Contro il terrorismo o per interessi strategici?

Berlusconi ce l’ha fatta: l’Italia è finalmente in guerra! Oltre il premier sarà entusiasta anche Fini, l’ex nazionalista duro e puro, che è volato a New York a convincere gli Usa che i soldati italiani, al pari degli altri dell’Alleanza Atlantica, sono ottima carne da cannone, che potranno morire in Afghanistan per la “nuova guerra umanitaria” degli Usa, per “la lotta contro il terrorismo internazionale”, una “lotta al terrorismo” che ha spinto anche i DS e gran parte dell’Ulivo a genuflettersi di nuovo alla guerra imperialista nordamericana e a trascinare pericolosamente l’Italia nel conflitto.
Guerra umanitaria? Guerra contro il terrorismo internazionale? È necessario riflettere, uscire dalla subordinazione e dagli stereotipi e capire.
Guerra umanitaria? Sin dai primi giorni dell’attacco Usa in Afghanistan è apparso in tutta la sua drammatica evidenza (come fu durante la guerra contro la Jugoslavia) lo scarto tra le notizie rassicuranti provenienti dalle fonti ufficiali americane e le terribili verità dei bombardamenti.
Com’era, ad esempio, la versione ufficiale Usa degli avvenimenti il 9 ottobre scorso? Più o meno questa: “La seconda notte dell’operazione militare Libertà Duratura ha visto gli attacchi dei missili di crociera e dei bombardieri degli Stati Uniti colpire obiettivi strategici del regime dei talebani negli aeroporti di Kabul. Nella capitale è stata ridotta al silenzio l’emittente radiofonica del regime.”
Questo il “bollettino militare”. Poi è filtrata una notizia dell’Aip, l’agenzia afghana dei talebani ripresa da Reuters, che illustrava bene la portata “chirurgica” della campagna notturna e diurna dei bombardamenti.
Un missile statunitense colpiva e distruggeva la sede dell’Afghan Technical Consultancy, l’agenzia creata con il sostegno dell’Onu per la rimozione delle mine antiuomo di cui è disseminato il territorio afghano. Quattro persone rimanevano uccise ed una ferita. Il missile radeva al suolo la palazzina di quattro piani che ospitava gli uffici. Le vittime si trovavano al terzo piano e venivano sorprese nel sonno. Affermavano fonti sanitarie di Kabul: “Le quattro vittime erano dipendenti dell’Onu e sono morte nel crollo dell’edificio”.
Da alcune settimane avevano interrotto le operazioni di sminamento per ordine del regime talebano. La sede dell’agenzia veniva investita dall’esplosione di un missile che colpiva un ripetitore radio situato presso la palazzina e che, secondo Kabul, non funzionava da dieci anni.
L’Onu confermava da Islamabad. Le vittime vigilavano sul deposito di apparecchiature per lo sminamento. Secondo un funzionario dell’Afghan Technical Consultancy, che ha sede a Peshawar, in Pakistan, l’ufficio distrutto serviva per la supervisione dello sminamento nelle province di Kabul, Wardak, Logar e Ghazni.
Terribile era l’imbarazzo e l’emozione della portavoce Onu da Islamabad, Stephanie Nunker, che chiedeva alle autorità talebane di Kabul di “proteggere i civili durante i bombardamenti” (sic…) e poi, evidentemente rivolta all’aviazione militare Usa, aggiungeva : “ bisogna che la gente distingua tra civili innocenti e combattenti”. Un segnale di come le agenzie umanitarie Onu e i funzionari impegnati negli aiuti umanitari vivano la realtà dei bombardamenti che colpiscono anche la popolazione civile.
C’era un biglietto da visita più chiaro che potesse mai presentare George W. Bush a Kabul, lui che è arrivato sulla scena della presidenza americana stracciando tutti i trattati internazionali: dal rifiuto di sostenere proprio il Trattato per la non proliferazione delle mine, all’Abm sugli esperimenti nucleari del 1972, dal protocollo di Kyoto a quello sulle armi biologiche?
Gli sminatori assassinati dalle bombe Usa a Kabul facevano parte di un piccolo “esercito di pace”, 4.500 persone, tutte afghane. Di queste, oltre 2.500 sono esperti sminatori; gli altri, tra cui varie donne, fanno la mine awarenes ovvero insegnano alla popolazione come evitare di saltare su di un “uxo” (ordigno inesploso).
La sensibilizzazione contro le mine ha raggiunto in 12 anni 5 milioni di persone e ha drasticamente ridotto il numero di incidenti. Destinato però ad aumentare per i convulsi movimenti di popolazione oggi sotto le bombe. Per questo la mine awarenes continua tuttora. I mutilati dalle mine in Afghanistan sono (finora) “solo” 400.000.
