Contro la “guerra infinita” per l’alternativa sociale e politica

“Fanno il deserto e dicono che è la pace“ (Tacito).

Scriviamo queste note pochi giorni dopo l’arrivo dei marines a Baghdad. Le masse plaudenti che Bush era convinto di vedere già nei primi giorni dell’invasione, non appaiono nemmeno dopo un mese di guerra, un inferno di fuoco, di morte e distruzione e trentamila bombe e “superbombe” sganciate senza pietà dai cacciabombardieri sulla popolazione inerme della capitale e delle altre città irachene.
Negli ospedali non vi è più posto per i morti e per i feriti, non vi sono più medicine né possibilità della più elementare assistenza, le farmacie vengono assaltate, i bambini uccisi dai marines ai check point, lo straordinario Museo archeologico di Baghdad, come tutta la città, viene saccheggiato e le donne, gli anziani, i bambini in giro per le città distrutte alla ricerca d’acqua e di cibo per la pura sopravvivenza, rischiano ad ogni passo la vita sotto il tiro dei soldati americani, resi ancor più arroganti dall’odore della vittoria e decisi sin da subito ad instaurare “l’ordine imperialista”. Nonostante tutto ciò quando un carro armato statunitense, a Baghdad, di fronte ad un piccolo gruppo di persone circondato e protetto dai marines, abbatte una statua di Saddam Hussein nella Piazza del Paradiso, Bush ha l’ardire di decretare l’avvenuta liberazione dell’Iraq e l’avvento della democrazia.
Alcuni, disinvolti, commentatori paragonano questa Baghdad immersa nel sangue, nella paura, nella fame e nell’anarchia ad una città europea del dopoguerra liberata dai nazisti.
La verità è che siamo di fronte ad una città occupata da un esercito straniero e barbaro, venuto ad estendere il proprio potere e ad organizzarsi – come nelle più selvagge tradizioni di guerra – per portare via al Paese conquistato le sue ricchezze, il petrolio. Ciò che appare è che il popolo iracheno sembra ben lontano dall’accogliere gli americani come liberatori e che in tanta parte di esso permane e si rafforza il rifiuto della colonizzazione.
Il nostro pensiero, in primo luogo, va alle vittime e alle centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini iracheni che rischiano la vita per una guerra di aggressione che non hanno né provocato né tantomeno desiderato.
Non sappiamo, a questo punto, se la guerra è vicina alla fine o se, com’è probabile, inizia una nuova fase. Quello di cui siamo convinti è che non potevamo e non possiamo sentirci equidistanti tra Bush e Saddam e non potevamo e non possiamo auspicarci una vittoria rapida della coalizione angloamericana. Siamo stati e siamo con la lotta del popolo iracheno contro un’aggressione neoimperialista e speriamo, per il bene di tutti i popoli oppressi del mondo, che quello iracheno rifiuti di essere colonizzato e resista.
Sappiamo che sarebbe stato difficile, per un Paese che ha subito dieci, durissimi, anni di embargo economico reggere all’onda d’urto del più potente esercito che si sia mai visto sulla faccia della terra, che questa era un’impresa disperata. Ed è anche per questa ragione che tutto ciò che hanno fatto e stanno facendo gli angloamericani appare ancora più odioso, prepotente, incivile, feroce, inumano.
E ci domandiamo: ma se questo è il sentimento degli occidentali (di una parte consistente di essi, come hanno dimostrato le immense manifestazioni contro la guerra) che vivono nella piccola area fortunata del pianeta, cosa pensano oggi di questa aggressione i milioni di musulmani del mondo? E cosa devono pensare tutti i popoli del terzo mondo? Il leader egiziano Mubarak l’ha affermato chiaramente: questa aggressione feroce rischia di produrre mille Bin Laden.
Al di là di ogni ipocrita motivazione ufficiale questa guerra ha una caratteristica essenziale: si tratta di una guerra contro l’umanità. E ci domandiamo: che cosa si può fare per fermare questa follia? Una follia inappagata e un desiderio di aggressione che già paiono orientarsi contro la Siria e l’Iran (e in un domani sempre più vicino contro la Corea del nord, Cuba, il Venezuela, la Cina?).
Sono sufficienti le pur necessarie manifestazioni, le mobilitazioni, le preghiere, i digiuni?
Molte cose stanno cambiando ed anche noi comunisti dobbiamo ripensare alla fase ed ai nostri futuri impegni: quello che ci pare certo è che la risposta non può limitarsi alla protesta.
La parola d’ordine “un altro mondo è possibile” va riempita di contenuti, proposte: la questione è che la “guerra infinita” pone all’ordine del giorno la necessità di un’alternativa reale. Un’alternativa della quale un protagonista centrale è sicuramente il nostro partito, il Prc.

