Contro la guerra, per l’opposizione sociale e l’alternativa politica

Nell’arco di pochi mesi, con i fatti di Genova, prima, e l’attacco terroristico agli Stati Uniti, poi, si è assistito ad un mutamento radicale dello scenario politico. “Nulla sarà più come prima” si è ripetuto da più parti, e ciò è sicuramente vero, anche se la direzione verso cui evolve la situazione resta ancora in larga misura incerta. In effetti, le dinamiche in atto presentano aspetti molteplici e sarebbe sbagliato trarre conclusioni affrettate.

È evidente che la guerra in Afghanistan costituisce un elemento dirompente nello scenario internazionale. Formalmente giustificata come risposta agli atti terroristici di Washington e New York, essa ha invece assunto il carattere di un’intervento imperialista, ingiusto ed inefficace. Se, infatti, sul piano politico (e, cioè, il rovesciamento del regime di Kabul) sembra aver ottenuto i risultati che si proponeva, non di meno per ciò che riguarda la lotta al terrorismo (e cioè l’obiettivo dichiarato) non vi sono stati a tutt’ora risultati apprezzabili. Alla prova dei fatti, la guerra sta assumendo la funzione che fin dall’inizio si poteva prevedere e, cioè, quella di ridefinire i rapporti di forza e le aree d’influenza in una parte del mondo. Non solo, per la dimensione dell’intervento militare e i suoi possibili sviluppi (una guerra lunga e combattuta su più scenari, ha ribadito più volte il governo americano), essa tende a saldarsi con un’operazione più vasta tesa a rilanciare l’egemonia internazionale degli Stati Uniti e a consentirne la ripresa economica. Da un lato, infatti, è indubbio che gli Stati Uniti si siano abilmente destreggiati nel tessere nuove relazioni internazionali, nel ricercare ampi sostegni, nel tentare di neutralizzare tensioni sul piano locale che avrebbero potuto compromettere l’intervento militare. Dall’altro, essi hanno utilizzato la crisi apertasi dopo gli attentati per intervenire sulla recessione economica in atto, perseguendo un disegno di politica economica che, efficacemente, è stato definito “keynesismo di destra”. Modificando la propria impostazione di politica economica, il governo statunitense ha, infatti, utilizzato la manovra fiscale e l’intervento pubblico per rilanciare la domanda interna e gli investimenti, anche se, per l’appunto, a beneficio delle imprese e dei redditi medio alti e attraverso l’ampliamento delle spese militari.

Questo disegno egemonico non è privo di contraddizioni. Da un lato, infatti, sta alimentando una spinta fondamentalista nel mondo islamico che scuote gli assetti politici di alcune aree. Dall’altro, deve fare i conti con un’articolazione di posizioni, di interessi, di aspirazioni nei vari paesi che rendono difficile, se non impossibile, un governo unitario del mondo. Né l’acquiescenza allarmante che ha accompagnato l’intervento militare degli Stati Uniti da parte di paesi che all’epoca del Kosovo o nel caso della guerra del Golfo si erano dichiarati contrari (come è anche il caso della Russia e della Cina) può comunque cancellare l’esistenza di contraddizioni strategiche far i vari paesi che impediscono di rappresentare la fase che si apre come il trionfo del governo imperiale del mondo e di evocare scenari (come quelli che alludono alla formazione di un “direttorio mondiale”) che non trovano riscontri concreti nella realtà internazionale. Infine, sul piano sociale, nel corso di questi mesi si è affermato un movimento no-global di portata internazionale che in Italia assume un peso particolarmente rilevante, intrecciandosi alla ripresa delle lotte operaie e al nuovo protagonismo della Fiom La fase, quindi, è caratterizzata da una notevole instabilità. A ciò si aggiunge la portata della recessione economica, con l’elevata instabilità delle borse, la caduta della domanda, la flessione degli investimenti e l’innalzamento degli indici di disagio sociale, con lo spettro di milioni di disoccupati nei prossimi anni. Una situazione economica altamente instabile, sulla quale potrebbero abbattersi gli effetti di eventuali crolli di alcune economie locali che permangono in condizioni di forte sofferenza, dal Giappone all’America latina.