E verso questa tragedia, oltre che il soccorso chirurgico ( è l’unica cosa chirurgica che c’è in Afghanistan in questo momento), si è rivolta l’iniziativa di Gino Strada, al lavoro mentre il paese viene bombardato giorno e notte con tante vittime civili (ormai migliaia) che nessuno racconta, né i talebani né tantomeno i bollettini di Libertà duratura.
Stavolta forse appare più chiaro – più che nel Golfo e nella Jugoslavia – che la vittima non è solo la verità, ma le stesse Nazioni Unite che finanziate dai “morosi” Stati Uniti solo dopo la tragedia delle Twin Towers non hanno mai finora votato una risoluzione che dica di “bombardare” e nemmeno di fare una guerra di anni, addirittura contro “altri stati”.
Tra le tragedie subite dall’Onu, la vicenda dei profughi. Si assiste inerti alla tragedia di milioni di profughi afghani, diretti disperatamente verso frontiere, quelle del Pakistan e dell’Iran sigillate. E mentre piovevano bombe “intelligenti” sulle teste di chi vive questa fuga in massa, ecco che il Programma alimentare mondiale (Pam) dell’Onu bloccava, dall’inizio dei bombardamenti degli Stati Uniti sulle città afghane, tutti i trasporti di cibo. L’annuncio veniva dalla portavoce Christiane Berthiaume, che aggiungeva sconsolata: “Non sappiamo quando gli aiuti riprenderanno”.
Il Pam aveva ritirato i suoi operatori dall’Afghanistan dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Poi, di fronte alle notizie del disastro alimentare del paese, aveva ripreso a portare 500 tonnellate di cibo al giorno dagli stati confinanti.
Ora invece arrivano solo i “lanci umanitari” dell’aviazione militare Usa, quelle che Medecins Sans Frontìeres, ricordando l’esperienza della Somalia e della Bosnia, definisce “propaganda” e “nuova occasione di guerra”.
Ma poi, dopo il bombardamento “intelligente” contro gli “sminatori” dell’Onu, sono stati bombardati, come nella Jugoslavia, obiettivi civili, case, scuole, ospedali, ospizi, moschee, sedi della Croce Rossa Internazionale (i cui rappresentanti, giustamente, hanno posto il problema che i bombardamenti ripetuti sulla Croce Rossa non possono più essere casuali…).
La macchina da guerra che lancia le bombe e crea a suo uso e consumo l’informazione ci ha raccontato che “si è sempre trattato di errori collaterali”, le “dolorose necessità” di cui si ammantano i leader occidentali.
Una vergognosa menzogna, naturalmente. Perché ? Ma perché i bombardieri stanno scaraventando sul territorio afghano, già ricoperto da 10 milioni di mine, tonnellate di “cluster bomb”, bombe a frammentazione; senza risparmio – ci informa lo Stato maggiore Usa – tonnellate di Cbu-89 Gator Mine, la bomba a grappolo che, aprendosi ad altitudine prestabilita, sparge su di un’area di 200×650 metri 72 mine anticarro e 22 antipersona: provate a non fare “errori”, visto che bastano 6 bombe a creare, in pochi minuti, un impenetrabile campo minato di una superficie che va dai 12 ai 19 campi di calcio. Come si fa a parlare di “effetti collaterali” e non piuttosto di una esplicita volontà militare di terrorizzare (come fu fatto contro il popolo serbo) con i raid civili, non solo i talebani, ma l’intero popolo afghano?
Sotto il crescere delle denunce, il generale Myers ha cambiato versione: “I talebani usano i civili come scudi, per questo ne muoiono tanti”.
Mefistofelici – e quindi invincibili – questi talebani, capaci, come se l’Afghanistan fosse un presepio, di spostare agenzie Onu, sedi della Croce Rossa, moschee, case, ospedali a piacimento e in tutto il territorio nel momento esatto dei raid!
Il 30 ottobre la vicenda ha toccato il fondo della barbarie. E della verità. Gli Stati Uniti inviano appelli via radio alla popolazione afghana – anche dagli Hercules C-130, in lingua dari e pashtu – perché si faccia attenzione a distinguere tra buste di cibo e bombe a grappolo, tutte gialle e buttate insieme. L’Onu, che ipocritamente sui bombardamenti invita “a fare presto”, spiega agli americani che nei villaggi le cluster bomb fanno strage di bambini. E allora arriva il messaggio angloamericano: “Per favore, state attenti quando vi avvicinate ad oggetti gialli non identificati in zone bombardate da poco”.
Siamo all’orrore. All’essenza pura del “cuore di tenebra” dell’imperialismo.