Ad un anno dal Congresso

Nonostante sia passato solo un anno dal Congresso di Rimini è giunto il momento di verificare la linea che da quel Congresso emerse. Crediamo che il compagno Fausto Bertinotti abbia ragione quando sostiene, come ha fatto nel Forum tenuto con la redazione di Liberazione lo scorso 28 marzo, che, una parte delle Tesi approvate al Congresso debbano essere aggiornate. Non lo ricordiamo per ragioni di parte (gli emendamenti alle Tesi che abbiamo proposto rappresentavano già gli aggiornamenti di cui oggi si discute) ma perché riteniamo che ogni analisi politica deve essere verificata dallo stato reale delle cose.
Ad esempio, l’analisi contenuta nella Tesi 14, dove si scrive che: ”…non è affidabile ai contrasti tra paesi capitalistici e alle contraddizioni interimperialiste la crisi e la sconfitta della globalizzazione capitalista e che è impensabile l’ipotesi di guerre interimperialiste.” oltre che risultare sbagliata alla luce delle dinamiche che hanno preceduto la guerra della coalizione angloamericana all’Iraq, rischia, se non viene corretta, di condizionare, almeno in parte, sia la nostra battaglia contro la guerra, che il nostro ruolo all’interno di un movimento per la pace estremamente variegato ed espressione di una rete multiforme di associazioni ed individui, che ha saputo portare in piazza imponenti manifestazioni perché ha intercettato un “sentire” della maggior parte delle popolazioni del mondo.
Un movimento che si è caratterizzato principalmente per il rifiuto etico della guerra e per la difesa della legalità internazionale e che per queste ragioni rischia di trovarsi impreparato a reggere il confronto sia contro la “guerra infinita” che contro la nuova ideologia neoimperialista dell’amministrazione USA.
Il Prc, anche grazie al fatto che si è impegnato da subito nel Movimento, può e deve giocare un ruolo importante nell’indicare le basi materiali della ”guerra infinita”.
Il conflitto in Iraq non rappresenta solo la fase più emblematica della fine del “secondo dopo guerra” (fine dei suoi assetti internazionali), ma rimette in discussione tutti gli equilibri mondiali. Che ruolo avrà l’ONU? Oppure il WTO, il FMI e le altre organizzazioni nate sull’idea di uno sviluppo della globalizzazione capitalista? Che ruolo avranno il G8 e la NATO?
Il mondo che si profila di fronte all’umanità vede da un lato gli USA, forti di una potenza economica e militare che nessun altro paese possiede, governati da una amministrazione che ha già dichiarato e già dimostrato che può colpire chiunque le si contrapponga. Da un altro lato un’Unione europea ( seppur in grande e pericolosa, per gli USA, espansione economica) ancora politicamente debole e divisa e non ancora in grado di opporsi all’unilateralismo USA. Infine i paesi del terzo mondo, martoriati dal colonialismo del ‘900 e da quello odierno, che appare persino peggiore del primo e che ha preso il nome di globalizzazione, paesi prima spogliati, derubati, denutriti dall’occidente, oggi aggrediti e minacciati militarmente in nome del nuovo ordine neo-imperialista.
Riteniamo che il Movimento, di fronte a questo scenario, non possa non porsi il problema di allargare la sua strategia. Per contrastare l’ideologia neoimperialista è sì necessario continuare e rafforzare la mobilitazione di massa, ma è altrettanto necessario, anzi indispensabile, che il Movimento sappia interagire con chi contrasta la logica imperialista americana. Pensiamo in questo caso anche a stati (nazioni) come il Brasile, il Venezuela, Cuba, il Vietnam, il Sudafrica per citarne alcuni, oppure alla Russia, alla Cina, così come la Germania, la Francia ed altri. Non si tratta di un nuovo “campismo”, ma di abbandonare una idea che riteneva superato il ruolo delle nazioni e delegava ai soli movimenti ( più confusamente alle moltitudini) il compito della lotta alla globalizzazione capitalistica.
Con lo stesso spirito riteniamo che le forze e i partiti anticapitalisti, a cominciare da quelli comunisti, debbano cercare di trovare punti di vista comuni: dalla lotta contro la guerra e per la pace, all’impegno volto a favorire la crescita del Movimento, per progettare un nuovo ordine mondiale in alternativa all’ordine capitalista e iperliberista, che col suo stesso fallimento rischia di trascinare il mondo in un nuovo, più terribile e vasto periodo di guerra.
In questo senso pensiamo che l’esperienza maturata nell’ incontro tra partiti comunisti che si è tenuto l’anno scorso a Praga (anche se ha evidenziato molti limiti), debba essere riproposta, magari prima del Forum Mondiale che si terrà in India.
Insistiamo nel ritenere che le forze e i partiti anticapitalisti debbano assumersi il compito di rafforzare il movimento contro la guerra introducendo quell’obiettivo di lunga lena che può definire il nuovo mondo possibile: il socialismo; compito, questo, che è reso oggi ancora più impellente dalla nuova fase indotta dalla “guerra permanente” e dal dominio imperialista degli USA.
All’ ideologia della guerra infinita occorre contrapporre l’idea di un mondo di pace e libero dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Proprio questa nuova fase rimette in campo i comunisti : dobbiamo essere consapevoli dei nostri errori del ‘900 e delle nostre grandi conquiste; consapevoli che se un nuovo mondo sarà possibile molto dipenderà da noi e dalla nostra capacità di far crescere il nuovo Movimento apparso sulla scena internazionale.

