Contro la concertazione, per l’affermazione di una linea di classe

Sono terminati i congressi di base e territoriali della CGIL. Iniziano ora quelli nazionali di categoria e a febbraio il nazionale della confederazione. La sinistra sindacale in CGIL ha ottenuto un risultato significativo, attorno al 20%, che amplia il suo insediamento, la sua influenza, allarga il gruppo dirigente e fa emergere delegati di luogo di lavoro come punti di riferimento.
I documenti congressuali della maggioranza sembrano completamente scissi dalla realtà; rilanciano infatti la politica della concertazione definendo dentro quel quadro il ruolo del sindacalismo confederale italiano.
Le condizioni materiali, la precarietà e la flessibilità del lavoro impongono invece un bilancio di dieci anni di strategie del maggior sindacato del paese e del suo ruolo nella società.
Il sistema pensionistico pubblico è di nuovo preso di mira, si impone l’uso coatto del TFR per il sistema privato delle assicurazioni e dei fondi pensioni, per questa via accelerando la finanziarizzazione dell’economia per sostenere l’asfittico mercato borsistico italiano con i soldi dei lavoratori.
Dall’altra parte si dà la possibilità ad una azienda come l’Ente Poste, al 100% di proprietà del Ministero del Tesoro, di prepensionare cinquemila dipendenti ed assumere giovani a contratto di formazione o come apprendisti decurtando per lo stesso lavoro quattro-cinquecentomila lire mensili dirette e il doppio di salario indiretto. Si distrugge il lavoro contrattualmente tutelato per farlo diventare flessibile, precario, insicuro. Tutto questo dopo che la riforma Dini e i successivi ritocchi hanno separato le generazioni tra chi aveva più o meno di 18 anni di contributi a quella data, con sistemi di calcolo e di rendimento pensionistico diverso.
Di questi giorni è la notizia che FIAT avvia una pesantissima chiusura di stabilimenti nel mondo; e in Italia, una riorganizzazione dei siti produttivi e la richiesta di ammortizzatori sociali inediti per la mobilità lunga dei lavoratori con più anzianità contributiva per accompagnarli al prepensionamento.
Eppure un’altra grande casa automobilistica europea, la Volkswagen, indica un’altra strada, con un accordo per la riduzione dell’orario settimanale di lavoro, un accordo definito 5.000 x 5.000 per avviare cinquemila giovani al lavoro con retribuzione di cinquemila marchi al mese. La differenza, forse, non è solo di capacità manageriali, di ricerca, di differenziazione dei marchi nelle fasce di mercato ma, credo, anche nella composizione del capitale azionario. Nella Volkswagen è forte la proprietà pubblica di parte delle azioni, che condiziona le politiche attive del lavoro e la localizzazione degli stabilimenti produttivi.
I quotidiani economici chiedono una privatizzazione, insinuando il dubbio che questo assetto proprietario nell’era della globalizzazione sia limitativo alla crescita della Volkswagen nonostante i dati li smentiscano. In realtà quello che vogliono dire è che bisogna livellare al basso le condizioni di lavoro, perché tra poche ore ormai, quando ci sarà la moneta unica, sarà evidente che un lavoratore del settore auto guadagna in Germania 4.000 Euro mensili per 35 ore di lavoro la settimana, mentre in Italia 1.000 Euro per 40 ore di lavoro settimanali.
Ad un sindacato minimamente legato ai suoi rappresentanti può venire in mente di rivendicare un salario e un orario europeo, 5.000 marchi mensili per 35 ore settimanali, e di chiedere sostegno pubblico in economia non per distruggere posti di lavoro, come il prepensionamento, ma per sostenere una reale politica per l’occupazione che combatta precarietà e flessibilità.
In settembre, a Tolosa, una fabbrica posta nei pressi del centro abitato esplode, facendo 200 morti, e ripropone nel modo più drammatico e orribile i nessi del rapporto tra produzione e ambiente, tra prodotti e loro compatibilità con la vita stessa dell’uomo e della natura. Nelle scorse settimane la sentenza di Porto Marghera, per la produzione di PVC che ha causato oltre cento morti, manda assolti tutti.
Ai prodotti, ai modi di produzione capitalistici, si deve sapere che è possibile sacrificare la vita. Del resto la drammaticità della condizione di lavoro nel nostro paese e della caduta del controllo operaio sulla salute sta tutta nelle cifre dell’INAIL, un milione di infortuni denunciati, mille morti sul lavoro.
Confindustria e Governo pretendono l’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori per licenziare senza giusta causa, cambiando così la Costituzione materiale del paese. L’arbitrio, la discriminazione definiti per legge.