La preparazione alla guerra

“I deliberati e mortali attacchi condotti contro il nostro paese sono più che atti di terrore. Sono atti di guerra”. Questa dichiarazione, fatta dal presidente Bush il 12 settembre alla Casa Bianca di fronte ai membri del gabinetto e ai leader del Congresso “ prepara il terreno militare, politico e psicologico all’azione militare , ha scritto The New York Times del 13 settembre.
Contemporaneamente, il Consiglio del Nord Atlantico ha dichiarato che “se sarà accertato che questo attacco è stato diretto dall’esterno contro gli Stati Uniti, dovrà essere considerato come un’azione rientrante nell’Articolo 5 del trattato di Washington, che afferma che un attacco armato contro uno o più alleati in Europa o Nord America dovrà essere considerato un attacco contro tutti” (Nato/Press release, 12 settembre).
Scoppia dunque la guerra. Ma contro chi? “Contro un nemico differente da quello che abbiamo sempre affrontato, un nemico che si nasconde nell’ombra”, ha dichiarato il Presidente Bush. “Questo nemico ha attaccato non solo il nostro popolo, ma tutta la gente amante della pace, ovunque nel mondo: la libertà e la democrazia sono sotto attacco”.
La preparazione psicologica alla guerra – che Bush definisce “una colossale lotta del bene contro il male” – è stata scientifica. Essa ha sfruttato la giusta reazione emotiva, non solo in America ma nel mondo, di fronte alla strage di tanti innocenti, le cui drammatiche immagini sono entrate in diretta nelle case, suscitando orrore e commozione. Sotto questa crescente pressione, che rischia di offuscare le menti, è di vitale importanza non perdere l’orientamento. Occorre innanzitutto che la condanna dell’attacco terroristico e la solidarietà verso le vittime non si trasformino in un indistinto appoggio alla nuova guerra degli Stati Uniti.
Bisogna distinguere tra la popolazione statunitense, vittima degli attacchi terroristici, e l’amministrazione Bush – che in pochi mesi ha stracciato tutti i trattati internazionali – che cerca di trarne vantaggio per portare a livelli ancora più pericolosi la propria politica.
Non si può dimenticare che quel governo, espressione dei potenti interessi delle oligarchie economiche e finanziarie dell’apparato militare e industriale, è il governo che ha condotto, direttamente o indirettamente, le guerre più sanguinose e i non meno sanguinosi colpi di stato degli ultimi decenni, dall’Asia al Medio Oriente, dall’America Latina ai Balcani. È il governo che persegue il folle progetto di dominio non solo del pianeta terra ma dello spazio, verso cui indirizza le più moderne tecnologie come lo Scudo spaziale, con un’enorme spesa militare che ricade sulla maggioranza dei suoi cittadini, attivando in più una spaventosa corsa al riarmo atomico.
Ebbene, questo governo ora si presenta come vittima di un atto di guerra, rendendo esecutivo, per la prima volta nell’oltre mezzo secolo di storia dell’Alleanza Atlantica, l’articolo 5 che vincola gli alleati ad entrare in guerra al suo fianco. Anche nel caso in cui la matrice “islamica” degli attentati fosse effettivamente accertata – non basta annunciarla – non si può dimenticare che è stato proprio il governo Usa (con l’amministrazione di Bush senior) a scatenare dieci anni fa quella guerra, mirante al controllo militare dell’area strategica del Golfo, che ha provocato un sisma nel mondo arabo gettando intere popolazioni in situazioni tragiche. Da questo serbatoio di disperazione è facile attingere i volontari delle missioni suicide.
Né si può dimenticare che, nelle sue iniziative di destabilizzazione internazionale, il governo degli Stati Uniti ha utilizzato a più riprese la manovalanza del terrorismo islamico, dall’Afghanistan alla Bosnia.