Non ci troviamo, quindi, di fronte ad uno scenario stabilizzato. In ciò stanno le potenzialità della situazione, ma anche grandi incognite. Né vi è ragione per coltivare facili ottimismi. Se l’emergere di un movimento internazionale contro la globalizzazione costituisce un evento di grande importanza, destinato con ogni probabilità a segnare di sé i prossimi cicli di lotte sociali, nondimeno è evidente che la vicenda della guerra e l’enfasi posta sulla necessità di contrastare con ogni mezzo il terrorismo lo hanno indebolito, determinando in alcuni paesi il disimpegno di alcune forze che ne erano state parte costitutiva (è il caso del movimento sindacale negli Stati Uniti) e, più in generale, ridimensionandone l’incidenza. A questo si deve aggiungere la difficoltà persistente per i comunisti e le forze progressiste ad esprimere congiuntamente significativi riferimenti politici su scala mondiale. Emblematica è, in particolare, la vicenda delle sinistre dell’Unione europea, dove i governi a maggioranza socialdemocratica si sono sostanzialmente accodati alle scelte militari degli Stati Uniti e dove anche sul piano degli orientamenti di politica economica prevalgono le posizioni conservatrici e neoliberali che impediscono all’Ue di svolgere un ruolo attivo nella fase recessiva in atto.
In questo contesto mutevole e preoccupante a livello internazionale s’inserisce la vicenda italiana che presenta, per alcuni versi, caratteri del tutto peculiari. Dal punto di vista politico, essa rappresenta un caso limite a livello europeo. In primo luogo, per la natura del nuovo governo. Il governo Berlusconi non rappresenta, infatti, solamente una delle poche compagini di destra che governano in Europa, ma presenta connotati per molti versi del tutto anomali, comprendendo al proprio interno una formazione di derivazione fascista e connotandosi per l’inquietante intreccio fra politica e affari, come dimostrano le scelte compiute nei primi 100 giorni, in particolare per quanto riguarda alcuni provvedimenti assunti in campo giudiziario. Queste scelte non hanno certo contribuito a far superare la diffidenza che in molti ambienti internazionali si esprime nei confronti di questo governo. Accanto a tale diffuso discredito si accompagnano contraddizioni nella stessa alleanza che sono emersi nel corso dell’attività di governo (dalla vicenda della politica internazionale, a quella delle scelte in campo sociale). Sono segnali che indicano che non ci troviamo di fronte all’affermazione definitiva dell’egemonia delle destre nel nostro Paese. Nondimeno, sarebbe del tutto incauto rappresentare questo schieramento come un’entità fragile. Non lo è, e non solo per il sostegno accordato dai poteri forti, ma anche per la capacità di abbinare liberismo sfrenato a misure populiste (come dimostra l’operazione condotta con la finanziaria) e per una certa duttilità nell’azione di governo. Il caso della guerra è emblematico: nell’invio della missione italiana in Afghanistan non vi è dubbio che il governo abbia marcato un risultato importante riuscendo ad ottenere il consenso di gran parte delle forze di opposizione. Per queste ragioni la sconfitta del governo Berlusconi non è facile. Essa richiede la presenza di uno schieramento sociale e politico corposo, condizioni che al momento non sono ancora presenti.

