Contro le basi militari, in difesa dell’ambiente

*Comitato Sardo “Gettiamo le Basi”

Ora che i sommergibili nucleari degli Stati Uniti hanno lasciato davvero la Sardegna, è arrivato il momento di chiedere con forza una bonifica del territorio ex militare e una riconversione in attività di pace degli strumenti di morte. Per il momento però tutto tace. Si assiste solo alle grandi manovre per il G8, che si terrà nell’isola de La Maddalena nell’estate 2009, e alla riconferma della servitù sul deposito della Marina italiana davanti all’ex approdo americano. L’europarlamentare Giulietto Chiesa ha recentemente sottolineato in una interrogazione: «Il 20 marzo 2008 sono stati approvati dalla Giunta regionale della Sardegna 11 progetti di edilizia privata per la riqualificazione turistica di La Maddalena, arcipelago sardo compreso nell’elenco dei siti di importanza comunitaria». L’interrogazione prosegue: «Gli interventi edili sono stati programmati in previsione del prossimo G8 che si terrà alla Maddalena nel 2009. Il 22 Marzo 2008 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale italiana l’ordinanza tramite la quale l’ex Presidente del consiglio, Romano Prodi, ha esteso a tutti i lavori del G8 la “qualificazione di riservatezza e segretezza”, cioè il segreto di Stato». In base a questa norma, Guido Bertolaso, commissario straordinario del G8, è esonerato dal seguire le norme che disciplinano i normali tempi di procedura, che saranno ridotti della metà. Sono previste deroghe per la valutazione dell’impatto ambientale diversamente da quanto stabilito dalle direttive comunitarie. Chiesa mette in risalto che l’area marittima della Maddalena è stata più volte teatro di incidenti causati dal transito e rifornimento dei sottomarini a propulsione e armamento nucleare e che diverse ricerche hanno dimostrato la presenza di sostanze tossiche nelle acque dell’arcipelago. Le indagini autonome portate avanti nel mare della Maddalena dal laboratorio francese Criirad, hanno portato alla luce concentrazioni straordinarie di torio radioattivo, 400 volte superiori alla norma. L’indagine di Fabrizio Aumento dell’Università della Tuscia ha scoperto il plutonio, elemento non presente in natura, quella della fine degli anni Ottanta di Giorgio Cortellessa de “La Sapienza” di Roma rilevò presenza di cobalto 60. «Studi epidemiologici richiesti dalla Regione Sardegna hanno inoltre denunciato eccessi significativi di morti e ricoveri ospedalieri per linfoma non Hodgkin a La Maddalena », continua Chiesa, «il rischio sanitario è ben descritto dallo studio recentemente svolto dall’ ESA, consorzio temporaneo d’impresa Epidemiologia Impresa Sviluppo. Solo per il linfoma di Hodgkin si segnalano i seguenti dati rispetto alla media nazionale: “Uomini, + 177,8% mortalità, +147% ricoveri, +131,9% diagnosi principale; Donne, + 37% mortalità». E chiede se la Commissione europea ha conoscenza di quanto segnalato, se è possibile secondo la Commissione che il ricorso al Segreto di Stato comporti la mancata applicazione di direttive comunitarie e quali sono le misure che la Commissione intende adottare secondo il principio di precauzione.