Lo “scudo stellare”

Non è però questa, secondo Silvio Berlusconi, la questione da risolvere. “ La grande questione globale che abbiamo di fronte – ha dichiarato in un’intervista al Foglio del 12 settembre – è come difendersi, come garantire la sicurezza dell’occidente, che è poi la premessa della pace e del massimo livello realizzabile di giustizia nel mondo intero”. A questo serve lo “scudo” che l’Amministrazione Bush intende realizzare quale “sistema di tutela collettiva contro la proliferazione terroristica di armamenti e altri mezzi e piani di offesa”.
Nelle parole di Berlusconi c’è tutta la filosofia di quell’occidente che agisce come apprendista stregone, suscitando le forze che si ritorcono contro lui stesso. Questo occidente entra in guerra contro un “oscuro nemico” che, in quanto tale, può essere di volta in volta identificato in chi ostacola i suoi interessi e piani di dominio planetario. Che bin Laden, già creatura della Cia ed ora ricercato come nemico numero uno degli Usa, sia o no l’effettivo mandante degli attentati, è secondario. Ciò che conta è mantenere viva e alimentare continuamente l’idea del nemico, necessaria nel dopo guerra fredda a motivare la santa crociata dell’occidente contro gli infedeli che non accettano il “ massimo livello realizzabile di giustizia” concesso dall’occidente ai popoli del mondo globalizzato.
Una volta imboccata questa via, si sa da dove si parte ma non dove si finisce. Il concetto stesso di un nemico oscuro, evanescente, diventa il terreno ideale per trame di ogni genere.
Già emergono aspetti oscuri nella dinamica degli attacchi terroristici su New York e Washington. Uno di questi è stato riportato dal New York Times del 13 settembre : mentre l’aereo presidenziale (Air Force One) era in volo, il servizio segreto ha ricevuto un messaggio,“Air Force One is Next”, il prossimo obiettivo è l’Air Force One, inviato non si sa da chi. Il messaggio, “scritto in linguaggio cifrato americano che mostrava una conoscenza delle procedure”, è stato interpretato “chiaramente come una minaccia, non un avvertimento amichevole: ma in tal caso, perché i terroristi l’avrebbero inviato?”, si chiede l’editorialista del New York Times, che conclude : “la conoscenza del linguaggio cifrato, del luogo dov’era il Presidente e il possesso delle procedure segrete indicano che i terroristi possono avere una talpa nella Casa Bianca o informatori nel servizio segreto, Fbi, Faa, o Cia”.
Il “nemico che si nasconde nell’ombra”, di cui parla Bush nella sua dichiarazione – additato da Colin Powell in Osama bin Laden –, può dunque annidarsi nella stessa Casa Bianca. Che farà il Presidente: ordinerà di bombardarla?