Nel frattempo, il nostro Paese evidenzia una crisi per molti versi senza eguali della sinistra moderata. Non si tratta solo del fatto che, dopo aver governato per cinque anni, l’Ulivo è relegato all’opposizione, ma soprattutto dell’evidente crisi strategica che accompagna tale sconfitta e che si manifesta, in primo luogo, con l’assenza di una visibile opposizione da parte del centro-sinistra. Non c’è di che essere tranquilli. E non solo perché in tale condizione diviene molto più difficile aprire una forte offensiva nei confronti di questo governo e della sua politica economica, ma anche perché il permanere di tale situazione comporta lo svilupparsi di dinamiche disgregative.
Si consideri il recente risultato elettorale del Molise. Nell’arco di poco più di un anno il centro sinistra in alleanza con Rifondazione comunista passa dal successo nei confronti del Polo, ottenuto nelle elezioni del 2000, ad una sconfitta di proporzioni rilevantissime. Questa vera e propria debacle è rivelatrice di una serie di fenomeni che, benché circoscritti ad un’aria territoriale limitata, potrebbero estendersi anche ad altri contesti. Ma dal voto del Molise esce anche confermata la crisi dei DS, con la tendenza al restringimento dei loro consensi, che si traduce principalmente nel consolidamento della Margherita. L’esito, peraltro, del recente congresso dei DS, con la vittoria di D’Alema e Fassino e l’assunzione di un orientamento blairiano, non fanno ben sperare sulla collocazione che assumerà questo partito.Dalle scelte relative all’impegno italiano nella guerra in Afghanistan, alle modalità di conduzione in questi mesi della battaglia parlamentare, all’assenza di un impegno a sostegno sia del movimento no global che della lotta dei metalmeccanici della FIOM emerge, in modo evidente, il tentativo di competere con le destre sul terreno della modernizzazione capitalistica, assumendo un profilo decisamente moderato.

In questo contesto, per molti versi inquietante, da dove può nascere una prospettiva di rilancio della sinistra? E’ del tutto evidente che se non si aprono alcune dinamiche dal punto di vista sociale, ben difficilmente può prodursi una modificazione dei rapporti di forza e degli orientamenti politici.
A tale riguardo, una risorsa importante è rappresentata dall’esistenza nel nostro Paese di un movimento, quello no-global, che per estensione e capacità di mobilitazione sta tenendo la scena politica da alcuni mesi. A partire da Genova, passando per la Perugia-Assisi, fino alla recente manifestazione di Roma, questo movimento ha dimostrato una particolare vitalità, evidenziando il protagonismo di una nuova generazione. La sua presenza ha già determinato alcuni fatti importanti: non solo è stato introdotto con forza nel dibattito politico la questione della globalizzazione e dei suoi riflessi sociali, non solo il movimento si sta impegnando contro la guerra, ma questa iniziativa ha aperto contraddizioni nelle stesse forze politiche. Si pensi alle difficoltà incontrate dal governo Berlusconi in occasione delle vicende di Genova o l’impatto che nello stesso DS ha avuto la questione della guerra. Il movimento rappresenta, dunque, una importante risorsa, in particolare nel momento in cui l’impegno contro la guerra deve restare centrale nell’iniziativa politica. Tuttavia, sarebbe imprudente ritenere che tale movimento, di per sé, possa essere risolutivo del problema della modifica degli equilibri politici e sociali di questo Paese. La ragione sta nei limiti intrinseci di questo movimento. Essi sono riconducibili, da un lato, al carattere necessariamente eterogeneo dello stesso, dall’altro alle difficoltà a fuoriuscire dai limiti delle caratterizzazioni programmatiche originarie. Ciò vale, sia nel caso in cui ci si sposti sul piano delle scelte di politica economica generale, che nel momento in cui si passi ad un’articolazione territoriale dell’iniziativa.