LA LOTTA CONTRO LE BASI

Questi punti sono più che mai all’ordine del giorno nei dibattiti che sopratutto il Comitato sardo “Gettiamo le basi” continua, da otto anni a questa parte, a promuovere in Sardegna e non solo. Perché non basta mettere alla porta i sommergibili nucleari a stelle e strisce, truppe e carri armati che quotidianamente invadono e devastano la Sardegna. Bisogna richiedere la bonifica e il ripristino dell’ambiente, il totale risarcimento dei danni che le macchine da guerra hanno causato in trent’anni di attività. Anche se i danni più gravi sono irrisarcibili: le vite umane stroncate dalla spaventosa incidenza di tumori, non hanno prezzo. Non hanno prezzo adeguato la povertà indotta e le opportunità mancate di sviluppo sostenibile. La lotta contro la presenza militare di Italia, Nato e Usa è sempre stata uno degli elementi qualificanti dell’azione di molti gruppi sorti negli ultimi tempi in Sardegna. Lotta che dovrebbe essere di tutto un popolo, seppure nella diversità di percorsi politici, motivazioni e aspirazioni. “Gettiamo le basi” ha sempre puntato il dito sull’incompatibilità radicale tra le aspirazioni frustrate della Sardegna, terra di pace e di ospitalità, e la realtà programmata nelle alte sfere e resa invisibile ai più, di palestra, fabbrica e piattaforma di guerra. Ha focalizzato l’attenzione sui due più potenti anestetici usati per narcotizzare l’antagonismo popolare: la truffa che le basi militari proteggono l’ambiente e la truffa che le basi militari creano occupazione. Dal primo opuscolo di “Gettiamo le basi”, diventato in breve tempo un best seller ciclostilato in migliaia di copie, si apprende uno degli assunti fondamentali che ha portato alla costituzione di un movimento contro la presenza militare in Sardegna: «Nell’isola il demanio permanentemente impegnato consta di 24000 ettari a fronte dei 16000 di tutto il restante territorio della penisola italiana. A questa cifra vanno sommati i 12000 ettari gravati dalle servitù militari. I dati riferiti alle aree marittime ed agli spazi aerei interdetti, permanentemente o temporaneamente, precisano la reale, abnorme portata della presenza militare in Sardegna. Gli spazi aerei soggetti a servitù sono di fatto incommensurabili. Solo uno dei tratti di mare militarizzato annesso al poligono Salto di Quirra con i suoi i 28400 chilometri quadrati supera l’estensione della super ficie dell’intera Sardegna (23812 chilometri quadrati) ». A questi numeri sconcertanti bisogna aggiungere che nell’isola non sono state semplicemente installate basi militari. È stato fatto di peggio: «La quasi totalità della terra e del mare è stata adibita a poligono permanente, aree di tiro usate dalle truppe di mezzo mondo per le attività militari più devastanti; ovvero perenni esercitazioni a fuoco vivo (life-fire), cioè con vere armi e vero munizionamento da guerra; guerre e combattimenti “simulati” aria-terra-mare; sperimentazione e collaudo di nuovi ordigni bellici, non solo da parte delle forze armate, ma anche dalle grandi imprese private, italiane e straniere, produttrici di sistemi d’arma. Per l’Italia i poligoni sardi sono la gallina dalle uova d’oro, la fonte inesauribile di un flusso ininterrotto di miliardi di lire e di euro. Oltre alle ingenti somme versate dai Paesi Nato ed extra Nato per effettuare le incessanti manovre di guerra, una cifra consistente è pagata con regolarità dalle multinazionali delle armi. Secondo dati forniti nel 2003 dal Pisq, Poligono interforze Salto di Quirra, il costo di un’ora di “affitto” del poligono ammonterebbe a 50mila euro». In questo scenario sono ricorrenti i problemi per la navigazione, il volo civile e le attività di pesca. Difficilmente valutabili i costi in termini di sviluppo bloccato, inquietanti gli interrogativi sulla compatibilità dei vincoli e delle attività militari che li determinano, con sedicenti politiche di tutela ambientale e piani di sviluppo economico.