La situazione italiana

Esiste una correlazione tra questi scenari internazionali e la situazione italiana? Crediamo che il fallimento dell’esperienza della sinistra moderata (da Clinton a D’Alema), volta a “governare” la globalizzazione capitalista, abbia dato il via alla vittoria, politica e culturale, delle destre. Forze di destra pericolose, con connotazioni antidemocratiche e populiste, segnate da pulsioni repressive e guerrafondaie
La destra italiana non si sottrae a questo schema. E alle spinte antidemocratiche, repressive, guerrafondaie, antisociali che caratterizzano il governo Berlusconi, va aggiunto, come la vicenda della guerra in Iraq ha dimostrato, un pericoloso rapporto di sudditanza della destra italiana al padrone americano.
Per queste ragioni, e per molte altre, pensiamo che l’obiettivo di sconfiggere le destre oggi debba essere al primo posto, che non ci siano date ulteriori possibilità di attesa per questa battaglia. E che non possiamo ancora, come a volte accade, continuare a sottovalutare il pericolo Berlusconi – Fini.
Occorre, certo, non rifare l’errore che hanno commesso i compagni del PdCI, che sono stati, nei fatti, subalterni alle politiche neo-liberiste del centro-sinistra; occorre, in altri termini, definire un progetto di alternativa che non poggi solo sulla, pur giusta in sé, parola d’ordine “battere le destre”. Un progetto d’alternativa non può che passare attraverso un programma di chiaro stampo sociale e volto alla costruzione della pace. Occorre, d’altra parte, sviluppare un’azione politica d’ampio raggio diretta alla costruzione di una vasta unità politica e programmatica a sinistra, che non trovi la propria costituzione solo nell’incontro tra soggetti politici e sociali, ma si forgi nel conflitto sociale e nei movimenti di lotta.
Alternativa reale e spirito unitario: come lo stesso movimento ha evidenziato al Forum di Firenze, questa è l’opzione scelta. Il movimento ha dimostrato di apprezzare, condividere ed appoggiare la radicalità dei nostri contenuti quando tale radicalità si accompagna ad una capacità di costruzione unitaria (forze della sinistra politica e sociale e Movimento) contro il modello che il governo reazionario delle destre oggi propone ed attua.
Pensiamo che il nostro partito, il Prc, debba porsi prioritariamente il compito di rappresentare il sentire comune e gli interessi di milioni di cittadini e lavoratori che subiscono sempre più le politiche della destra e del grande capitale. Contro la destra dobbiamo continuare la battaglia su tutti i campi e certo un colpo forte sarebbe la vittoria dei referendum sull’articolo 18 e l’elettrosmog. Una vittoria che va costruita col massimo impegno di tutti i militanti del Partito e con la nostra capacità di costituire ovunque Comitati per il “SI” e allargare l’area delle alleanze anche, in prospettiva, per accumulare forze per l’alternativa.
Rispetto alla sinistra moderata: le sue sconfitte, il fallimento del suo progetto clintoniano ( pagato caro sia in termini elettorali che in termini di destrutturazione del partito dei DS), l’allontanamento progressivo dal “popolo di sinistra” hanno aperto una crisi al suo interno e contraddizioni che i comunisti debbono sapere allargare, ai fini della liberazione delle forze migliori e del consolidamento politico delle spinte più avanzate.
I “girotondini” ed “Aprile” – “soggettività” certo non simili – hanno partecipato da protagonisti alla stagione di mobilitazioni. Oggi che l’esperienza di quelle “soggettivita” rischia di riassestarsi dentro il centro-sinistra, è necessario che il Prc moltiplichi le iniziative unitarie volte a ricollocarle sulle posizioni più avanzate possibili, al fine di irrobustirle politicamente e trasformarle in altre forze dell’alternativa.