I contenuti del libro bianco sul lavoro, definiti in larga parte da esponenti autorevoli che provengono dalle file del sindacalismo cattolico, sono il più organico tentativo di smantellare i diritti collettivi e individuali del lavoro.
Fine del CCNL; possibilità individuale da parte del lavoratore di definire con l’impresa trattamenti minori sul piano salariale e normativo dei massimi contrattati regionalmente; fine di ogni residuo controllo pubblico del mercato del lavoro.
I salari in dieci anni hanno perso mediamente, con la soppressione della scala mobile, il 5% del loro potere d’acquisto.
La vicenda contrattuale dei metallurgici e la dichiarazione di due scioperi generali di categoria da parte della FIOM, dicono chiaramente qual è lo stato della democrazia nei luoghi di lavoro e del rapporto tra sindacato confederale e lavoratori.
Anche chi, all’epoca, illuministicamente pensava che la concertazione fosse una modalità di confronto tra le parti per attivare una redistribuzione della ricchezza, in un periodo in cui la capacità del movimento operaio di porre rivendicazioni alte sostenute da adeguata mobilitazione e lotta era scarsa, di fronte ai fatti dovrebbe ricredersi e non perseverare.
La concertazione nei fatti ha rappresentato la sussunzione del sindacalismo confederale non solo nel quadro politico, ma nella gestione delle compatibilità delle imprese nella globalizzazione.
Oggi però c’è un nuovo movimento di lotta che rivendica la fine delle flessibilità e della precarietà.
Il movimento contro la globalizzazione è oggettivamente anticapitalistico e a Genova ha incontrato anche un’altra modalità di lotta non solo anticapitalistica ma che pone anche il cambiamento dei rapporti gerarchici di produzione.
I metallurgici e la FIOM hanno riproposto all’attenzione del paese il conflitto diretto tra capitale e lavoro, la questione del valore del lavoro nelle nostra società. Ponendo, con la difesa del CCNL, la tutela dell’uguaglianza materiale e la necessità dei ripensare e rifondare la democrazia a partire dai luoghi di lavoro.
All’esterno della CGIL, mentre essa era impegnata nella sua maggioranza a difendere la sua pratica contrattuale nella concertazione, è scoppiato il movimento che rimette in discussione alla radice la sua pratica contrattuale e gli effetti negativi che determina, e denuncia nei fatti la estraneità dal movimento della più grande organizzazione sociale del paese. Essa è stata colta così di sorpresa che a ben guardare se non definisce rapidamente una nuova piattaforma sociale rischia l’implosione.
C’è sempre una riprova: il 19 dicembre la CGIL di fronte alla kermesse del Governo sulla scuola e della manifestazione degli studenti, convoca un suo attivo, per altro partecipatissimo, con gli studenti e gli insegnanti per stare in rapporto con quel movimento e definisce, dopo aver sottoscritto il concorsone, una sua presenza.
Pare a me in tal modo vero che la CGIL sia in una fase delicata e di ripensamento, pur aperto ad ogni esito, della sua collocazione sociale, tanto che prospetta la possibilità di una sciopero generale da sola.
Certo bisogna vederlo per crederci; ma il fatto che nel direttivo nazionale abbia aleggiato la possibilità, la dice lunga sulla crisi dei rapporti con CISL e UIL sulle distanze ormai profonde tra le confederazioni e su come percepisce acuta la sua crisi di influenza sui lavoratori e sulla società la CGIL.
Non è solo il mutamento di quadro politico, pure rilevantissimo, e del rovesciamento dei ruoli tra CISL e CGIL nel quadro politico, ma sono le antenne di un grande corpo sociale, i cui dirigenti, che fanno riferimento alla maggioranza, rifiutano di tradurre in rivendicazioni e in mobilitazioni, che sente che siamo ad una fase di passaggio in cui i rapporti sociali possono subire un radicale mutamento. Che sia positivo o negativo, dipende dalla capacità di mobilitazione del movimento operaio.
Per questo la fase congressuale che ancora resta alla CGIL è rilevantissima.
Non è vero che tutto sia finito con le assemblee di base; certo lì si sono definiti, tra gli iscritti, i rapporti numerici tra maggioranza e minoranza, ma c’è una “dittatura” della maggioranza che va rotta.
Credo che si possa chiedere alle compagne e ai compagni che hanno condotto il congresso della sinistra sindacale in CGIL uno sforzo in più per pensare ad inedite forme di unità sindacale e di praticarle negli obiettivi, nelle forme di lotta, di iniziative.
Penso all’assemblea delle delegate e dei delegati delle R.S.U. dell’11 gennaio, di come sia possibile, concretamente, lavorare per trasformarla in un luogo di democrazia diretta, d’iniziativa di lotta politica e sociale.