I NUOVI SCENARI

Le installazioni militari della Sardegna, nonostante la distensione, il disarmo, il tramonto della minaccia sovietica, hanno acquistato nel tempo nuove funzioni. Tutte le grandi strutture, da Cagliari a Teulada a Quirra, sono state investite e continuano a essere investite da piani di ammodernamento. Secondo il “Collettivo antimilitarista di Cagliari”, il nodo sta nella trattativa portata avanti tra Regione sarda e Ministero della Difesa per ottenere la graduale dismissione dei poligoni di Capo Frasca e Teulada. In cambio la grande base di Perdasdefogu sarebbe potenziata diventando una struttura strategica funzionale alle redditizie sperimentazioni civili e militari. I segnali del rafforzamento del poligono di Quirra – Perdasdefogu sono davanti agli occhi di tutti. Si tratta di interessi economici e strategici giganteschi, secondo il Collettivo. Prima di tutto la realizzazione di una pista per aerei, chiamata in gergo militaresco striscia tattica polifunzionale, lunga due chilometri e trecento metri. Una struttura che agevolerebbe prima di tutto le aziende impegnate nelle sperimentazioni nel poligono. Nei due chilometri di asfalto tecnicamente può atterrare anche un C130. In un solo colpo tutti gli strumenti utili per testare ad esempio un nuovo gasdotto atterrano e decollano direttamente dentro la base militare evitando così costosi e lunghi trasporti via terra. Ma il nuovo aeroporto potrà servire anche per provare gli aerei senza pilota già impiegati dagli israeliani nei territori occupati e dagli Stati Uniti in Iraq. La pista è fortemente voluta dal sindaco di Perdasdefogu, Walter Mura, che intravede in questo progetto una soluzione per rilanciare l’intera economia del territorio. Ma è anche fortemente osteggiata dalla Regione Sardegna. Il Comitato paritetico che sovrintende all’attività militare nell’Isola non ha mai es-presso alcun parere favorevole in merito. Altra operazione in ballo riguardo al poligono è l’ingresso nella gestione della base militare di una cosiddetta NewCo, una sorta di società pubblica-privata dove colossi come Finmeccanica e Vitrociset affiancherebbero il ministero nell’amministrazione. D’altra parte il Governo Prodi aveva cercato di calmierare gli animi promuovendo l’ennesima indagine per far luce sulla tristemente nota Sindrome di Quirra. Un anno di lavoro a partire da subito, 2 milioni e mezzo di euro, cinque linee di intervento: controllo radiazioni ionizzanti e non, controllo tossicità chimica, formazione personale e istituzione di un sistema informativo ambientale pubblico. “Gettiamo le basi” chiede da anni un’indagine seria condotta da scienziati scelti dal basso. Ed esprime perplessità: «Allo stato attuale mancano le garanzie preliminari che il piano predisposto dall’Aeronautica, il Capitolato Tecnico, non si traduca nell’ennesimo sperpero o dirottamento di denaro pubblico». I motivi di critica espressi dal Comitato in un documento molto articolato riguardano il contestabile acquisto di attrezzature di monitoraggio «che andrà ad arricchire le proprietà della Difesa» e la mancata nomina di esperti civili indipendenti. «Perché sono ancora disattesi gli impegni, più volte ribaditi, di formalizzare la nomina dei tre scienziati indicati dal comitato Gettiamo le Basi?», si legge nel documento. «Anche sotto il profilo scientifico colpisce il ribaltamento delle priorità. Le valutazioni delle situazioni epidemiologiche che costituiscono il punto di partenza in un progetto di seria ricerca scientifica, sono rinviate a un imprecisato “dopo”. Nulla si dice neanche su valutazioni mediche oggettive. Perché non si prende in considerazione nessuna ipotesi di lavoro tesa a valutare lo stato di salute della popolazione e del personale militare? Non solo non si ipotizza un monitoraggio con lo studio di parametri ematologici evoluti, ma neanche un monitoraggio a livello del Protocollo Mandelli o del Progetto Signum». Le osservazioni sull’indagine proposta dal ministero proseguono con dettagliate spiegazioni. Ma l’esigenza di chiarezza sul “buco nero” dei poligoni, per usare le parole espresse dalla Commissione di inchiesta parlamentare sull’uranio, resta. E resta il macabro bollettino con 17 militari morti e malati che hanno prestato servizio nel poligono di Perdasdefogu. Venti abitanti di Quirra, frazione di 150 anime, colpiti da linfomi. In altri comuni nel circondario della base militare a cavallo tra le province di Cagliari e Ogliastra, sono 17 le persone ammalate di tumori tra le categorie a rischio, cioè pastori e dipendenti del poligono. Nel paese di Escalaplano, sempre nei paraggi dell’installazione della Difesa, i bambini nati con gravi malformazioni sono 14. Non si contano gli animali deformi venuti alla luce nelle zone confinanti. Una recente ricerca epidemiologica della Regione Sardegna registra un eccesso di malati diabetici nelle aree attorno alla base con punte del 274 per cento. Gli studi della scienziata americana Leuren Moret collegano il diabete all’inquinamento bellico e alle radiazioni.

GIANFRANCO COSSU, L’ULTIMA VITTIMA

L’ultimo caso di linfoma tra i lavoratori del poligono di Quirra è stato denunciato da “Gettiamo le basi” qualche settimana fa. Gianfranco Cossu, muratore di 47 anni residente a Ballao, una vita trascorsa a curare il bestiame di famiglia che pascolava nelle campagne adiacenti il poligono della morte Salto di Quirra, è affetto da tumore al sistema emolinfatico. Nel 1997 l’ospedale oncologico di Cagliari gli ha diagnosticato il male, linfoma Hodgkins. Lo stesso che colpisce militari inviati nei teatri di guerra e le popolazioni condannate a convivere con i poligoni. Cossu ha pure prestato servizio di leva a Capo Teulada nel 1980, dal 1990 al 1996 ha lavorato con una impresa edilizia nel poligono Salto di Quirra. I cicli di chemioterapia hanno frenato ma non estirpato il male. Adesso Cossu è di nuovo in ospedale. La richiesta dei movimenti è sempre la stessa: le attività dei poligoni devono essere subito sospese, almeno fino a quando gli agenti killer siano stati individuati e isolati e terra e mare siano bonificati.

