.
La risposta che viene subito alla mente, dopo aver chiuso questo ponderoso volume di Domenico Losurdo (Controstoria del liberalismo, Laterza, pp. 376, 24), è netta, ed è un reciso “no”. Fin dai suoi inizi, ricorda infatti Losurdo, il liberalismo è la dottrina politica che, esprimendo “l’autocoscienza di una classe di proprietari di schiavi o di servi, che si va formando mentre il sistema capitalistico comincia a emergere e ad affermarsi grazie anche a quelle pratiche spietate di espropriazione e oppressione messe in atto nella metropoli e nelle colonie”, rivendica “l’autogoverno e il godimento tranquillo della sua proprietà (compresa quella di schiavi e servi)” contro “il dispotismo monarchico e il potere centrale” dello Stato. Più precisamente, scrive Losurdo, liberale è quella “tradizione di pensiero che con più rigore ha circoscritto un ristretto spazio sacro nell’ambito del quale vigono le regole della limitazione del potere”, vale a dire quello della “comunità degli individui liberi”. Poco importa che, nel far ciò, il liberalismo debba approfondire in modo radicale l’abisso che separa lo “spazio sacro” dallo “spazio profano”, finendo col negare a schiavi e servi non solo la libertà, ma la stessa dignità di “individui”: anzi, è proprio in grazia di una simile degradazione degli schiavi e dei servi a “macchine bipedi” (Sieyès), a “instrumentum vo – cale” (Burke), insomma a “cieche talpe della cultura”, come le chiamerà Nietzsche, che la dottrina liberale può assumere un’intrinseca coerenza e costituirsi (come storicamente è accaduto) quale strumento ideologico della borghesia in ascesa. “Non vogliamo essere trattati come negri”, proclamano i rivoluzionari americani rivolgendosi alla madrepatria inglese, colpevole ai loro occhi di assoggettarli ad un dominio assimilabile appunto alla schiavitù. Rispetto alle pretese dello Stato nei confronti dei legittimi appartenenti alla “comunità dei liberi”, insomma, la dottrina liberale è netta: nessuna intromissione è giustificata né giustificabile, salvo quelle che siano dettate dalla necessità di salvaguardare la comunità medesima da pericoli esterni o interni.
Benché la definizione proposta da Losurdo sia di quelle che sembrano fatte apposta per far saltare la mosca al naso di molti intellettuali “progressisti” di casa nostra, che in Locke o Tocqueville immaginano di aver trovato l’antidoto contro le purghe staliniane o i massacri di Pol Pot (basti vedere le stizzite recensioni che di questo libro hanno fatto Giuseppe Bedeschi sul Sole-24 Ore o Stefano Petrucciani su Critica marxista), essa è ricavata da una rigorosa disamina delle fonti del pensiero liberale, che vengono qui passate al setaccio per mostrare quanto siano consustanziali al liberalismo le clausole d’esclusione “spaziali” e “razziali” che, fin dal suo sorgere, esso istituisce nei confronti delle popolazioni delle colonie, dei pellerossa e dei neri. E sebbene l’obiettivo di Losurdo sia dichiaratamente quello (e solo quello) di “richiamare l’attenzione su aspetti […] largamente e ingiustificatamente trascurati” del pensiero liberale, nella consapevolezza che “dire addio all’agiografia è la condizione preliminare per approdare sul terreno della storia”, la mia impressione è che la sua imponente “controstoria” offra del grano da macinare nel mulino della politica, che poi è ciò che può giustificarne una recensione su una rivista come l’er – nesto. Basteranno qui due esempi.
Ritorniamo in primo luogo alla domanda d’apertura, a Keynes che s’interroga sul suo essere o meno “liberale”. Losurdo ricorda che, all’interno del pensiero liberale, si possono delineare due tendenze, peraltro idealtipiche: l’una che si dimostra sostanzialmente sorda alle rivendicazioni di quanti non appartengono alla “comunità dei liberi”, l’altra che si mostra più consentanea rispetto alle “lotte per il riconoscimento” che gli esclusi intraprendono nelle metropoli e nelle periferie del mondo borghese. Il problema è che se l’obiettivo di migliorare le condizioni delle masse popolari viene utilizzato come pretesto per incidere sulla possibilità dell’impresa di regolamentare l’uso della forza-lavoro sulla base di libere stipulazioni fra datori di lavoro e lavoratori o, addirittura, sulla libera disponibilità del reddito d’impresa da parte del suo proprietario, di fatto ci si viene a collocare al di fuori del liberalismo. È quanto, ad esempio, rimprovera Herbert Spencer, sul finire dell’Ottocento, a coloro che si propongono di introdurre disposizioni normative che vietino l’occupazione dei fanciulli di età inferiore ai dodici anni, costringano i genitori a inviare i figli a scuola, sottopongano a regolamentazione il lavoro in fabbrica (e in particolare il lavoro delle donne) o, addirittura, prevedano l’assicurazione obbligatoria per le malattie e la vecchiaia: agli occhi del liberale inglese, spiega Losurdo, costoro cessano “di essere liberali per approdare a un ‘nuovo conservatorismo’ (New Toryism)”, giacché “non fanno altro che gonfiare lo Stato, allargando l’area della coercizione e restringendo quella della libertà di contratto e dello sviluppo autonomo dell’individuo”.
