Contro la guerra e per l’alternativa

Sono trascorsi due mesi dalla mia decisione di non rinnovare per il 2004 la tessera di iscrizione ai DS e di dimettermi dall’incarico di vicepresidente del gruppo dei Senatori DS oltre che dal gruppo stesso.
I fatti successivi, cioè il voto di astensione dei DS sul rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq sia al Senato che alla Camera dei deputati e il varo ufficiale della Lista DS, Margherita e SDI, hanno reso ancor più convinta la mia scelta di interrompere una lunga militanza politica prima nel PCI, poi nel PDS e infine nei DS.
Quanto sta accadendo in questi giorni in Iraq, una vera e propria resistenza di sciiti e sunniti contro le truppe occupanti, dimostra l’erroneità del giudizio che, tra molti equilibrismi verbali, aveva portato i DS a sostenere la necessità della permanenza delle nostre truppe in Iraq.
Non è vero, come invece è stato autorevolmente sostenuto dai DS, che la guerra in Iraq sia finita. La presa in ostaggio di quattro italiani e l’uccisione di uno di loro sta lì a dimostrarci il contrario.
Né è sostenibile, dopo la sparatoria di Nassyria con il suo pesante carico di civili uccisi dalle nostre truppe, che si possa ancora parlare di missione umanitaria.
L’Italia, in violazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione, è a tutti gli effetti, un Paese occupante che conduce le proprie operazioni militari in conformità ad ordini del comando anglo-americano.
Di fronte a una guerra nata dalla menzogna della presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e che continua ancora ad un anno di distanza dalla sua fine “ufficiale”, non avrebbe dovuto essere difficile per una forza della sinistra gridare il suo No senza “se” e senza “ma”.
Perché questo non è accaduto?
Cos’è che ha impedito che nel voto per il rifinanziamento della missione italiana in Iraq si mantenessero le posizioni largamente unitarie che avevano caratterizzato il voto del centro-sinistra al momento della decisione del Governo Berlusconi di inviare un contingente di 3000 uomini?
Nel luglio del 2003 l’intera opposizione di centro-sinistra, con l’eccezione dello SDI e dell’ Udeur che si erano astenuti, aveva detto no secco all’invio in Iraq dei nostri soldati.
Poiché in Iraq, sul campo, la situazione, nel frattempo, non solo non è migliorata ma è ulteriormente peggiorata, è del tutto naturale pensare che la rottura della larga unità esistente all’inizio contro l’avventura irachena del Governo Berlusconi sia da ascrivere essenzialmente al lancio dell’operazione “triciclo” e ai caratteri politici che essa è andata assumendo. Tra le due questioni la connessione è strettissima.
Fin dall’inizio la parte maggioritaria dei DS ha immaginato la lista “unitaria” come momento di passaggio per la costruzione di un soggetto politico riformista che fungesse da partito-guida di una più larga coalizione di centro-sinistra giudicata, come tale, non credibile come alternativa al Governo Berlusconi. Per i dirigenti politici che hanno dato vita al “triciclo” non era più sufficiente evitare l’errore catastrofico della esclusione di Di Pietro e di Bertinotti che aveva portato alla vittoria di Berlusconi nel 2001.
Occorreva certo allargare, come si è fatto e si fa nelle elezioni amministrative, la coalizione anche al PRC e all’IdV, ma senza un nucleo riformista forte lo schieramento di centro-sinistra sarebbe stato soltanto una “armata brancaleone” scarsamente credibile agli occhi di quell’elettorato moderato sempre più a disagio e in rotta con la CdL.
Anziché lavorare alla costruzione di un comune programma di Governo tra tutte le forze del centro-sinistra come la sola strada capace di evitare la negativa esperienza fatta nel 1996 con il patto di desistenza con il PRC e al tempo stesso come attributo forte per una rinnovata credibilità dello schieramento di centro-sinistra, i DS, la Margherita e lo SDI si sono gettati a capofitto nell’impresa di dar vita ad un aggregato politico dai connotati moderati, i soli ritenuti in grado di raccogliere l’insofferenza e il disagio crescente nelle fila elettorali del centro-destra.
Dimenticati gli oltre tre milioni di elettori di centro-sinistra che nel 2001 avevano, con la loro astensione, portato alla vittoria di Berlusconi e ignorando al tempo stesso i pensionati, le casalinghe, i giovani lavoratori e i disoccupati che nel 2001 avevano creduto alle promesse di Silvio Berlusconi e che oggi constatano sulla loro pelle che la loro vita è peggiorata, i dirigenti del “triciclo” si sono lanciati all’inseguimento delle componenti moderate del centro-destra.
Contendere elettori allo schieramento avversario non è di per sé cosa sbagliata. Ma occorre farlo senza creare fratture e divisioni nel proprio campo.
Tutto il contrario di quanto sta accadendo.
La “lista unitaria” anziché essere fattore e strumento di una più vasta unità del centro-sinistra, sta producendo
a sinistra nuove tensioni e nuovi conflitti. Il caso dell’Iraq è sotto gli occhi di tutti a dimostrarlo. Ma non si tratta solo dell’Iraq.
Si ha l’impressione che la credibilità che si ricerca non è quella perduta nel 2001 nell’astensionismo o nel voto di fasce popolari al centro-destra, ma quella nei confronti dei poteri nazionali e internazionali che contano.
Su questa strada non andremo molto lontano. Su questa strada si preparano, dopo quella del 2001, nuove e più pesanti sconfitte elettorali.
Ecco perché ho scelto di interromperla mia militanza nei DS e adesso sono politicamente impegnato, assieme ad Achille Occhetto, a Di Pietro, a Giulietto Chiesa, a Pancho Pardi, a Diego Novelli, a Tana De Zulueta e a tanti altri nella Lista Di Pietro-Occhetto.
Una lista che non è un nuovo partito della sinistra. E’, invece, il tentativo di dare rappresentanza politica ad un insieme di temi, di valori e di battaglie che le forze principali dell’ Ulivo sembrano aver dimenticato o considerato poco importanti. Dopo la sconfitta dell’Ulivo nelle elezioni politiche del 2001 e l’insediamento al Governo del Paese di una delle peggiori destre esistenti in Europa, l’Italia ha visto nascere e svilupparsi nel Paese uno dei più straordinari e articolati movimenti di opposizione.
Dalle grandi lotte della Cgil in difesa dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, alla crescita impetuosa del movimento per la pace contro la guerra neo-coloniale di Bush in Iraq, al movimento dei Girotondi in difesa della legalità, della libertà di informazione e della democrazia, fino al milione di firme raccolte dal movimento di Di Pietro contro la vergogna del “lodo Schifani” e per rimettere al centro della vita politica la “questione morale”.
E’ a questo patrimonio di lotte che noi tentiamo con la lista Di Pietro- Occhetto-Società civile di dare una risposta. Un voto contro Berlusconi e la sua politica ma anche un voto per cambiare il centro-sinistra bloccandone una pericolosa deriva moderata.