I motivi geostrategici della guerra

“Il segno più recente che il militare sta spostando il suo centro focale verso l’Asia è il piano, annunciato dall’Esercito statunitense, di trasferire nell’Isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, armi da combattimento attualmente depositate in Italia e Germania”: questa notizia è comparsa su The New York Times non dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre, ma dieci giorni prima, il 31 agosto, accompagnata dalla dichiarazione del segretario alla difesa Rumsfeld che la regione dell’Asia e del Pacifico “sta acquistando un crescente significato militare per diversi motivi”.
Lo spostamento in Asia del centro focale della strategia statunitense, che era già in atto, ha avuto una fortissima accelerazione sotto la spinta della reazione suscitata dagli attentati. Ma l’Operazione Libertà duratura non avrebbe potuto essere lanciata in tempi così rapidi e in modo così pianificato se non fosse stata già preparata: lo conferma il fatto che i piloti dei bombardieri Stealth B-2 Spirit avevano già iniziato l’addestramento a voli di 50 ore che permettono, partendo dalla base in Missouri, di colpire obiettivi in Asia. Quali sono, dietro la motivazione ufficiale della caccia a bin Laden, i reali fini dell’Operazione Libertà duratura? Si può comprendere dando uno sguardo alla carta geografica dell’Asia.

L’importanza dell’Asia nella strategia Usa

L’area con al centro Afghanistan e Pakistan – nella quale gli Stati uniti stanno lanciando la loro azione militare, affiancati dal più fedele degli alleati, la Gran Bretagna – è di enorme importanza strategica. Essa confina (o è limitrofa), a nord con Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Kazakistan repubbliche che, dopo la disgregazione dell’Urss, sono rimaste collegate alla Federazione russa nel quadro della Comunità di stati indipendenti. Non a caso l’Operazione Libertà duratura è iniziata con quella che The New York Times (20 sett.) ha definito “una mossa senza precedenti: il trasferimento di caccia e bombardieri nelle due ex repubbliche sovietiche Tagikistan e Uzbekistan”.
In cambio del permesso di sorvolo dello spazio aereo russo, Mosca vuole da Washington “la promessa che qualsiasi presenza militare Usa nell’ex Asia centrale sovietica sarà temporanea” (Washington Post, 23 sett.). Sanno però bene a Mosca che gli Usa intendono restarvi senza limiti di tempo.
A est, quest’area confina con Cina e India, potenze emergenti che gli Usa temono e vogliono tenere sotto stretto controllo, soprattutto per impedire la formazione di una triade Russia-Cina-India, di cui è potenziale precursore il trattato di amicizia e cooperazione militare firmato a luglio da Mosca e Pechino. La strategia resta quella enunciata subito dopo la guerra del Golfo: “Dobbiamo operare per impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate strettamente, a generare una potenza globale. Queste regioni comprendono il territorio dell’ex Unione sovietica, l’Asia orientale e sud-occidentale” (Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999).
A sud, quest’area confina con l’Oceano Indiano, il cui controllo è di fondamentale importanza strategica per qualsiasi operazione militare in Asia: per questo, l’Operazione Libertà duratura è iniziata con il dispiegamento di altre forze aeree sull’Isola di Diego Garcia.
A ovest, quest’area confina con il sempre più importante “corridoio petrolifero” che va dal Caspio al Golfo, dove si trovano le maggiori riserve mondiali di “oro nero”. Qui gli Usa intendono rafforzare la loro presenza militare ed influenza politica, per controllare non solo le fonti energetiche ma i “corridoi” attraverso cui il petrolio e il gas naturale raggiungono i paesi consumatori.
L’Operazione Libertà duratura può avere un peso decisivo nella “guerra degli oleodotti” che Washington ha iniziato a sostegno delle compagnie petrolifere Usa contro quelle europee, anche occidentali. L’apertura dell’oleodotto tra il porto azero di Baku sul Caspio e il porto georgiano di Supsa sul Mar Nero e il progetto di un altro da Baku al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo, stanno sottraendo alla Russia l’esportazione del petrolio del Caspio. Rafforzando il controllo militare dell’area, gli Usa potrebbero aprire altri “corridoi”: c’è già da anni il progetto di un oleodotto e gasdotto che, dal Caspio, raggiungerebbe l’Oceano Indiano attraversando l’Afghanistan e il Pakistan. Allo stesso tempo potrebbero affossare il progetto, già in fase avanzata, di un gasdotto destinato a portare in India il gas iraniano attraverso il Pakistan.
Questo è il fine che Washington persegue: ridisegnare con la forza militare – comprese le armi nucleari, che minaccia di usare – gli assetti di quest’area strategica, così come ha fatto nei Balcani, usando ancora una volta la Nato.