Se dunque, nell’ottica liberale, è “ conservatrice” ogni posizione che rivendichi un’espansione del ruolo e della responsabilità dello Stato, non è possibile includere Keynes – che esplicitamente domanda un maggiore intervento dello Stato nell’ottica, addirittura, di governare l’andamento del processo economico nella sua interezza – fra i liberali: la sua è, inevitabilmente, una posizione conservatrice (come gli rimproverò Friedrich von Hayek). E al pari di quella keynesiana, “conservatrice” è una posizione come quella desumibile dall’art. 3, comma secondo, della nostra Costituzione: com’è possibile ipotizzare che lo Stato possa “rimuovere quegli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà dei cittadini, impediscono la piena partecipazione dei lavoratori allo sviluppo economico e sociale del Paese” senza dar luogo ad una congerie di interventi restrittivi della “libertà” dei proprietari, siano essi proprietari di terra, imprese, denaro o forza- lavoro?
Non è dunque casuale che la riaffermazione dei valori del liberalismo dopo l’89 sia andata di pari passo con lo smantellamento dei controlli statuali sulla produzione e distribuzione del reddito e, più in generale, degli strumenti del governo pubblico dell’economia: si tratta, al contrario, di una vicenda coerente col significato “autentico” della dottrina liberale. L’errore, caso mai, è di ritenere che possa esistere una forma “temperata” (come usa dire) di liberalismo, capace di salvare capra e cavoli e dunque di assicurare che la “libertà” dei proprietari proceda senza il suo corollario di “clausole d’esclusione”: non si dà in rerum natura nulla del genere, e la ricomparsa nelle nostre terre civilizzate (e ancor più alla periferia di esse) di forme abissali di sfruttamento del lavoro e perfino di segregazione razziale non fa che confermarlo.
Il secondo esempio concerne, invece, la questione dei rapporti dei “liberali” con coloro che non si riconoscono (o non vengono riconosciuti) come appartenenti alla loro stessa comunità. Losurdo ricorda perspicuamente non solo come George Washington si riferisse ai nativi pellerossa appellandoli “bestie selvagge della foresta”, ma come un giudizio sostanzialmente analogo esprima Tocqueville, allorché nega ai pellerossa alcun diritto di proprietà sul suolo americano (“Gli indiani lo occupavano ma non lo possedevano, poiché solo con l’agricoltura l’uomo si appropria del suolo e i primi abitatori dell’America vivevano dei prodotti della caccia”) e li dipinge con sembianze ferine (“Al primo contatto si sarebbe tentati di non vedere in ciascuno di loro che una bestia delle foreste”).
Di qui a legittimare il genocidio il passo, ovviamente, è breve (rivolgendosi ai suoi interlocutori americani, Tocqueville si chiede retoricamente: “Gli indiani hanno l’idea che presto o tardi la loro razza sarà annientata dalla nostra?”) e non di rado – così, ad esempio, in Locke – viene giustificato richiamando l’autorità della tradizione biblica, ossia la maledizione che Noè avrebbe lanciato contro Cam e i suoi discendenti, oppure la “bestialità” dell’altro con cui ci si confronta: è ancora Tocqueville che, riferendosi ai massacri della guerra coloniale in Algeria, osserva trattarsi di “necessità spiacevoli, ma alle quali sarà costretto a sottomettersi ogni popolo che vorrà fare la guerra agli arabi”, ed esorta, una volta compiuta “la grande violenza della conquista”, a non indietreggiare “dinanzi alle violenze di dettaglio che sono assolutamente necessarie per consolidarla”. Se dunque è consustanziale alla tradizione liberale il giudizio di assoluta irriducibilità dell’ “altro” ad una comune appartenenza umana, al punto da giustificare ogni violenza e ogni distruzione compiuta in suo danno, non c’è da sorprendersi che le guerre recentemente condotte in Serbia e Iraq dalle coalizioni “liberali” a guida statunitense abbiano visto l’impiego di armi non convenzionali come proiettili all’uranio impoverito o bombe al fosforo: come spiegava il prof. Massimo Teodori, liberale doc, nel corso di un’intervista in occasione dello scoop di Rainews sul bombardamento di Falluja (nel quale, come si ricorderà, hanno perso la vita decine e decine di donne e bambini), “quelli sono assassini tagliagole e la guerra è la guerra”. Parafrasando quanto osservato, a metà dell’Ottocento, dallo storico liberale francese Edgar Quinet a proposito delle Crociate, si potrebbe dunque pensare che, agli occhi di Teodori, i “liberali” americani e i loro alleati non fanno altro che attenersi al medesimo “principio dell’islamismo: lo sterminio”. E concludere che la libertà e la democrazia