Il problema allora è riconoscere che nell’attuale fase, se non entrano in campo altri soggetti ben difficilmente si può aprire una prospettiva di effettiva trasformazione. Mi riferisco qui, in primo luogo, al movimento dei lavoratori e quindi al sindacato.
So bene che su questo versante vi sono molte difficoltà. Le resistenze che le confederazioni sindacali oppongono all’apertura di una fase conflittuale col governo sono evidenti, la filosofia concertativa continua a orientarne i comportamenti, nonostante la volontà del governo di rimettere in discussione le relazioni con le parti sociali. E tuttavia, come non vedere la novità rappresentata dalla capacità di mobilitazione della FIOM, espressasi anche recentemente nell’imponente manifestazione di Roma? Tale mobilitazione oramai trascende lo specifico del rinnovo contrattuale e tende ad assumere una valenza più generale. Non solo, essa finisce con l’intrecciarsi con l’offensiva portata avanti dal governo sulle questioni del lavoro. Dal libro bianco di Maroni, alla volontà del governo di avocare a sé il diritto a modificare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, è tutto un susseguirsi di dichiarazioni di guerra esplicite nei confronti del sindacato. Senza contare gli orientamenti assunti nella manovra economica sottintesa alla presentazione della nuova legge finanziaria. Siamo entrati cioè in una fase di crescente tensione. Questo terreno di iniziativa è essenziale; sostenere la mobilitazione della Fiom, rafforzare la sinistra sindacale nella CGIL, unificare il fronte di lotta che si esprime in diverse categorie e che trova referenti in diverse espressioni sindacali, puntare sullo sciopero generale contro la politica economica del governo e a difesa dei diritti dei lavoratori, costituiscono un terreno essenziale dell’iniziativa politica.
L’orizzonte sul quale muoversi va quindi nella direzione della riunificazione di uno schieramento ampio a livello sociale, capace di sostenere una piattaforma generale di opposizione. Tale operazione, la cui complessità nessuno può sottovalutare, e il cui esito è ancora non prevedibile, costituisce, tuttavia, una opportunità importante per aprire un chiarimento a sinistra, facendo emergere fino in fondo il nodo strategico della qualità dell’opposizione necessaria e dell’orizzonte di una battaglia per la trasformazione del Paese. Sciogliere questo nodo significa mettere in discussione la strategia del centro sinistra e, nella fattispecie, dei DS. Sotto questo profilo, considerare il recente congresso dei DS esclusivamente sul piano del risultato finale sarebbe probabilmente superficiale. E’ certamente vero che l’opposizione del “correntone” ha dimostrato non poche ambiguità, a partire dalle posizioni assunte sulla guerra, ed è altrettanto verso che ancora oggi la minoranza dei DS non si presenta omogenea e che non si può escludere un suo possibile riassorbimento nella nuova maggioranza e, tuttavia, sarebbe sbagliato non cogliere il travaglio che attraversa quella parte del partito. Un disagio reale, che comincia ad esprimersi anche con l’espicitazione di un confronto di linea, cosa che in passato non era avvenuto. Analogamente, non può sfuggire il confronto in corso nella CGIL e più in generale il malessere che attraversa gran parte del popolo di sinistra. Un rilancio del movimento di massa è oggi la condizione essenziale per tenere aperta una dialettica a sinistra e per farla evolvere positivamente.
Da queste osservazioni, per quanto sommarie, viene necessariamente un’interrogativo su Rifondazione comunista e il suo ruolo. Nessuno ha mai negato, in verità, all’interno di Rifondazione comunista l’importanza del ruolo del partito, tuttavia è indubbio che la torsione assunta dal dibattito estivo sul movimento ha finito con l’enfatizzare la questione della collocazione del partito rispetto al movimento. Ora, per evitare equivoci, non si può che ribadire che la scelta di stare pienamente nel movimento sia stata essenziale. Se vi fosse stata incertezza nel partecipare attivamente alla nascita e allo sviluppo del movimento, sarebbe stato certamente impossibile svolgere un ruolo positivo, entrare in consonanza con tanti soggetti, contribuire a sostenere questa importantissima esperienza. Il punto è un altro. Nella fase attuale la scelta dello stare nel movimento non può esaurire la funzione di questo partito, pena l’impossibilità a svolgere un ruolo politico generale. Il partito della Rifondazione comunista è chiamato, infatti, a svolgere un ruolo essenziale e cioè quello di sostenere l’allargamento del movimento di lotta, a partire dal mondo del lavoro, di contribuire alla definizione di una piattaforma dell’opposizione, di sostenere una battaglia politica incalzando le forze del centro sinistra. Questo orizzonte generale, peraltro, qualifica il ruolo di questo partito. Non si tratta di ridurre il proprio impegno nel movimento no global, o nei social forum locali che restano un terreno privilegiato dell’iniziativa attuale del partito, ma occorre avere una visione più ampia delle alleanze sociali, una capacità di azione a tutto campo e dare gambe ad un progetto politico generale capace di incidere sia sul piano politico che su quello sociale, e in grado di influenzare l’orientamento e sulla collocazione di grandi masse.