Rifondazione Comunista

Riteniamo per tutto questo necessario, anche rispetto alla difficoltà degli obiettivi che ci poniamo e relativamente al ruolo da protagonista cui è chiamata Rifondazione Comunista, che assieme all’aggiornamento della nostra linea politica, si riaffermi un impegno vero e concreto dei gruppi dirigenti, nazionali e locali, diretto al rafforzamento dell’organizzazione e del radicamento del Partito.
Spesso il nostro Partito ha dimostrato grandi capacità di risposta, lo ha dimostrato nelle raccolta delle firme per i referendum e nelle mobilitazioni contro la guerra; esiste però al suo interno una propensione alla litigiosità e alla divisione (soprattutto nei gruppi dirigenti locali) che rischia di compromettere l’efficacia di molto del nostro lavoro.
Questa propensione, che è sempre stata presente nella nostra storia recente, ha avuto una impennata durante e dopo l’ultimo Congresso. Crediamo che tale questione non sia da sottovalutare o da liquidare come un fatto fisiologico e che se ciò che diciamo ha un fondamento, la ricostruzione di forti rapporti solidali nel Partito sia un obiettivo che tutti dobbiamo porci.
Vorremmo provare a ragionare su che cosa ha prodotto l’aumento di conflittualità nel Partito.
Riteniamo che all’origine ci sia un errore di interpretazione sulla necessità di confrontare tesi e opinioni differenti sul passato e il futuro del nostro Partito.
Ad esempio: quando, più volte, si è insistito nell’indicare nella volontà di sintesi un retaggio del passato e quando si è fatto in modo che questa andasse sostituita dalla “partigianeria” ( lotta totale in difesa delle proprie convinzioni, senza un passo verso quelle altrui) non si è fatta una legittima valorizzazione delle proprie idee (che non è ovviamente in discussione). Quella che si è introdotta è una metodologia che, nei fatti, ha prodotto, in una parte non marginale del Partito, la convinzione che la formazione dei gruppi dirigenti dovesse avvenire con una “cultura maggioritaria”, dove chi ha la maggioranza, anche relativa, determina quello che vuole contro un’altra parte del Partito.
Questa metodologia non è stata il frutto di fraintendimenti ma una scelta precisa che è stata esercitata anche contro chi, pur condividendo in larga parte la linea nazionale, è stato classificato “zavorra”, “piombo nelle ali”, “scissionista”, quasi estraneo alla linea ortodossa e, di conseguenza, da marginalizzare nella gestione del Partito.
Riteniamo che sia urgentemente necessario uscire da questa situazione e ricostruire un clima condiviso nel Partito, crediamo che chi ha subito questa marginalizzazione debba raddoppiare lo sforzo unitario; pensiamo però, contemporaneamente, che sia necessario riabilitare la categoria della sintesi come metodo essenziale per la costruzione unitaria del Partito e come spinta alla più vasta militanza. Reputiamo indispensabile la valorizzazione di quei gruppi dirigenti che sanno costruire consenso prima di tutto nel proprio partito per poter assumere anche il compito di costruire consenso nel territorio, nei posti di lavoro e di studio.
La sintesi, quindi, come metodo di lavoro. Per un Partito, come Rifondazione Comunista, che ha bisogno come il pane di unità, organizzazione, radicamento, crescita dei quadri, per il grande ruolo che è chiamato a svolgere nella lotta contro la guerra, quale costruttore dell’unità a sinistra e dell’alternativa sociale e politica.