La Nato sempre più verso est

Continua, con l’Operazione Libertà duratura, la mutazione genetica della Nato.
Dopo aver esteso nel 1999 il suo raggio d’azione al di fuori della propria area geografica con la guerra contro la Jugoslavia – e aver allo stesso tempo ufficializzato il “nuovo concetto strategico” che autorizza i paesi membri a “condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza” –, la Nato ha iniziato la sua espansione verso est. Dopo aver incluso Repubblica ceca, Ungheria e Polonia, si sta preparando a inglobare altri undici paesi, compresa l’Ucraina ai confini con la Russia. “Il nostro piano è di allargare la Nato”, dichiarava il presidente Bush il 16 giugno, sottolineando che “la questione del quando può essere ancora oggetto di dibattito nell’Alleanza; la questione del se non deve esserlo: l’espansione della Nato adempie l’impegno assunto dall’Alleanza e questo impegno ci porta ora a est e a sud, a nord e oltre”. È quanto stanno facendo gli Stati uniti con l’Operazione Libertà duratura. Sempre più verso oriente, fino all’Asia, con la motivazione di una “nuova minaccia da est”, ieri impersonificata da Milosevic, oggi da bin Laden, domani da un altro “nemico numero uno”. Ancora una volta Washington ha avuto l’appoggio degli alleati europei, che si sono accodati alla “crociata” lanciata da Bush, facendo addirittura scattare, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, l’articolo 5. I loro fini politici ed economici sono evidenti: partecipare alla spartizione di aree di influenza non solo nella regione europea ma ora anche in Asia, approfittando della disgregazione dell’Unione sovietica e della profonda crisi della Russia.
Ma in Asia, come nei Balcani, Washington intende usare la Nato per una guerra da cui gli Stati uniti escano rafforzati nei confronti anche degli alleati europei. Non a caso, nella prima fase dell’operazione, gli Usa non hanno voluto altri al loro fianco se non il fidato alleato britannico. Vogliono in tal modo prestabilire la strategia di attacco e il dispiegamento di forze, così da avere, ancora una volta, l’indiscusso comando. Non solo: colpendo paesi come Iran, Siria e Libia, da cui proviene oltre la metà del petrolio usato in Italia, gli Usa potrebbero limitare l’accesso autonomo dell’Europa al petrolio mediorientale, a tutto vantaggio delle compagnie Usa e britanniche.
Contemporaneamente l’amministrazione Bush intende usare l’Operazione Libertà duratura per accelerare la realizzazione dello “scudo spaziale”, per il quale, dopo gli attentati dell’11 settembre, ha di fatto ottenuto l’appoggio bipartisan del Congresso. Con lo “scudo” gli Usa intendono accrescere la propria “capacità di dominare lo spazio”, non solo sul piano militare ma su quello complessivo, in primo luogo nei settori dell’economia e dell’informazione, accrescendo così la loro supremazia nei confronti degli stessi alleati.
Nessun problema, però, se l’Operazione Libertà duratura si estenderà allo spazio: nella “lotta del bene contro il male”, ha detto Bush, “sappiamo che Dio non è neutrale”.
Cosa avrebbe d’altronde potuto fare Dio di fronte all’ultimatum di Bush “o con noi o contro di noi”? Il petrolio è ancora al centro dei conflitti: d’altra parte come non ricordare che Bush ed il vicepresidente Cheney sono – essi stessi – potenti rappresentanti delle lobby petrolifere americane?