Penso alla rivendicazione delle abolizioni delle norme che limitano il diritto di sciopero, in particolare nei trasporti, e di come questi terreni della rappresentanza nei luoghi di lavoro, della libertà dell’ esercizio del diritto di sciopero siano terreni di unificazione della sinistra sindacale dentro e fuori la CGIL.
Così si può definire una nuova piattaforma che rimetta in discussione i rapporti di organizzazione che, nelle forme di mobilitazione di queste ultime e prossime settimane, dimostrano tutti i propri limiti.
C’è un terreno comune tra CGIL, CISL e UIL nei confronti del Governo e della Confindustria che segni l’allargamento di un diritto, la rimessa in discussione della gabbia dell’accordo del 23 luglio che definisce le compatibilità capitalistiche delle rivendicazioni confederali oltre la sacrosante difesa dell’art.18?
Non mi sembra. Anzi sullo stesso art.18 le posizioni delle singole confederazioni non sono del tutto coincidenti.
I contenuti del libro bianco concordano in larga parte con le politiche contrattuali definite dalla CISL nel suo recente congresso. Flessibilità, differenziazioni salariali per aree geografiche, ruolo marginale in termini monetari e normativi del CCNL, aperta competizione tra confederazioni per l’influenza che esse hanno tra i lavoratori, quindi disponibilità, ove ne esistano le condizioni, a firmare accordi separati.
Se è chiaro l’intento della CISL, la sua strategia contrattuale che la porta ad autodefinirsi “attore politico” in questo quadro, più confusa mi sembra la strategia della maggioranza della CGIL.
Confusa perché ribadisce la concertazione ma sa che è già caduta, da destra, perché Confindustria la ritiene una rigidità nella globalizzazione, e le altre confederazioni hanno come progetto una loro collocazione nel governo della forza lavoro nella globalizzazione e nella compatibilità delle singole imprese.
Dentro questo quadro: fine del ruolo del CCNL, fine dell’universalità dei diritti e gestione familistica dei residui di stato sociale; regionalizzazione delle condizioni materiali di lavoro; nessuna forma di democrazia di mandato per sottoscrivere accordi; nessuna legge che garantisca la rappresentanza reale nei luoghi di lavoro, una stabile e duratura insicurezza nei rapporti di lavoro. La CGIL sa, o dovrebbe sapere che il suo peso sociale è fortemente ridimensionato tanto da metterne in forse la sua esistenza politica se non quella numerica.
Per queste considerazioni ritengo che il congresso sia apertissimo nei suoi esiti politici.
Si può lasciare sola la FIOM nel rivendicare rinnovi contrattuali che recuperino l’inflazione reale e redistribuiscano la produttività, o lasciarla sola nel rivendicare una politica industriale nell’auto, nelle siderurgia, nella cantieristica, che prevede un intervento programmatorio della politica in termini di tutela dell’occupazione, di difesa nei siti produttivi della tutela della salute, di risorse per attivare quella politica industriale.
Non bisogna che altri rinnovi contrattuali prevedano gli stessi metodi per definire le rivendicazioni salariali. Che riparta una battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro, per l’occupazione, che si lotti concretamente contro la flessibilità e la precarietà.
Bisogna per questo definire, però, un’altra politica contrattuale uscendo definitivamente dalla pratica della concertazione per tornare ad essere il sindacato generale dei lavoratori.
Gli spazi politici e le condizioni sociali per questa battaglia ci sono, del resto la sinistra sindacale della CGIL è tra i fondatori del social forum; ma quelle istanze, quelle rivendicazioni devono vivere anche dentro le singole organizzazioni, nelle loro rivendicazioni.
La battaglia contro la guerra e il terrorismo, per la pace come condizione essenziale per lo sviluppo del movimento dei lavoratori, è un terreno sul quale impegnarsi per costruire dentro e fuori la CGIL, nei luoghi di lavoro, un punto di vista critico nella società, dell’attuale fase di globalizzazione capitalistica. La guerra è anche un segno della crisi della globalizzazione, delle resistenze che incontra, della sua incapacità di prospettare il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. In questo senso è aperta la possibilità perché il nuovo movimento operaio si consolidi nella sua capacità di definire obiettivi, rivendicazioni e di riportare risultai positivi. Per questo è fondamentale che si lavori ad un nuovo sindacato generale. Il congresso della CGIL riguarda tutte e tutti, riguarda in particolare la sinistra che, a partire dalle contraddizioni capitale-lavoro, legge la società e i suoi rapporti gerarchici e sulla base di queste progetta la trasformazione.