LA GUERRA DEI PESCATORI

Da Quirra a Teulada, la musica non cambia. Come dimenticare la strenua resistenza dei pescatori delle marinerie della Sardegna sud-occidentale perennemente penalizzati dall’interdizione alla navigazione perché, disgraziatamente, le loro coste si ritrovano entro i confini di un poligono. Si tratta di un’installazione della Difesa utilizzata per importanti esercitazioni con grandi dispiegamenti di forze armate Nato ed extra Nato che comprende 7200 ettari di territorio e immense distese di acque sottoposte a restrizioni durante le azioni militari. I pescatori si sono visti privare della propria fonte di sostentamento, il mare, senza avere ne volere un’alternativa. Decine di famiglie sarde hanno deciso di opporsi e hanno chiesto e ottenuto il giusto risarcimento danni per il “fermo di guerra” e la promessa di una bonifica. La lotta per il riconoscimento del diritto sancito nel lontano 1976, intrapresa alla metà degli anni ’90, si è acuita a partire dal 2002. Per far questo i pescherecci hanno occupato pacificamente lo specchio d’acqua antistante la base militare impedendo lo svolgimento delle esercitazioni. Memorabile l’azione dell’ottobre 2004 quando venti piccole barche ebbero la meglio su incrociatori e portaerei, costringendo l’allora sottosegretario alla Difesa, Salvatore Cicu, a un intervento di mediazione diretta sul posto. Su quelle giornate è stato girato anche un bel film inchiesta del regista Enrico Pitzianti intitolato Piccola pe – sca (2005). Purtroppo la “battaglia navale” non fu sufficiente. La vittoria delle marinerie incontrò l’ostacolo nella Regione. Le forze politiche di maggioranza, confondendo una vertenza vincente di categoria con la lotta di ben più ampio respiro contro la militarizzazione dell’isola non seppero cogliere il ruolo importante svolto dai lavoratori del mare per strappare un diritto sancito dalla legge e “dimenticato” per 30 anni dal ministero della Difesa. Il diritto elementare al risarcimento e, soprattutto, l’obbligo delle forze armate di bonificare la terra e l’acqua. I politici inoltre vollero vedere i pescatori, non come categoria che ha strappato il 100 per cento di una piattaforma più che condivisibile, ma come massa di manovra “comprata” dalla sua controparte, il ministero della Difesa. Quindi la lotta dovette trasferirsi a terra, sotto il palazzo della Regione sarda a Cagliari, dove per diverse settimane pescatori e famiglie si accamparono con reti e nasse attendendo la soluzione del braccio di ferro tutto politico tra presidente della Regione Renato Soru e ministro della Difesa Antonio Martino. Fu firmato un protocollo d’intesa che garantiva il versamento degli indennizzi per il 2003 e il 2004. La bonifica del mare rappresenta in questa vicenda un fattore di fondamentale importanza. Si tratta di un’operazione strettamente legata alla sopravvivenza della categoria e non di un principio astratto. Il ritrovamento “normale” di ordigni bellici nelle reti, l’esigenza di un minimo di garanzia sulla qualità del pescato sono problemi concreti che esigono una soluzione. Una ricerca del Cnr commissionata dal ministero della Difesa (obbligato dai pescatori in lotta) ha confermato quanto i lavoratori del mare sanno e denunciano da tempo: una bonifica delle acque attorno al poligono di Capo Teulada comporterebbe un esborso di denaro e tempi tali che sarebbe più conveniente garantire un vitalizio ad ogni pescatore. Questo significa che nel fondo del mare di Teulada ci sono più ordigni, residuati e rifiuti bellici che sabbia.

I TESTIMONI

Spezzare il silenzio sulla contaminazione prodotta nei recinti militari in Sardegna non sarebbe possibile senza le testimonianze coraggiose, puntuali, documentate delle vittime dei veleni di guerra. Senza la testimonianza di Marco Diana, delle famiglie di Va l e ry Melis, Fabio Porru, Giuseppe Pintus, di Salvatore Vacca, di Giovanni Pilloni, e di tutti coloro che hanno sacrificato inconsapevolmente la propria vita e la propria salute nei Balcani, in Somalia, in Iraq, nei poligoni. La lotta di “Gettiamo le basi” e di tutti i gruppi antimilitaristi non sarebbe altrettanto efficace senza queste voci preziose. L’opposizione alla presenza militare, la richiesta di salvaguardare il diritto alla salute dei cittadini e il diritto della popolazione di poter decidere sul proprio futuro in un’ottica pacifica di valorizzazione delle risorse e tutela dell’ambiente, la volontà di mettere innanzi la sovranità dei sardi sulla propria terra rispetto a qualunque logica imperialista e di subordinazione al potere economico- politico, sono il seme che ha favorito un risveglio dell’antagonismo popolare sopito. Sono la molla che ha fatto nascere associazioni di base anche negli angoli più remoti della Sardegna. Gruppi che rimettono in discussione i gravami militari e che tagliano le “vie di fuga” ad una classe politica ancora refrattaria a compiere scelte di rottura con i poteri forti e con i vari governi nazionali, qualunque sia il loro colore.